Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.

 

Ricordo di un’amica inseparabile (separata)

 

Ogni tanto una reminiscenza mi pulsa nei pensieri.

È il ricordo di un’amica che è stata per me inseparabile per ventiquattro lunghi anni.

La moto.

Le moto, tutte, le due ruote, un mondo complicato e semplice, stupendo, ermetico, composto di gesti, di rituali che solo chi ne ha fatto parte può riconoscere. Come quando qualcuno ti supera e allunga una gamba fuori dalla pedana, oppure ti incrocia e stacca per un attimo le dita dalla frizione e le mette a V, o si ferma sotto un ponte mentre piove, non certo per interrompere il viaggio ma per indossare l’antipioggia, o ti avvisa con lampeggi strani se dietro una curva c’è una pattuglia e tu ci stai piombando addosso ben oltre i limiti di velocità, magari con la ruota anteriore che sfiora i rami bassi degli alberi.

Certi giorni la voglia di correre in moto mi ferisce.

Mi manca da morire la mia moto, venduta poco dopo che nacque la mia principessa: metti al mondo un figlio, e cominci a pensare più al futuro che al presente, i soldi paiono non bastare mai, e poi sulla sella la culla entra a fatica.

Certi giorni, anche come questo, uggioso, mi manca da morire il suo rombo cupo e borbottoso a riposo, ai minimi regimi di rotazione del motore; quello stesso rombo che si srotolava in un urlo selvaggio che squarciava l’aria, quando la lanciavo a fionda nelle pazze ripartenze da un semaforo o da un autogrill.

Mi manca anche sentire la mia schiena avvolta dal passeggero, le sue mani nelle tasche del mio giubbotto, o piantate nel serbatoio a contrastare un’improvvisa frenata, mi manca quel contatto intimamente ambiguo ma reso innocente dalla necessità delle leggi fisiche (e dalle tattiche da malandrino, nessuna donna può evitare di stampare i suoi seni sulla tua schiena se freni all’improvviso e senza ragione).

Mi mancano le sue vibrazioni, che mi entravano in ogni singolo centimetro di pelle, quando andavo forte e a ogni cambio di marcia avvertivo la spinta poderosa dei due cilindri premermi sui lombari attraverso la sella, e a ogni accelerata, a ogni frusta di cardano, stringevo un po’ di più tra le gambe il suo metallico e freddo serbatoio, come in un amplesso impetuoso, e come mi manca, certi giorni, abbassare la visiera, o rialzarla di un centimetro per far scorrere l’aria nel casco e non far appannare la visuale, e vedere il mondo sfocato sfrecciare confuso ai lati della mia visione periferica, un pastoso guazzabuglio di auto, tralicci, cavalcavia e righe di mezzeria che mi piombavano in fretta addosso, partendo nell’orizzonte di fronte, da lontano, per poi perdersi nell’orizzonte altrettanto lontano alle mie spalle.

Viaggiare in moto ti consente di avvederti di un particolare: non esiste solo l’orizzonte davanti a te, dove tutto è nuovo e sconosciuto e confuso insieme, dove tutto prende forma man mano che ti avvicini. C’è anche, altrettanto importante, un orizzonte alle tue spalle, quando viaggi, da cui ti allontani man mano che prosegui per la tua strada, una riga infinita dove tutto è già stato detto, tutto è già stato fatto, tutto è già stato vissuto.

E forse alla fine della vita che vivi, questo rimane, un orizzonte confuso dove tutto è confluito e tutto resta immobile e lontano, tutto si è amalgamato nel tuo indistinto passato, e puoi, se proprio vuoi, attingervi allungando lo sguardo mentale al retrovisore speciale che ognuno di noi porta dentro di sé, conficcato nel petto, quel pazzo retrovisore interiore che è la memoria del cuore.