Ci sono cieli di carta

Ci sono cieli di carta dove vivono le storie che leggiamo. Dove Oreste diventa indistinguibile da Amleto.

La clessidra perde granelli di attimi, io scorro lento solo se guardo avanti, nel retrovisore mentale che è la mia memoria gli anni sono compressi in un cucchiaino di passato. Concentrato. Posso diluirlo in mille ricordi ma è trascorso in un attimo. Un soffio un giorno, nei miei occhi tracce dei miei viaggi, lacrime cadute hanno scavato una rete di meridiani e paralleli, la mappa del mio mondo interiore è scritta in rilievo sul mio volto, scorro con un dito le mie rughe e vedo mio padre ancora con noi, i miei 4 anni in Africa, la sua casetta di legno, la mia casetta, mio fratello appeso a un pozzo e io che vorrei gridare e non ce la faccio, una ruga mia madre, il suo sorriso bianco accecante affogato nel suo viso nero, il suo accento straniero che non le è mai andato via, ha messo la bandiera nella sua voce, sento il tempo degli esami, i libri, il mio chiudere il mondo fuori, gli amici che mi chiamano per andare al mare ma io annego nel concetto di capitale sociale, solo una finzione.

Alzo gli occhi allo specchio e chi è quel giovane vecchio? Quanti respiri ancora? E se non trovo un senso a questo cielo che pare di carta? E se quando lo trovo scopro che non posso applicarlo ai giorni già vissuti?

E se le radici son nere, cosa andrò a guardare? Mi piacerà il mio nuovo corpo, se ancora ne avrò uno?

Persi, siamo persi in un universo sconfinato, eppure siamo capitati tutti qui vicinissimi, stretti, come nuvole in un temporale, penso a quanto potevamo essere distanti, avrei potuto atterrare su un pianeta di Andromeda, o fuori la via Lattea, e tu nascere in una delle M dimensioni, dove non ci sono stringhe nè bosoni, potevamo nascere dallo stesso fotone e farci cellule di antimateria, chissà come sarebbe stato il tempo, che orologi usa una farfalla.

Una nota scintilla nell’aria e pare di vederla, annuso la vibrazione di una corda di violino, un piano suona triste e un mazzo di fiori incendiano il camino.

La neve si scioglie come pianto.

Ondeggio e l’anima mi si inclina come l’asse terrestre. Il mio mondo ruota intorno ad essa eppure non la ho mai vista.

Posso solo sentire. Sentire che non può essere tutto qui. Sento troppo dentro e qualche volta esce dalla penna, qualche volta dalle lacrime, a volte scrivo con entrambe.

Sento dentro tutti i canti. Annuso il pesco sotto un cielo giapponese, affondo le mani nella terra dove sono nato, vivo e mi sento vivere.

Amo ogni singola emozione. Sono una rosa e ogni petalo mi è prezioso anche se ogni petalo prima o poi cadrà.

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L’ode e lode al separato in casa

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Questa è la lode e l’ode al separato in casa.

Il separato in casa non ha sesso, in un duplice senso (e sesso).

In primo luogo, il separato in casa non è solo uomo, ma anche donna, e non ha un gusto preciso sessuale, essendovi esemplari etero, homo, bisex, trilogisexy, persino tetralogie sessuali, maniaci orgiastici, missili interspaziali e interraziali, deuteronomi monopallici, panegirici inginocchiatici, ex baldracche in pensione anticipata e smutandoni senza distinzioni di sorta (e di sorca).

