Il sogno d’un bimbo fortunato

 

Ore 14.00, Termini. Devo ripassare gli appunti.

“Benvenuto a Roma”.

E questo mo’ chi cazzo è?

Devo smetterla di registrare in rubrica nomi tipo “WonderCazzola WordPress”.

Al binario, Patrizia Lova e Concetta Sciarretta mi aspettano insieme ad Andrea Improta. Tre persone meravigliose!

Alessia:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

“Alle 17”.

Antonella Perni:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

Penso, rifletto, poi la butto a cazzo:

“17.30”.

Mi chiama il B&B:

“A che ora fate check-in?”

Che domande…

“Alle 17.30”, ovvio!

“Pronto, Spugna? A che ora arrivate?”

“Alle 17.00”

“Bene così ho tempo per raccogliervi alla stazione e fare check-in alle 17.30”

“Ma alle 17.30 non viene Alessia, Ava e Erika avvo?”

“Beh, immagino si possa trovare l’autobus giusto, trovare la via, fare checkin e salutare le persone tutto nello stesso tempo, no?”

NO.

Con Spugna, Vale e Giovy (che mi hanno regalato una tazza personalizzata stupenda e un portafortuna magico) ci aggiriamo davanti la stazione di Termini alla ricerca del bus 64 che sembriamo la banda bassotti alla prima trasferta fuori da Paperopoli. Troviamo la fermata, aspettiamo poco (25 minuti), saliamo, e alla prima frenata del bus Morena fa un doppio salto carpiato sull’alluce di un signore che nomina uno ad uno tutti i defunti suoi e di chi non glielo dice.

Arrivo al B&B insieme ad Antonella e Luigi. Salgo, scendo, risalgo, riscendo, arriva Alessia, Erika, Ava e Nino. Smadonno, riscendo. Devo trovare tempo di ripassare gli appunti.

Chiamo il ristorante, siamo in 14.

“Eleonora, vieni sola vero?”

“Ti ho detto che c’era mia madre”

“Sì, tipo due mesi fa, e ti riferivi alla presentazione, ma va bene, il segretariavvo si mette al lavoro e aggiunge un posto”.

“Ho anche Maya”

“Okay ne aggiungo due”

“Ma Maya è il mio cane!”

“E perchè non mangia?”

Poi ordino la pizza a mia figlia, che è rimasta a Torino, glielo avevo promesso, lasciando intendere che avrei incaricato qualcuno di venire da Roma fino lì. Mi manda a dire dalla mamma, con tanto di foto, che conserverà un pezzetto di pizza per me, per quando torno l’indomani. Piango.

Ci fermiamo a un bar, primo spritz a stomaco vuoto, non una grande idea.

Mi chiama Vania: “Che fate stasera?”

“Ceniamo”

“A che ora?”

“20.30”

Alle 20.00 mi richiama Vania:

“Dove siete?”

“In giro”

“Quando venite a ristorante?”

“Venite? Perchè, sei lì?”

“Sì”.

Giriamo, poi cena. Le Winx hanno preparato cappellini e cravatte personalizzate con frasi mie e foto del libro. Bevo alla loro e mi sfilo la felpa per mostrare la maglietta che mi avevano regalato la volta scorsa, con altra mia frase.

Vania vanieggia, attacca la pippa con chiunque. Vania è un personaggio che ho scelto per farmi da introduzione alla libreria. Mondadori, cioè capito, il mio sogno. L’attaccapanni alle sue spalle l’ho visto barcollare tramortito dalla sua loquacità. Il pizzaiolo Israeliano pare abbia chiesto asilo alla Palestina. Entro nel panico. L’avevo già minacciata di non sforare i dieci minuti di discorso, ma conoscendola dal vivo mi rendo conto che sarà impossibile. Parlerà per due ore e con tutta probabilità si spoglierà, è matta come un cavallo che abbia  per moglie una mucca pazza. Glielo ho pure detto. I ragazzi mi sfottono.

Dopo cena, si va a prendere un altro spritz, dopo un altro, e una birra, e un limoncello, e non so che altro, forse l’acqua dai vasi dei fiori dei morti di chitemmuort.

Passa un ambulante che vende megafoni. Eleonora simula un orgasmo. Non sa che i megafoni in questione registrano la sua voce. L’ambulante pigia play due volte, Eleonora vuole cancellare il messaggio ma lui è uomo di business, ha intuito di aver appena messo le mani su uno strumento di marketing favoloso e se ne va per la sua strada facendo sentire a tutti l’orgasmo al megafono.

Vado a dormire col terrore.

Sveglia la domenica. Morto di sonno e di alcool. E con un bel mal di testa.

Arrivo con un pizzico di anticipo (due ore), la libreria è chiusa. Vado a prendere un caffè con Patrizia Lova Lova (uh, booombastic) e le Occhi di Gatto. Mi chiama Giulia Longarini, che deve intervistarmi per “Le pagine più belle dei libri”. Invito anche lei al caffè. Non sa dov’è. Viene da lontano, circa 20km a ovest (o è est?) di Roma, il che equivale (se ho capito come funziona) a un altro continente.

