Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

https://www.amazon.it/dp/1520789149

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Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

Sono io: storia di uno strano

Amici!

Come molti sanno, dopo aver pubblicato L’ultimo Abele, mi accingo a una nuova avventura, di cui vi lascio un assaggio work-in-progress de Sono io: storia di uno strano (titolo provvisorio). Consigli, suggerimenti e commenti sono decisamente i benvenuti, non risparmiatevi!

“Era Marzo inoltrato, ma l’inverno ancora ghermiva l’aria con lame di ghiaccio, attanagliandoci in una morsa tardiva di gelo. Sulle fronde degli olmi, dei ciliegi e degli aranci che popolavano il giardino della nostra abitazione, s’erano accumulati mucchi di neve agli angoli formati dai rami con i tronchi.

Era imminente il ritorno da Torino di Telemaco, dopo un soggiorno di due settimane presso una zia, nella sua angusta ma deliziosa mansarda con vista sulla Gran Madre. Io non stavo più nella pelle per l’ansia di rivederlo; mi era mancato da morire ed ero intenzionata a esternargli tutto il mio patimento.

I giorni scivolavano via vischiosi, come melma sul fondo d’un fiume, strisciando a fatica sulle pietre del greto. Poi i cumuli di nevischio cominciarono, un bel giorno, a gocciolare dai rami, liquefacendosi in mille rivoli incanalati lungo i solchi delle cortecce; mille microscopici torrentelli verticali inumidivano vistosamente i tronchi e risaltavano i ciuffi di muschio col loro brillare nel sole.

Vampate di caldo non proprio canicolare, dalla terra, salivano tremolanti al cielo in volute invisibili, come residue zaffate da un forno spento da molto. Le mie guance s’erano imporporate, creando un netto contrasto con il resto della mia pelle che ne risultava complessivamente marezzata di bianco e di rosso come i fiori dei ciliegi, sotto la cui chioma andavo arrancando. Era colpa del mio giallo maglione di lana grezza, di due taglie più grande, del tutto fuori luogo per quel clima, ma che solo il giorno prima s’era rivelato appena sufficiente a ripararmi dall’aria pungente.

La Primavera pareva tornata di fretta per diradare dalle cime dei monti la fosca caligine, piovuta dalla sua assenza in silenti rovesci sui miei giorni, ammantandoli di grigio come lapilli d’una violenta eruzione. Betulle, ginepri e candide calle selvatiche ondeggiavano al vento, tremolando come gioiosi presagi del nostro reincontro imminente, di cui non ero stata messa al corrente; in quel giorno che pareva la prova generale della Primavera, Telemaco aveva deciso di anticipare il rientro e, giunto a casa, si fermò a scrutarmi, inosservato, dal cancelletto arrugginito del nostro giardino.

Allungai lo sguardo oltre il basso muro di cinta in fondo, con i suoi mattoni di tufo sbrecciati dal tempo, e mi incantai a osservare l’arco Alpino che si stagliava netto contro il cielo turchino. Pareva che Dio in persona dalle nuvole più basse, avesse allungato una mano per lavare le catene montuose, scintillanti come erano di una bianchezza esaltata dai raggi del sole.

Poi Telemaco chiamò il mio nome, e con quel lieve soffio nel vento di Marzo spolverò i mucchi di polvere dal mio piccolo cuore. Mi voltai di scatto e, senza frapporre il minimo intervallo, mi precipitai a grandi balzi verso di lui. Andai a sbattere contro il suo torace ampio, e strinsi forte le mie braccia dietro la sua schiena, agganciandomi con i polpastrelli alle sue costole.

Dopo un saluto veloce e avergli detto forte mi sei mancato, tuffai il mio viso nell’incavo tra la sua spalla e il collo tornito, su cui posai le mie labbra inerti, come arrese.

Premetti ancora più forte il volto, mentre lui faceva altrettanto, scostando i miei lunghi capelli per sentire la mia pelle. Allentando, di poco, il nostro intreccio di braccia, ci spostammo dal centro del giardino e, come se rispondessimo ad un tacito accordo, sedemmo contemporaneamente all’ombra del ciliegio più grande, con le schiene appoggiate al suo al ruvido tronco, e le gambe distese tra le sue grosse radici bagnate di nevischio disciolto e rugiada. Le nostre ginocchia si toccavano appena; quel lieve contatto, per quanto involontario, attirava la mia percezione concentrandola in un punto solo della mia giovane carne.

