Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!

BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.

Kavvingrinus – Avvocatolo

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Puntuale come la morte arriva la morte (temporanea) di Kavvingrinus! La parola al parruccone viola.


Non amo i generi, amo gli autori, di solito morti; il tempo è il miglior recensore [Che razza di proverbio è?]. Non è un proverbio [Non si parla ai commentatori!].

Il primo libro di cui ho memoria [MEMORIA? TU? BUAUAUAAUUA] narrava di un cane [Autobiografico?] abbandonato, di Bulgakoviana [Mettere “iana” in fondo al nome non farà di te un esperto di Bulgakov] memoria. Finiva ammazzato. Non ricordo titolo né autore [Ma va?].

Il secondo fu L’uomo che non sbagliava mai [Praticamente l’uomo dei sogni di tua moglie…], di Steve Perry. Un fantasy su un uomo dai nervi d’acciaio. Mi fece sognare.
Finiva ammazzato. I miei avevano i loro gusti.

L’ultimo Azteco, di Gary Gennings fu altro libro che mi segnò nel profondo durante l’adolescenza; un arazzo stupendo di storia Azteca sul cui sfondo si consuma un incesto tra fratelli indescrivibilmente dolce. Non ho più pianto tanto su un libro [Probabilmente ti sei scordato Non ti muovere…], nemmeno su gli altri di Gennings della serie dell’Azteco.

Incappai presto in A Futura memoria, se la memoria ha un futuro [Se la memoria ha un avvocatolo…] di Sciascia, che mi lasciò stupefatto (alla seconda lettura [FALSO!]) per i dibattiti profondissimi sulle pagine dei giornali dell’epoca: altri tempi [Sì, di 127 senza aria condizionata, bellissimi].

Crescendo, mi appassionai a Eneide, Iliade e Odissea [Andiamo, questa è meno credibile di quella che leggeva Goethe e pensava fosse un libro Harmony!], un’umanità di un’attualità disarmante e Ventimila Leghe Sotto i Mari [Leghe?], nonché L’isola misteriosa che mi ha fatto capire cosa significhi inserire una “svolta” in un romanzo. Seguirono titoli “comandati”, I ragazzi della via paal, Cronache di Poveri Amanti, Il sentiero dei nidi di ragno et similia, ma nessuno di essi diventò autore “totale”, come lo fu invece Stephen King, che incontrai al liceo quando soffrivo d’insonnia [Ne deduco che stai ancora al liceo…], e quindi fu fatale l’imbattermi nel suo Insomnia. Lasciai il King solo quando nel 2012 lessi Doctor Sleep, pallido tentativo di dare un seguito a Shining [E chi se ne futte, questa è la storia dei libri che hai letto, non di quelli che non hai letto].

Ho avuto un lungo periodo al liceo di stampo “politico”: Mussolini socialfascita di Bocca (più altri suoi saggi) unitamente a Mussolini l’Italiano di Lepre mi convinsero che non ero fascista, né comunista, ma che aborrivo la violenza [Se hai finito di fare lo sborone, vorrei mettere qui le foto delle svastiche che disegnavi, caro il mio comunista].

Continuai con Se questo è un Uomo, di Levi, Il Diario di Anna Frank e una raccolta di lettere di condannati a morte [Che sei veramente cojone…]. Ne uscii così strapazzato che tornai sul tema solo dieci anni più tardi con Viaggio al termine della notte, di Cèline, con la sua ironia fulminante.

Nella “maturità” [Maturità? BUAUAUAUAUA] arrivò Hemingway e tutti i suoi romanzi; della sua vita mi intrigai al punto da partire per Cuba a caccia [Di buttane, dillo!] dei luoghi che echeggiavano del suo mito. Mi ero lasciato un ultimo libro che finii proprio in quella epica vacanza: Verdi Colline d’Africa. Mi sentii a casa pur se dall’altro lato dell’Oceano [Sempre detto che sei un Orango Tanghero]. Qui trovai la famosa frase circa l’irrilevanza della letteratura americana pre-Mark Twain; appena rientrato dall’America in Italia, tornai oltreoceano leggendo tutto quel che trovai di Mark Twain. Di lui cito solo Vita Dura [Per fare lo sborone, lo sappiamo], biografia graffiante, e il suo rapporto “sereno” con la morte, tanto distante da quello morboso di Hemingway. La sua vita è di un tragico assurdo, e dimostra come dietro i sorrisi si celi tanto dolore.

Il suo Tom Sawyer, peraltro, ha ispirato il Jack Sawyer di Stephen King. Fili strani che si tendono tra i miei autori preferiti [Fili strani che si tendono tra le palle di chi sta leggendo questa storia infinita], come il filo che lega lo pseudonimo del King (Richard Bachman) con un altro mio autore “totale”, Richard Bach, uomo di sensibilità rara.