Esco dal bar, torno in libreria, prelevo Giualia, la porto al bar, qualcuno mi ha ciulato il caffè, ma non la borsa, è ora di tornare in libreria, dovrei ripassare gli appunti. Dico a Giulia che faremo dopo l’intervista. Mi guarda perplessa e io le direi hai ragione, ragazza, hai ragione, andrà tutto a puttane.

Arrivo ma i due scrittori (Max Capozzi e Eleonora De Berardinis) che presentano e leggono brani dei loro libri di poesie con me, non si vedono.

Sudo.

Smadonno e bestemmio.

E messaggio, ovviamente li messaggio.

Arrivano con largo anticipo, due minuti.

Mi saluta “Antonella”, con lo sguardo che si aspetta il mio stupore. Fingo stupore:

“Ah!!! Antonella! MA CHE BELLO! GRAZIE CHE SEI QUI”.

Chi cazzo è Antonella? (Alverone, Love u!)

“CIAO SONO ELISH!”

“EH?”

“ELISH! ELISA!”

“Aaah! Elisaa! E tu dici Elish, che ne so io? Ciao Elisa! Grazie di essere qui, non me lo aspettavo!”

Mo’ chi cazzo è Elisa?

Entra Vania, la giornalista che mi introduce e spero che non introduca qualcosa dentro me. Non c’è tempo di minacciarla ancora.

Si inizia. Faccio un vecchio trucchetto da apprendista mago con le mani, riesce, risate, parte Vania. Le prime parole?

La violenza sulle donne.

PORCO CAZZO.

PORCO CAZZO.

PORCO-STRA-CAZZO.

Fisso l’orologio e conto i minuti. Sudo a ogni secondo.

Al terzo minuto, sventolo tre dita sotto il naso di Vania cercando di fare la faccia alla Genny Savastano.

Non solo sta nei dieci minuti, ma dice cose acute e lusinghiere. Chapeau!

Mando un messaggio a zia Mafalda e la minaccio! Ho preparato un pezzo del discorso il cui effetto comico si basa sulla sua presenza, abbiamo iniziato e lei ancora non si vede.

Arriva al momento giusto, quello del discorso in cui devo percularla. La fortuna aiuta gli audaci.

Poi leggo qualche riga di un libro di Dostojevskij, dico che potrebbe essere la mia biografia.

Qualcuno chiede che titolo è.

Giro la copertina de “L’idiota”…

E poi abbracci, e le foto con Dario Lalli (un mito), Max e Ele, altro giro di alcool, emozioni a mille, lacrime, tensione, mal di testa e corsa finale alla stazione, arrivo alle 14.58 sul binario, partenza ore 15.00.

Un viaggio pazzesco. Un sogno, un sogno concreto, reale, con tanto di foto.

Sono un bimbo fortunato, ecco.

Un bimbo fortunato che non è mai cresciuto.

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Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.

 

A un uomo che sarà

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Mi trovo a deambulare, come un paziente in lunga degenza, lungo curvi corridoi ridondanti d’introspezione, accumulando caterve di pensieri zelanti e un pizzico scialbi.

Giaccio nel letto e fissando il soffitto mi pare di scorgervi un lato del tuo volto, quei lineamenti liquidi proclivi al cambiamento continuo, attratti, come acqua dalla luna, da un’oscura forza gravitazionale cui nessuno mai sfugge: il tempo.

Nei miei sogni si erge fulgida una ghirlanda intrecciata di fiori, la tua figura nel futuro imminente, e nella tua lieve dissimiglianza dai miei tratti intuisco un potenziale infinito, ma anche un estenuante cimento che mi attende: supportarti nel sentire quale sia la direzione del tuo vento, quali le tue inclinazioni, le tue originarie e innate passioni, quale il tuo posto in questo pazzo mondo subissato d’empiti di rabbia, percorso da branchi di zucconi alla deriva e infestato di fetido, stereotipato cinismo che i mass media, ad ogni secondo, ci ammanniscono indebolendo la nostra capacità di discernimento.

Devo imparare ad essere uomo, per poterti esser d’esempio, ma non è compito tanto semplice da assolvere. Una ridda di pensieri mi stormisce nel petto come purpurei petali che ondeggino sotto un cielo turchino, ghermisco serti di foglie e li infilo sotto al cuscino, poi le estraggo una ad una e le osservo in controluce: quali valori dovrò provare a insufflare nel tuo giovane animo? Tu che cresci visibilmente – ma con moto impercettibile – davanti ai miei occhi come una pianta, bisognosa di sole, di acqua, di vento, persino di terreno ben saldo che non la faccia volare via. E, tuttavia, sarebbe ben triste vederti confinato in un angusto quadrato di terra annegato nel cemento, e Dio non voglia io diventi per te come quegli sbilenchi steccati di legno che soffocano – come gabbie – i movimenti degli olmi ai bordi delle strade, quelle tristi piante continuamente potate sotto la prima palcatura fino a che ne rimanga snaturata la chioma e mortificato il rinnovo dei getti di rami.

Come fomentare i tuoi pensieri, senza corrugarne l’originalità, senza fagocitare le mille sfilacciature della tua, inevitabile, personalità? Come rastremare la mia ingombrante presenza nella tua vita, senza però abdicare alle mie indubitabili responsabilità di padre?

Forse facendomi casa, per te.

Forse facendomi cippo di pietra, per te.