In secondo luogo, il separato (o separata, visto quanto detto supra) in casa non incasa, voglio dire non inzuppa, non infila la pistola nel fodero, non fa gnic-gnac nella bottigliella, insomma non tromba da tempo immemore. Quando parla alla sua compagnella o al suo compagnello di chat (inutile dire che, essendo separato/a in casa, egli tenta di rifarsi una vita, anche se a volte sorge il sospetto che più che una vita voglia solo farsi una tipa), il separato in casa lamenta sempre astinenza sessuale da tempo immemore. Il separato in casa dunque non ha sesso, anche se vive con Pamela Anderson e anche se costei è più allupata di Antonella Clerici dopo che ha mangiato un bignè a crema afrodisiaca, niente, non c’è verso, egli (o ella) insiste che con il suo consorte separato/a non tocca ferro (nè ferretto di reggiseno) da secoli. Secondo me i separati in casa girano col burqa per non indursi vicendevolmente in tentazione (amen). Probabilmente si vedono solo gli occhi e ogni tanto se si incontrano al buio gli prende anche uno schioppone, e subito alzano il burqa per farsi riconoscere altrimenti il consorte separato lo prende per un fanatico dell’isis venuto a compiere qualche atto sconsiderato.

Io mi chiedo quanti soldi devono fare Divani & Divani, Chateux d’ax e compagnia bella: non c’è un separato in casa che non dorma sul divano. Anche se qualcosa non torna. Dato che, come abbiamo detto, il separato in casa non ha sesso biologico, essendo tale categoria popolata da ambo i generi maschili e femminili e i diversamente ricchionili, dico, se la separata in casa dorme sul divano, e il separato in casa pure, per un fatto statistico ne consegue che devono esserci un sacco di coppie separate che dormono insieme sul divano. Oppure ne hanno, più probabilmente, due di divani, altrimenti scusate ma non capisco la logica di separarsi e andare entrambi a dormire sul divano.

Ma poi mi chiedo quanto sono grandi stè case che tengono sti separati in casa, io ho una casa bella grane ma nel cesso stiamo sempre tutti e quattro insieme, lo stesso dicasi per il letto. Se io volessi dormire da solo penso che dovrei affittarmi una caserma, forse ci riuscirei (ma dovrei usare mine antiuomo per impedire ai pupi di fiondarsi, in ogni caso, il che ora che lo scrivo inizia a sembrarmi una buona idea da attuare anche a casa mia, benchè sospetto che il padrone di casa potrebbe avere delle lievi rimostranze a fine contratto).

Il separato in casa suscita compassione, perchè solitamente è un genio che fa la vita da strunzo ma questo solo perchè il consorte o la consorte, a sentire il separato, è un mostro che gli tarpa le ali e gli impedisce di sviluppare appieno il suo genio. Il separato in casa niente niente è un Dostojevskij, una Federica Pellegrini o un Picasso mancato. Questo perchè il suo consorte è acido, stronzo, non gli regala mai niente, dimentica i compleanni, pensa solo al lavoro, o ai figli, o ai genitori, insomma pensa a tutti tranne che al separato. Che poi spesso il separato in casa è solo separando, nel senso che manco in casa si è già separato, ma egli vive un tempo elastico e quindi alla sua cumpagnella di chat anticipa gli eventi futuri come fossero passati ed ecco che quindi dice “sono separato in casa” ma dovrebbe e forse vorrebbe anche dire “mi separerò” ma siccome è sicuro che si separerà, non c’è bisogno di sottilizzare.

Il separato in casa ama la luce del cesso. Non mi spiego altrimenti il motivo per cui, pur essendo separato e dunque in teoria titolato et legittimato ad avere una nuova e più florida vita sessuale, si fa cionondimento solo selfie sulla tazza o davanti allo specchio che poi nel riflesso come minimo ti viene il bidet e non è molto bello, fatevelo dire.

Solitamente è in crisi da molto tempo, anche se nessuno dei suoi amici lo sa, indi per cui, essendo di indole generosa (vuole darsi e darla, solitamente, proprio al compagnello dic hat) nelle foto su Facebook non è possibile rinvenire alcuna traccia del suo dramma. Nelle foto sorride, spesso è con l’altro separato/a perchè fanno finta di stare insieme per non traumatizzare gli amici e, Dio ce ne scampi, i figli.

Ecco per il primo dell’anno, come ho già ampiamente spiegato in una diretta su Facebook, il mio augurio e il mio pensiero addolorato va a tutti i separati e separandi in casa d’Italia. Vi auguro che per un minuto il vostro ex compagno ormai separato o anche solo separando, possa accedere per sbaglio alla vostra cronologia di chat.