Cent’anni di Solitudine (c’è bisogno che dica che è Marquez? [No, cazzone]) e tutti gli altri capolavori del genio sudamericano me li sono gustati con animo trasognato. Cito solo Vivere per raccontarla perché mi ci sono perso [E perché continui a fare lo sborone], prima di proseguire con Per nascere, son nato di Neruda, che mi ha scavato dentro [Dalle parti del cervello, vero?] tunnel interi di sentimenti.

Allende con Il Piano Infinito mi mostrò il “diverso” e aprì con un paio di suoi romanzi la porta alle “donne” [Sono entrate loro? O tu? E dove?]. Fu un lungo periodo di esplorazione [Delle donne e delle pene…]: Maraini (La lunga vita di Marianna Ucria), Noemi Klein (No Logo), Jane Austen (Orgoglio e Pregiudizio e Mansfield Park [Non è vero, hai letto i titoli su Wikipedia! Nessuno si legge Mansfield Park, andiamo!]), Charlotte Bronte (Jane Eyre), Oriana Fallaci (altro autore totale), Kinsella (tre della serie I Love Shopping), Mazzucco (Vita), Harper Lee con Il buio oltre la siepe di cui mi colpì la figura (ovvio!) dell’avvocato Atticus. L’amicizia con Capote [Ostentare conoscenza della sua vita non farà di te un uomo migliore, sanno tutti che minchione sei] m’indusse a interrompere la serie “rosa” per leggere A Sangue Freddo. Inutile ogni commento. Ripresi la serie con La mia Africa, di Karen Blixen… chi mi conosce sa quanto possa esser stato importante questo libro per me. Volevo essere una farfalla di Marzano mi ha quasi fatto desistere dalla serie rosa (Orripilante!). Così come non sono riuscito ad affezionarmi a Sveva Casati Modigliani per la sua ripetitività; salvo solo Leonie.

Impossibile non citare Vergogna di Coetzee, superlativo, su una violenza sessuale, e Io, Nelson Mandela, biografia di un GIGANTE.

Di recente ho scoperto la Byatt e il suo capolavoro Possessione. Chi ama i libri e la poesia non dovrebbe mancarlo.

Tra i titoli importanti per la mia storia, Caino e Abele di Jeffrey Archer: una storia pazzesca di riscatto e odio, che mi fece scoprire John Fante, altro dei miei autori preferiti. Epica una scena in cui Bandini piscia nei guanti della suocera… [Meglio che tua suocera non legga quel libro, sai?]. Anche lui dimostra un rapporto bizzarro con la morte, quasi un file noire che lega i miei autori preferiti, come Dickens, che adoro oltre ogni dire.

Da Fante arrivò l’onda degli autori sarcastici, di cui cito solo i “totali”: Bukowski, da cui ho ereditato lo scopo di scrivere poesie per portarmi a letto le ragazze [Far finta che non sia vera questa cosa sbandierandola impunemente come se fosse divertente non farà di te un santo, sappilo], De Silva (un avvocato per di più napoletano!), Mordecai Richler, John Niven, Nick Hornby e Frank McCourt. Anche Moore (Il vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù, si CREPA dalle risate!) merita una citazione benché abbia letto solo un suo romanzo; rimedierò.

Fuori da ogni “categoria”, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta [Arte che ignori, hai sempre distrutto moto!], di Pirsig e Se ti abbraccio non aver paura, di Fulvio Ervas. Entrambi parlano di disabilità, peraltro in un viaggio padre-figlio in motocicletta, l’emblema meccanico dell’abilità, in un ossimoro tra mezzo di trasporto e trasportato.

Altra menzione speciale a Volti nascosti di Dalì (sì, Salvador [E chi, sennò, tuo zio?]) e per il capostipite del romanzo moderno, Vita e opere di Tristram Shandy, Gentiluomo, di Laurence Sterne.

Hosseini mi ha colpito per le miserie umane descritte, così come (sebbene descriva tutt’altra situazione) Il resto di niente, di Enzo Striano; quest’ultimo mi colpì, ovviamente, anche per il suo spaccato stupendo di storia napoletana [Di cui non sai una cippa].

L’utilità dell’inutile [La tua utilità…] di Nuccio Ordine mi ha invece lasciato a bocca aperta dinanzi allo splendido florilegio di cultura che è questo libro.

Citerei anche molti libri di divulgazione scientifica (almeno Einstein e Feyman fatemeli citare!), ma è meglio di no. Dico però che mi hanno stravolto la personale visione del mondo.