E allora non ti insegnerò a camminare, ma starò a due passi da te pronto a tuffarmi se cadi.

Non ti insegnerò ad andare in bicicletta, ma starò due passi dietro il sellino, pronto ad afferrarti, e forse ti lascerò cadere, lasciando poi piovere una pioggia torrenziale di baci sulla tua bua.

Non ti insegnerò neppure a baciare una donna, ma scruterò l’orizzonte dei tuoi occhi cerulei per indovinare i tuoi cupi pensieri, e quando saranno saturi di luce plumbea e di cumuli di oscuri nembi, proverò a soffiare forte. E se vorrai parlare con tutti della tua delusione, tranne che con me, non ti terrò il muso, ma rimarrò silente, con le braccia e le orecchie sempre aperte per quando avrai finito tutto gli amici e tutti i diari.

Ti prometto che ogni giorno della mia vita lavorerò per te, senza risparmiarmi, e anche se continuerò a sognare di comprarmi una moto, i denari li impiegherò per la tua istruzione, e i tuoi giochi, e per metterci sopra la testa un bel tetto. E magari quando avrai il tuo lavoro, e non avrai più bisogno di niente, e io sarò pieno di acciacchi, realizzerò tardivamente il mio sogno, e sopporterò bonariamente il tuo tono canzonatorio mentre mi vedrai, ormai quasi nonnetto, arrancare per issare la moto sul cavalletto.

Ti accompagnerò volentieri alle feste, all’ora in cui di solito dormirò, lasciandoti scendere cento metri prima senza prendermela a male, e quando non rientrerai non chiuderò occhio, ma quando sentirò infine i tuoi passi, cercherò di non sbraitare, perché quei passi li ho percorsi prima di te nel cuore della notte e dell’alba.

E se telefonando, tra trent’anni, ti scorderai di dire alla mamma, passami un attimo papà, sentendoti riagganciare io ti saluterò lo stesso in silenzio nella cornetta del mio cuore, senza rancore, perchè anche questo vuol dire essere uomo, rinunciare ai piaceri sottili delle esternazioni senza intaccare minimamente il valore delle relazioni, senza mai dare adito a rimuginazioni.

E se avrò sudato mille camice per imbastirti una festa grandiosa, e dimenticherai o farai finta di dimenticare la foto col tuo papà, non sentirai un lamento, perché l’amore che provo per te è un fotografo con lo scalpello che sviluppa nel marmo le istantanee di te.

E quando avrai un figlio, e mi sfuggirà un consiglio su come calmargli le coliche, capirò il tuo moto di stizza se mi dirai che è trascorso troppo tempo e non mi ricordo più come si fa, e non mi azzarderò a ricordarti di tutte le volte che ho spento il tuo pianto nel mio abbraccio paterno.

E ogni volta che avrai smarrito il sentiero, sarò ancora lì, duro come un cippo di pietra, a indicarti che non c’è nessuna casa, senza pietre, nessuna filosofia, senza pietre, nessun mondo, senza pietre, e che non bisogna mai disprezzare nessuno, neppure un ciottolo, perchè se lo guardi da abbastanza lontano, tutto il nostro pianeta è una enorme pietra. E questo sarò, per te, figlio mio: una pietra miliare, che sta immobile lungo il tuo cammino, dove potrai sederti quando il caldo canicolare soffocherà i tuoi respiri, e proverò a ricordarti da dove venivi. E dovunque tu andrai, sarai sempre passato di qui, e forse non è un granché, ma sarò quanto di più vero e reale tu possa nella vita mai sperimentare.

E allora quando avrai freddo, ti stringerò a me, e la mia pelle ti farà da piumone.

E allora quando rientrerò, al crepuscolo dei giorni miei, finalmente a casa, ti lascerò il mio posto a tavola dove ho mangiato per anni e il mio angolo di divano infossato dai miei mille attimi di dimenticanza, e davanti al fuoco crepitante mi sdraierò sull’assito del pavimento per accarezzare dal basso la giovinezza delle ginocchia tue e di tua sorella.

Per rammostrarti che un uomo è un uomo, e rimane tale anche se scende più in basso di te, e il tempo gli incurva le spalle e ingobbisce la schiena.

Per dimostrarti, infine, figlio mio, luce della mia luce, che non ci sono posti assegnati, in casa, come nella vita: e anche se io non lascerò mai la tua mano, neppure quando sarai partito lontano, comunque il tuo posto nel mondo, figlio mio, dovrai trovarlo da te.

 

Sono un libero professionista

Sono un professionista.

Libero.

Ho detto due cazzate in due frasi.

Ora ho detto tre cazzate in tre frasi…  visto che “Libero”, infatti, è una parola, mica una frase.

Ricominciamo.

Sarei un libero professionista.

Perché il mestiere di avvocato è di interpretare la legge (non di farla, né comprarla).

Chi lo dice questo?

La legge…

Sono professionista perché esercito pro-fesso, lo confesso.

Se non sei fesso, evidentemente, non hai bisogno di un avvocato (soprattutto d’affari).

Sarei pure libero (che bella parola, pare un provider di e-mail).

Libero di andarmene quando vogliono loro.

