Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

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Mare d’amore

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A noi non devi dire che la vita è dura.

L’abbiamo fatta talmente a pezzi che dalle pietre abbiamo ricavato marmellata.

Non devi dirci che è meglio fregarsene: non ci riesce.

Anche per una persona mai vista, incontrata su un social, riusciamo a commuoverci per i suoi guai e a sentirla vicina.

E non fa niente che è virtuale.

A quelli come noi non importa perché noi sappiamo che nella vita tutto ciò che vale la pena è virtuale: cosa provoca l’arte, se non un moto virtuale e interiore?

Cosa ci restituisce la visione di un film?

E l’abbraccio di un amico, se lo spogli del virtuale, e ci lasci solo la meccanica di stoffa su stoffa, se lo guardi con gli occhi del reale, che senso può avere?

Tutta la vita è una splendida e enorme esperienza virtuale di aspetti nascosti tra le pieghe del reale.

L’ombra del sole sui muri, il profumo del gelsomino spappolato tra le mani, il fruscio di un rivolo d’acqua che cade dalla bottiglia che qualcuno ha inclinato verso il tuo bicchiere, sarebbero niente, se non rimandassero dentro di noi la eco virtuale di tutte le nostre esperienze passate, di tutte le notti di buio che ci fanno inneggiare a quelle ombre di luce sul muro, di tutto il fetore del mondo marcio che c’è toccato inalare, di tutta quella sete di vita che ci ha fatto morire prima di bere quell’insignificante rivolo d’acqua dalle mani di chi ci ama e ci vuole dissetare.

Questa vita, per noi che la viviamo dall’altro lato dei sogni, è un bicchiere d’acqua freschissimo. Solo un sorso c’è dato da bere. Ma in quel sorso, grazie alla nostra immensa vita interiore, ci vediamo una distesa infinita, un mare d’amore.

Occhi negli occhi

Non c’è nulla di più solitario di un uomo che fa sesso con una donna e tiene gli occhi chiusi per tutto il tempo.

Come se volesse trovarsi altrove e scovare all’interno delle sue palpebre più eccitanti visioni.

Io credo che uno dei pochi momenti della vita in cui si debba stare occhi negli occhi per lungo tempo, senza fiatare se non per ansimare, sia proprio mentre si fa all’amore.

Nei preliminari, in particolare, perché gli occhi sono il posto più intimo in cui un uomo e una donna possano penetrarsi, perché quelle feritoie dell’anima luccicanti aprono una via che non si ferma a pochi centimetri ma continua per miglia e miglia di notte spalancate nell’animo altrui.

Guardarsi negli occhi in quei momenti è annullare davvero ogni pensiero, e incontrarsi laddove non ci sono più colori né pensieri ma solo odori e rumori, tatto e sensazioni interiori.

Gli animali non spengono mai la luce, prima di possedere.

Gli animali non pensano niente.

Rispondono a un istinto scritto dentro di noi da miliardi di anni.

E cosa siamo noi, se non animali vestiti per bene?

La principessa Hulk

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La sveglia suona alle 06.30. Si tratta di un modello avanzato.

Precisa come un appuntamento con il medico della mutua. Si aggiorna automaticamente all’ora legale. Intendo quella che vige a Timbuctù. Suona negli orari più disparati e più disperati.

La mia sveglia non suona, in realtà, ma si arrampica sul letto e mi salta sulla pancia.

Metto la sveglia sotto le coperte, la abbraccio e le dico “Dormiamo un poco papà”.

Ma la sveglia è sveglia, e per un immanentismo cazzimmico vuole che tutto il mondo sia sveglio insieme a lei. Compreso te.

Mi alzo e andiamo in cucina. Con gli occhi svegli quanto quelli di un pugile che sia stato suonato (non da una sveglia ma da un suo collega), getto uno sguardo alla lavagnetta. Le incombenze del giorno:

1)  Riparare la caldaia prima che esploda (di nuovo);

2)  Spesa pre-armageddon;

3) Diventare ricco;

4) Diventare famoso;

5) Verificare se è ancora nel bagno il ragno che hai messo sotto quel bicchiere di plastica a capodanno.

Sono tutti obiettivi poco probabili, ma il primo è il più improbabile di tutti.

Prendo un caffè.

Macchio la cravatta.

Cambio la cravatta.

Prendo un altro caffè, già che ci sono, stando un pochino più attento.

Riesco nell’intento: infatti la cravatta è rimasta immacolata, ma ho timbrato la camicia.

Prendo un caffè. E’ per calmarmi.

La principessa Hulk ha iniziato a farsi verde per la rabbia: ha ricordato un pupazzetto con cui non giocava da prima del trasloco da Milano.

Le donne non dimenticano, non archiviano neppure, salvano tutto in una parte della memoria a portata di mano. Hanno un enorme desktop mentale, e salvano sempre lì tutte le icone.