Prima di espormi alle vostre vendette, aggiungo un cenno ai francesi (Proust, Dumas e Sthendal sopra tutti) e ai giapponesi (Mishima e Ishiguro altri due autori totali [Ti manca Yoshimoto, Yamamoto e Suzuki e apri una concessionaria], ma dico che per numero spiccheranno sempre gli italiani, tra cui i miei preferiti sono Calvino, Eco, Bevilacqua, Pirandello e Camilleri.

Mi dispiace aver sforato ma siete fortunatissimi che non abbia elencato gli autori di cui vorrei leggere almeno una pagina, prima o poi!

Kavvingrinus – Alidifarfalla

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Puntuale come il cambio d’orario, torna Kavvingrinus. Oggi con una personcina cui tengo molto, un’amica speciale, che anche se non si vede, come l’aria, è buona da respirare. Lasciamole subito la parola.


Mi ha incuriosita questa idea di scrivere la propria esperienza di lettura, perciò eccomi qua [Una bella frase di apertura. Del tutto inutile, come tutte le frasi di apertura, del resto].

Mi ritengo un avida lettrice, anche se (come tutti, credo) vado a periodi [No, io no: vado a petrolio e ricariche Wind]: ci sono periodi in cui non riesci a togliermi dalla lettura del libro del momento nemmeno con la promessa di un immensa tavoletta di cioccolato fondente [Preferisco quello al latte, per cui capirai…], ci sono periodi in cui inizio un libro e ci metto un’eternità a finirlo perché vado avanti a spizzichi e bocconi [E se hai la bocca piena di cioccolata i bocconi son bocconi piccoli, diciamo bocc… se semo capiti via].

Ma iniziamo per gradi [Azz, ancora dobbiamo iniziare? E già ti sei bruciata ottocento caratteri…]. Credo di essere nata con la passione per la lettura [Uanema!]. I maggiori ricordi di me bambina sono legati [se legano sono corde, non ri-cordi] ai libri. Certo, ricordo con piacere anche i giochi che facevo con mio fratello (che a differenza mia non ama assolutamente leggere [Come molti uomini, prendi Ysingrifulus]), ma soprattutto i miei ricordi [Ricordi che hai già detto ricordi almeno otto volte, sì?] sono legati ai libri [Una bella frase ridondante è sempre utile per far capire alla gente che i tuoi ricordi sono legati ai libri. Potrebbe esser sfuggito a qualcuno…].

Ricordo [Ricordi? Ma va!] le giornate passate seduti sul divano con il mio povero nonno malato ad ascoltarlo leggere le favole [Torna un elemento che trovo dolcissimo e patrimonio dell’umanità: i nonni che leggono le favole]. Io non sapevo ancora leggere, ma ricordo [Ricordi? Che bello! Pensavo di no!] come fosse ora che gli chiedevo sempre di leggermi i libri di favole, e me li sono fatti leggere talmente tante volte che li conoscevo ormai a memoria [Come mia figlia!], tant’è vero che mentre lui leggeva io seguivo con il mio ditino le parole sul libro [Mia figlia invece adora finire le frasi che le leggo, avendole, appunto, imparate; cosa che incoraggio fermandomi e ponendo un accento interrogativo], come se stessi seguendo la sua lettura, e non sbagliavo un colpo [Come se i tuoi ricordi fossero legati ai libri, vero?].

Ricordo [E 10] le serate quando mio padre tornava a casa dal lavoro, e mentre la mamma preparava la cena lui mi leggeva sempre qualcosa [Anche io! Stupendo…]. Ed io lo guardavo rapita mentre leggeva per me. Ho sempre guardato il mio papà con ammirazione. E la nostra casa è sempre stata piena di libri [Ai quali, giova ribadirlo, sono legati molti ricordi dei tuoi].

Ricordo [11] la collezione di libri di favole della Disney che avevo in cameretta di cui ero gelosissima e che leggevo e rileggevo in continuazione (credo che siano ancora in qualche scatola in cantina a casa dei miei genitori … in un moto di nostalgia potrei andare a rispolverarli …) [Sarebbe bello, sai. Mi chiedo cosa ne farà mia figlia delle decine e decine di libri che ha…]

Ricordo [Mazz e 12] poi che crescendo, a scuola mi affascinava studiare il pensiero degli autori e le loro opere, appassionandomi ad alcuni e non sopportandone altri, ma comunque trovando sempre molto curioso approfondire l’argomento.

Poi crescendo ho iniziato a divorare libri sul serio.

Da ragazzina mi innamorai di libri come Piccole Donne e Piccole Donne Crescono [Ah finalmente qualcuno che li ha letti entrambi :-D]CuoreIl Giardino SegretoIl Mago di Oz e La Storia Infinita.

