Come un fiore di ciliegio

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Sei fiorita nella mia vita come un fiore di ciliegio, cadendo da rami troppo alti per le mie mani di bambino. Mando indietro il nastro, e sento il tuo sorriso, la tua voce, la tua cadenza straniera, quel tuo modo sbilenco di pronunciare la G dolce, il tuo raddoppiare certe consonanti omettendone altre.

Guardo la strada, la strada che ho davanti e sento il tuo sguardo. Lo sento tra le fronde degli alberi, passa insieme ai roridi raggi di sole del primo autunno. Tutto passa, anche questa stagione. Ma perché i fiori più belli devono avere vita così breve? Il ritorno, il ritorno ossessivo di tutto, i cicli, che tentano di dirci? Le onde, i sogni, i giorni, impariamo ad andare in bici, poi lo scordiamo finché lo insegniamo a chi viene dopo.

E sorridere certi giorni è come indossare un trucco pesante, una crema antirughe. Copre i solchi fuori, ma non risponde alle domande che bruciano dentro. Perché?

Sei ancora qui?

Puoi ancora vedermi?

Perché il confine che ci separa è così invisibile?

Sento la tua voce, quel modo morbido di pronunciare il mio nome che avevi solo tu. E ogni tanto mi giro e mi pare di vederti ma non ci sei. In tutti i momenti importanti, tu ci sei stata, dalla laurea in poi, così come nei momenti down.

Guardo il fiume che scorre e mi chiedo se davvero non sia possibile bagnarsi due volte nelle stesse acque.

Forse quando sarò dall’altra sponda di quel fiume che per un breve tratto attraversammo insieme, forse sull’altra sponda, oltre l’erba, c’è la risposta a tutti i miei perché.

Ti amo ancora come venti anni fa. Non è cambiato niente, mamma. Niente. Solo fogli di calendario caduti a terra. Ma non è cambiato niente, nel calendario che ho dentro di me. In quel calendario tu sei ancora qui. Sei solo nella stanza accanto e anche se non ti vedo, dormi serena. E prima o poi arriverà il momento di aprire quella porta.

Non è cambiato niente. Come un fiore di ciliegio, hai solo cambiato colori.

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La mia Africa, ancora la mia Africa

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Il sangue scorre palpitante, sospinto dal battito del cuore, incanalato a forza dai vasi sanguigni in percorsi ramificati e prestabiliti.

Eppure sento forte il suo richiamo.

Sento che il magma carminio, con il suo premere alle pareti delle vene, mi indica una via al di là di questa lingua di mare che mi separa dal Continente dove si dice sia nata l’umanità.

Il mal d’Africa è reale quanto tutto quello in cui credi. E in tutto quel che ti dico.

Avevamo una casa, laggiù in Africa.

Era una casa da ricchi, per i più poveri del mondo.

C’era l’acqua.

Non era un dettaglio.

C’era l’acqua, anche se per berla dovevamo bollirla. Saliva da un pozzo nelle cui profondità non potevi mai sapere quali animali allignassero.

La Natura regnava sovrana in periferia, lontani dal caos impazzito d’un centro città che era incredibilmente ingolfato di palazzoni, fontane spente e traffico inconcepibile, dove carri bestiame, autobus,  camion merci e auto d’ogni foggia ed epoca si accalcavano insieme a migliaia di pedoni, contemporaneamente, senza alcuna regola che non fosse la legge del più forte; file interminabili e scomposte come filari di zolle arate da un contadino follemente ubriaco alla guida d’un aratro sgangherato.

Avevamo una casa, laggiù in Africa, ma sembrava più un mucchio di mattoni tollerati a stento da Madre Natura.

Gli animali entravano in continuazione. Serpenti. L’Agama Agama (lucertole di notevoli colori e dimensioni), scarafaggi, e formiche, formiche, formiche, Dio se l’Africa è piena di formiche invadenti, feroci, enormi, battaglioni sterminati.

Ho vissuto abbastanza a lungo insieme agli ultimi della Terra per sentire nel profondo di essere uno di loro.

Sono stato avvolto dall’ombra salvifica del baobab, quando la terra bolle di sale e sole e tutto intorno è polvere e ciuffi d’erba bruciati e detriti e viscere d’animali sventrati per strada, carcasse d’uomini lasciati ai bordi degli sterrati a gonfiarsi sotto il sole, i rami che vi oscillano sopra come se Madre Natura volesse piangere e cullare ancora un po’ i suoi figli caduti prima di lasciarli andare altrove, il fetore di latrine e fogne che scorrono all’aperto finché il cielo non ne asciuga gli scempi, le città galleggianti, baraccopoli in equilibrio archimedeo su acquitrigni insalubri e infestati da zanzare.

Ho visto donne girare con i seni scoperti cadenti e privi di ogni attrattiva, sacche rinsecchite dalla fame dove un tempo sgorgava la vita lattea.