Una volta mia moglie mi tenne il muso e mi sbatté il bicchiere d’acqua che le avevo chiesto sulla tavola facendo tintinnare le posate.

Feci l’errore di chiederle cosa fosse.

Mi rispose “Niente”.

Perseverai nell’errore chiedendole conferma: “Sei sicura? Non mi pare niente”.

Sbuffò e non rispose. Poi disse: “Non ti ricordi che mi avevi promesso un calendario con le nostre foto?”.

“Sì, cazzo, ma eravamo al liceo!”.

“Appunto! Tutto sto tempo?”.

Con un colpo gobbo trovo il pupazzetto che credevo morto.

Lo consegno alla principessa Hulk che si placa.

Le infilo la giacca.

Prima, però, prendo un caffè.

Non è operazione semplice. Provate voi a infilare la giacca ad un orango tango che balla impugnando un pupazzo con le braccia aperte ben poco flessibili. Ovviamente uno parte dal braccio libero e poi chiede alla principessa Hulk di mollare il pupazzo, ma non funziona così, eh no, la principessa Hulk prima ti molla un calcio nello stinco (che non è di santo, e la tua bestemmia lo conferma), poi frigna, sbatte il piedino (sopra il tuo mocassino, e parte un altro santino), poi alla fine tu, che sei scaltro come una faiena, le suggerisci di cambiare semplicemente mano. Lei ti guarda guardingo come un mandingo e con gli occhietti furbetti passa il pupazzo da una mano all’altra.

A questo punto tua moglie ti dice con rimprovero nella voce che devi OVVIAMENTE metterle l’impermeabile e tu preghi in SanScrito che sia di quelli senza maniche, preghi Santo Stefano, scegli lui perché è un santo antico di cui nessuno si cura, scegliere San Gennaro per esempio, non ti va, dovresti attendere i secoli che smaltisca l’arretrato, ma Santo Stefano evidentemente ti legge nella mente di demente che ti ritrovi e ti lascia a piedi e l’impermeabile ha altre due maniche e la principessa Hulk ti guarda in cagnesco come a dire non è che mi richiedi di mollare il pupazzetto.

Arrivo a scuola che sono già sudato e bestemmiato e parcheggio con le quattro frecce e le otto occhiaie sotto gli occhi. Le porte dell’asilo sono più puntuali di quelle di una banca, e se non si spacca il minuto 30 non si aprono manco a calci.

Decido che prendo un caffè mentre attendo.

La campanella annuncia la fine dell’inizio di giornata.

Prima che la principessa Hulk salga, le solite placide e serene raccomandazioni di buona educazione:

  1. Saluta la maestra quando arrivi e quando vai;
  2. Non buttare l’acqua a terra;
  3. Non sbirciare da sotto le porte dei bagni;
  4. Non mangiarti i gessetti che poi caghi filadelfia;
  5. Non arrampicarti sull’antenna;
  6. Non mordere quel povero cane;
  7. Smettila di lanciarti come una rockstar dall’armadio sui compagni;
  8. Non attivare l’allarme antincendio;
  9. Non mettere i ragni nel piatto del vicino.
  10. Smettila ti prego di dar fuoco alla barba dell’insegnante. Non sta bene, è una suora tanto garbata;
  11. Tira fuori il gatto dalla lavatrice.

Poi lei sale, e finisce il mio mondo.

Solo a sera, quando torna, il sole sorgerà.

 

Essere padre di una bambina

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L’altro giorno ho letto non so dove di una madre che spiegava cosa significasse per lei essere mamma di un maschio.

Ecco, mi ha ispirato alcuni pensieri opposti, su cosa significhi essere il papà di una bambina.

Significa innanzitutto guardarla negli occhi e sentire che ti sbagliavi di grosso, quando pensavi che si potesse amare una donna soltanto per volta.

Significa imparare a fare le trecce (!!!), sia a lei sia alle sue solite bambole.

Significherà imparare a distinguere l’amaranto dal porpora, le Wink dalle Bratz, il mascara dal rimmel, l’elastico dalla molletta per i capelli, un body dalla canottiera.

Significa imparare a memoria i nomi e le caratteristiche di Fate, Streghe, e personaggi decisamente improbabili, tra maialini che parlano, pecore ingegnose, bambine che bevono strane bevande e compaiono in mondi paralleli e quant’altro.

Significa pensare che un domani guarderà un uomo come non ha mai guardato te, e consolarti pensando che forse, certe notti mentre la culli e lei piange perché ha perso un pupazzo, forse ha guardato te, certe notti, come non guarderà mai nessun uomo.

Significa farle il bagnetto e sederti fuori della vasca a farti schizzare di acqua e sapone e ridere come un matto con lei, e ogni mese che passa chiederti quand’è che diventerà troppo grande e comincerà a chiudersi in bagno con la mamma, lasciandoti fuori.