Negli studi blasonati non esiste mica contratto, questo dovreste già saperlo. Al massimo esiste un contratto firmato in cui dichiari di non aver mai firmato un contratto.

I precari – al confronto nostro – sembrano sicuri come una banca italiana (quindi mica tanto).

Ogni mese mandi la tua fattura, e quando non servi più, la fattura non la mandi più.

Lasciatemi dire che io sono il migliore avvocato degli ultimi 150 milioni di anni.

Tutti gli avvocati d’affari sono convinti di esserlo, certo, ma io ho ragione, loro no (lo sapete già, no?).

Perché sono il migliore? Gli avvocati, a differenza mia, che sono sí, avvocato, ma il migliore, divagano sempre, mentre io no, a differenza di loro, che divagano sempre, e sono ripetitivi tanto, ripetono sempre, sempre, sempre, mentre io no, no, no, a differenza loro che ripetono sempre le stesse cose, mentre io no, a differenza loro, che divagano a differenza mia, che io no, a differenza loro, che sono ripetitivi e divaganti.

Ve l’ho raccontata quella sul nano puttaniere eletto a capo di un governo per 18 anni ma che cadde per volontà di una culona inchiavabile?

Del resto il mio é un mestiere relativamente semplice, se sei un po’ pantegana coi clienti, squalo coi concorrenti, scimmia nelle relazioni sociali, serpente verso i sottoposti e gatto verso i superiori.

In pratica devi essere un po’ zoo (e un po’ zoccola).

Fondamentalmente, c’è da capire che non gliene frega un cazzo a nessuno, di niente.

Di niente é un rafforzativo di cazzo, si intende.

E come potrebbe essere diverso?

I clienti pagano con soldi di altri per avere assistenza su transazioni che – se vanno bene – andranno a impinguare, impinguire, impinguettare, insomma a gonfiare le tasche di altri (i soci) e – se vanno male – peggio per gli altri (o credete che gli amministratori delle banche stiano guadagnando meno ultimamente?).

Anche al tuo boss non importa granché quello che fai, purché ci impieghi un tempo schizofrenico a farlo.

Il tempo dell’avvocato, infatti, vive una dissociazione interiore che Freud, Jung e Sacks insieme ci devono fare una pippa a doppia mano carpiata.

Il tempo che impieghi in qualsiasi attività deve essere pochissimo in rerum natura (“ce la fai a rivedere quelle duemila pagine entro ieri?”), ma tantissimo in rerum parcella (“solo 24 ore hai segnato per duemila pagine?”).

Ma non sono qui per lamentarmi del lavoro che mi permette di permettermi (eh, che finesse?) ció che mi posso permettere (sono o non sono il migliore?) e che tanti no (dovrei aggiungere “non si possono permettere”, ma temo che sarei ripetitivo e questo….non posso permettermelo, se….permettete).

Al contrario.

Sono qui per spezzare una lancia (Vin) a favore dell’avvocatura, soprattutto quella esercitata dai migliori avvocati tra i quali, giova ribadirlo, io sono il migliores inter cogliones.

In primo luogo, noi avvocati sosteniamo finanziariamente la RIM (altrimenti sarebbe già RIP).

Chi altro è tanto grullo da comprare un blackberry, se non un avvocato?

Poi, vediamo, altre nostre qualità… ehm… , basta dirne una a caso… ehm…

Va bene, partiamo dai difetti.

Siamo ossessivo-compulsivo negli acquisti, con lievi affioramenti in superficie di rompicoglionismo.

Se un avvocato deve acquistare un’agendina di carta, non si limita a chiedere “un’agenda”, ma raccoglie opinioni, compara le tecniche di produzione, il potere assorbente, il rapporto prezzo/numero di pagine, i rapporti di Legambiente, inserisce tutti i dati in un mega foglio excel di 1 pagina (120 in fase di stampa), QUINDI si presenta in cartolibreria e si limita a chiedere “un’agendina”, come a dire un’agenda la-qualunque, per poi avventarsi sul povero malcapitato commesso con domande tipo:

“Qual è il peso specifico gr/m2?”
“La carta proviene da foreste responsabili o irresponsabili?”
“E’ possibile avere fattura?”, richiesta puntualmente esternata dopo l’emissione dello scontrino nonostante gli avvisi vicino la cassa.

Il mio può apparire un pregiudizio.

Dovremmo però finirla di avere pregiudizi sui pregiudizi.

Prendete una mamma che vede il suo bambino appena nato, un autentico sconosciuto, anzi il paradigma degli sconosciuti, non essendo né conosciuto né conoscibile prima di nascere, eppure da subito la mamma lo guarda e pensa “Quanto è dolce”, “Quanto è tenero”.

Poi ti guardi intorno e ti accorgi che – tranne te- il 99% degli ex-bebè (siamo tutti ex-bebè) sono acidi, brutti come la fame, duri come il diamante anche se non brillano affatto ma puzzano, ebbene, a quel punto ti chiedi – è fatale – che fine hanno fatto tutti quei bebè che sembravano tanto dolci, carini e teneri.

Tutti pregiudizi sbagliati, dunque, e se si sbaglia la mamma sul conto del figlio figuriamoci gli altri.

Eppure nessuno si è mai sognato di dire ad una mamma “Non avere pregiudizi sul tuo bebè perché probabilmente sarà un autentico stronzo”.