Perchè mi piacciono assai i botti di fine d’anno.

 

 

 

 

Presentazione de Lo specchio dell’angelo perso con Max Capozzi e Eleonora de Berardinis

Domenica 3 dicembre alle 11 realizzerò un mio sogno, che molti di voi già conoscono: entrare in una libreria seria (GIT Mondadori Bookstore di Via del Pellegrino 94 a Roma, nel caso di specie) e trovarvi un mio libro in bella mostra. Se ci sono blogger romani tra voi che volessero unirsi, per me sarebbe ovviamente un piacere immenso stringervi la mano e chiacchierare un poco, anche prima e dopo la presentazione. Ci saranno anche con me Max Capozzi (autore de “Romeo, Lucifero e Max”) ed Eleonora de Berardinis (autrice de “Destinazione Cuore”), due autori che stimo molto e che presenteranno i loro libri insieme a me.

Ho fantasticato su questo momento per anni, ed è davvero curioso come ora, arrivati quasi al dunque, a pochi giorni dalla sua realizzazione concreta, io mi ritrovi a desiderare più tempo, più tempo prima che si realizzi, mi piacerebbe inseguirlo ancora un poco ma con la certezza che arriverà. Quello che rende i miei sogni solitamente come dire, un poco “blandi” è la loro distanza siderale da ogni possibilità pratica d’applicazione. Non so, tra i miei sogni c’è di vincere un motomondiale di MotoGp, e penso che chiunque possa misurare anche a “spanne” che distanza vi sia tra questo mio sogno e la benchè minima chance di realizzazione. Ecco, questo sogno di entrare in libreria era altrettanto distante, ma adesso s’è avvicinato e quasi posso sfiorarlo e… non voglio! E’ davvero curioso. Forse il gusto sta tutto nella ricerca, negli sforzi, nel tendere ad sidera, alle stelle, forse per questo si chiamano de-sideri, chi lo sà.

Gli è che domenica, quella distanza siderale sarà azzerata e toccherò con mano uno dei pochissimi sogni autentici che ho realizzato. Di giorni così nella mia vita ce ne sono stati una manciata, davvero appena una manciata.

Ed è incredibile la quantità di felicità che un sogno quasi realizzato riesce a dare, prima ancora di farsi afferrare.

Vi aspetto tutti e vi abbraccio, sia quelli che riusciranno ad esserci, sia tutti coloro che vorrebbero ma non possono!

AvvoFelix

Link evento Facebook: https://www.facebook.com/events/384641061966736/?ti=cl

Vi ribloggo un post che ho scritto su Creandoutopie, una fantastica iniziativa di collaborazione tra bloggers di cui sono onorato di far parte!

Ogni giorno spunta una nuova denuncia di molestie. La speranza di ognuno, immagino, sia di trovarsi di fronte a una nuova rivoluzione che porti, con la lentezza tipica delle rivoluzioni serie, a una consapevolezza e a un miglioramento delle condizioni di vita delle donne in generale. Quello che più mi ha colpito di questa rivoluzione, […]

via Molestie moleste — CREANDOUTOPIE

Lo specchio dell’angelo perso

 

 

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Amici wor-depressi, ci siamo! Dopo sei anni, riesco finalmente a vedere un mio libro in…libreria, lì dove del resto si suppone (se la supposta è giusta) che i libri stiano, prima che qualcuno li tolga da dove sono, per portarli dove saranno.

“Lo specchio dell’angelo perso” è il terzo volume della saga “Storia di uno strano”. Come gli altri, si tratta di un volume/romanzo autoconclusivo, quindi leggibile anche da chi non abbia letto i precedenti. Di seguito qualche parola sulla trama:


La protagonista, Vittoria, è un’eremita dotata di un talento speciale che nessuno, al di fuori di sua nonna, capisce, neppure lei stessa. Qualcosa c’è nei suoi quadri, che sembra chiamarla.

