Arresti domicialimentari

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Rientro dalle vacanze di Natale.

Più che vacanze, sono state un periodo di detenzione domiciliare con programma di recupero dell’obesità latente (una sorta di pena alternativa al carcer, chiamiamola detenzione domicialimentare). Mia madre cominciava alle 07.00 con le domande:

“Non li vuoi due struffoli?”, e mi piazza sotto il naso un vassoio tanto lungo da richiedere una tangenziale per aggirarlo.

“Non assaggi nemmeno una fettina di panettone farcito a marmellata, uvetta, canditi, pinoli, maionese e un tocco appena, una nota floreale di sugna?”.

Dimenticando il delirio alimentare delle vacanze, nel rientrare a Torino siamo passati all’estremo opposto.

Il frigo da solo non è riuscito (stupido, stupido elettrodomestico arretrato!) a riempirsi. Furbamente, l’ho lasciato più nudo di un verme all’amo, prima di partire, e dopo di partire, che sarebbe al rientrare, l’ho trovato giustappunto nudo com’era prima. Di partire. Prima di dopo, che son tornato. Si capisce fin qui?

Dunque al rientro, insieme ad altri due milioni di conterroni e con-coglioni, mi trovo alle 19.00 nell’unico supermercato aperto.

Non ci metterò molto, penso, mentre il karma mi guarda dall’alto dei cieli e si schiatta di risate.

Ho una lista fatta da mia moglie: un militare. Appena otto voci, suddivise per categoria merceologica e con indicazione approssimativa dello scaffale (“vicino all’entrate”, “dopo i profilattici”, “prima del bancariello del sushi”).

Vado liscio come una lastra di ghiaccio. Di quelle su cui, a furia di andare liscio, scivoli…

Mi accingo – dopo neppure venti minuti – ad andare alla fila.

Io non sono erudito, mi piacerebbe quindi interrogare Umberto Eco o Emilio Gadda per sapere se esiste un termine molto rafforzativo di “fila”, perchè il termine “fila” è inappropriato alla bisogna.

Quella che avevo davanti a me non era una “fila”. C’era tanta gente, che pareva di stare nella pianura di Dio, in coda per il giorno del Giudizio, quando si metteranno in “fila” tutti i morti di tutti i tempi.

E’ a quel momento che è arrivato il primo trillo di whatsup.

Piccola integrazione della spesa.

Faccio retromarcia, i morti in attesa dell’Armageddon sorridono per essere avanzati di una casella mentre io faccio il gioco dell’oca e torno indietro.

Dopo otto giri di campo, mi abbasso a chiedere al commesso, che come al solito dà indicazioni buone solo per chi abbia la residenza nel supermercato “Lo trova nella corsia tre scaffale AB”.

Non mi resta che capire quale sia la corsia tre, visto che non ci sono indicazioni stradali.

Trovo lo sfaccimmo di lievito di birra, un cosino insignificante di mezzo centimetro per lato che di solito sta infognato tra burro e margarina che non lo vedi manco se sei Superman coi super occhi e hai l’Enigmista che ti fa le smorfie per fartelo individuare.

OTTOCENTO WHATSUP DOPO torno ad attendere il giorno del giudizio.

Quelle integrazioni mi hanno fatto apprezzare la diligenza di mia moglie nella lista, in cui mi aveva indicato le categorie.

Io la gente che mette la robba a posto nei supermercati non la capisco. Se non sai dove cercare, sei fottuto.

La carta del cesso, prendiamola ad esempio. MA PERCHE’ NON STA Lì DOVE STANNO I TOVAGLIOLI E I ROTOLI DI CARTA DA CUCINA? Che logica c’è, nel dividere di due o tre corsie due tipi diversi di carta? Han paura che uno sbaglia e si pulisce il culo con un tovagliolo, o che si pulisce la bocca con la carta do cesso?

I formaggini, DIO, i formaggini! PERCHE’ CAZZO NON STANNO DOVE STANNO I FORMAGGI? Sono formaggi piccoli, i formaggi-ni, no? E ALLORA!

Per non parlare della pastina per neonati, che non sta nel reparto pasta.

La cassiera alla fine mi ha squadrato con compassione; vedendo la quantità di roba che avevo preso, mi ha chiesto dove avessi parcheggiato il camion.

Io le ho risposto:

“Duecento buste, grazie”.

E baffangulo.

 

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I love shopping (tua sorella)

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Sto sperimentando uno strano fenomeno.

La mia smania di shopping sta raggiungendo livelli da autentica donna.

Per cominciare, ormai io non ho più gusti alimentari, ma gusti promozionali.

Ogni volta che vado al supermercato faccio training autoctono, e mi ripeto mantramente: ho bisogno solo di latte, pane, carne, pesce e formaggi, ho bisogno solo di latte, pane, carne, pesce e formaggi, lattepanecarnepescieefor-mag-gi.

Poi alla cassa piazzo sul nastro: Peroni a limone, limoni a peroni, latte di soia senza latte, hamburger senza carne, fazzoletti di carta delle isole vergini, sushi condito con sale rosa dell’Himalaya, 3×2 boccioni da 18 litri di detersivo liquido per lavastoviglie che poi devo comprare (oltre alla lavastoviglie, che non ho) anche una busta della spesa in cemento armato con rinforzi al titanio per infilarceli dentro, pacco “armageddon” di pannolini taglia 24 kg che sia mai che col conto che arriva mi cago addosso, biscotti anni ’80 che manco Fonzies se li mangerebbe, secchi come il culo di un cammello (morto e sepolto), e insomma ogni altro prodotto che io abbia incontrato sul mio cammino e che sia offerto in 3×2, 4+1, il primo a 9.99 il secondo a 0.1, ecc.

Ho sviluppato una visione periferica che fa invidia alle donne: individuo in un nanosecondo, su uno scaffale di duecento metri, il punto esatto in cui c’è il cartellino “prezzo più basso”: sono capace di togliere il bastone ad una vecchina che si avvia in quella direzione, di sciogliere il collare al cane di un cieco, di dare un pugno nel pancione di una donna in-cinta, se necessario ad avere l’ultimo “prezzo più basso”.

Compro persino gli assorbenti, se sono in offerta.

Me ne frego della mia allergia ai latticini, se la mozzarella ha un -40%.

Se ci sono offerte riservate ai titolari di carta, lascio il carrello in una corsia (legato però con un lucchetto, che i due euro si sa, te li fottono in un lampo, ho visto gente che si sentiva male, salire sull’ambulanza avvinghiata al carrello), salto i cancelli d’ingresso e mi fiondo al punto informazioni per sapere come ottenerla. Il punto è che me le perdo sempre, e credo di avere diciotto tessere Fidaty (Esselunga), quattrocento carte payback, e non so più quali altre, col risultato che non prendo mai un regalo manco a morire.

Ogni euro risparmiato, comunque, è un euro guadagnato, e non ho mai capito com’è che quando arrivo alla cassa la cassiera non mi porge, come mi aspetto sempre, una busta con dei soldi dentro.

Sono sempre io a dover cagare il grano. Mah.