Da donna ho iniziato a spaziare molto. Qual è il mio genere? Non lo saprei dire. Anche qui, vado a periodi. Passo da periodi in cui mi dedico a storie di vita vissuta (nella maggior parte dei casi dure e strappalacrime) come Mai Senza mia Figlia o La Parrucchiera di Kabul, a periodi in cui sento la necessità di leggere storie frivole e divertenti come tutta la saga I Love Shopping [I love I love Shopping!]La Regina della Casa (che mi ha fatto scompisciare dal ridere). Molto dipende da quello che sto vivendo io in quel momento, se la mia testa è in grado di affrontare storie impegnate o meno [Potremmo dire, citando una grande, che “Anche qui, vado a periodi”?].

Mi è piaciuto molto leggere il primo delle Cronache di Narnia (Il leone, la strega e l’armadio) ma non mi hanno entusiasmato i successivi. Lo stesso è successo ad esempio con il primo libro che ho letto di John Green, ovvero Per colpa delle Stelle che mi è piaciuto tantissimo mentre non mi ha entusiasmato gran che il secondo che ho letto, ovvero Città di Carta.

Condividendo la passione per la lettura con una delle mie più care amiche, spesso ci scambiamo consigli e libri. Uno dei libri consigliati da lei che mi è piaciuto di più è Eugénie Grandet di Honoré de Balzac mentre non sono nemmeno riuscita a finire Il Barone Rampante di Italo Calvino [Argh! E non sei la prima! Questione di gusti, a me ha rapito totalmente!].

Ecco, mi permetto una leggera digressione sul non finire un libro. Per principio io se inizio un libro lo voglio assolutamente leggere fino in fondo [Idem], anche se non mi piace per niente. Ma in alcune occasioni (molto poche in realtà [Nel mio caso solo due volte, Moccia e le 50 sfumature di grigio]) non ce l’ho proprio fatta ed ho lasciato la lettura a metà perché veramente non potevo andare avanti. Prendiamo ad esempio Anna Karenina di Tolstoj: ho fatto una fatica impressionante a finirlo. E’ un tomo enorme, ma non è questo il problema. La storia sarebbe anche bella ed avvincente, ma come spesso succede agli autori russi, troppo descrittiva. Il caro Tolstoj per i miei gusti si è perso troppo nella descrizione di dettagli che rendono la lettura pesante e per niente fluida … ma nonostante questo per me era diventata una questione di principio finire questo libro, e l’ho finito. Già che sono in tema di autori russi, posso dire che l’esperienza di lettura di Delitto e Castigo mi ha convinta che Dostoevskij doveva averi seri problemi psichici [In effetti pare fosse epilettico; prova a leggere L’Idiota, ne avrai conferma!].

Ho sempre letto con molto piacere le opere di Pirandello [Che io trovo più difficile di Dostoevskij, a dire la verità!], la mia preferita Uno, Nessuno e Centomila ma anche La Giara e Sei Personaggi in Cerca d’autore (forse anche io al pari di Dostoevskij non sono proprio completamente a posto di testa [Anche io allora! Perché amo entrambi]).

Alcuni dei libri che mi sono piaciuti di più sono Orgoglio e PregiudizioCime tempestoseThe HelpLa custode del miele e delle api [Questo titolo mi intrippa sai?]. Altri, penso disponibili solo in lingua inglese sono The Various Flavours Of CoffeeJourney to the South: A Calabrian HomecomingThe Sound of Language.

Ma in assoluto il mio libro preferito, quello che sento mio, quello che mi rispecchia è Jane Eyre [BINGO!]. I motivi sono veramente tanti. Credo sia un libro per niente scontato, pieno di colpi di scena e molto attuale anche se scritto a metà dell’800. Quello che mi piace particolarmente di questo libro è che parla di una donna vera, della storia di vita difficile di una donna che deve saper badare a se stessa e ci riesce. Sento mio questo libro e mi rispecchio in Jane perché viene dipinta come una persona molto umana. Una donna forte ma con le sue fragilità. Una donna sicura di se ma con i suoi dubbi. Una donna sognatrice ma razionale. Una donna che sa quello che vuole e lo ottiene [Uhm, a me diede un’impressione su questo punto un poco diversa; quella scena in cui lei si sveglia e sente il richiamo di lui mi ha dato molto da pensare sul se sia stata davvero “lei” a ottenere ciò che voleva…]. Una donna disposta a soffrire pur di non cedere a compromessi. Una donna che non si accontenta ma che cerca la felicità e la serenità [Benché col pastore fosse proprio sul punto di accontentarsi per sempre…]. Una donna che crede nell’amore ma anche nel rispetto. Una donna che non si lascia calpestare ma che pretende di essere trattata come un essere umano, alla pari di chiunque altro. Una Donna … con la D maiuscola. Ecco … Jane Eyre è IL MIO romanzo … LA MIA storia preferita, quella storia dove trovo tanti spunti di riflessione e tanti aspetti di me nella protagonista … quella storia che leggo e rileggo sempre senza stancarmene mai e di cui guardo, se posso, tutte le rappresentazioni televisive che escono (per ora per me la più bella è quella della  BBC) … il libro insostituibile, la storia eterna.