Ho visto mia madre acquistare, al “mercato”, del pesce esposto su stuoie di liso cotone, adagiate – nel caldo rovente – su un manto di dura terra dalle cui crepe emergevano formiche, formiche, formiche e ancora formiche.

Ho sentito il puzzo marcio di quello stesso pesce andato rancido nel giro di poche ore nella ghiacciaia, e ho osservato sgomento il nostro custode ripescarlo dal bidone dell’immondizia, chiedere prima il permesso a mia madre, poi, imbaldanzito dal disgustato cenno d’assenso ottenuto, spolverarlo con le sue mani, affumicarlo bruciando dei legnetti raccolti nella brulla campagna antistante, e quindi cederlo a passanti locali non sempre per soldi.

Ho aspettato per ore che mio padre rientrasse, seduto su un copertone appeso a due funi di corda, oscillando nel tramonto africano, che pare il ritratto della giovinezza: effimera, esplosiva, carica di sensuali tinte pastello e altamente contagiosa, spandendosi facilmente su nuvole, mare, terra, colline, montagne, laghi, fossati, vetrate e cemento.

Ho imparato a contare usando le dita dei piedi, perché molti dei miei fratelli non avevano più quelle delle mani. Facile perderle, quando infili le mani in tagliole per animali.

Sono stato strappato milioni di volte dalla mano forte di mio padre, travolto dalla furia delle onde dell’Oceano Atlantico, che porta il nome del dio del mondo. Nel Golfo di Guinea ho quasi raggiunto il centro geografico preciso di questa vecchia Terra.

Ho dondolato i miei piedi di bimbo sulle sponde del Niger che i locali chiamavano Kworra, abbarbicato su un ramo inclinato.

Ho visto bimbi bussare alla mia porta e chiedere una sola elemosina: water, madame, water, please, madame.

Ho visto una donna percorrere dieci kilometri a piedi, con quattro bimbi al seguito, di cui uno infante al punto da dover esser portato in braccio, solo per implorare mia madre affinché suo marito non venisse confermato nel licenziamento intimato quello stesso giorno dal capo di mio padre. Il suo viaggio non fu vano: mia madre quando si imponeva, era implacabile.

Avevamo una casa, laggiù in Africa.

Ci ho lasciato un pezzo di cuore, anche se non ricordo più nemmeno l’indirizzo.

Avevamo una casa, e un custode africano, laggiù in Africa.

Seth, si chiamava, ed era proprio custode di noi, non della casa; i bianchi non erano molto ben visti in piena apartheid; ci ha letteralmente salvato la vita più di una volta.

Come quella notte in cui un serpente delle dimensioni di un coccodrillo adulto entrò in casa e lui lo infilzò con una lancia, una foto ingiallita dopo tutti questi anni ancora a testimoniare il lieto fine.

Quando andammo via era ritto contro il vento che gli sferzava i lineamenti duri e striati di fatica, bello, semplice e disadorno come un albero, privo di tutto salvo la sua pellaccia dura che lo ricopriva come una corteccia.

Prima di lasciarlo mia madre gli insegnò a scrivere e a creare sfoglie di pasta con acqua, farina (rarissima) e uova.

Seth perse il lavoro quando andammo via, ma riuscì a inventarsene uno nuovo.

Fino a qualche anno fa, scriveva ancora a mia madre, ringraziandola, insieme al suo dio, per averci incontrato. Sosteneva di esser stato salvato da mia madre, nel suo stentato inglese e nell’ancora più stentata grafia, zoppicante come quella di chiunque abbia imparato davvero tardi l’arte della scrittura.

Che strano come, nella vita, a volte, alcune persone si salvino salvando gli altri.

Io prima o poi mi salvo. E ci torno. A mantenere un giuramento pronunciato.

Alunno del cuore

Bloccato in camera.

Mi bastava stare sulla cima dell’armadio a leggere.

Mi arrampicavo fin lassù. Non ho mai capito perchè.

Sollevavo il velo su mondi lontani, perduti, assonanze e risonanze d’umane vicende e miserie con la mia condizione.

Non è sempre stata dura.

C’erano i mesi buoni. Quando mia madre preparava le paghe per le sue operaie e metteva i soldi sul suo letto, in mazzetti divisi. Io planavo come un calabrone e pescavo 10.000 lire qui e là. E lei rideva. Dio, quanto rideva, quando poteva permettersi il lusso di lasciarmi prendere qualche banconota. E fingeva di implorarmi, smettila, smettila, dammi quei soldi. E che sottile piacere, il mio, avere quel tesoro tra le mani. Ancora oggi, quando siamo malinconici, a me e mia madre piace ricordare quelle volte, su quel letto, quelle mie piccole gioie infinite. Restavo euforico per settimane, e non riuscivo a decidermi su cosa farne di quei soldi. Il più delle volte tornavano i momenti bui, quando i committenti non pagavano, in cui lei, con la vergogna dipinta sul volto, mi chiedeva se per caso mi fosse rimasto qualcosa. Non mi chiedeva mai di restituirle il denaro, non ce n’era bisogno. Capivo al volo e le consegnavo il mio tesoro, per lo più intatto. Non era generosità la mia, ma incapacità di concepire bisogni esterni ai miei libri, che prendevo alla biblioteca e consegnavo con mesi se non anni di ritardo. Mia zia era addetta al servizio prestiti, una miniera d’oro per me. Avevo davvero tutto. Alberi da cui mangiare frutti ancora vivi. Non si può capire il sapore di un frutto ancora attaccato al suo ramo, se non lo si è provato mai. Il fresco bruciore, d’inverno, dell’unghia che affonda nella buccia d’arancia, le fibre che rimangono incollate, in mezzo ai grani di terra bruni.