Quindi smettiamola di avere pregiudizi sugli avvocati.

Non sono tutti stronzi.

Ci sono io che sono l’unica eccezione alla regola, ecco.

Milioni di altre volte ancora

Riunione last minute.

Le budella si contorcono senza motivo apparente.

Disseziono le centoventi pagine del contratto a dieci zeri che ho messo in piedi in dieci mesi, ma le mie parole sono pura meccanica, onde vibrazionali d’aria senza coscienza, illustro i punti salienti in modo spartano.

Il pensiero è fisso a casa, a mia moglie, a mia figlia, al piccolo che sento sta per arrivare.

Non resisto all’impulso, l’incredibile esperienza dell’altra volta mi induce a riporre cieca fiducia nel mio istinto atavico.

Sussurro al mega-ultra-socio miliardario al mio fianco: “Se non ci sono altri argomenti di sostanza, io andrei… “.

Lui non distoglie lo sguardo dall’interlocutore che dall’altro capo del tavolo sciorina numeri, e mi sussurra di rimando cercando di muovere quanto meno possibile le labbra: “ch’ ‘czzo sctai dcndo, t’mmzzo ssse m’ lsci nlla mrda”.

Già una volta ho rischiato di non aver più pane per la mia famiglia, ma ci sono momenti nella vita di un uomo in cui non c’è spazio per il calcolo, solo per l’azione, come dinanzi ad un pericolo di vita.

Infilo il computer nella borsa senza spegnerlo, ben sapendo che rischio di fonderlo, mentre il silenzio dilaga espandendosi nella sala, mi dirigo con passo marziale al guardaroba di quercia intarsiata, recupero il giaccone, torno e annuncio: “Devo andare, ho un figlio che sta per nascere”.

Brusii, qualcuno mi augura auguri, qualcuno in bocca al lupo, qualcuno si congratula, il mio udito è ancora e solo pura meccanica biologica.

Saluto il boss nel suo ufficio, mi guarda con sguardo interrogativo, la riunione sarebbe dovuta durare almeno otto ore, non due, mi precipito per le scale e corro a casa.

La storia si ripete davvero, anche stavolta mia moglie conosceva l’importanza della riunione e non mi avrebbe interrotto, era sul punto di chiamare un taxi avendo rotto le acque.

“Se non hai contrazioni ravvicinate non c’è urgenza, comunque andiamo, non ti agitare”

“Non MI agitare!”

“Non la agiti, signò”

“Non mi agito, ma non ti agitare”

“Non ci agitiamo!”

“Non vi agitate”

“Precipitiamoci, ma non ti agitare”

“Papà vengo anch’io?”

“No, tu no”

“Uppa però!”

“Niente uffa, piccolina, tu rimani con Filippa, poi papà passa a darti un bacino dopo e un regalino”

“Ma papà… “

“Eh”

“Ma io lo voglio subito… “

“Ah amore del papà, vieni qui che te ne stampo dieci di bacini”

“Papà”

“Eh”

“Ma io intendevo il regalino, ma uppa però… “

“Ciao a papà, eh, ciao”

DIECI MILIONI DI PUNTI SULLA PATENTE DOPO

“HEY STIAMO PER PARTORIRE APRITE”

“Stiamo chi?”

“Ehm, mia moglie”

“Allora si accomodi in sala e la smetta di strillare”

OTTOCENTO ORE DOPO

“Avvo, la Filippa dorme con principessa, l’hai accompagnata a casa a prendersi le sue cose?”

“DOH”!

ALTRI DUECENTO PUNTI IN MENO DOPO

(vedi video qui:)

“Rieccomi”

“Era ora”

“Che ora era?”

“Quando?”

“In sala, a che ora ti avevano detto che saremmo andati in sala?”

“Ora”

“Era ora?”

“Sì”

“Senti vuoi che ti prenda qualcosa al bar?”

“Non cominciare! Non farti riconoscere, pensi abbia dimenticato il pic-nic dell’altra volta? Quella sala parto pareva il set di Natale in casa Cupiello”

“Uff quanto la fai lunga! Per due patatine… “

“Stavolta NIENTE patatine, intesi?”

“Ma che siamo barbari, dai, su, certo che no, niente patatine”

“Zero patatine”

“Niet patatine, ma scherzi? Senti ma tecnicamente parlando…”

“Eh”

“Voglio dire, i Fonzies… “

“Che c’entrano… “

“… non sono patatine, giusto?”

“Avvo quant’è vero Iddio ti disconosco la paternità se ti porti anche solo un briciolo di patatina in sala parto!”

“Ho capito, ho capito! Mica sono tordo, niente patatine. Senti, mentre aspetti io scendo un attimo”

“Dove diavolo vai?”

“A prendere due patatine”

Non ho fatto in tempo a prendere le patatine (con ciò salvando il mio matrimonio) che da dietro un bancone si è issata in piedi, per quanto la differenza altimetrica tra il suo stadio “seduta” e “alzata” fosse quantomai impercettibile, il SERGENTE HARTMAN, quello di Full Metal Jacket (and cravattet):

“Buonasera dottoressa, scusi l’orario, eh, ma dovremmo… “

“Dovremmo chi, partorite insieme?”