Potrei continuare a scrivere all’infinito ma ho già superato le 1.000 parole e vorrei evitare di annoiare troppo … quindi mi fermo qui … lasciando a te che leggi il “divertimento” di studiare un po’ la mia personalità da questo racconto letterario. [Sei una bellissima persona, ne ho avuto solo conferma con questo tuo scritto. Grazie!]

AliDiFarfalla
https://ideeinmovimentotb.wordpress.com/

Kavvingrinus – Fulvialuna1

unnamedPubblico con emozione, con gli amici Ysingrinus e Kalosf, la prima “uscita” della nostra rubrica congiunta Kavvingrinus: Fulvialuna1.

Abbiamo già ricevuto moltissime storie di lettori, forza, unitevi anche voi!

I miei commenti sono tra parentesi quadra e in grassetto: enjoy!


 

Nel grembo di mia madre già leggevo, perché lei leggeva i romanzi di Liala, molto di moda nel dopoguerra [Fulvia, mi avevi detto di avere qualche anno in più di me, ma addirittura che risali al 1918 come la mia Leica… però…].

Il giorno del parto nella sua valigia da gestante ne mise due [Vedi che se ci fosse stato il Kindle ne avrebbe messi cento e letto nessuno…].

Mio padre mi ha sempre comprato libri dedicati ai bambini, poi da ragazza, ne ho tanti e li conservo gelosamente.

Mio nonno mi ha sempre regalato libri di autori importanti [E che culo scusa eh! A me regalano tutti cravatte e maglioni infeltriti…].

Ma mi sono state lette anche tante fiabe prima del sonno, nei lunghi pomeriggi invernali quando la tele era solo un’illusione [Del resto nel 1918…].

Un mattino d’autunno mia madre mi stava accompagnando a scuola, facevo la quinta elementare, passando davanti l’edicola viene attratta dalla copertina di un libro , collana economica: Cent’anni di solitudine di Marquez, da lì non si è fermata più e io dietro a lei [Non si è fermata? Ma quindi hai saltato tutta la scuola?].

Nella mia libreria trovi Anaïs Nin [OTTIMO!], Corrado Alvaro [Pierino?], Castellaneta, Dacia Maraini, Wiesel [Famosissimo! Chi non conosce Win Wiesel, quel bell’attore di Fast & Furious? Non sapevo facesse anche libri], Freud, Coelho, Uhlman, Steinbeck, Kafka, Blixen, Sepulveda e Luce d’Eramo [e stikakki!]. Trovi la Fallaci, Proust, Isabel Allende [Non ho capito questo razzismo, tutti citati per cognome, la Allende che è, la figlia della gallina bianca? Tzè 😀]… Ma trovi anche la storia dell’antico Egitto, le biografie di uomini potenti di tutto il mondo [Non mi avevi detto di aver comprato la mia biografia…], libri che parlano di mafia, di moda, il libro delle cartoline erotiche di epoche passate, i miti, le leggende e centinaia di ritagli ricavati da giornali, da libri ripescati e rovinati. Ci trovi gli scrittori “giovani”: Ferrari Di Celle, Marcacci (che adoro), Massimo della Penna [NO FERMI TUTTI! CIOE’ PARLIAMONE… questo signor nessuno è nella tua libreria accanto a Freud e Fallaci ecc. ecc.? Aspetta adesso svengo e rinvengo e continuo a commentare…].

E ci trovi i due libri che non smetterò mai di leggere, Le braci di Sándor Márai e le Confessioni di Sant’Agostino [Ci credo che non smetterai mai di leggerle, ora che uno capisce Sant’Agostino…].

Lo so ho scritto tanto, ma una cosa  la voglio dire, tutti i libri che conservo hanno graffiato la mia anima lasciando una cicatrice forte. Questo è il libro per me: un’incisione per sempre, e non vedo l’ora di poter realizzare una libreria grandissima dove poter riporre tutti i libri che per il momento sono costretta a prendere in biblioteca e a malincuore riconsegnare.


Tutta la mia immensa stima per Fulvia, una storia assolutamente affascinante, pregna di sapori anche un pochino persi, come l’odore della biblioteca, un rito – il prestito librario – che spero non si estingua, benché mi pare vi siano poche speranze in tal senso. Una vastità di interessi in cui mi ritrovo in pieno, che spazia dall’anticonformismo spinto di Anaïs Nin (che si calava di LSD a fini di studio… sì, come no…), alla natura imperiosa della Blixen, dalla psicologia di Freud, alla “neurologia” di Kafka, dalla ricerca sociale di Steinbeck all’impegno sociale (come la si voglia pensare su alcune parti “aguzze” del suo pensiero) della Fallaci, per non parlare di quel GENIO incompreso di Massimo della Penna (eheh). Insomma, ragazzi miei, Kalosf (cui questa storia è dedicata) parte assolutamente alla grande!