Quanti sogni appesi a quei rami, dove mi arrampicavo, con i miei due amici, unici vicini in quella sorta di comunità pseudorurale dove vivevo, dove il latte te lo consegnavano al mattino in bottiglie di vetro col tappo di stoffa.

Ricordo ancora la pagina di un giornale erotico; la nascosi sotto dei rami, dentro una capanna che avevo improvvisato con due lamiere di ferro pescate dalla discarica abusiva poco distante. E una cassa di legno che aveva spedito mio padre, che spesso si faceva precedere nei suoi rientri da materiale inutile, cianfrusaglia raccattata in improbabili bazar ai confini del mondo.

La semplicità delle attività in cui mi cimentavo non ne ha mai sminuito la profondità di radicazione dentro di me. Girare in elicottero sul Grand Canyon è stato un lusso tardo che mi son consentito e che ha lasciato indubbiamente ricordi esaltanti, ma è stato niente in confronto alla torsione dell’anima che mi assale quando penso a quel vento, a quelle fronde degli alberi che filtravano i raggi del sole, partiti lontani dallo spazio profondo dove l’astro che ci dona la vita sonnecchia in sbuffi di luce, quei rami e quelle foglie che come dei prismi viventi, filtrando la luce, creavano sul pavimento sbrecciato di camera mia un tremulo bagliore, come onde di luna riflesse sulla spuma del mare che non ne vogliono sapere di stare ferme. Se chiudo gli occhi vedo la condensa ammassarsi sui vetri della cucina, una nebbia sugli occhi del mondo, la sento scendere in zig-zag di gocce indolenti, posso ancora sentire netto l’odore delle bucce d’arancia e di limone del nostro giardino messe a essiccare sulla stufa di ghisa, e se prendo la lana del maglione e l’avvicino al mio naso, posso inspirare ancora quell’inconfondibile fragranza che per me sarà sempre l’odore dell’inverno: il legno bruciato, il filo di fumo che danza sulle cime dei comignoli, sui tetti delle case, e sale su, verso il cielo, questo panno di velluto puntuto di lacrime blu.

Mi assale spesso la nostalgia di quei giorni, quando niente, neppure un coltello affilato passato sul braccio, o un accendino infuocato premuto sul dorso di una mano, riusciva a scalfirmi, sorretto dalla rabbia e l’orgoglio di essere diventato un po’ uomo prima ancora di esser mai stato bambino, mia madre che mi prendeva il viso tra le mani sottili come fusi e con le lacrime agli occhi mi chiedeva perdono per non avermi potuto dare di più, io che le dicevo che lei mi aveva dato anche quel che non aveva, e lei che replicava sempre, ancora oggi, che ha fatto solo il suo dovere di madre. Mi manca anche quella pioggia larga, che scendeva giù a secchiate dal cielo plumbeo dove cumuli di nembi si gonfiavano come panna spruzzata da una bombola spray sotto massima pressione, quando giocavo, appena tornata la quiete, a tirare strattoni ai fili spogli del bucato per far cadere di botto tutte le gocce giù.

Forse esiste un angolo di mondo, o di tempo, in cui poter tornare indietro, e rivivere tutto, se io troverò mai quell’angolo, è lì che voglio tornare, sotto quelle fronde odorose, sotto il ginepro in primavera, tra quei rami, quelle corde di bucato, quei grani di terra sotto le mani, quelle barchette di foglie.

E se di posto e di tempo ne posso scegliere uno solo, allora sceglierò uno di quei giorni in cui mamma mi teneva il volto giusto in mezzo alle sue affusolate mani, tappandomi le orecchie e ovattando tutto il mondo intorno a me.

Quei giorni quando quegli occhi dicevano ho attraversato l’inferno, figlio mio, e lo rifarò altre mille volte per te.

Auguri Mamma

Oggi abbiamo festeggiato insieme il compleanno di mia madre, quella che mi ha messo al mondo, come non succedeva da un decennio.

E mi pareva ora di dedicare pure a lei quattro parole su questo spazio che da tempo non è più mio di quanto sia vostro, dopo aver abbondantemente parlato dell’altra donna che considero ugualmente mamma.

Mia madre è una quercia.

Ha danzato sull’orlo di mille inferni col sorriso sulle labbra.