Reclinai il capo sulla sua spalla, poi mi voltai verso di lui e portai ancora a contatto le labbra e la pelle tesa del suo collo taurino.

All’improvviso un languore imprevisto mi pervase da dentro.

Persi completamente la capacità di discernimento, non sapevo più chi ero e che linea di parentela mi univa a quel ragazzo che odorava di uomo.

Fui preda di non so quale strana alchimia.

Azzardai un timido bacio, anche se forse era più un assaggio di tatto, usando le labbra anziché i polpastrelli. Vidi distintamente mille puntini increspare la superficie della sua epidermide e i peli sulla nuca rizzarsi: sentii netto il brivido che scuoteva Telemaco.

Posai un altro soffio di labbra, soffermandomi più a lungo stavolta. Lui si volse verso di me e le nostre guance vennero a esser tra loro premute, potevo sentire l’ispidezza di un preannuncio di barba a ogni impercettibile movimento.

Affondò le mani nei miei capelli dietro la nuca, massaggiandola appena. Azzardai un terzo bacio sul suo collo, stavolta aprendo leggermente la bocca come a volerne inspirare tutta la fragranza.

Telemaco strinse ancora più forte e alzò il capo come in un lieve lamento.

Non resistetti a un nuovo, irrazionale impulso, e lo mordicchiai.

Un gemito gli sfuggì dalle labbra, accompagnando un nuovo alzarsi della sua testa come sotto la pressione di un dolce tormento.

Ero preda di violentissime vampate, il mio battito era ormai un cavallo impazzito, la pressione sanguigna guizzava lungo le tempie, le guance erano in fiamme, strinsi forte gli occhi e baciai ardentemente il suo orecchio, con una voluttà che non avrei mai sospettato di avere dentro.

Lui rispose con un bacio umido sul collo, mi parve saggiare la salinità della mia pelle con un guizzo impercettibile di lingua, solo la punta, ma forse mi stavo ingannando.

Mi colse all’improvviso il terrore che io stessi fraintendendo del tutto i suoi atteggiamenti. Del resto, eravamo fratello e sorella.

Seguì un terribile gioco d’alternanza: ci tuffavamo a turno nel collo dell’altro, con baci la cui intensità cresceva al diluirsi di dubbi e tormenti.

In un attimo di dimenticanza, morsi più forte, e una minuscola stilla di sangue apparve su quel candido manto di pelle. Fu allora che io e Telemaco abbandonammo completamente la speranza e il timore, insieme, di aver frainteso i gesti dell’altro: lui mi prese brutalmente il volto tra le mani, e avvicinò con una lentezza esasperante le sue labbra vermiglie alle mie, esangui per l’emozione.

A distanza di anni, ancora oggi mi pervade un profondo senso di vergogna e colpevolezza, dinanzi a Dio e agli uomini, nel ricordare quanto il tessuto delle mie mutandine quel giorno si inumidì di cieca gioia.

Tenemmo le labbra a contatto per un tempo infinito, le mie mani abbandonate in grembo, i suoi palmi che premevano le mie guance e le sue dita che, schiacciandomi gli orecchi, lasciavano fuori il fragore del mondo e mi immergevano come in un acquario di suoni ovattati.

Come rispondendo ad un mutuo segnale, spalancammo insieme gli occhi.

Vidi nei suoi lo stupore, non per l’atto in sé, ma per l’aver ottenuto un bacio da me. Se ne riteneva evidentemente indegno.

Socchiusi gli occhi e premetti il mio torace sul suo, spronandolo, e fu allora che il bacio avrebbe potuto diventare irreparabile, ma il rumore d’uno sportello che si chiudeva ci fece rinsavire.

Nostro padre era tornato. Era ora di rientrare. Di rientrare sul serio.

Ci eravamo spinti davvero lontano, come sonde impazzite ai confini del sistema solare, che ricevano un segnale radio perentorio, da Houston.

Ci rimanevano ormai pochi secondi per atterrare sul pianeta terra, nascondendo i segni della colpevolezza dagli occhi, dalla pelle, dai denti”.