Quanto vi sia di reale e quanto di inventato, lo scoprirà dopo un viaggio profondissimo in cui le toccherà scendere in luoghi di sè che ha sempre ignorato, come tutti coloro che le ruotano intorno: un padre intermittente, una madre ossessionata dalle regole, un fratello violento e primitivo, due amici senegalesi che condividono il suo eremitaggio su un’isola a largo di Dakar che pare disegnata sulle sue ossessioni. Mentre tratteggia paesaggi umani con voce pacata e riflessiva, infatti, Vittoria è dominata dalla paura che la sua riservatezza venga violata.

Per affermare il suo talento lotterà contro la madre, ossessionata dal controllo, ma sempre sull’orlo di perderlo, subendo gli impietosi paragoni con i capolavori del fratello, scoprendo di avere un grave difetto alla vista che però non si svela, dacché Vittoria è convinta, come ognuno di noi, che la sua visione del mondo sia quella giusta, quella degli altri errata. E viceversa.

Nessuno comprende i suoi quadri perché nessuno vede il mondo come lei lo vede.

Sullo sfondo delle sue vicende, si intrecciano le voci di Alice e Il Cappellaio Matto, due persone non-persone, che si incontrano di continuo in chat in una bolla atemporale, confessandosi tutto “con somma indifferenza, perché è l’unico sentimento che si può davvero provare per uno sconosciuto”. Tra i due nasce una storia d’amore all’apparenza intensa, fatta di poesie, di gelosie, di piccoli mezzucci (il profilo falso, le trappole), di sesso virtuale che si consuma alla velocità del web. In questo non-spazio atemporale, una brusca rottura determinerà la decisione di incontrarsi “nella realtà”.

Il viaggio di Vittoria è un viaggio d’attesa, placido, ma ben presto nei suoi quadri irrompe un veliero che si avvicina sempre più. Un viaggio di ricerca in un mondo che ha perduto tutto ciò che è altro. E forse, quello che troverà Vittoria quando sarà quasi a casa, non sarà se stessa, ma tutto il resto che aveva perduto.


Ringrazio Valentina Gallo perché lei mi ha trovato un editore, peraltro con caparbietà, non arrendendosi alle difficoltà che comunque ha incontrato prima di ottenere l’attenzione necessaria per presentare il mio romanzo all’editore, Efesto. Un grazie anche a Alfredo Catalfo, titolare della società che edita il libro, per aver creduto in questo progetto che è agli inizi!

Per ora si trova già disponibile presso la libreria Efesto in via Segre 11 a Roma, ma è ordinabile in qualsiasi libreria d’Italia (Feltrinelli comprese)! Più in là vi segnalerò le librerie in cui lo potete trovare già sugli scaffali senza neppure quindi necessità di ordinarlo.

Per gli amanti del web, è ordinabile da subito su Feltrinelli.it e IBS a un prezzo speciale:

https://www.ibs.it/specchio-dell-angelo-perso-storia-libro-massimo-della-penna/e/9788894855395?inventoryId=88615846

http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-penna/specchio-angelo-perso-storia-uno/9788894855395

Nei prossimi giorni dovrebbe essere disponibile anche su Amazon (sempre a prezzo scontato per il lancio) al seguente link:

http://amzn.eu/6d1kWHM

Enjoy my friends!

 

 

Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

Buonagiornata un cazzo

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Stamattina ho fatto il culo a Pino il Portier(in)o.

Mi ero svegliato già con la luna mezza nera e mezza storta.

Ho rovesciato il caffè sulla tutina del pupo, profumata di Coccolino, fumante di stiratura. La madre era fuori dal radar visivo (che comprende, oltre la visione diretta che anche ogni uomo possiede, anche una visione laterale che Terminator LEVETE proprio, nonché visione stile carambola: casa mia è fottutamente piena di specchi, e lei mi fotte di sponda, tipo quando penso di essere solo in cucina e mi fiondo sulla bottiglia e poco prima che le labbra si dissetino parte il UEEEEEEEEEE). Ho fatto la solita parentesi esagerata (già).

