La principessa Hulk

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La sveglia suona alle 06.30. Si tratta di un modello avanzato.

Precisa come un appuntamento con il medico della mutua. Si aggiorna automaticamente all’ora legale. Intendo quella che vige a Timbuctù. Suona negli orari più disparati e più disperati.

La mia sveglia non suona, in realtà, ma si arrampica sul letto e mi salta sulla pancia.

Metto la sveglia sotto le coperte, la abbraccio e le dico “Dormiamo un poco papà”.

Ma la sveglia è sveglia, e per un immanentismo cazzimmico vuole che tutto il mondo sia sveglio insieme a lei. Compreso te.

Mi alzo e andiamo in cucina. Con gli occhi svegli quanto quelli di un pugile che sia stato suonato (non da una sveglia ma da un suo collega), getto uno sguardo alla lavagnetta. Le incombenze del giorno:

1)  Riparare la caldaia prima che esploda (di nuovo);

2)  Spesa pre-armageddon;

3) Diventare ricco;

4) Diventare famoso;

5) Verificare se è ancora nel bagno il ragno che hai messo sotto quel bicchiere di plastica a capodanno.

Sono tutti obiettivi poco probabili, ma il primo è il più improbabile di tutti.

Prendo un caffè.

Macchio la cravatta.

Cambio la cravatta.

Prendo un altro caffè, già che ci sono, stando un pochino più attento.

Riesco nell’intento: infatti la cravatta è rimasta immacolata, ma ho timbrato la camicia.

Prendo un caffè. E’ per calmarmi.

La principessa Hulk ha iniziato a farsi verde per la rabbia: ha ricordato un pupazzetto con cui non giocava da prima del trasloco da Milano.

Le donne non dimenticano, non archiviano neppure, salvano tutto in una parte della memoria a portata di mano. Hanno un enorme desktop mentale, e salvano sempre lì tutte le icone.

Una volta mia moglie mi tenne il muso e mi sbatté il bicchiere d’acqua che le avevo chiesto sulla tavola facendo tintinnare le posate.

Feci l’errore di chiederle cosa fosse.

Mi rispose “Niente”.

Perseverai nell’errore chiedendole conferma: “Sei sicura? Non mi pare niente”.

Sbuffò e non rispose. Poi disse: “Non ti ricordi che mi avevi promesso un calendario con le nostre foto?”.

“Sì, cazzo, ma eravamo al liceo!”.

“Appunto! Tutto sto tempo?”.

Con un colpo gobbo trovo il pupazzetto che credevo morto.

Lo consegno alla principessa Hulk che si placa.

Le infilo la giacca.

Prima, però, prendo un caffè.

Non è operazione semplice. Provate voi a infilare la giacca ad un orango tango che balla impugnando un pupazzo con le braccia aperte ben poco flessibili. Ovviamente uno parte dal braccio libero e poi chiede alla principessa Hulk di mollare il pupazzo, ma non funziona così, eh no, la principessa Hulk prima ti molla un calcio nello stinco (che non è di santo, e la tua bestemmia lo conferma), poi frigna, sbatte il piedino (sopra il tuo mocassino, e parte un altro santino), poi alla fine tu, che sei scaltro come una faiena, le suggerisci di cambiare semplicemente mano. Lei ti guarda guardingo come un mandingo e con gli occhietti furbetti passa il pupazzo da una mano all’altra.

A questo punto tua moglie ti dice con rimprovero nella voce che devi OVVIAMENTE metterle l’impermeabile e tu preghi in SanScrito che sia di quelli senza maniche, preghi Santo Stefano, scegli lui perché è un santo antico di cui nessuno si cura, scegliere San Gennaro per esempio, non ti va, dovresti attendere i secoli che smaltisca l’arretrato, ma Santo Stefano evidentemente ti legge nella mente di demente che ti ritrovi e ti lascia a piedi e l’impermeabile ha altre due maniche e la principessa Hulk ti guarda in cagnesco come a dire non è che mi richiedi di mollare il pupazzetto.

Arrivo a scuola che sono già sudato e bestemmiato e parcheggio con le quattro frecce e le otto occhiaie sotto gli occhi. Le porte dell’asilo sono più puntuali di quelle di una banca, e se non si spacca il minuto 30 non si aprono manco a calci.

Decido che prendo un caffè mentre attendo.

La campanella annuncia la fine dell’inizio di giornata.