Chi sarà il prossimo?

Torneremo Venerdì prossimo e allora saprete!

Kavvingrinus!

librikalosf

Qualche tempo fa Avvocatolo ha scritto ciò che ha letto.

Ha provato a ricordare tutti i libri che gli fossero passati tra le mani,
spinto dalla curiosità per un’iniziativa cui ha provato ad aderire, con
scarso successo per incompatibilità caratteriali con il promotore (sappiamo
tutti che carattere balzano abbia)1.

Dopo ampia chiacchierata con Ysingrinus e Kalosf è sbocciata l’idea che
riteniamo giusto proporvi.

Mandateci le vostre storie di lettori non dei nostri blog2, ma lettori
di romanzi, racconti, saggi, fumetti, qualsiasi documento, comprese le
istruzioni Ikea3.

Non c’è bisogno di elencare proprio tutto ciò che si è letto, basta solo
esprimere la propria storia di lettore, citando le tappe fondamentali, o
anche un solo libro se ritenete che vi rispecchi. Importante per noi è
l’importanza per voi, insomma4!

Ogni storia di lettore ricevuta sarà commentata da Kavvingrinus, ovvero il
comitato direttivo composto da Ysingrinus, Kalosf e Avvocatolo.

Non ci saranno voti né classifiche, solo commenti a margine della vostra
storia; ognuno di noi tre commenta secondo il suo stile5.

Tra noi tre, colui che potrà vantare di avere lettori con le migliori
storie di lettori alla fine della rubrica, sarà proclamato vincitore e
chiederà ai due perdenti se intendono pagare penitenza, o CHIUDERE IL
PROPRIO BLOG6.

La penitenza sarà il massimo della pena, per cui non è scontato che i
nostri tre blog sopravvivano a questa prova7.

A decidere l’esito sarà Kavvingrinus.

Dunque preparate le penne e scrivete a uno di noi tre (libera scelta) cosa
avete letto nella vostra vita, quando, come, perché, in una lettera che non
ha limiti di dimensioni ma che suggeriamo conteniate al di sotto delle
1.000 parole8.

Le email sono:
Ysingrinus: ea.guerrieri@gmail.com
Kalosf : kalosf@virgilio.it
Avvocatolo: maximiliano.dellapenna@gmail.com

Seguiranno altre informazioni sulla data di partenza.

Vi aspettiamo!

Ysingrinus

Kalosf

Avvocatolo


  1. Avvocatolo. Ovviamente. 
  2. Per carità! 
  3. O etichette di shampoo. Ovviamente non Avvocatolo. 
  4. Ovviamente. 
  5. Chi poeticamente, chi divertentemente, chi demagogicamente9
  6. Per molti lettori la penitenza sarebbe la non chiusura di un blog. 
  7. Deo Gratias! 
  8. Solo i matti ed i maniaci leggono piú di 1.000 parole. Non
    dipingeteci cosí brutti, per favore! 
  9. Io ovviamente sono quello del «demagogicamente»10
  10. Io sono io, ovviamente. 

Il Prete

Forse ho già accennato al Prete, così soprannominato per la smodata propensione ai brocardi latinensi, infilati ad ogni occasione utile e/o inutile.

Il “forse” è d’obbligo, visto lo stato di degrado della mia memoria. Molti di voi mi prendono in giro per essa.

Ma sbagliate. Dovreste ammirarmi e invidiare mia moglie.

Innanzitutto, può rompermi i maroni a minuti alterni, senza che io abbia mai a recriminare un’eccessiva ricorrenza di smaronamento.

Non vi dico quando cambia pettinatura!

Nei successivi trenta/quaranta giorni, ogni sera che torno, la guardo e dico “Wow! Un nuovo taglio? Bellissimo”.

L’altro giorno mi sono meravigliato per una voglia. Giuro che ero sincero nel chiederle quando le fosse spuntata.

“Da quando sono nata, forse anche prima…”.

Per non parlare del classico botta e risposta che hai / niente, vero mantra di ogni coppia che si dispetti.

Andiamo avanti dei giorni.

Che hai?

Niente.

Poi la guardo e come se fosse la prima volta che le vedo l’incazzatura tatuata agli angoli della bocca e  al centro delle sopracciglia, richiedo:

“Che hai?”.

“Ti ho detto niente” e sbatte  il bicchiere sul tavolo.

“E quando me l’hai detto?”.