Significa farsi mettere la corona sulla testa e fingerti donna, mentre lei ride e tu speri che nessuno ti veda.

Significa imparare a tagliare vestitini di carta per le sue bambole, fare una coda con un elastico che per te è complicato quanto montare un reattore nucleare mentre arriva la mamma e con due mosse di karatè le ha fatto uno chignon che nemmeno Tony&Guy e Aldo Coppola messi insieme ci possono nulla.

Significa fingersi stupito quando lei ti mostra come si apre il camper di Barbie, e aiutarla a rimettere a posto i Pony nel castello a tre piani.

Significherà fare finta di niente – mentre il cuore ti salta nel petto – quando lei andrà a studiare o a lavorare in un’altra città e la sentirai al telefono che dice “Ciao, mi passi mammà?”. E significa ancora fingere di fare altro, magari leggere il tuo solito libro o scrivere un post, mentre cercherai di capire su cosa tua moglie viene aggiornata per filo e per segno, questioni di cui tu ignori semplicemente l’esistenza.

Significa uscire dal proprio corpo e dalla propria mente, e provare a capire davvero una donna, quello che vuole, come lo vuole, dal tono di voce, dai silenzi ostinati, dal modo in cui si gratta un orecchio o si tira i capelli all’insù.

Significherà prendere quel barlume di femminilità che hai sempre un po’ tenuto riservato, quel lumicino che ristagna nel cuore di ogni uomo, e amplificarlo all’ennesima potenza per provare a entrare in sintonia con la parte profonda di tua figlia, il suo essere fondamentalmente una donna.

Significherà dare importanza a tutte quelle cose che per un uomo, di solito, contano zero, come l’amica che è uscita con un’altra e non ti ha chiamata, la dispettosa che ha comprato le scarpe uguale alle tue e tu non sai più cosa indossare per quel ballo importante (chissà se poi esisteranno ancora i balli, oggi?), il brufolo che spunta proprio nel giorno in cui c’è la foto di classe.

Significherà restare per ore seduto a gambe incrociate con addosso un vestito alla Jessica Fletcher, con tanto di cappello alla Lady D, mentre lei ti versa un the immaginario e i tuoi muscoli poco allenati inizieranno a dolere insieme a tutte le vertebre, e significherà anche fare finta che sia il più buon the che tu abbia mai sorseggiato, magari soffiando pure che scotta, come ti ricorderà di fare lei stessa, con tono tra il bonario e il severo rimprovero.

Significherà notare le differenze di un centimillesimo di tonalità di colore tra due vestiti che a te paiono perfettamente identici e non perdere la pazienza mentre continua ad indossarli a turno uscendo dal camerino sempre più confusa, fino a quando la mamma non si decide una buona volta a dire OKAY, ringraziando poi il cielo se non ti lasciano in auto ad aspettare.

Significa andarle a prendere un ghiacciolo anche nel fuoco, ben sapendo che si scioglierà prima di riuscire a portarglielo, perché non saprai mai dire di no, e soprattutto non puoi dirle che c’è qualcosa di tanto impossibile che non valga la pena, per tua figlia, di provare a fare.

Significa abbracciarla forte e dirle “Non avere paura, sono io qui, abbiamo finito” mentre la mamma le lava i capelli sotto la doccetta e lei piange disperata e si aggrappa alla tua camicia bagnando pure te.

Significherà fingere di non provare alcun turbamento quando dirà che un suo amichetto a scuola la vuole sposare, o quando sarà lei a dire di voler sposare un cuginetto o un amico di giochi, e quando sbatterà le ciglia innocentemente maliziose davanti a quest’ultimo scendendo dalle tue braccia per fiondarglisi addosso e lasciando in quelle tue braccia un vuoto profondo che si richiuderà solo quando, a sera inoltrata, la prenderai piano da sopra il divano, sfiorandola appena per non svegliarla, e te ne tornerai a casa col tuo cuore stretto nelle tue mani.

Significherà, però, anche prenderti tutte le coccole del mondo, i baci a raffica, le tende di lenzuola, le carezze sul viso, il suo capo sul petto, le sue braccia allacciate strette sul collo, l’aeroplano in cui tu sei la sua aria e le sorreggi le ascelle, i giri sulla tua testa, i disegni colorati metà per ciascuno, la corsa e l’abbraccio con te in ginocchio quando torni da lavorare, lei che si affaccia a chiamarti dalla tromba delle scale, la sua dolcezza che ti entra nel cuore e ti fa dimenticare tutti gli affanni del giorno.

Significa avere qualcuno che davvero ti crede un super eroe capace di aggiustare il mondo, un mix tra un saldatore di cocci di plastica, un esploratore di grotte di lenzuola, una enciclopedia vivente e un archeologo di Lego.

Essere papà di una bambina, sostanzialmente, come essere padre più in generale, forse, significa semplicemente imbarcarsi in un’avventura meravigliosa un pochino più grande di te.