Prima che la principessa Hulk salga, le solite placide e serene raccomandazioni di buona educazione:

  1. Saluta la maestra quando arrivi e quando vai;
  2. Non buttare l’acqua a terra;
  3. Non sbirciare da sotto le porte dei bagni;
  4. Non mangiarti i gessetti che poi caghi filadelfia;
  5. Non arrampicarti sull’antenna;
  6. Non mordere quel povero cane;
  7. Smettila di lanciarti come una rockstar dall’armadio sui compagni;
  8. Non attivare l’allarme antincendio;
  9. Non mettere i ragni nel piatto del vicino.
  10. Smettila ti prego di dar fuoco alla barba dell’insegnante. Non sta bene, è una suora tanto garbata;
  11. Tira fuori il gatto dalla lavatrice.

Poi lei sale, e finisce il mio mondo.

Solo a sera, quando torna, il sole sorgerà.

 

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La dura vita di un avvopadre senza nonni

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Dalle mie parti ci sono tappe fondamentali della vita di un uomo scandite dalle domande dei parenti.

La prima è quando ti laurei.

La seconda, quando ti sposi.

La terza, quando fai un figlio.

La quarta, come lo chiamate.

La quinta, come lo avete chiamato.

La sesta, quando lo fate il prossimo.

La gente che ti rivolge queste domande, solitamente, è gente senza figli. Nessuna persona con figli te lo chiederebbe, sapendo che sei senza i genitori vicino.

Intendiamoci, la paternità è una gioia che vivo con estremo incanto.

Però ci sono momenti duri da affrontare.

Come quando sei cotto e stracotto come un Parmacotto in un forno a legna (acceso), e nel cuore della notte, di solito agli inizi della fase REM (quella in cui cominciano i benefici del sonno) senti un urlo che squarcia l’aria.

Ti alzi di soprassalto e già ti vedi mentalmente due albanesi drogati e zingari (siccome tu ignori che gli zingari non hanno patria) che torturano tua figlia per farsi dire la combinazione della cassaforte. A quel punto, tu che sei il capofamiglia, spingi tua moglie fuori dal letto con un calcio e le chiedi di vedere che cosa c’è, ricordandoti che non hai una cassaforte.

Tua moglie ti risponde “Vai tu”.

Assunto il comando del galeone che è la tua famiglia (che, non a caso, fa acqua un po’ da tutte le parti, ma resta sempre poi a galla), appellandoti a diversi principi di Archimede e Leonardo, tra cui la demoltiplica del peso per mezzo dell’utilizzo di carrucole e rotule, sollevi un piede, lo avvicini al burrone del letto, lo esponi al precipizio e poi fai sì che tutto ciò che sta attaccato a quel piede precipiti insieme a lui sul pavimento. Nei successivi due minuti cerchi di alzarti prima che l’arbitro arrivi alla conta del 10 segnando Ko.

Ti senti un po’ Rocky e ti tiri il cappuccio sul capo, anche se il tuo pigiama non ha nessun cappuccio, ma il freddo in casa è lo stesso che in Russia e di là pare proprio che ci sia Ivan Drago, giusto nel lettino dove poche ore prima avevi depositato, tra urla e schiamazzi che ora ti paiono sussurri, la tua principessa dalle ali di zucchero e la codina di miele.

Mentre ti aggiusti le batterie del tuo settimo by-pass installato la notte in cui una bottiglia di plastica ha deciso di farti un pesce d’aprile alle tre del mattino scoppiettando dalla cucina allegra e a intervalli irregolari, accendi la luce e trovi afferrato alle sbarre del lettino la versione in miniatura (e bionda) di John Coffey del Miglio Verde. Ti guarda con gli stessi occhioni lucidi e quasi ti par di sentirla che dice “Capo, abbiamo un problema”.

Nel frattempo il fratellino, che tanto “fratellino” non è visto che pesa quanto un motore d’aereo, motore che a dirla tutta sarebbe preferibile da cullare posto che, a meno che non sia tu ad accenderlo, il motore non scalcia e non strilla e comunque non sputa il ciucciotto a terra dopo due secondi che lo hai sterilizzato facendolo bollire mezz’ora, il fratellino-motore-imperfetto si è svegliato. “Si è svegliato”, probabilmente, non rende l’idea. Diciamo che, dopo un lungo minuto di silenzio in cui ha aspirato l’aria dell’intero condominio, è entrato in fase antifurto satellitare, non nel senso che individua la sua posizione sfruttando i satelliti, ma “satellitare” nel senso che la sua onda d’urlo arriva ai limiti dell’orbita terrestre, laddove finisce l’ossigeno e l’aria e, perciò, non prosegue solo per uno stupido limite delle leggi della fisica secondo le quali il suono non si propaga in assenza di aria. Credo che Dio avesse già sperimentato l’urlo di Chen dei bambini quando, nella sua immensa saggezza e preveggenza, decise di porre un limite all’espansione nel cosmo dei rumori molesti. E’ questo il motivo per cui, casomai ve lo foste mai chiesto, l’aria c’è solo sul pianeta Terra; tutti gli altri pianeti, in poche parole, non vogliono rotture di balle. E infatti la vita si è sviluppata solo da noi. Fanno eccezione i pesci del mare che vivono senza aria e non a caso non hanno bisogno di psicologi e comunque hanno una salute di ferro.