Poi, vado d’accordissimo coi vecchi del paese, loro mi raccontano e narrano le storie due volte (criptocitiamo), e io le ascolto sempre con lo stesso ardore della prima volta, non mi annoio mai.

L’unico problema è che, siccome già l’uomo di media memoria dimentica la tavoletta alzata, io sono capace di dimenticarla chiusa. Prima.

Ma volevo parlavi della riunione di qualche giorno fa con il Prete. Volete sapere perché lo chiamiamo così? Boh.

Nulla sapevo dell’operazione per cui si ritrovavano in studio da noi dodici signori in giacca e cravatta, tutti con la loro cartellina trasparente in cui avranno avuto giusto la mail di convocazione (ma la tenevano come si fosse trattato di un dossier del KGB).

Magari qualcuno me ne aveva parlato, dell’operazione, ma sapete che c’è? Non godo di buona memoria. Dimentico quello che dico, spesso.

Dunque l’altro ieri vado in riunione con il Prete, un socio del mio studio che chiamiamo così per qualche motivo legato ai latini, ma non mi ricordo bene quale, a ben pensarci non son sicuro lo chiamiamo Prete, né che sia un mio collega.

Dunque il Prete entra in sala riunioni, si chiude alle spalle la porta laccata di bianco gesso a multipli riquadrini come cassettoni di una boiserie, e circumnaviga il tavolo consegnando bigliettini da visita.

Finita la rivoluzione, si piazza all’equinozio del tavolo: “Nunzio vobis gaudium magnum: habemus Papam”.

Intendeva giocosamente riferirsi alle difficoltà nel riunire intorno ad un tavolo tante teste di mischia (è un’arte anche quella).

Per tutta la riunione, non ha fatto altro che ripetere le frasi altrui.

Ma non con la destrezza tipica dell’avvocato d’affari che riesce a ripetere le frasi altrui spacciandole per proprie originalissime idee.

Ripeteva senza sforzarsi di farle apparire nuove, e anzi sembrava intendesse sottolineare la sua totale assenza di pensiero autonomo.

Ho preso appunti, e questo è il risultato:

TestaDiMinchia (“TdM”) n. 1 – “…perchè è un segnale importante sapere quanto equity ci mette l’azionista”

Il Prete: “…l’azionista dovrebbe dare un segnale, mettere equity”

TdM n. 2 – “La moratoria serve prima di tutto a noi”

Il Prete: “…serve a noi, serve prima di tutto a noi, quasi più a noi che al mutuatario”

TdM n. 3 – “Se c’è spazio per la nuova finanza, perché no?”

Il Prete: “Beh se c’è spazio, io direi di si, perché rifiutarla la nuova finanza?”

TdM n. 4 – “Abbiamo però bisogno di dati, avvocato, capisce?”

Il Prete: “Lei ha centrato il punto, ci servono i dati, signori, abbiamo bisogno di dati, non c’è dubbio, li chiederemo, ecco quel che faremo”

TdM n. 5 – “Dobbiamo arrivare alla firma, c’abbiamo la semestrale e i revisori sul collo”

Il Prete: – “Dovremmo arrivare alla firma, signori, il mio intuito mi suggerisce che i revisori possano fare problemi sulla semestrale”

Dopo aver esaurito tutti (si ma quali?) gli argomenti, c’è stato il solito silenzio imbarazzato, rotto dalle penne che cadono sui blocchi di appunti e il fruscio di stoffa e bigliettini che si infilano nei portafogli.

Quel silenzio in cui tutti attendono che qualcuno con più coraggio dica la fatidica parolina che annuncia la fine della rottura di maroni: “bene”.

Il Prete si lancia: “Bene”

TdM n. 1: “Bene”

TdM n. 2: “Bene, bene”

TdM n. 3: “Bene”

Mi lancio anche io, già che ci sono: “Bene”.

Tutti i TdM hanno stretto la mano al Prete, ma non a me e nemmeno al ficus che – come me – non ha spiaccicato parola, limitandosi a starsene seduto (lui nel vaso, io su una sedia nell’angolo del tavolo che in realtà era un tavolo tondo, e non so proprio come sia riuscito a scovare un angolo in un cerchio ma io sono tranquillissimamente capace di compiere gesta eroicamente inutili, come esultare per aver ritrovato un’auto mai persa davvero).

Marilenza, di cui vi ho parlato a lungo nei precedenti post, anche lei catapultata ex abrupto (come direbbe il Prete) in riunione, prima di andar via si è alzata sulla punta dei piedi, appoggiandosi con una mano sul mio avambraccio destro, e mi ha stampato un bacio sulla guancia dicendo “bravo!”. Ha pericolosamente sfiorato un angolo di bocca, quei luoghi dove di solito accadono incidenti. Soprattutto se oltre agli angoli di bocca si sfiorano il tuo avambraccio e otto etti di tette (ottettiette).