 

 

La bussola

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Ogni tanto lascio che mia figlia infranga regole che le ho imposto io stesso, con mia moglie. La quale a volte non condivide. È complicato da spiegarle, mentre lei mostra cenni di sdegno esacerbato, cosa mi brucia dentro quando incito nostra figlia a trasgredire usando dei toni di rimprovero che lasciano trapelare come il mio cuore stia, in realtà, esultando.

In sintesi, ho vissuto finora una vita in larga parte dominata dal rispetto di milioni di regole che non mi sono imposto da solo, ma che ho trovato preconfezionate nella società, nella famiglia, tra gli amici. Le ho quasi sempre seguite. Mai nessuno mi ha conferito alcun premio per questo.

Tutt’oggi, lo scandire gesti al ritmo di regole d’ogni tipo, alcune inconsce, continua ad essere la parte più grigia e, purtroppo, quantitativamente preponderante della mia vita.

Ma ci sono stati attimi in cui ho infranto le regole.

Senza ritegno.

Quando uscivo nel cuore della notte in moto e percorrevo duecento kilometri a velocità folle, e qualche volta spegnevo i fanali, e il giorno dopo avevo un esame.

Quando mi tuffavo da una scogliera senza costume.

Quando in gita facevo all’amore con una ragazza mentre altre due dormivano accanto ignare di tutto (spero!).

Quando parlavo ad una controparte col cuore e non col codice in mano.

Quando mentivo ad un cliente dicendogli che aveva torto anche se la legge gli dava ragione, perché ritenevo una infamia il tentativo della sua multinazionale di rapinare una poveraccia tentando di sbatterla fuori a suon di finti aumenti di capitale dalla società che aveva impiegato un vita intera a creare, e che mi faceva inevitabilmente pensare a mia madre.

Quando disegnavo sul grembiule.

Di regole ne abbiam bisogno tutti, ma io credo che molte siano semplici superfetazioni.

E poi, credo che la creatività spesso si nutra della destrutturazione, della deliberata violazione di regole che, per definizione, se seguite alla lettera, ci rendono tutto sommato uniformi a tutti gli altri.

Indossare lo stesso vestito degli altri, lo stesso grembiule per tutti i bimbi, attenua le differenze economiche e sociali nell’estrinsecazione più superficiale di un essere umano: l’abito. Che non fa il monaco. Ma credo che questa, come tante altre regole, possa servire paradossalmente da stimolo alla creatività, come limite da infrangere per potersi manifestare.

Stravinskij ha fatto sognare il mondo rottamando il cardine della tonalità, ovvero violando spudoratamente quelle regole consolidate, seguite da tutti i musicisti che l’hanno preceduto nei secoli, che imponevano di passare da una nota all’altra, da un modo tonale all’altro, da una triade all’altra seguendo una “tendenza naturale”. Lui ha riscritto daccapo tutte le regole della musica “armonica”. Ha riscritto il concetto stesso di armonia. Prima di lui, tutti i compositori sceglievano una triade di tonica di base, e poi tutte le altre ruotavano necessariamente attorno a quel fulcro, disponendosi a monte o a valle secondo precisissime linee di forza centrifuga (allontanamento dalla triade) o centripeta (avvicinamento). Senza queste regole, si potrebbe financo dubitare del talento di Stravinskij, che invece, dopo iniziali polemiche, risaltò proprio per l’aver infranto tutte le regole precedenti.

La trasgressione mi pare un terreno naturale nelle cui zolle si esprime con violento potenziale il talento individuale.

E il mio sogno è che i miei figli si strappino di dosso lo stesso vestito degli altri, che rifiutino di passare la vita alla ricerca di omologazioni rassicuranti, di pregiudizi collettivi da indossare come grembiulini lindi e anonimi.

Mi piacerebbe ispirare la vita dei miei figli con pochissime regole.

E mi tornano in mente le parole del giurista Ulpiano del II secolo d.C. che per anni ho visto troneggiare sulla facciata del palazzo di giustizia a Milano: Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere.

Vivi onestamente.

Non far mai del male agli altri (alterum non laedere).

E, nei limiti in cui ciò dipenda da te, riconosci sempre a ciascuno il suo (suum cuique tribuere).

Mi pare sia tutto lì. Il resto sono solo declinazioni.

Non potrò disegnare per loro mappe dettagliate di vita.

La vita è una tempesta e per quanto un capitano si sforzi di esser accurato, le onde gli impediranno sempre di disegnare coordinate precise.

Non potrò neppure dir loro per ogni tempesta se sia meglio proseguire per Nord o per Sud, per Est o per Ovest.

Quello che credo sia alla mia portata, è mostrar loro come, nella vita, ci sia bisogno, comunque, di punti cardinali per orientarsi.

Cercherò di esser per loro una semplice bussola.