Ha affrontato l’abbandono di un marito, una tempesta economica e giudiziaria, la ditta annegata nei debiti, sciacalli che taglieggiavano la disperazione, ufficiali giudiziari, il pregiudizio di chi condanna sempre la donna nel fallimento d’un matrimonio, il paese che mormora, una donna di colore in casa, figuriamoci.

Ha affrontato la miseria intabarrata nei suoi cenci, nel suo cappotto che campeggia in mille foto perché negli anni non lo ha cambiato mai, l’ho vista girare nelle corsie del supermercato con una calcolatrice in mano, per non superare i denari stipati nel borsellino, contati uno ad uno, sono andato di persona un milione di volte dai vicini a chiedere il prezzemolo, o il basilico, o il sale, l’ho vista incollare i suoi occhiali con del nastro adesivo e accostare il battiscopa al muro, e centellinare la legna da ardere a termosifoni spenti, le sue mani mai ferme, mai ferme.

L’ho vista innumerevoli volte gettarmi le braccia al collo col sorriso stampato a forza, dopo quattordici ore di lavoro massacrante, senza mai un lamento.

Mi confessò, un giorno, che tante volte, prima di fermare l’auto davanti la porticina di casa, si era fermata sul ciglio della strada a piangere, per poi asciugarsi il volto, quel volto che amo più di quel che vedo riflesso ogni mattina, rassettarsi i capelli scarmigliati, e solo allora, riacquistata l’apparenza della serenità, era rientrata milioni di volte dalle sue quattro bocche da sfamare con la gioia tatuata sulla disperazione.

Sola, come un fiore nel Sahara, i genitori lontani, in Colombia.

Quante ore ho trascorso appeso al davanzale, su quella statale, dove transitavano milioni di auto, nessuna delle quali portava mia madre, quante ore a implorare Dio che la facesse tornare per una volta prima del crepuscolo, a sognare di vedere una di quelle auto mettere la freccia e fermarsi davanti casa.

Quante volte, al sabato mattina, mi stendevo tra i sedili posteriori della sua auto, e lei fingeva di non vedermi e mi fissava dal retrovisore e sorrideva e diceva ad alta voce “Chissà dov’è G., non l’ho visto, non mi ha salutata” e a quel punto, quando eravamo già lontani da casa ed ero sicuro di averla spuntata, saltavo su come un pupazzo a molla “tadààà”, e lei rideva, rideva, Dio come rideva, anche se stava andando ad affrontare problemi e fatica e sudore, lo faceva sembrare così vero lo stupore, che io mi sentivo un genio del male, ed ero così felice di stare attaccato alle sue gonne mentre ordinava, col cipiglio di un nocchiere, a destra e manca. Se mia madre avesse abitato il Paradiso prima del Tempo, Lucifero sarebbe ancora un angelo, mia madre l’avrebbe di sicuro messo in riga.

Quello scantinato dove per tanti anni ha avuto la sede la sua piccola ditta, che ha dato il pane alla nostra famiglia, ogni tanto mi manca un po’, certi sabati, quando vorrei ancora esser piccino piccino e intrufolarmi tra i sedili della sua scalcinata Citroen, e vorrei vederla che mi fissa nello specchietto e fa finta di non avermi visto. Se potessi, domani che prende quel treno, mi infilerei nella sua valigia e salterei su all’altezza di Firenze.

Lei mi ha insegnato tanto, ma l’eredità morale più importante è la capacità di stupirmi e gioire delle piccolezze, delle piccolissime cose della vita, di una formichina che ti sale sul braccio, di una foglia che cade e volteggia, di un abbraccio stretto sulle scapole, di un gesto di fiducia da una perfetta sconosciuta, del sorriso di mia figlia, dei suoi capelli biondi, fili d’angelo che rigiro istupidito tra le mie dita, di tutto, di tutto, di niente.

Mi ha insegnato a fatti, non con astruse teorie, che la felicità è uno stato dell’animo, non della materia, e con quest’ultima ha poco o nulla a che fare.

Mi ha insegnato che ciò che ci stupisce, è ciò che resta del tempo che trascorre. Tutto ciò che sopravvive al tempo, anche se piccino piccino, è enorme.

L’abbraccio di Jane Eyre a Rochester, quell’uomo deturpe, tutt’altro che appetibile, quell’abbraccio commuove. L’amplesso di Ferminia Daza e Florentino Ariza sarebbe triste, osceno quasi, alla loro età, senza alcuna attrattiva letteraria né fisica né mentale, se non avessimo sofferto con loro, se non avessimo osservato, incantati, loro due scambiarsi bigliettini segreti nel muro, telegrammi rubati, vita che stilla dall’orlo degli anni a fiumi e travolge tutto, ma alla foce del tempo, eccoli ancora lì, Ferminia e Florentino, che si reincontrano, e in quell’amplesso si concentra una vita di desideri e sogni e baci rubati.

E io credo che sia il tempo a rendere magici certi tratti di vita.