La mascella mi si è talmente aperta che se avessi in quel momento starnutito, avrei pulito la punta delle scarpe col mento.

Lei, accortasi del gesto inusuale, è andata via senza salutare né me né il ficus (che continuava a tacere, come me).


Comunicazione di servizio: l’Avvocatolo’s Tag è chiuso!

I seguenti partecipanti sono finiti nel libro con la loro storia 😀

E voi che ne pensate , LellaBeatrixLe HérissonLucia LorenzonCix79MariapiamondaAllessialiaCecilia GattulloPulcionavagabondaVioletta DyliFulviaLunaPiperitaomentaIris & PeriploNeogrigioKikkakonekkaMartinaInCucinaCristiana, Sara Tricoli.

Grazie ragazzi!

People by Avvo

Adoro fotografare la gente.

Non sai mai che ritratti possano uscirne.

La regola è solo una: mai in posa.

Adoro la fotografia in generale, una delle mie passioni più durature, insieme alle moto, l’astronomia e i libri.

Mi piace la fisica che c’è dietro, lo studio della luce, incidente e riflessa, i nostri occhi che fungono da esposimetro e colorimetro, misurando la luce che emana il soggetto che ci è di fronte.

Ne parlavo non ricordo più con chi (non lo avreste mai detto, confessate, che avrei potuto dimenticare qualcosa o peggio qualcuno, eh?).

Fotografare un volto significa necessariamente portarsi addosso qualcosa dell’altro.

Perché la luce del sole, dopo milioni di kilometri percorsi in circa otto minuti, batte sul soggetto e si riflette verso i nostri occhi portando con se brandelli evanescenti e impalbabili della materia di cui è composto il soggetto fotografico.

E se chi stiamo fotografando ci guarda, lui stesso potrà vedere che da noi viene riflessa una parte di quella luce che lui stesso aveva emanato. E così all’infinito, in un pazzo gioco di specchi contrapposti.

Adoro il suono sicuro, netto, sempre uguale a se stesso, che produce lo specchio che si alza.

Mi fa impazzire l’idea che la fotocamera per poter guardare davvero chi abbiamo di fronte, debba sollevare uno specchio.

Di solito noi stessi, per guardarci, ci piazziamo davanti allo specchio. Ed invece quanta più verità scopriremmo di noi stessi se agissimo come una fotocamera, lasciando stare i disguidi d’apparenza di noi stessi.

Mi intriga l’equazione data dalla somma dei vari parametri, tutti quasi contrapposti quanto ad effetti per cui ogni passo che muovi lungo le regolazioni comporta uno stravolgimento di tutti gli altri: se apri il diaframma avrai bisogno di meno tempo, ma ci sarà meno profondità di campo, se aumenti la sensibilità ISO i tempi diminuiscono oppure, a parità di tempo, puoi chiudere il diaframma e aumentare la nitidezza e la profondità di campo ma introduci, con gli ISO, il rumore, e allora ti tocca tornare sugli altri parametri, magari aggiungi un colpo di flash ma a quel punto hai introdotto una nuova fonte di luce incidente, ti si sballa il bilanciamento del bianco, prendi un foglio bianco, misuri il bianco, che è un’operazione mistica, misurare la somma di tutti i colori, e così via.

Ho deciso dopo tanti anni di anonimato e di esclusione di ogni contatto dal vivo (o quasi), ho deciso che è il momento di vederla in faccia la gente per parlare del mio libro, per provare a spiegare cosa c’è dietro, come ci sono arrivato, che messaggio dovrebbe, nelle mie intenzioni, contenere, e chi tento di emulare. Ci troviamo, per chi avesse voglia, l’11 dicembre dalle 20.30 presso lo studio di Cecilia Gattullo. Per info: maximiliano.dellapenna@gmail.com

Locandina

Per lo stesso motivo, rompo un pizzico di riservatezza che mi ha sempre impedito di postare troppe fotografie scattate da me, perché, anche se non ritraggono me né la mia famiglia, le mie fotografie sono una parte molto intima di me stesso, svelano il mio sguardo, e credo che nel fisico di una persona ci siano pochissimi angoli tanto intimi quanto gli occhi. E quindi queste che seguono sono foto mie, tutte per voi, che ritraggono la gente così come mi si è presentata spontaneamente in un giorno di tanti anni fa, mentre giravo in tram (mi si perdonerà quindi una messa a fuoco non impeccabile, ma sui tram mantenere l’impugnatura salda è ben arduo…).

C’è anche un autoritratto e due foto di “paesaggio”, giusto per dimostrare a qualche sapientone che non ho bisogno di andare fino a San Francisco per fare foto decenti…