O forse anche meno: una semplice stella polare, che di punto cardinale ne indica uno solo, e tutti gli altri punti potranno sceglierli loro stessi; e non è detto che seguano le linee del campo magnetico terrestre.

Che importanza ha, poi, che direzione prendano: se cammineranno abbastanza verso Nord potranno arrrivare al Sud, e non si sbuca forse all’estremo Est andando sempre verso Ovest?

Magari, novelli Stravinskij, sceglieranno altre scale, altre mappe, altri modi di allontanarsi o avvicinarsi.

Io, nel frattempo, ogni volta che mi guardano, brillo anche se fuori è buio.

Alunno del cuore

Bloccato in camera.

Mi bastava stare sulla cima dell’armadio a leggere.

Mi arrampicavo fin lassù. Non ho mai capito perchè.

Sollevavo il velo su mondi lontani, perduti, assonanze e risonanze d’umane vicende e miserie con la mia condizione.

Non è sempre stata dura.

C’erano i mesi buoni. Quando mia madre preparava le paghe per le sue operaie e metteva i soldi sul suo letto, in mazzetti divisi. Io planavo come un calabrone e pescavo 10.000 lire qui e là. E lei rideva. Dio, quanto rideva, quando poteva permettersi il lusso di lasciarmi prendere qualche banconota. E fingeva di implorarmi, smettila, smettila, dammi quei soldi. E che sottile piacere, il mio, avere quel tesoro tra le mani. Ancora oggi, quando siamo malinconici, a me e mia madre piace ricordare quelle volte, su quel letto, quelle mie piccole gioie infinite. Restavo euforico per settimane, e non riuscivo a decidermi su cosa farne di quei soldi. Il più delle volte tornavano i momenti bui, quando i committenti non pagavano, in cui lei, con la vergogna dipinta sul volto, mi chiedeva se per caso mi fosse rimasto qualcosa. Non mi chiedeva mai di restituirle il denaro, non ce n’era bisogno. Capivo al volo e le consegnavo il mio tesoro, per lo più intatto. Non era generosità la mia, ma incapacità di concepire bisogni esterni ai miei libri, che prendevo alla biblioteca e consegnavo con mesi se non anni di ritardo. Mia zia era addetta al servizio prestiti, una miniera d’oro per me. Avevo davvero tutto. Alberi da cui mangiare frutti ancora vivi. Non si può capire il sapore di un frutto ancora attaccato al suo ramo, se non lo si è provato mai. Il fresco bruciore, d’inverno, dell’unghia che affonda nella buccia d’arancia, le fibre che rimangono incollate, in mezzo ai grani di terra bruni.

Quanti sogni appesi a quei rami, dove mi arrampicavo, con i miei due amici, unici vicini in quella sorta di comunità pseudorurale dove vivevo, dove il latte te lo consegnavano al mattino in bottiglie di vetro col tappo di stoffa.

Ricordo ancora la pagina di un giornale erotico; la nascosi sotto dei rami, dentro una capanna che avevo improvvisato con due lamiere di ferro pescate dalla discarica abusiva poco distante. E una cassa di legno che aveva spedito mio padre, che spesso si faceva precedere nei suoi rientri da materiale inutile, cianfrusaglia raccattata in improbabili bazar ai confini del mondo.

La semplicità delle attività in cui mi cimentavo non ne ha mai sminuito la profondità di radicazione dentro di me. Girare in elicottero sul Grand Canyon è stato un lusso tardo che mi son consentito e che ha lasciato indubbiamente ricordi esaltanti, ma è stato niente in confronto alla torsione dell’anima che mi assale quando penso a quel vento, a quelle fronde degli alberi che filtravano i raggi del sole, partiti lontani dallo spazio profondo dove l’astro che ci dona la vita sonnecchia in sbuffi di luce, quei rami e quelle foglie che come dei prismi viventi, filtrando la luce, creavano sul pavimento sbrecciato di camera mia un tremulo bagliore, come onde di luna riflesse sulla spuma del mare che non ne vogliono sapere di stare ferme. Se chiudo gli occhi vedo la condensa ammassarsi sui vetri della cucina, una nebbia sugli occhi del mondo, la sento scendere in zig-zag di gocce indolenti, posso ancora sentire netto l’odore delle bucce d’arancia e di limone del nostro giardino messe a essiccare sulla stufa di ghisa, e se prendo la lana del maglione e l’avvicino al mio naso, posso inspirare ancora quell’inconfondibile fragranza che per me sarà sempre l’odore dell’inverno: il legno bruciato, il filo di fumo che danza sulle cime dei comignoli, sui tetti delle case, e sale su, verso il cielo, questo panno di velluto puntuto di lacrime blu.