Al tempo che è trascorso, agli inferni sui cui orli Jane e Ferminia hano danzato, prima di quell’abbraccio e quell’amplesso, è al tempo che trascorre e lascia tracce di sè, che io penso, quando sento la forza irresistibile di piccoli gesti ed eventi della vita che mi spalancano la mascella in una perfetta O di stupore.

Amo la vita.

E l’amo perché amo mia madre.

Che è sopravvissuta a tanto tempo, a tante piccole tragedie, e non ha perso mai il suo sorriso.

Come quando le abbiamo dato, oggi, un libricino di poesie di Ada Negri, del 1869, che cercava da una vita, da quarant’anni, da quando mio padre lo regalò a chissà chi sottraendolo alle pupille avide di mia madre che, di quella perdita, si è lamentata per anni.

Auguri, mamma, a te che mi hai insegnato a guardare la vita dall’altro lato del cannocchiale. A te, che nessuno può capirti, se non chiude l’orizzonte tra due zolle e si fa formichina.

Le mie parole sono indegne di te, e allora ne scelgo altre, di chi è scrittore veramente, non un sognatore come me, uno vero, Verga, lo scrittore degli scrittori, eccole, le parole che sembri avere vergato tu con la punta del tuo piccolo, grande cuore:

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà.

Mamma dove sei?

Dove sei, mamma?

Da quando sei andata altrove, il mondo qui è impazzito.

Oh mamma, come vorrei che stasera, dopo che ho messo a letto la mia bambina, venissi tu a rimboccarmi le coperte.

Quanto mi mancano le tue lunghe mani, certe sere, certi giorni di lutto internazionale.

Tu che non abbracciavi la nostra religione ed eri di colore, e non avresti torto mai un capello a una mosca e di sicuro non ti saresti mai identificata con nessun estremismo.

Mi hai lasciato un mondo che cambia ad una velocità tale per cui non ho idea di come lo lascerò a mia figlia.

L’odio e l’efferatezza di una parte di mondo mi fa rinchiudere in me stesso come un riccio, e stasera, dopo aver sentito mille notiziari di morte, vorrei sentire solo la mia schiena racchiusa dal tuo abbraccio, supino come un cucciolo, come un feto in una sacca amniotica, vorrei solo dormire certe sere, come questa sera, e sentire i tuoi passi che si allontanano per la milionesima volta dal mio lettino, chiamarti nel buio, dirti ho paura, mi canti un’altra ninna nanna, vieni qui per favore, torna qui, non ti allontanare lungo quel corridoio, inverti i tuoi passi, fammi sentire che non ti allontani, ti avvicini.

Vorrei che mi insegnassi ancora qualcosa, mamma, come reagire dinanzi alle stragi, come comportarmi da uomo, che esempio dare a mia figlia, come raddrizzare le mie spalle e urlare a questa gente che avranno anche ucciso centinaia di persone, ma la loro è ben misera opera. Dio ci manda tutti al Creatore. I nostri amici francesi sarebbero prima o poi morti comunque. Il crimine di quei pazzi scriteriati ha solo consegnato centoventi anime alla nostra pietà, alle nostre lacrime, ai nostri tormenti e alle nostre preghiere. E di questa loro vita tragicamente interrotta rimarrà imperituro ricordo, mentre delle gesta di questi pretesi martiri i giornali si saranno dimenticati al prossimo soffio di crisi Palestinese, o di crisi del Dollaro, o di scandalo della politica. Sono niente, neppure capaci di lasciare nulla, neppure il terrore, ci dimenticheremo di loro e torneremo sereni nei luoghi della nostra vita, perché loro sono solo una delle mille vie che ci conduce a un destino cui nessuno sfugge, nemmeno loro, e siccome posso morire anche per un calcinaccio che precipita, non andrò in giro con uno scafandro, potrò solo andare in giro dimenticandomi di loro. La differenza la farà quel che resta di noi. E io so di essere immortale, perché amo con ogni fibra del mio organismo, e chi mi sta intorno lo sente, e mi porta nel cuore, lo so, e ne vado fiero, e quello è il mio lembo d’eternità, perché dopo me io sarò ancora vivo nel cuore di chi ho amato. Mentre loro, una volta saltati in alto, non lasceranno che un mucchio di cenere.

Di te, mamma, mi resta una vita intera, i tuoi abbracci, la tua risata fragorosa, la tua ironia, la tua infinita dolcezza e anche il tuo rigore, le tue regole, poche, ma implacabilmente applicate, non si ruba, non si menano le mani, le donne sono fiori, fine delle regole, ma guai a infrangerne anche solo una. Mi resta di te tutto l’amore che ho, che ho cercato di distribuire lungo il mio accidentato cammino, costellato d’ogni sciagura eppure fulgido, dove ogni cosa resta illuminata da un baluginio di verde speranza, di gioia, di vita che erompe dagli abissi dove qualcuno vorrebbe relegarla, ma per quanto in profondità si possa spingere un seme, esso diventerà virgulto, attraversando strati di terra nera, la bruma dell’animo che s’incendia dinanzi al calore e al fuoco del cuore.