Essendosi svegliato Chen, tua moglie è incazzata come un Orso Polare in gita a un safari in Kenya nell’estate Africana ma tu non hai tempo per queste quisquilie. Un compito molto più arduo, da autentico pater familias, ti attende: ritrovare il bottone rosa della camicia di Peppa Pig, non il pupazzo di stoffa che, tutto sommato, ha bottoni grandi. Nossignore. Parliamo del bottone rosa della camicia della miniatura di Peppa Pig della LEGO. Quelle costruzioni che, immancabilmente, lei sparge per casa in ogni anfratto visibile e invisibile. Ogni volta che hai spostato un divano, una sedia, il letto o financo lo zerbino fuori la porta, è spuntato almeno un pezzo di Lego. Adesso, però, sai benissimo che quel bottoncino rosa non salterà MAI fuori fin quando lo cerchi. A quel punto proponi a Ivan Drago, che nel frattempo si è un po’ rammollito tanto che pare il cognato di Rocky, quello che magnava e beveva a scrocco e viveva a casa di Rocky e gli rompeva pure ogni due per tre il cazzo (in ciò assumendo, ti duole ammetterlo, autentici tratti da gemello eterozigota di tua figlia), proponi a questa sirena con la faccia d’angelo e la coda biforcuta, un mercanteggio, un’alternativa, un surrogato: che ne dici se le mettiamo un bottone della camicia di papà? Niente da fare. A quel punto proponi di disincastonare un rubino dall’anello di tua moglie, pur di tornare a dormire, ma Ivan Drago è Ivan Drago, ha l’inflessibilità di una spia del KGB. Ha detto che vuole il bottone rosa di Peppa Pig, e VUOLE il bottone rosa di Peppa Pig. No, non lo vuole un cartone animato (una delle ultime spiagge), né tantomeno un poco di latte, e non lo vuole cercare domani, lo vuole ADESSO. Il tutto condito da un “Ma io”. “MA IO LO VOGLIO ADESSO”, come a dire, ma che cavolo vai proponendo. Quindi, a quel punto, ti decidi a far finta di cercarlo, ben sapendo che sarebbe come cercare un punto nero sulla faccia di Bruno Vespa.

Ti abbassi sotto al lettino e ne approfitti, mentre fai finta di cercare ancora, per un riposino, giusto dieci venti secondi. In quei secondi riesci anche a sognare di essere Visnu, un paio di braccia di riserva ti servirebbero non fosse altro che per fare il gesto dell’ombrello a tutti quelli che ti chiedono quando “Metti in cantiere” il terzo.

Ma, quand’anche diventassi Visnu, e cercassi con dieci dita, del bottoncino non troverai alcuna traccia, e tua figlia nel frattempo avrà ritrovato il trenino a propulsione solare che aveva perduto e per il quale ti eri sparato il sesto by-pass durante un’altra notte insonne a cercare e a far finta di aver ricordato che avevi prestato il trenino a Topolino.

Adesso lei vuole che funzioni, ma senza il sole il trenino a propulsione solare non va.

Accendi la lampada alogena sperando di ingannare il pannello solare del trenino, ma ti accorgi che qualcosa non va. Apri il trenino intenzionato ad aggiustarlo seduta stante, e di solito al terzo o quarto tentativo entra tua moglie, sposta il tappeto, trova il bottone, lo mette su Peppa, mette la bimba a letto e ti molla tra le braccia il motore d’aereo che scalcia e che vibra e che strilla e che perde olio dal basamento proprio come un vecchio biplano a motore.

A quel punto, è fatale, cominci a chiederti quanto ancora devi aspettare prima di tornare a riposare a lavoro.

E intanto ti segni in agenda di chiamare i sapientoni che ti chiedono di sfornare figli come conigli nell’esatto momento della prossima notte insonne in cui tua figlia perderà il fazzoletto nel taschino di Topolino.

 

La bussola

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Ogni tanto lascio che mia figlia infranga regole che le ho imposto io stesso, con mia moglie. La quale a volte non condivide. È complicato da spiegarle, mentre lei mostra cenni di sdegno esacerbato, cosa mi brucia dentro quando incito nostra figlia a trasgredire usando dei toni di rimprovero che lasciano trapelare come il mio cuore stia, in realtà, esultando.

In sintesi, ho vissuto finora una vita in larga parte dominata dal rispetto di milioni di regole che non mi sono imposto da solo, ma che ho trovato preconfezionate nella società, nella famiglia, tra gli amici. Le ho quasi sempre seguite. Mai nessuno mi ha conferito alcun premio per questo.