Mi assale spesso la nostalgia di quei giorni, quando niente, neppure un coltello affilato passato sul braccio, o un accendino infuocato premuto sul dorso di una mano, riusciva a scalfirmi, sorretto dalla rabbia e l’orgoglio di essere diventato un po’ uomo prima ancora di esser mai stato bambino, mia madre che mi prendeva il viso tra le mani sottili come fusi e con le lacrime agli occhi mi chiedeva perdono per non avermi potuto dare di più, io che le dicevo che lei mi aveva dato anche quel che non aveva, e lei che replicava sempre, ancora oggi, che ha fatto solo il suo dovere di madre. Mi manca anche quella pioggia larga, che scendeva giù a secchiate dal cielo plumbeo dove cumuli di nembi si gonfiavano come panna spruzzata da una bombola spray sotto massima pressione, quando giocavo, appena tornata la quiete, a tirare strattoni ai fili spogli del bucato per far cadere di botto tutte le gocce giù.

Forse esiste un angolo di mondo, o di tempo, in cui poter tornare indietro, e rivivere tutto, se io troverò mai quell’angolo, è lì che voglio tornare, sotto quelle fronde odorose, sotto il ginepro in primavera, tra quei rami, quelle corde di bucato, quei grani di terra sotto le mani, quelle barchette di foglie.

E se di posto e di tempo ne posso scegliere uno solo, allora sceglierò uno di quei giorni in cui mamma mi teneva il volto giusto in mezzo alle sue affusolate mani, tappandomi le orecchie e ovattando tutto il mondo intorno a me.

Quei giorni quando quegli occhi dicevano ho attraversato l’inferno, figlio mio, e lo rifarò altre mille volte per te.

Polvere di stelle

Potrei fare anni come la terra
ruotare intorno al sacro sole,
rotolando in una direzione,
lo sguardo fisso al chiaro di luna
che rivoluzione baluginare,
riflettere nella luce del sole,
il tuo sorriso amaro di sale.
Resto impietrito senza sollievo
A immaginare questa mia vita
Con i tuoi occhi, rosa fiorita
Come un chiaro di luna solare
Io riflesso sulla spuma del mare
Mi lascerei dolcemente cullare
Tra i sogni, naufraghi impazienti
Che sembran sapere dove remare
Ma sbatton forte su duri frangenti
Di scogli neri, rocce emergenti
Dal mare dolce del nostro sognare
Gli occhi socchiusi, le labbra amare.

Le donne sono esperte pescatrici

Le donne sono esperte di fishing.

Non cominciamo a fraintendere.

In senso letterale, intendo, nella pesca, sono esperte, le donne (forse dovrei rivedere l’analisi logica, voi fate come gli arabi, leggete da destra a sinistra, vedete che la frase gira).

Ci sono vari tipi di donne e vari tipi di pesca.

Il tipo più pericoloso è la pesca a bombe, non a caso vietata da trattati internazionali.

La donna che la pratica – con bombe di sua propria fabbricazione – combina casini pazzeschi, si piazza sulla riva, getta le bombe in profondità e tutti i pesci dopo la pesc(op)ata rimangono morti e tramortiti, e così pure gli altri esseri viventi (mogli e fidanzate) rimangono panza a galla.

Questa tipologia di pescatrice infilza solo uno dei pesci, gli altri rimangono con un pugno di mosche, il che spiega il motivo per cui i pescivendoli al mercato sono sempre infestati.

Un altro tipo di pesca è quella a strascico.

La donna che la pratica lancia la sua rete e non fa alcuna selezione, accetta inbound tutti i pesci di dimensioni superiori al buco (della rete).

Poi ci sono le donne che praticano pesca d’altura dove c’è poca concorrenza visto il costo delle attrezzature (roba da 10.000 Euro a… esca, occhio a portarle in aereo che scoppiano): algide e frigide, che scelgono solo zone ricche (di pesce).

Sono selettive, ma una volta che il pesce ha abboccato in alto mare, lo mettono nel freezer e tornano a riva salendo sulla groppa di delfini e squali giocherelloni.

Pescano per il gusto della pesca, non del pesce di cui ne hanno fin dentro i buchi delle… orecchie.

Praticano la pesca per trovare conferma della bontà della propria attrezzatura da pesca.

Ci sono poi le donne pigre e con alta auto-considerazione, di quelle che prendono l’ascensore anche dal primo piano per specchiarsi un’altra volta (dopo la specchiata in bagno, nella trousse portatile, in camera da letto sull’anta dell’armadio e all’ingresso), tanto pigre da sposare uomini sposati e con figli.

Queste donne pescano con l’imposizione delle mani, manco la canna si portano, aspettano che i pesci zompino direttamente nella loro cesta.

Da evitare at all costs. In genere ti lasciano senza mangime e non ti cambiano l’acqua per mesi finché sul pesce compare il muschio.

C’è anche chi si diverte a pescare negli acquari privati altrui.