Mi manchi, e certe volte mi sforzo di ricordare il tuo volto, e lo dimentico, e mi dispero, e vorrei averti qui e se potessi entrare nel mio cuore in questo preciso istante, che scrivo e piango pensando a Parigi, ai morti, alle sparatorie, a tutti quelli che domani dovranno mettere un vestito buono e accompagnare un caro all’ospedale, come quel giorno io accompagnai te, se tu potessi entrare nel mio cuore palperesti quel pulsare di dolore che mi si apre dentro, quando penso a te.

Vorrei averti qui, mamma, vieni qui, ti prego, vieni a dirmi che andrà tutto bene, mamma,  ho bisogno di te, vieni qui.

Mamma.

Vieni qui ancora a me.ger

Il Processo

Era fine Marzo.

La primavera premeva dai vetri facendo precipitare – sotto la spinta dei nuovi germogli inclini alla vita – le ultime rinsecchite foglie dalla messe di alberi d’alto fusto.

L’aria frizzantina si soffermava ingentilita dai tenui raggi solari, senza entrare nelle ossa, sull’epidermide increspandola di brividi sensuali, che usavo scrollarmi con uno scatto di tendini.

Nella quiete primaverile che – obliqua – s’incuneava tra le tende a strisce verticali, ricevetti una telefonata che segnò una frattura profonda nella percezione della mia stessa professione.

Mia madre in lacrime.

“Mamma che c’è…”

“20 anni, 20 anni”

“Mamma…”

“Non me lo dovevano fare”

“Mamma…”

“Ogni sabato ci portavo pure i gelati d’estate”

“Mamma…”

“Ah ma i’ m’accid…i nin ci vad’ a la galera, nin ve l’ deng‘ stu dispiacere”

“MAMMA! Che cazzo è stato?”

“Oh, che so’ ste parole!”.

La reminiscenza del suo ruolo di educatrice la placò.

Tre sue ex dipendenti avevano incardinato un ricorso per fallimento.

Una domanda mi bruciava la lingua ma la ricacciai dentro, non ora.

Nei mesi precedenti aveva incendiato nella stufa di ghisa – con maledizioni e improperi borbottati – due notifiche d’atti giudiziari, riconoscibilissime “carte verdi”.

Poi più nulla.

Ma quella mattina si era presentato da lei un tizio che le aveva chiesto una “lauta mancia” per “aggiustare” lui tutto.

Mia madre l’aveva scacciato, ma aveva finalmente preso coscienza del fatto che rimanevano ormai poco meno di due settimane.

Continuava a chiedermi perdono per aver infilato stupidamente la testa sotto la sabbia.

La domanda bruciante uscì dal recinto delle mie labbra:

“Chi è stato?”

Tre nomi, tre macigni: le ex-dipendenti più “fedeli”. Ad una di loro mia madre aveva battezzato due figli.

Il moto di orgoglio per esser stato preferito a mio fratello, avvocato di lungo corso e carriera inavvicinabile, è svanito in un lampo sotto il peso che mi gravava sulle spalle.

Non dovevo vincere, ma stravincere, fermare tutto alla prima udienza per evitare che il giudice, ravvisando la bancarotta, trasmettesse gli atti al PM: l’onta dello scandalo avrebbe ucciso mia madre.

Ero nella merda più totale.

Garantii a mia madre la vittoria, presagendo netta una sconfitta, errore imperdonabile per un avvocato.

La ditta di mamma era chiusa da 7 anni.

Il mio dramma era un cancrenoso debito verso il fisco ancora inchiavardato alle carte: 300 milioni di vecchie e compiante lire, eredità della precedente ditta fallita di mio padre.

Carte che dovetti ravanare nello scantinato: unici custodi i topi che avevano apposto timbri dappertutto.

Se il giudice avesse considerato quel debito (e perché mai non avrebbe dovuto?) ero fritto, non avrei potuto invocare la soglia di “improcedibilità”, sotto la quale i fallimenti non possono esser instaurati (30.000 Euro se ricordo bene).

Sono stato tentato dal falsificare il bilancio da allegare.

Al registro imprese la ditta risultava ancora in attività, quel genio del commercialista!

Alla fine non ho fiatato sul debito pregresso (non menzionato da controparte) lungo l’intera memoria difensiva, ma non si poteva dire che lo avessi occultato: il bilancio era allegato – in fondo a tutti gli altri allegati – ed era autentico.

Sono calato come una mannaia, con pervicace perfidia, su debolezze, incongruenze, persino errori di ortografia del ricorso di controparte.

Sollevai, incidenter tantum, una questione metagiuridica: era corretto notificare presso la  “teorica” sede della società (usando un vecchio indirizzo), quando le attrici conoscevano benissimo l’indirizzo dell’amministratore dove porgevano ogni anno ipocriti auguri di Natale e Pasqua?