Tutt’oggi, lo scandire gesti al ritmo di regole d’ogni tipo, alcune inconsce, continua ad essere la parte più grigia e, purtroppo, quantitativamente preponderante della mia vita.

Ma ci sono stati attimi in cui ho infranto le regole.

Senza ritegno.

Quando uscivo nel cuore della notte in moto e percorrevo duecento kilometri a velocità folle, e qualche volta spegnevo i fanali, e il giorno dopo avevo un esame.

Quando mi tuffavo da una scogliera senza costume.

Quando in gita facevo all’amore con una ragazza mentre altre due dormivano accanto ignare di tutto (spero!).

Quando parlavo ad una controparte col cuore e non col codice in mano.

Quando mentivo ad un cliente dicendogli che aveva torto anche se la legge gli dava ragione, perché ritenevo una infamia il tentativo della sua multinazionale di rapinare una poveraccia tentando di sbatterla fuori a suon di finti aumenti di capitale dalla società che aveva impiegato un vita intera a creare, e che mi faceva inevitabilmente pensare a mia madre.

Quando disegnavo sul grembiule.

Di regole ne abbiam bisogno tutti, ma io credo che molte siano semplici superfetazioni.

E poi, credo che la creatività spesso si nutra della destrutturazione, della deliberata violazione di regole che, per definizione, se seguite alla lettera, ci rendono tutto sommato uniformi a tutti gli altri.

Indossare lo stesso vestito degli altri, lo stesso grembiule per tutti i bimbi, attenua le differenze economiche e sociali nell’estrinsecazione più superficiale di un essere umano: l’abito. Che non fa il monaco. Ma credo che questa, come tante altre regole, possa servire paradossalmente da stimolo alla creatività, come limite da infrangere per potersi manifestare.

Stravinskij ha fatto sognare il mondo rottamando il cardine della tonalità, ovvero violando spudoratamente quelle regole consolidate, seguite da tutti i musicisti che l’hanno preceduto nei secoli, che imponevano di passare da una nota all’altra, da un modo tonale all’altro, da una triade all’altra seguendo una “tendenza naturale”. Lui ha riscritto daccapo tutte le regole della musica “armonica”. Ha riscritto il concetto stesso di armonia. Prima di lui, tutti i compositori sceglievano una triade di tonica di base, e poi tutte le altre ruotavano necessariamente attorno a quel fulcro, disponendosi a monte o a valle secondo precisissime linee di forza centrifuga (allontanamento dalla triade) o centripeta (avvicinamento). Senza queste regole, si potrebbe financo dubitare del talento di Stravinskij, che invece, dopo iniziali polemiche, risaltò proprio per l’aver infranto tutte le regole precedenti.

La trasgressione mi pare un terreno naturale nelle cui zolle si esprime con violento potenziale il talento individuale.

E il mio sogno è che i miei figli si strappino di dosso lo stesso vestito degli altri, che rifiutino di passare la vita alla ricerca di omologazioni rassicuranti, di pregiudizi collettivi da indossare come grembiulini lindi e anonimi.

Mi piacerebbe ispirare la vita dei miei figli con pochissime regole.

E mi tornano in mente le parole del giurista Ulpiano del II secolo d.C. che per anni ho visto troneggiare sulla facciata del palazzo di giustizia a Milano: Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere.

Vivi onestamente.

Non far mai del male agli altri (alterum non laedere).

E, nei limiti in cui ciò dipenda da te, riconosci sempre a ciascuno il suo (suum cuique tribuere).

Mi pare sia tutto lì. Il resto sono solo declinazioni.

Non potrò disegnare per loro mappe dettagliate di vita.

La vita è una tempesta e per quanto un capitano si sforzi di esser accurato, le onde gli impediranno sempre di disegnare coordinate precise.

Non potrò neppure dir loro per ogni tempesta se sia meglio proseguire per Nord o per Sud, per Est o per Ovest.

Quello che credo sia alla mia portata, è mostrar loro come, nella vita, ci sia bisogno, comunque, di punti cardinali per orientarsi.

Cercherò di esser per loro una semplice bussola.

O forse anche meno: una semplice stella polare, che di punto cardinale ne indica uno solo, e tutti gli altri punti potranno sceglierli loro stessi; e non è detto che seguano le linee del campo magnetico terrestre.

Che importanza ha, poi, che direzione prendano: se cammineranno abbastanza verso Nord potranno arrrivare al Sud, e non si sbuca forse all’estremo Est andando sempre verso Ovest?

Magari, novelli Stravinskij, sceglieranno altre scale, altre mappe, altri modi di allontanarsi o avvicinarsi.

Io, nel frattempo, ogni volta che mi guardano, brillo anche se fuori è buio.