Le loro vittime sono pesci addomesticati, che vedono nella pescatrice una rivoluzione, sognano di tornare nell’oceano aperto, tipo Nemo, ma poi alla fine preferiscono non lasciare l’acquario dove hanno assicurato il mangime e le bolle artificiali e il neon e le pietruzze finte con le alghe finte ma senza tsunami però.

L’estrema diffusione di questo tipo di pesca per “sottrazione” indusse il legislatore ad emanare, nell’ormai lontano 1942, una norma del tutto curiosa: l’articolo 926 del codice civile rubricato “Migrazione di colombi, conigli e pesci”. Tale articolo recita proprio così:

“I conigli o pesci che passano ad un’altra coniglierapeschiera si acquistano dal proprietario di queste, purché non vi siano stati attirati con arte o con frode.

La stessa norma si osserva per i colombi che passano ad altra colombaia, salve le diverse disposizioni di legge sui colombi viaggiatori”.

Ora, io non ero vivo ancora nel 1942, ma mi chiedo che razza di pesci esistessero all’epoca. Quanto cazzo deve saltare in alto, un pesce, mi chiedo, e quanto spesso deve accadere, affinché in piena guerra mondiale il legislatore si metta a pensare a tutto ciò?

Boh.

Ad ogni modo è interessante notare il tipico compromesso all’italiana adottato.

Il pesce che scappi da una peschiera all’altra si ritiene di proprietà dell’altra. 

Come si dice a Napoli, “Cornuto e mazziato”.

Non solo devi abbassarti per passare sotto le porte, non solo se piovono taralli non ne cade uno a terra, non solo se uno ti mette una mano sulla spalla il suo cellulare prende diciotto tacche, ma per quanto devi pure avere un articolo del codice civile che tutela le gazze ladre di pesci.

ATTENZIONE PERO’…

… perché – come detto – c’è il compromesso: la norma si applica solo a condizione imprescindibile che IL PESCE NON SIA STATO ATTIRATO CON ARTE O CON FRODE. 

Lasciando da parte la frode (su cui pure potrebbe discettarsi, come si attira un pesce CON FRODE? Con un’esca di silicone?), ecco, care donne con più corna di un cesto di maruzzelle, se la guastafeste di turno ha usato l'”arte” (suppongo “seduttoria”, ma il legislatore del 1942 probabilmente era intento a schivare bombe e non ebbe tempo di specificarlo), potete riprendervi la proprietà del pesce.

Il tutto non vale per i piccioni viaggiatori che, in quanto tali, godono di leggi speciali, comprensibili in tempo di guerra a causa del loro essere ampio mezzo di spionaggio.

Queste pescatrici non sanno che perdono quasi sempre tempo, il pesce d’allevamento lo zompo in mare aperto non lo fa, non c’è verso.

Non sempre poi i pesci danno a vedere che sono in un acquario; magari lo dicono solo dopo mesi e mesi di pesca. Certo che pure tu, donna, se vedi un’ampolla di vetro piena d’acqua, due domande fattele.

Dico, con tanti tipi di pescatrici, a me da ragazzo capitava sempre la donna che praticava la pesca sportiva…

Ecco del mio periodo nella riserva marina mi rimane una foto.

Che non ho mai scattato, ma la cui colla è tracimata nell’album dei ricordi e ha incollato le due pagine in cui è inserita, e mi riesce difficile sfogliarla ma so bene che è lì.

Quella foto di me con il tocco in testa, mentre con lei – seduti gambe penzoloni in un granaio abbandonato – guardavamo la luna, in una sera qualunque.

Ti voglio bene, e ora ne hai una tutta per te anche tu, mogliettina.

Ps come mi ha fatto notare Presa Blu… mancava la pescatrice dormigliona di cui lei fa parte perché… chi dorme non piglia pesci!

Pps come mi ha fatto notare Samanta ci sono anche donne che non si riconoscono in tutto quanto sopra, e che, vuoi per ventura o per scarsa attrezzatura (chissà…), volevano pescare un bel pesce succulente ma si ritrovavano sempre con uno scarpone in mano ! [Questo prima che arrivasse il marito!]

L’amore ai tempi della collera

[Per prevenire Ysingrinus, sappiate che questo pezzo è tratto dal nuovo libro di Avvo, nuovo rispetto al vecchio, che per ora è nuovo].


Lei sta morendo, lenta, perché ha la scorza dura.

Finalmente.

Così avrà pace la mia ira.

Viviamo la “Grande Depressione” che io chiamo era della collera.

Le testate nazionali sono infarcite di “ira”, l’ira di Alfano, l’ira di Bruxelles, l’ira del Vaticano, l’ira del Papa.

Per non parlare dell’orribile neologismo anglo-italico: haters.

Io mi sento proprio così, un odiatore professionista, commento tutti acido, virulento ed offensivo, ed è quel che merita chi scrive.

Tutti parlano di odio, tranne mia moglie.