Insinuai, attento a evitare la diffamazione, che se in 7 anni non avevano MAI fiatato sul loro credito, era perché forse puntavano non tanto ad un impossibile pagamento da parte di mia madre, pensionata sociale, quanto all’indennità dell’INPS riservata ai dipendenti indigenti che non avessero ottenuto il dovuto dalle società fallite. Gettai a tal proposito discredito sui loro retrodatati ISEE allegati (indicatori di situazione economica equivalente), producendo visure da cui risultavano alcuni loro beni immobili.

Feci notare la sciatteria dell’aver sbagliato indirizzo di notifica, quando quello corretto risultava dai registri pubblici.

Enunciai che, comunque, non intendevo avvalermi di vizio procedurali, reclamando ragione nel merito.

Non era un bluff: avvalersi di vizi di forma avrebbe solo procrastinato l’agonia di mia madre, facendo ripartire tutto il processo daccapo.

Analizzando il caso, le difficoltà mi si moltiplicavano di ora in ora: mia madre non aveva copia di nulla, neppure ricordava esattamente l’ultimo prelievo.

Il commercialista storico si ritraeva come rettile: non era tenuto a farci da archivista, non consegnò alcun bilancio, e si rifiutò di firmare una ricostruzione contabile aggiornata che avevo faticosamente messo in piedi come richiesto dalla legge.

Sbrindellai la memoria avversaria in tutti i modi possibili, ma rimanevano due fatti inoppugnabili: le dipendenti avevano diritto a quei soldi, e il debito totale superava le soglie di improcedibilità.

Giocai l’unica carta possibile: la camera di commercio avrebbe dovuto cancellare ex officio la ditta alla terza mancata presentazione del bilancio annuale. Da quel termine, bisognava cominciare a conteggiare due anni, trascorsi i quali, per legge, una società cancellata dal registro non può più esser soggetta a fallimento perché deve considerarsi estinta definitivamente.

Era una tesi ardita, basata su una cancellazione “virtuale” mai avvenuta benché dovuta, anche se le singole argomentazioni erano tutte sorrette da precedenti autorevoli.

Il mio domiciliatario mi pregava di non andarci pesante, e comunque di non sperare di poter dichiarare estinta la società, sarebbe stato troppo bello evitare così qualsiasi tentativo dei creditori, anche futuro.

Come chiedere al fuoco di non bruciare.

Avrei potuto e forse dovuto spedire lui all’udienza, ma mia madre aveva bisogno di suo figlio, non di un avvocato.

Dopo le frasi di rito, iniziò un sadico gioco: il giudice poneva domande alla controparte, io attendevo che la capra si affannasse sfogliando le carte, poi rispondevo al suo posto con precisione svizzera, senza degnare di un’occhiata le carte.

Il giudice mi redarguiva (ma con l’aria tutt’altro che severa), poi accigliato ingiungeva all’avvocato di sbrigarsi perché toccava a lui rispondere.

Non starò a tediarvi coi dettagli della disfatta, solo un particolare: ottenni la condanna a pagare le spese legali di mia madre.

Vittoria schiacciante ed umiliante: il domiciliatario mi redarguì, rosso in volto, per lui era una enorme scortesia verso il collega insistere sulle spese, nel mio caso era anzi autentica prevaricazione essendo chiaro a tutti, compreso il giudice, che mia madre l’avvocato non lo pagava.

Ero una carogna implacabile e godetti sadicamente dell’imbarazzo dell’avvocato che rispondeva alle domande delle tre serpi. Aveva assicurato loro la vittoria, nel peggiore dei casi un mancato guadagno, di sicuro non si aspettavano di dover esser loro a pagare.

Il fragoroso sospiro che tirò mia madre quando solcai a ritroso le file dei palchetti di legno dove sedevano avvocati, clienti e umanità varia, e lei vide le mie dita aperte a forma di V, dal fondo dove si era rintanata in disparte, quel sospiro ha avuto il sapore e il valore di un premio Nobel.

Uscimmo nella luce di Marzo e sebbene le sue labbra rimanessero mute, mi urlò il suo grazie trafiggendomi con i suoi occhi verde germoglio di primavera, gettandomi uno sguardo mai rivoltomi prima: non ero più il suo bambino.

In quel Marzo, davanti quel tribunale, per mia madre, ero improvvisamente diventato un uomo.

La mia Africa (nessuna razza dov’è l’amore)

Nessuna razza
io non sostengo nessuna razza
[…] sul labbro soltanto un po’ d’amarezza
per chi mi ha giudicato con asprezza (Caparezza – Nessuna Razza)

io e B

Ieri mi sono imbattuto in questo video, tra i vostri (nostri?) blog.

Le onde di quel violino mi han fatto navigare alla velocità del suono – strano viaggio nel tempo – tra le braccia di mia madre.

A dire il vero, io non so ancora bene dire chi sia mia madre.

Ne avevamo parlato, en passant, nei commenti a questo post, su quanto i confini della maternità potessero essere disallineati dalla biologia.

E io non lo so.

Sono stato allattato, cresciuto, amato e accudito da una figlia d’Africa.

L’Africa nera dove le camicie a fiori non si vedono, a Sud dell’Africa, il Sud del Sud del Mondo.