Vista la recente lavastiratura, il delitto e il castigo conseguente erano di livelli da cronaca nera. Ho provato a smacchiare la macchia con acqua e olio di gomito, ma probabilmente l’olio l’ha macchiato ancora di più. Sentivo i passi avvicinarsi e ho cominciato a strofinare tanto forte da aprire un buco nella tutina. A quel punto non mi rimaneva altra soluzione che chiudere il pupo nella lavatrice, o magari fingere un rigurgito e cambiargli il vestiario. Siccome l’oblò non si apriva (quando finisce la lavatrice, a me non si apre mai, boh, quanto si deve aspettare?), ho optato per la seconda soluzione.

Ma il feldmaresciallo ha ispezionato la tutina che io provvidamente avevo lanciato nel cesto dei panni con un canestro da 3 punti, manco fosse stata una barra di uranio impoverito (del resto, a casa mia, l’uranio arricchito non potrebbe mai esserci, neppure in una metafora). Ha detto “Ma com’è che puzza di caffè? Avvo, la smetti di dare caffeina a un bimbo di 11 mesi?”

“Bimbo? Abbiamo un bimbo?”

“Idiota”

“No, perché davvero, io me lo chiedo, tu dici che è un bimbo? A me pare un motore d’aereo”

“Smettila”

E ride: battaglia vinta.

Vado in bagno fischiettando, ma il fischio se n’è infischiato del rischio: ho finito le ricariche del Gilette Mach 4 (che mi costano più di un’epilazione laser), e mi son squartato la gola con un vecchio bilama che Stephen King ci avrebbe scritto tre romanzi.

Scendo e….PORCAPUTTANAEVA, m’han ciulato la vespa!

Busso come un ossesso alla porta di Pino il Portiere, il campanello non funziona e prendo a pugni lo stipite.

“Pinoooooo, Pinooooooo, cazzooooo, la vespa, Pino, la vespa, Pinoooo”

Lui esce con gli occhi gonfi di sonno.

“Dottò che è stato, si calmi..”

“Nooo che non mi calmo, cazzo, non sono dottore, che cazzo ne sai tu di due anni passati tra udienze aliene, a lavorare su prospetti col pensiero fisso al cazzo di esame che per tre giorni sveglia alle 5 per scrivere di quel cazzo di Caio che schiatta a Pechino e lascia una moglie a Dublino e tre figli ad Urbino con immobili a Portofino e lascia due testamenti senza data nel comodino, eh? Cazzo ne sai di…”

“Dottò non urli, stia a sentir…”

“Urlo quando e quanto cazzo mi pare, non sai chi sono io, io ti rovino, la vespa, m’han fottuto, e tu, tu, tuuuuuuuuu dove caaaazzo staaaaavi? Io ti pago per non fare un caaaaaazzzoo, manco le scale ti chiedo di pulire, manco la posta, che c’è il postino, Pino, tu, che cazzo fai? L’unica cazzo di cosa del cazzo che ti si chiede di fare è stare qui a non fare un caaaazzzooo ma solo guardare che nessuno si fotta un cazzo di vespa del caaazzo, e che caaaaaaaazzzoo”

“Dottò, ha finito?”

“Sì…”

“Lei iersera è tornato ubriaco, cantava l’uomo tigre ma non sapeva le parole”

“E che me ne fotte, che fai spii?”

“Dottò, lei iersera è tornato in taxi, lo scooter l’avrà lasciato chissà dove…”

“Ah già! che sbadato…beh, buona giornata”

“Dottò….buonagiornata un cazzo!”

Mumble Mumble

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Ieri nel parco Valentino vagabondavo nella mia mente, quando si è formata una slavina (nella mente, non nel parco) che ha travolto i pensieri.

Ho avvertito un terremoto interiore così potente che ho guardato il lampadario mentale e messo due bottiglie capovolte per terra, a mo’ di sismografo.

Lo sciatore fuori pista responsabile della sciagura era un pensiero al pianto (participio passato o sostantivizzazione del verbo piangere, non maschile di pianta) dell’altro giorno di Marilenza (una collega senza panza, di Monza, una bella ganza).