A un uomo che sarà

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Mi trovo a deambulare, come un paziente in lunga degenza, lungo curvi corridoi ridondanti d’introspezione, accumulando caterve di pensieri zelanti e un pizzico scialbi.

Giaccio nel letto e fissando il soffitto mi pare di scorgervi un lato del tuo volto, quei lineamenti liquidi proclivi al cambiamento continuo, attratti, come acqua dalla luna, da un’oscura forza gravitazionale cui nessuno mai sfugge: il tempo.

Nei miei sogni si erge fulgida una ghirlanda intrecciata di fiori, la tua figura nel futuro imminente, e nella tua lieve dissimiglianza dai miei tratti intuisco un potenziale infinito, ma anche un estenuante cimento che mi attende: supportarti nel sentire quale sia la direzione del tuo vento, quali le tue inclinazioni, le tue originarie e innate passioni, quale il tuo posto in questo pazzo mondo subissato d’empiti di rabbia, percorso da branchi di zucconi alla deriva e infestato di fetido, stereotipato cinismo che i mass media, ad ogni secondo, ci ammanniscono indebolendo la nostra capacità di discernimento.

Devo imparare ad essere uomo, per poterti esser d’esempio, ma non è compito tanto semplice da assolvere. Una ridda di pensieri mi stormisce nel petto come purpurei petali che ondeggino sotto un cielo turchino, ghermisco serti di foglie e li infilo sotto al cuscino, poi le estraggo una ad una e le osservo in controluce: quali valori dovrò provare a insufflare nel tuo giovane animo? Tu che cresci visibilmente – ma con moto impercettibile – davanti ai miei occhi come una pianta, bisognosa di sole, di acqua, di vento, persino di terreno ben saldo che non la faccia volare via. E, tuttavia, sarebbe ben triste vederti confinato in un angusto quadrato di terra annegato nel cemento, e Dio non voglia io diventi per te come quegli sbilenchi steccati di legno che soffocano – come gabbie – i movimenti degli olmi ai bordi delle strade, quelle tristi piante continuamente potate sotto la prima palcatura fino a che ne rimanga snaturata la chioma e mortificato il rinnovo dei getti di rami.

Come fomentare i tuoi pensieri, senza corrugarne l’originalità, senza fagocitare le mille sfilacciature della tua, inevitabile, personalità? Come rastremare la mia ingombrante presenza nella tua vita, senza però abdicare alle mie indubitabili responsabilità di padre?

Forse facendomi casa, per te.

Forse facendomi cippo di pietra, per te.

E allora non ti insegnerò a camminare, ma starò a due passi da te pronto a tuffarmi se cadi.

Non ti insegnerò ad andare in bicicletta, ma starò due passi dietro il sellino, pronto ad afferrarti, e forse ti lascerò cadere, lasciando poi piovere una pioggia torrenziale di baci sulla tua bua.

Non ti insegnerò neppure a baciare una donna, ma scruterò l’orizzonte dei tuoi occhi cerulei per indovinare i tuoi cupi pensieri, e quando saranno saturi di luce plumbea e di cumuli di oscuri nembi, proverò a soffiare forte. E se vorrai parlare con tutti della tua delusione, tranne che con me, non ti terrò il muso, ma rimarrò silente, con le braccia e le orecchie sempre aperte per quando avrai finito tutto gli amici e tutti i diari.

Ti prometto che ogni giorno della mia vita lavorerò per te, senza risparmiarmi, e anche se continuerò a sognare di comprarmi una moto, i denari li impiegherò per la tua istruzione, e i tuoi giochi, e per metterci sopra la testa un bel tetto. E magari quando avrai il tuo lavoro, e non avrai più bisogno di niente, e io sarò pieno di acciacchi, realizzerò tardivamente il mio sogno, e sopporterò bonariamente il tuo tono canzonatorio mentre mi vedrai, ormai quasi nonnetto, arrancare per issare la moto sul cavalletto.

Ti accompagnerò volentieri alle feste, all’ora in cui di solito dormirò, lasciandoti scendere cento metri prima senza prendermela a male, e quando non rientrerai non chiuderò occhio, ma quando sentirò infine i tuoi passi, cercherò di non sbraitare, perché quei passi li ho percorsi prima di te nel cuore della notte e dell’alba.

E se telefonando, tra trent’anni, ti scorderai di dire alla mamma, passami un attimo papà, sentendoti riagganciare io ti saluterò lo stesso in silenzio nella cornetta del mio cuore, senza rancore, perchè anche questo vuol dire essere uomo, rinunciare ai piaceri sottili delle esternazioni senza intaccare minimamente il valore delle relazioni, senza mai dare adito a rimuginazioni.