Dove la mia madre biologica (che amo come una mamma) volle avventurarsi due volte per seguire mio padre, trascinando tutti noi in un’esperienza naufragata sempre sugli insormontabili scogli dell’acqua di pozzo e dei serpenti che ti entrano in casa.

Ma se il tempo trascorso (6 mesi e poi altri 12) non fu abbastanza per far entrare noi dentro l’Africa, lo fu per far entrare l’Africa dentro tutti noi.

La prima volta, tornammo (tornarono) con una persona in più e una in meno: quella in meno, mio padre, anni perso nel continente Nero, e poi Russia, Cina, Giappone, Bali, e altrove, mio padre e la sua valigia e le scarpe nelle mie mani sulla soglia del portone in quelle poche vigilie di Natale in cui si è ricordato di noi, mio padre una vita all’altro capo del mondo, mio padre una serie interminabile di cartoline e odore remoto di Peroni e vino scadente e Pino Silvestre e preghiere alla finestra affinché la cicogna giramondo gli desse un passaggio (cicogna infame, m’avessi mai dato retta, se ti becco ti butto sotto con l’auto o con i roller o anche a piedi, guarda).

La persona in più la vedete nella foto in alto, mentre mi allatta su quel letto sul cui comodino destro riposa ancora oggi il mio angelo custode.

E io non lo so se questo post infrange un qualche comandamento circa l’onore da tributare a mamma e papà.

E io sono sicuro che infrangerebbe il cuore dell’altra mia madre.

E io non lo so, non lo so, io non lo so davvero, se sia stato giusto odiare la mia madre biologica, e rifiutare le sue carezze per anni, solo perché toccò a lei annunciarmi, al mio risveglio, con una carezza che ancora la sento affondare nella mia carne come rampone, toccò a mia madre annunciarmi la morte della mia adorata mamma, in quel gelido giorno di febbraio, quando gli alberi erano spogli e la terra dura per accoglierti, e la vasca dei pesci fuori casa velata di ghiaccio sotto cui avrei voluto sparire, quando mi toccò vederti nello scantinato di quell’ospedale, viva ai miei occhi, non potevo crederci mica che in quel petto non brillasse più il tuo splendido cuore di cristallo, e non ci potevo credere mica che non rispondevi alla mia mano sulla tua, i grani del tuo rosario satelliti eterni delle tue dita, e i tuoi capelli crespi (sale e pepe sulle mie ferite) ancora così indomiti a sfidare la gravità, e non ci potevo credere che il tuo ultimo giorno sulla terra io lo avessi trascorso lontano da te, chiuso in una stupida biblioteca a far finta di studiare, e non ci credevo che non avrei potuto sentire ancora il tocco delle tue mani, ancora, ancora e ancora, come la sera precedente quando mi chiedesti un bicchiere d’acqua, prima di correre verso il tuo destino, e nel porgertelo sentii le tue mani stringere le mie per l’ultima volta, le tue mani, le tue mani, le tue mani che ogni sera mi portavano Danish Butter Cookies a letto, le tue mani come un gelato bigusto, nere un lato, avorio l’altro, piene di linee di vita, nere e avorio come una luna, una pallida luna illuminata dal lato sbagliato da quel neon gelido come Febbraio.

Ti sarai svegliata, a chiederti dove fosse il tuo bambino, in quella notte di febbraio, con gli alberi spogli, l’asfalto crepato, il ghiaccio e tutto il resto?

Spero di no, oh, se spero di no.

Come potrei mai sostenere alcuna razza, io?

Io che ho amato te più di ogni altra persona al mondo, più lontano di me stesso, molto più in alto di mia madre, più lontano della notte, molto più alto del giorno, nell’abbagliante splendore del mio primo vero amore, mamma, come potrei?.

E questa dei Black Eyed Peas è per te.

E forse non è proprio la canzone che una madre che riposa sotto cieli diversamente stellati si aspetta di vedersi dedicata in una notte insonne alle porte di un mite Giugno.

Ma tu mi hai insegnato, tra tanto altro, che le perle le trovi dentro le ostriche, sul fondo, che non importa se ha i rasta, se indossa Armani o stracci dell’Esercito della Salvezza, se sta fuggendo dalla polizia, se deve sposarsi con lo scemo del paese per non essere rimpatriata, se ascolta Debussy o i tamburi nella foresta nera, se mangia sushi o pesce avariato, se beve Rocchetta o dalle pozzanghere, se ti ha partorito oppure no.

La mamma non ha nessuna razza, né confine biologico.

Mia mamma è where is the love.

E io anche se stanotte non è una notte gelida di Febbraio, e anche se non c’è più ghiaccio in quella vasca davanti casa, e anche se gli alberi non sono spogli, e tutto il resto, io stanotte guardo te, mamma.

E ognuno, alzando gli occhi al cielo come alla fine di questo video, guarda dove vuole.

Ma io guardo te.

E questa, quindi, è finalmente una per te.

Testo in Italiano