Tale pensiero mi ha inevitabilmente portato alla mente Trisha (una collega liscia come una biscia) e la sua confederazione di stati emotivi confusionali, di cui spesso mi trovavo ad essere involontariamente corte suprema e avvocato difensore insieme (con mio grande disappunto, bisogna dirlo, in quanto la regola dell’amico non soffre eccezione alcuna, e serve solo a sporcare le camicie di rimmel che manco ve lo sto a dire le bestemmie in Filippica in Do maggiore che mi buttava addosso Filippa, la filippina di casa mia).

Cavalcando la slavina come un surfista pazzo (molto pazzo, visto che i surfisti non-pazzi di solito cavalcano onde, non slavine), mi sono fiondato a 100kmh su un altro pensiero duro come un muro (e stupido come un mulo, volendo, e volando): negli studi legali d’affari il ritmo di sostituzione degli avvocati è secondo solo al ritmo di sostituzione di pneumatici al pit stop della Ferrari.

Almeno così era fino all’epoca passata (quella avanti crisi; se nessuno ve lo ha ancora detto, ve lo dico io, la storia non si divide più in a.C. e d.C., ma a.c. e d.c.).

Nell’era d.c. (nulla a che vedere con la democrazia cristiana né musulmana, intendo “dopo crisi”) in realtà c’è solo un ritmo elevato di eliminazione (in diminuzione, vivaDio), non seguita da sostituzione.

Forse è per questo che noi abbiamo ingiustamente fama di essere stronzi.

La verità, ci conosciamo tutti da troppo poco tempo.

E quando conosci da poco una persona, in genere non è che gli affidi la tua carriera, o le tue confidenze. Sei diffidente, e tutto sommato se puoi infilare una cassetta nel suo Lato B gliela infili senza pensarci due volte sopra, né sotto, né a destra né a manca (si, insomma, te ne strafotti alla gigante).

Forse è anche per questo che il tatto è bandito (participio passato di bandire, non sostantivo, anche se il sostantivo potrebbe pure starci, visto la sua demonizzazione, se intendete quello che intendo; scusate le continue precisazioni, ma si sa, gli avvocati son pi-gnoMi).

Mai visto due avvocati d’affari abbracciarsi, o prendersi le mani, o accarezzarsi i capelli, o che so io.

Il massimo dell’intimità tattile concessa è la stretta di mano. Decisa, forte, non troppo lunga, come da copione.

Forse è per questo che l’altro giorno, quando Marilenza mi ha chiesto di accompagnarla in stazione, non mi sarebbe mai saltato in testa di pensare che nel salutarmi, alla testa del binario, mi avrebbe abbracciato.

Mumble.

Mumble mumble.

Scrivere è come vivere due volte

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Io amo la vita.

E amo le persone, che ne sono una delle più alte e complesse espressioni.

Le mie esperienze non sempre facili, la mia adolescenza trascorsa a osservare le lacrime nascoste di mia madre, e tutto il dolore di cui sono stato testimone tra amici e parenti vari, mi ha portato ad amare soprattutto le persone dalla vita incompleta, che lottano per quadrare i cerchi, che cadono e si rialzano e talvolta han tanto male che preferiscono strisciare per un po’, le persone sole, quelle con figli problematici, le persone che non sono riuscite a realizzarsi nel lavoro ma si alzano ogni mattina con la grinta per cercarlo ancora e ancora e ancora, le donne abbandonate, maltrattate, tradite o ignorate da chi vive loro accanto senza avere mai sfiorato i loro lati più veri, anche quelli un poco oscuri, le persone bizzarre, quelle che hanno paura anche di salutarmi perché nella loro vita hanno imparato a chiedere permesso e non alzare la voce mai, le persone silenziose, quelle che sognano in continuazione e si fanno in quattro per i sogni altrui, non avendo la possibilità di alimentare i propri.

E scrivere ha questo grande pregio per me: mi lascia a contatto intimo con le persone che io amo, anche dopo che sono andate via.

Nella scrittura io vivo due volte le loro vite, e dopo di me le vivranno anche dei perfetti sconosciuti che non sapranno nulla di me, ma tutto delle persone che ho amato.

Buona domenica belle persone!

Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.