Ho trafugato dal suo diario la seguente accozzaglia di melensaggini per ricordare a me stesso che siamo chi siamo, e chi siamo lo sappiamo solo noi:

<<Lui dice che è solo un amore virtuale. Che significa “solo” un amore virtuale?

Esiste anche un amore reale da contrapporsi a quello virtuale?

E quand’è che qualcuno, usando l’amore per scalpello, è riuscito anche solo a scoppiare una bolla di sapone del “reale”?

Col pigiamino già indosso, ieri rileggevo Il Piccolo Principe (versione pop-up stupenda e integrale) mentre tenevo la tenera mano della mia piccola principessa immaginaria, mi pareva davvero di sentire la sua pelle. Lei ormai completa le battute a memoria quando la incito interrompendomi con tono interrogativo: “…e innaffiò… e innaffiò…” e lei “LA ROSA!” e io “BRAVA” e faccio un saltello e rompo un’antina della casetta in legno che le ha costruito lui con le sue rozze mani, solo dopo le mie insistenze e con grandi sbuffi perché, secondo lui, una casetta vera per una figlia immaginaria sarebbe pura perdita di tempo. Come se i muratori conoscessero sempre i futuri abitanti dei muri che erigono.

Lui, sentendo trambusto, è entrato e ci ha rimproverato entrambe che era tardi.

Mentre usciva scuotendo la testa, l’occhio mi è caduto sulla seguente massima:

… è il tempo che dedichi alla tua rosa che la rende così importante.

E mi sono chiesta se non sia proprio questa la magia dell’amore: il tempo che dedichiamo ad esso.

Forse, mi dico, l’amore, ecco, forse l’amore assorbe il tempo e col tempo, forse, l’amore diventa nettare di tempo.

Come una premuta d’olive, l’amore preme le ore e gli istanti degli anni che gli dedichiamo.

Ed è forse per questo che dalle olive premute solo una volta nasce quello che si chiama olio extravergine.

Forse è per questo che le nostre prime volte son sempre così tenere, come le olive prime.

Forse l’amore vero è quel che resta dopo la premitura, e se non resta niente, non era niente.

L’amore virtuale, io non lo vedo contrapposto al reale.

L’amore, come mi è capitato di scrivere su Facebook, non nasce, non muore.

<

p style=”text-align:justify;”>L’amore non esiste.

L’esistenza presuppone una nascita che pone fine alla non-esistenza, e una morte che pone fine alla nascita.

Ma l’amore non nasce dove esso non c’è, non si può partorire l’amore partendo dalla sua assenza, da un seme, no, nessun travaglio, nessuna gravidanza, l’amore è.

E quando è, è, punto.

Non nasce, ma sopratutto l’amore non muore, non muore mai.

Perché il cuore è un imbuto e può sembrare che l’imbocco sia largo e chiunque possa entrarci, ma la maggior parte delle persone della nostra vita si ferma all’imbocco. Dall’altro lato del collo. Non arriva mai veramente al centro del nostro cuore.

Ma allora non conta nulla se nella parte larga dell’imbuto ci si sia finiti parcheggiando sotto casa, scopando su una scrivania, vivendo trent’anni di un matrimonio finito prima di cominciare, o semplicemente stando seduti davanti a uno schermo, non conta nulla perché quello non è il luogo dell’amore nel nostro cuore, quello è solo l’ingresso.

Se non ti fai piccino piccino, nel mio cuore non ci arrivi, nel cuore del mio cuore, nel suo nucleo.

E se non arrivi in fondo, tu nel mio cuore non ci sei mai stato, è come pretendere d’aver visto Parigi solo per avervi fatto scalo senza neppure uscire dalla sala transiti, quello non è amore, né reale né virtuale, quello NON è, punto.

Ma quando qualcuno riesce ad infilarcisi in quell’imbuto, non importa se usa una tastiera per bussare, se qualcuno ti entra in quell’imbuto, poi non ne esce più. Rimane lì, dove tutto è magma incandescente come nel nucleo della Terra.

A volte si può pensare che dopo la lava rimangano solo i lapilli e la cenere, ma quello che si vede è solo ciò che viene dalle viscere della terra rompendo la crosta.

Ma un vulcano non è solo il suo cratere, un vulcano è un iceberg, sotto la linea di galleggiamento c’è la parte più vera e più grande che ribolle silente.

E se ci si fa piccini, e si racchiude tutto l’orizzonte tra due zolle, come diceva Verga, e si pone l’occhio dall’altro lato del cannocchiale, se ci si tuffa con coraggio, si può vedere che sotto il pelo dell’acqua, nel centro del vulcano, c’è solo un serbatoio magmatico e, in definitiva, c’è tanta luce bianca.

Una luce che ci rischiarerà sempre, anche quando uno dei due sarà uscito dal campo visivo, dalla campata delle nostre gambe, anche se avremo entrambi chiuso gli occhi, giacché non si vede bene che col cuore, essendo l’essenziale – si sa – invisibile agli occhi.