E se avrò sudato mille camice per imbastirti una festa grandiosa, e dimenticherai o farai finta di dimenticare la foto col tuo papà, non sentirai un lamento, perché l’amore che provo per te è un fotografo con lo scalpello che sviluppa nel marmo le istantanee di te.

E quando avrai un figlio, e mi sfuggirà un consiglio su come calmargli le coliche, capirò il tuo moto di stizza se mi dirai che è trascorso troppo tempo e non mi ricordo più come si fa, e non mi azzarderò a ricordarti di tutte le volte che ho spento il tuo pianto nel mio abbraccio paterno.

E ogni volta che avrai smarrito il sentiero, sarò ancora lì, duro come un cippo di pietra, a indicarti che non c’è nessuna casa, senza pietre, nessuna filosofia, senza pietre, nessun mondo, senza pietre, e che non bisogna mai disprezzare nessuno, neppure un ciottolo, perchè se lo guardi da abbastanza lontano, tutto il nostro pianeta è una enorme pietra. E questo sarò, per te, figlio mio: una pietra miliare, che sta immobile lungo il tuo cammino, dove potrai sederti quando il caldo canicolare soffocherà i tuoi respiri, e proverò a ricordarti da dove venivi. E dovunque tu andrai, sarai sempre passato di qui, e forse non è un granché, ma sarò quanto di più vero e reale tu possa nella vita mai sperimentare.

E allora quando avrai freddo, ti stringerò a me, e la mia pelle ti farà da piumone.

E allora quando rientrerò, al crepuscolo dei giorni miei, finalmente a casa, ti lascerò il mio posto a tavola dove ho mangiato per anni e il mio angolo di divano infossato dai miei mille attimi di dimenticanza, e davanti al fuoco crepitante mi sdraierò sull’assito del pavimento per accarezzare dal basso la giovinezza delle ginocchia tue e di tua sorella.

Per rammostrarti che un uomo è un uomo, e rimane tale anche se scende più in basso di te, e il tempo gli incurva le spalle e ingobbisce la schiena.

Per dimostrarti, infine, figlio mio, luce della mia luce, che non ci sono posti assegnati, in casa, come nella vita: e anche se io non lascerò mai la tua mano, neppure quando sarai partito lontano, comunque il tuo posto nel mondo, figlio mio, dovrai trovarlo da te.

 

Almeno questo Natale

“Pront? Chi è?”

“Lozzì come chi è, hai chiamato tu”

“Gna cazz’ teng da fà pe parlà ng’ te?”

“Beh mi pare ci stai parlando adesso con me, no?”

“Sint’ ‘n po’ nu arrivem’ doman’ maten”

“Noi chi?”

“Ppè la majella, ‘ndundì sem’ nu ddu, io e la zia”

“Evviva! Dai festeggiamo insieme, senti hai già sentito mia moglie?”

***

No, ovviamente nessuno ha pensato di sentire mia moglie.

L’escerto riportato sopra è solo un breve tratto di una sola delle ventotto telefonate simili ricevute.

Ho preso due litri di valium, li ho infilati di sottecchi nel biberon, poi ho chiesto a mia moglie di assaggiare il lattuccio per la principessa, cosicché son riuscito a metterla nella condizione psicologica adatta a fornirle la seguente informazione: se avvochetto non va alla montagna di parenti, la montagna di parenti va ad avvochetto per Natale. In parole povere, casa nostra è stata invasa da un’orda di Re Magi recanti doni, incenso e mozzarella alla casa del “bambinello”.

Il 25 dicembre ci siamo accorti con autentico ORRORE che mancava l’olio, qualsiasi tipo di olio, sia esso extravergine o puttana d’oliva.

Ma SuperAvvo non si ferma dinanzi a nulla e pensa che la farmacia dove ogni tanto compra intrugli vari deve avere nel retrobottega dell’olio, essendo quest’ultimo l’eccipiente ingrediente di molte pozioni e lozioni.

Con rammarico e una punta di spleen fanculico, dopo due ore di fila all’unica farmacia aperta in una Torino sonnecchiosa, SuperAvvo si avvede che l’olio utilizzato nei preparati farmaceutici è di oliva, senza altri attributi. Saluta cortesemente (au revoir et au fammòc a soreta) e si infila in un ristorante dove la comanda lui, sembra il proprietario, tanta è la confidenza con pizzaiolo, cuoco e camerieri. Dice “Guagliù mi serve una butteglia d’olio, come dobbiamo fà?”. A Natale son tutti più buoni e così recupera l’olio senza pagare neppure.

Ascende trionfante nell’ascensore (che poi mi chiedo perché si chiama accussì, mica serve solo a-scendere? Dovevano chiamarlo il saliscendore) ma poi si ricorda della raccomandazione della dieta Ducan(e) e allora si ferma al primo piano e prosegue per le scale.

Apre la porta e trova sua moglie con i 150 euro della messa in piega dritti come bucatini di 0,89 cent al Lidl, che gli lancia il pupo stile palla da rugby, lui lo afferra al volo mentre con un piede chiude la porta, con una mano lancia il giaccone sull’attaccapanni (che pure qui, io mi chiedo chi li ha scelti questi nomi strani, non ho mai visto un panno attaccato all’attaccapanni, l’unico nome azzeccato è la lavapiatti quando non ci metti le pentole, naturalmente) e con un’altra mano risponde su Facebook e con un’altra mano prega Visnu che gli mantenga tutte quelle mani in più.

Ha il fiatone per i due piani di scale, deve tornare al più presto in palestra, si stringe il pupetto al petto.

Lui respira veloce come me.

Il mio petto si espande sotto la pressione dei polmoni che si riempiono di aria e di ossigeno e di sangue e di vita, e il piccolo torace esile come un castello di carte del pupetto si ritrae, poi lui si espande e io mi ritraggo, ci sincronizziamo ed è stupendo sapere che esisto, che esiste, e che esistiamo in uno stesso lasso di tempo insieme. Il corpo ha un vantaggio sullo spirito: per acquisire consapevolezza della sua esistenza basta anche un fuggevole sguardo, gli occhi sono tutto ciò di cui hai bisogno per sapere che un corpo c’è ed è vivo, perché nel suo caso la forma è sostanza. La mente, lo spirito, il cuore di un uomo, invece, rimane inconoscibile a chi guarda solo le forme e le raffigurazioni.

Io e il mio pupo vibriamo di vita insieme, i nostri cuori battono vicini.

Lui apre le dita sottili come fili di lana e dolci come fusi di miele, protende il braccino, lo ritrae e distende ancora, mi sfiora un orecchio, allunga le gambe e le tiene per un secondo alla massima estensione, come per reprimere un moto di stizza, poi le riaccosta al suo petto, trovando appigli impensabili nel mio torace, sulle mie anche, sembriamo due insignificanti pezzi di un immenso puzzle che si siano trovati incastrati nella scatola vorticosa dell’umanità, perfettamente uniti e non importa se il quadro complessivo verrà mai ricomposto, noi due siamo a posto.

Fuori l’aria dicembrina è frizzante benché più tiepida della media, quindi la mia pelle è ancora intrisa del freddo pungente come un pino e quando è entrata in contatto col caldo tepore del suo corpicino il contrasto è stato netto, mi ha pervaso, probabilmente amplificato dall’amore sconfinato che mi gonfiava i vasi sanguigni.

Quando nacque la mia prima figlia mi convinsi immediatamente, mentre la baciavo per la prima volta, che non avrei mai potuto in vita mia provare nulla di simile, e che l’intero mio cuore stava traboccando a tal punto d’afflato paterno che nessun figlio più, né altro amore, affetto o amicizia avrebbe avuto un solo centimetro di posto dentro me.

Mi sbagliavo.

Il cuore ha una geometria non euclidea che la ragione con le sue sopraffine equazioni volumetriche non potrà mai calcolare.

Apre la boccuccia, quel becco d’uccellino affamato, e mi par di sentire di nuovo il canto degli usignoli che trillavano dai rami che si protendevano verso la cameretta dove vivevo da ragazzo con i miei fratelli.

Lo porto di nuovo alla mamma affinché lo riempia ancora del suo latte; l’allattamento è un’attività che invidio moltissimo alle donne, ogni giorno chiedo a mia moglie cosa si prova a sapere di essere continua fonte di vita e nutrimento, e noto la difficoltà nell’esprimerlo a parole, i brividi d’eterno che increspano l’anima di una mamma non si possono giustamente raccontare.

E mi chiedo, ogni tanto, come possa un padre dimenticarsi tutto questo.

E mi giuro, ogni tanto, che io non sarò mai un padre che si dimentica tutto questo.

Tanti mi hanno detto, questo Natale, e anche prima quando è nato mio figlio: “Fagliela una chiamata a tuo padre, almeno questo Natale”.

Non posso fare a meno di chiedermi quanti abbiano detto a lui “Fagliela una telefonata a tuo figlio, almeno questo Natale, gli è nato un figlio”.

Bambini

Sono tre anni e mezzo che mia figlia mi stupisce.

Ma, in questi due giorni di vacanza che ho inteso prendermi per motivi di cui vi parlerò più avanti, la mia principessa mi ha stupito aprendomi squarci di auto percezione in due occasioni, aprendomi una finestrella sull’infinito.

Squarci amplificati da un’amabile chiacchierata con una mamma coraggiosa, colta e dalla simpatia travolgente. I suoi amici (tra cui non posso vantarmi di essere annoverato, ma conto di entrarci presto e non solo per qualche commento sul web) ne parlano con entusiasmo e alcuni di loro ho avuto la fortuna di incrociarli e ammirarli (il che amplifica il valore del loro giudizio su Margherita, il cui nome è davvero azzeccato). Ha un’energia inesauribile, una roccia travestita da vetro soffiato, con cui ieri si parlava – col ritmo sincopato dal mondo digitale frenetico in cui siamo immersi, un messaggio ora, una risposta dopo cinque minuti, poi dieci botta e risposta in un secondo – di come siano senza filtri i bambini, a volte terribilmente “cattivi” nel loro astrattismo spinto. Di come ci si abitui a tutto, ai giudizi superficiali dei passanti, agli sguardi di ingiusto rimprovero per essere chi siamo, all’altezzosità di chi ritiene che essere conformi ad una maggioranza significhi superiorità ontologica, di chi rifiuta di confrontarsi con chi ha il colore della pelle diverso dal suo, e giudica il prossimo con scarsa indulgenza e ampia frettolosità, probabilmente perché è più semplice e gratificante che giudicare se stessi.

Tornando ai due momenti accennati sopra: l’altro ieri avevo scadenzato l’intero arco della giornata, e stavo rischiando seriamente di far saltare l’intera “agenda” accompagnando, tardissimo, mia figlia all’asilo.

La trascino, le chiedo di darsi una mossa, lei oppone la resistenza capricciosa tipica della sua età e della fase di affermazione del proprio io mediante contrasto con gli altri.

La isso in braccio e via di corsa.

Lei mi batte con una manina sulla spalla e mi chiede di fermarmi.

Sbuffo inferocito come un toro, mi fermo e le chiedo con autentico astio, che non so da dove possa venire verso la carne della mia carne: “Cosa diavolo c’è, su che è tardi”.

E lei: “Papà, papà, papà, guarda, da quel comignolo esce pumo”.

PUFF!

Orologi cancellati.

Guardo il comignolo (che in realtà è lo scarico di un ristorante) da cui sbuffi di pumo salgono in danze elicoidali verso il cielo limpido di una giornata insolitamente tiepida per dicembre. La principessa scende dalle mie braccia e saltella, io saltello con lei, a piedi uniti, sul marciapiede, danzando come quel fumo, due perfetti idioti che saltellano sul bordo frastagliato di una palla enorme che gira intorno al sole, felici e spensierati. Non mi importa più un fico secco di arrivare tardi. La passeggiata è proseguita placida, come se non avessi più nulla da fare, mi sono attardato a osservare con lei frantumi di sole danzare tenui e brillanti come polvere di vetro tra le mille gocce degli zampilli di una triplice fontana (Giardini Balbo), ho scattato qualche foto, ho osservato il mondo lentamente, il primo sole che baciava le facciate dei palazzi e scintillava rimbalzando sul vetro di una finestra, un cane che si scuoteva il pelo arruffato scrollandosi l’acqua di dosso e sprizzando scintille nella luce che lo avvolgeva docilmente come un asciugamano fresco di bucato, il conducente dello Star 2 (linea urbana GTT) che mi ha indirizzato un cenno col mento per chiedermi se intendevo salire, le mamme e le tate e i papà ritardatari che, come me, accompagnano le loro gemme di vita nelle palestre del mondo che sono le scuole d’ogni grado. Mi sono infine fermato a sentire il suo cuoricino che batte, ed è un suono che ha spento tutto il clangore cittadino, persino la radiazione cosmica di fondo si è per un attimo sospesa e ammutolita.

Ieri il secondo episodio: ripassiamo dal solito comignolo, stavolta mi fermo io quasi con nostalgia a constatare che non esce più fumo. La principessa alza il suo ovale tenero come una foglia d’ulivo e tondo come il guscio di un pulcino e mi dice con aria di sufficienza: “Andiamo papà, saranno morti”.

Tipica semplificazione della realtà: se c’è fumo, la casa è abitata e val la pena di essere immaginata dietro le volute azzurrognole che si confondono nell’azzurreo cielo, se non c’è pumo, sono tutti morti, e allora tanto vale andare via.

Semplice, come quando, con la lingua che spunta tra i denti, disegna il mondo intero con quattro figure geometriche di una eleganza e chiarezza disarmanti: un quadrato per le mura, un triangolo per tetto, due linee verticali, due orizzontali e un cerchio ciascuno per papà, mamma e principessa, un cerchio a patata per il sole, che splende dappertutto, e altre due linee e un cerchio vaporoso per un albero che simboleggia e racchiude la natura intera.

Di cos’altro si può mai avere bisogno, nella vita, a questo mondo?


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