“Ehm”

“Su forza, andiamo alla cinque che è la più grande, COSA FA COSA FA QUELLA NON E’ LA CINQUE, SANTIDDIO, CHE TOCCA E APRE, STAVO DORMENDO COSI’ BENE CHI ME LO HA FATTO FARE DI SVEGLIARMI”

“Mi scusi ma qui c’è scritto Sala Cinque, io pensavo… “

“LEI NON DOVREBBE NEPPURE STARCI QUI, LA SMETTA DI PENSARE, QUELLA E’ LA CINQUE D, E SONO IN PIENO CESAREO, SU SEGUITEMI”

Entriamo – visibilmente terrorizzati dal sergente – in una sala stupenda, ampia, colori tenui, bagno interno, l’opposto di ciò che nel mio immaginario personale corrisponde ad una sala d’ospedale.

Il sergente indossa un vistoso anello con pietra, un pensiero mi assale: ma infilerà le mani dentro con tutto quell’anello? Con quello gli tappa la fontanella. Forse è un divaricatore professional? Si è lavata le mani questo elfo malefico e strillante, che ha l’aspetto di una botte di vino col coperchio composto da dieci carciofi rosso fegato spampinati da una bomba a mano esplosa?

“ALLORA PALLA DI LARDO SI METTA LI’, GAMBE APERTE, PALLA DI LARDO, ALZI LE GAMBE, PALLA DI LARDO, LE ALZI PERDIO, SU, SPINGA, TIRI L’ARIA E SPINGA, TIRI CON LE BRACCIA E SPINGA COL BACINO MA NON SCENDA TIRI SU NON GIU’, TIRI L’ARIA, SPINGA E TIRI LE BRACCIA E SPINGA IL BACINO MA NON LO SCENDA E TIRI L’ARIA E SPINGA E TIRI, SU, CHE CI VUOLE, NON SI RICORDA COME SI FA, E’ IL SECONDO NO? VUOI CHE TI MANDO LA MAMMINA?”

“Senta se la smette di rimproverare mia moglie forse…”

“IL MARITO STIA ZITTO”

“Ma se lei… “

“ZITTO O LA SBATTO FUORI. LEI NON SI FERMI, FORZA CHE CI SIAMO, TIRI SPINGA E TIRI, TIRI E SPINGA MA NON SCENDA E SPINGA MA NON TIRI E TIRANDO SPINGA PERDIO, NO CHE FA, SPINGE CON LE BRACCIA E TIRA COL BACINO, IL CONTRARIO, ECCO, MA ADESSO COSA MI FA COSA MI FA, MI SPINGE L’ARIA, ALZI LA TESTA, TIRI LE BRACCIA E SPINGA E TIRI MA NON SCENDA PERÒ”.

Capisco che c’è bisogno di superAvvo: inizio a mimare ogni istruzione del sergente. Allargo le narici e alzo il mento per far capire visivamente a mia moglie il concetto di “tirare l’aria”, poi mi sollevo le braccia sotto le ascelle stile scimpanzè afferrando due maniglie immaginarie per farle intendere “tiri le braccia”, e infine simulo uno dei movimenti della Macarena (al punto “eeeeeee macarena”) per farle capire cosa significa “spingere col bacino”. Il tutto perfettamente in sincrono con gli strepiti del sergente.

Ad ogni istruzione, mia moglie si gira verso di me e mi rivolge uno sguardo che conserverò nel cuore per tutta la vita, l’espressione di chi non sappia nuotare e guardi l’istruttore per capire come salvarsi. Uno sguardo profondo mille anni, che mi ha fatto scoprire di essere forse più di quel che pensavo.

Il sergente, affatto romantico come me, ha invece reagito con stizzo:

“GUARDI ME NON GUARDI IL MARITO, ADESSO MI TOLGO IL CAMICE E LO DO A LUI…”

Poi è successo.

Non so come, ma è successo.

I miei sensi si sono attutiti, non sentivo più il mio corpo, il mio respiro, il tatto, il gusto, l’olfatto, il sesto senso era diventato unico e predominante e con esso potevo sentire persino il lento ruotare della galassia sul suo asse celeste, sono scivolato dal lato destro e mi sono piazzato proprio di fronte.

Quella testolina era troppo schiacciata, ferma all’imbocco, orribilmente schiacciata, qualcosa stava andando storto, è uscito di un colore ciano, non piangeva.

I mille splendidi soli si sono spenti nel mio cuore, il terrore mi ha percosso le ossa al centro, nel midollo, non riuscivo a parlare né a respirare, la sua piccola schiena era ricoperta di una strana sostanza bianca che non avevo visto con la prima figlia, nell’uscire pareva un pupazzo di gomma che un bambino cattivo avesse attorcinato più volte, stavo per impazzire, quel colore innaturale, quel silenzio spettrale.

Il sergente, con un’esperienza almeno ventennale che traspariva da ogni movimento, lo ha voltato e ho visto in faccia la mia vita viva.

Il primo vagito ha squarciato l’aria.

Il piccino allargava le braccine, le manine si aprivano e chiudevano e con esse la notte si è dileguata con un ciao-ciao.

Mille splendidi soli hanno ripreso la loro combustione nucleare nel mio petto, credo che per un attimo chi mi avesse visto avrebbe potuto vedere il sangue scorrermi nelle vene come nella macchina anatomica del Principe di San Severo, finalmente era ripresa la danza delle galassie a spirale, mi sentivo tirare i sensi da dentro a fuori come se la pressione interna stesse superando quella esterna e io mi stessi espandendo in uno con l’espandersi del cosmo, la mia anima stava mandando bagliori rossi come se fosse oggetto di in matto red shift, sentivo la lacerazione lenta del velo delle nebulose perdute ai confini dello Spazio, son diventato anche io puntino in un cielo notte, e la luce del sole che in quegli attimi è rimbalzata sulla mia pelle è stata difratta e riflessa come attraverso un prisma, sentivo scomporsi i miei pensieri come le fasi del cubismo più spinte in cui la forma della materia è puro colore, e tutte le forme e i colori della mia storia, di chi ero e da dove venivo, il mio passato, mia madre, i miei fratelli in cielo e in terra si sono fuse in una sola grande vibrazione di stringhe, poi tutto si è sciolto in pianto e finalmente ho ripreso a respirare rimaterializzandomi nuovamente in un involucro solido e opaco che avvolge e nasconde la mia anima, e ho potuto rispondere finalmente a mia moglie: “sì, sta bene, è nato”.

Benvenuto al mondo piccolino.

Ovunque tu splenda su questa terra, troverai sempre un giaciglio sul mio petto pronto ad accogliere il tuo sonno, milioni di altre volte ancora.
Milioni di altre volte ancora.
E questa è per te, l’ho scritta con la mente mentre ti stringevo tra le braccia in attesa che dalla sala visita tua madre uscisse con il foglio di dimissioni:

E se anche il sole esplode
Cosa vuoi che splenda
Altrettanto brillamente
Degli occhi tuoi sorgivi
Cosa vuoi che conti il sole
Se dalla tua nivea nuova pelle
Che scintilla come polla
Bevo avidamente
Luce a filamenti
E se anche l’aria muore
Cosa vuoi che importi
Se da oggi i miei respiri
Soffiano anche dentro te?

L’ascensore del Sant’Anna

Lo so, lo so benissimo.

Quelli di voi che mi vogliono sinceramente bene (sento che ci sono tra di voi autentici affetti di cui sono assolutamente fiero, e so anche che non è per tutti così), stanno in silenzio e aspettano. Lo so benissimo, che aspettate che vi racconti!

Non diventerà il file rouge di questo blog, ma un post arriverà, se riesco prima di Natale, dipende dai ritmi di veglia-sonno…

Nel frattempo, mentre i pupi sono di là che gareggiano in gorgheggi e pianti, voglio lasciare un pensiero e un augurio di Natale alle persone che ho incontrato nell’ascensore n. 10 del Sant’Anna (Torino ).

Quell’ascensore l’ho preso in salita e discesa credo un milione di volte, e tante volte le persone che salivano e scendevano con me si sono fermate al secondo piano.

Non ho potuto fare a meno di notare il totem con le indicazioni che si ergeva, come una divinità cattiva, appena al di là delle porte dell’ascensore, e non lasciava molte speranze a chi si soffermava al piano: a destra per la rianimazione, a sinistra per il reparto oncologico.

Il mio pensiero va a tutte quelle persone che ho sfiorato, e che questo Natale se lo passano con una persona cara in una di quelle due terribili alternative.

Vi auguro con tutto il cuore che Babbo Natale vi riporti a casa i vostri cari.

Perché ci sono momenti in cui ci si sente in colpa della propria felicità, o quantomeno un senso del pudore che ti induce a non farne inutile sfoggio anche se chiudere le mani a coppa davanti una stella può impedire a qualche occhio lontano di vedere, ma non interrompe la combustione nucleare che la fa brillare.

Auguri Mamma

Oggi abbiamo festeggiato insieme il compleanno di mia madre, quella che mi ha messo al mondo, come non succedeva da un decennio.

E mi pareva ora di dedicare pure a lei quattro parole su questo spazio che da tempo non è più mio di quanto sia vostro, dopo aver abbondantemente parlato dell’altra donna che considero ugualmente mamma.

Mia madre è una quercia.

Ha danzato sull’orlo di mille inferni col sorriso sulle labbra.

Ha affrontato l’abbandono di un marito, una tempesta economica e giudiziaria, la ditta annegata nei debiti, sciacalli che taglieggiavano la disperazione, ufficiali giudiziari, il pregiudizio di chi condanna sempre la donna nel fallimento d’un matrimonio, il paese che mormora, una donna di colore in casa, figuriamoci.

Ha affrontato la miseria intabarrata nei suoi cenci, nel suo cappotto che campeggia in mille foto perché negli anni non lo ha cambiato mai, l’ho vista girare nelle corsie del supermercato con una calcolatrice in mano, per non superare i denari stipati nel borsellino, contati uno ad uno, sono andato di persona un milione di volte dai vicini a chiedere il prezzemolo, o il basilico, o il sale, l’ho vista incollare i suoi occhiali con del nastro adesivo e accostare il battiscopa al muro, e centellinare la legna da ardere a termosifoni spenti, le sue mani mai ferme, mai ferme.

L’ho vista innumerevoli volte gettarmi le braccia al collo col sorriso stampato a forza, dopo quattordici ore di lavoro massacrante, senza mai un lamento.

Mi confessò, un giorno, che tante volte, prima di fermare l’auto davanti la porticina di casa, si era fermata sul ciglio della strada a piangere, per poi asciugarsi il volto, quel volto che amo più di quel che vedo riflesso ogni mattina, rassettarsi i capelli scarmigliati, e solo allora, riacquistata l’apparenza della serenità, era rientrata milioni di volte dalle sue quattro bocche da sfamare con la gioia tatuata sulla disperazione.

Sola, come un fiore nel Sahara, i genitori lontani, in Colombia.

Quante ore ho trascorso appeso al davanzale, su quella statale, dove transitavano milioni di auto, nessuna delle quali portava mia madre, quante ore a implorare Dio che la facesse tornare per una volta prima del crepuscolo, a sognare di vedere una di quelle auto mettere la freccia e fermarsi davanti casa.

Quante volte, al sabato mattina, mi stendevo tra i sedili posteriori della sua auto, e lei fingeva di non vedermi e mi fissava dal retrovisore e sorrideva e diceva ad alta voce “Chissà dov’è G., non l’ho visto, non mi ha salutata” e a quel punto, quando eravamo già lontani da casa ed ero sicuro di averla spuntata, saltavo su come un pupazzo a molla “tadààà”, e lei rideva, rideva, Dio come rideva, anche se stava andando ad affrontare problemi e fatica e sudore, lo faceva sembrare così vero lo stupore, che io mi sentivo un genio del male, ed ero così felice di stare attaccato alle sue gonne mentre ordinava, col cipiglio di un nocchiere, a destra e manca. Se mia madre avesse abitato il Paradiso prima del Tempo, Lucifero sarebbe ancora un angelo, mia madre l’avrebbe di sicuro messo in riga.

Quello scantinato dove per tanti anni ha avuto la sede la sua piccola ditta, che ha dato il pane alla nostra famiglia, ogni tanto mi manca un po’, certi sabati, quando vorrei ancora esser piccino piccino e intrufolarmi tra i sedili della sua scalcinata Citroen, e vorrei vederla che mi fissa nello specchietto e fa finta di non avermi visto. Se potessi, domani che prende quel treno, mi infilerei nella sua valigia e salterei su all’altezza di Firenze.

Lei mi ha insegnato tanto, ma l’eredità morale più importante è la capacità di stupirmi e gioire delle piccolezze, delle piccolissime cose della vita, di una formichina che ti sale sul braccio, di una foglia che cade e volteggia, di un abbraccio stretto sulle scapole, di un gesto di fiducia da una perfetta sconosciuta, del sorriso di mia figlia, dei suoi capelli biondi, fili d’angelo che rigiro istupidito tra le mie dita, di tutto, di tutto, di niente.

Mi ha insegnato a fatti, non con astruse teorie, che la felicità è uno stato dell’animo, non della materia, e con quest’ultima ha poco o nulla a che fare.

Mi ha insegnato che ciò che ci stupisce, è ciò che resta del tempo che trascorre. Tutto ciò che sopravvive al tempo, anche se piccino piccino, è enorme.

L’abbraccio di Jane Eyre a Rochester, quell’uomo deturpe, tutt’altro che appetibile, quell’abbraccio commuove. L’amplesso di Ferminia Daza e Florentino Ariza sarebbe triste, osceno quasi, alla loro età, senza alcuna attrattiva letteraria né fisica né mentale, se non avessimo sofferto con loro, se non avessimo osservato, incantati, loro due scambiarsi bigliettini segreti nel muro, telegrammi rubati, vita che stilla dall’orlo degli anni a fiumi e travolge tutto, ma alla foce del tempo, eccoli ancora lì, Ferminia e Florentino, che si reincontrano, e in quell’amplesso si concentra una vita di desideri e sogni e baci rubati.

E io credo che sia il tempo a rendere magici certi tratti di vita.

Al tempo che è trascorso, agli inferni sui cui orli Jane e Ferminia hano danzato, prima di quell’abbraccio e quell’amplesso, è al tempo che trascorre e lascia tracce di sè, che io penso, quando sento la forza irresistibile di piccoli gesti ed eventi della vita che mi spalancano la mascella in una perfetta O di stupore.

Amo la vita.

E l’amo perché amo mia madre.

Che è sopravvissuta a tanto tempo, a tante piccole tragedie, e non ha perso mai il suo sorriso.

Come quando le abbiamo dato, oggi, un libricino di poesie di Ada Negri, del 1869, che cercava da una vita, da quarant’anni, da quando mio padre lo regalò a chissà chi sottraendolo alle pupille avide di mia madre che, di quella perdita, si è lamentata per anni.

Auguri, mamma, a te che mi hai insegnato a guardare la vita dall’altro lato del cannocchiale. A te, che nessuno può capirti, se non chiude l’orizzonte tra due zolle e si fa formichina.

Le mie parole sono indegne di te, e allora ne scelgo altre, di chi è scrittore veramente, non un sognatore come me, uno vero, Verga, lo scrittore degli scrittori, eccole, le parole che sembri avere vergato tu con la punta del tuo piccolo, grande cuore:

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà.