Storia di due vermi

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C’erano due vermi piccini.

Si somigliavano tanto. Avevano vissuto per tanto tempo in posti lontani, e non si conoscevano per nulla. Poi, si incontrarono un giorno in un bel prato.

Era un luogo d’incanto, il sole brillava alto nel cielo sgombro dalle nuvole, le fronde degli alberi erano rigogliose, le gemme spandevano note floreali nell’aria e tutto l’universo sembrava cantare l’incanto della vita.

I due vermi piccini cominciarono a camminare uno accanto all’altro. 

Si raccontarono i fanghi da cui venivano, i terreni aridi, gli attacchi dei predatori, la loro vita che li aveva condotti fin lì, giorno per giorno. Quando uno parlava, l’altro taceva, e viceversa. Chi striscia in basso sa bene come si ascolta.

Poi un giorno uno disse all’altro :

– Sei bellissimo.

L’altro rispose:

– Anche tu, in fondo siamo così uguali io e te! Abbiamo tante di quelle cose in comune.

Il verme di sinistra sorrise felice, ma in cuor suo pensava che il suo compagno di viaggio si sbagliasse.

Tornò qualche giorno dopo in argomento.

– La tua bellezza è tanta. E io… sono felice di camminarti accanto, ma non credo di esserne degno.

– Ma non credo proprio, io sono un vermicello, e ho strisciato anche molto più di te – , rispose il verme di destra, che nei giorni si andava facendo sempre più lento.

Andarono avanti un bel pezzo, e il vermicello di sinistra smise di provare a convincere il suo compagno di viaggio che lui fosse meglio.

Ma nel suo cuore, quando il vermicello di destra diventò una crisalide, e poi volò via come farfalla, non si meravigliò per niente.

Lui l’aveva visto.

L’aveva visto dentro, il cielo che portava.

E sapeva che lì sarebbe ritornato.

 

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Una favola

Vieni qui, a papino tuo, che ti voglio raccontare una storia.

Non hai sonno, lo capisco, le bambole ti son venute a noia, non ti preoccupare, sdraiamoci qui sul tappeto, chiudiamo la luce, e stai a sentire.

C’era una volta una ragazza, chiamiamola Luce.

Luce amava correre.

Correva in continuazione.

Correva nel corridoio, proprio come te, correva dal fratellino, correva dalla mamma quando le si sbucciava un ginocchio.

Correva a scuola, in palestra, correva al cinema, lungo il campo di calcio, incitando i compagni.

Il suo sogno erano le Olimpiadi… eh cosa sono, sono dei giochi cui partecipano bambini da tutto il mondo. Mancava poco a questi giochi, lei si allenava duro ogni giorno, anche se non aveva i soldini per avere maestri importanti, lei si allenava, e come sudava, papino, come sudava.

Poi un giorno le sue gambe iniziarono a non correre più come una volta.

A scuola non vinceva più le corse, il fratellino, che era più piccolo di lei, iniziava a superarla, e lei rimaneva sempre più indietro.

Finché un giorno non riuscì più a camminare e rimase ferma.

Era molto triste, Luce, si adombrò tutta. Adombrare? Adombrare vuol dire perdere la luce, papino, la luce che hai tu nei tuoi occhioni, come quando papà o mamma si arrabbiano un pochino con te per le tue marachelle, ma Luce era molto molto triste, capisci, tanto che non volle più esser chiamata Luce, ma Luna, perché la Luna ha la sua luce anche nel buio profondo, sì, hai ragione, papino, ma è la luce del Sole che vi sbatte contro.

Ti dicevo che Luce era triste, ma tanto, piangeva, non voleva più andare a scuola dove le sue gambe erano capisci molto diverse dalle gambe di tutti gli altri bambini, che la prendevano in giro, la spingevano facendola cadere, le tiravano le trecce. No, papino, non erano bimbi cattivoni, a volte capita che davanti a chi è diverso anche le persone buone reagiscono male, per paura, sì, proprio per paura.

Luce intanto imparò a camminare sulle mani, con i piedi per aria. Però lo faceva solo nella sua stanza, quando era sicura che nessuno la vedeva. Ma sai che papà e mamma, invece, vedono i propri bambini anche quando dormono, anche quando sono sicuri di non essere visti, mamma e papà ci sono sempre, papà, io ci sono sempre anche se tu non mi vedi. Come quando di notte ti svegli, e mi chiami, non vedi che io sto sempre qui? Perché ti vedo, papino, ti vedo. E insomma Luce diventava sempre più forte nelle braccia, e sempre però più debole di gambe, e sempre meno voglia aveva di tornare a scuola dove tutta la sua bravura di braccia non serviva proprio a niente.

Ma la mamma di Luce era davvero brava, e così andò a scuola, in un giorno che Luce era a casa malata. Parlò uno ad uno con tutti gli amici di Luce, e poi con gli amici degli amici, con le bidelle, le maestre, con tutta la scuola la mamma parlò, e a tutti disse qualcosa nell’orecchio. Vieni qui, papino, che te la dico anche io nell’orecchio.

Quando Luce tornò a scuola, si accorse di qualcosa di straordinario: tutti i bambini, i bidelli, le maestre camminavano sulle braccia.

Il primo giorno fu così felice: gli amici la ringraziavano, perché camminando sulle braccia si accorsero del cielo sotto i loro piedi che di solito non guardavano mai, e videro la bellezza del salice piangente che è una pianta con la chioma che va giù, e poi capirono quanto importanti fossero i piedi, perché in tutti quegli anni li avevano portati ovunque e avevano sopportato tutto il loro peso senza che se ne accorgessero. Videro che il mondo sembrava tanto strano se visto al contrario, eppure si abituarono in fretta.

Luce era la più brava a camminare sulle braccia, e si sentì davvero felice.

Ma dopo qualche giorno chiese a tutti di tornare sui loro piedi. Non le importava più di essere l’unica a camminare sulle braccia, e capì che non voleva che gli altri camminassero a testa in giù solo per sembrare uguali a lei.

E i bambini, le bidelle e le maestre capirono che per aiutare chi è diverso da noi non serve fingere di essere uguali, che l’uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma rispettare e accettare le diversità di tutti e, ogni tanto, guardare la vita a testa in giù.

Ps onestamente sconsiglio questa favola come espediente per addormentare i vostri pupi, la mia mi ha interrotto di continuo con mille domande e voleva sapere come va a finire!

Se vi è piaciuta, condividetela pure con chi vi sta a cuore, non solo i bambini! Non importa menzionarmi, nessun copyright su queste quattro parole che credetemi mi son uscite spontanee da dentro dopo essermi indignato per questo articolo segnalato da Chiara Lorenzetti nel suo post di ieri

. Aggiornamento: l’articolo è stato rimosso! E ci sono le pubbliche scuse del giornale. INSIEME POSSIAMO CAMBIARLO QUESTO MONDO!


Comunicazione di servizio 1: per i nuovi arrivati qui, segnalo il mio romanzo qui.


Comunicazione n. 2: vi segnalo #liabbiamoaiutaticosì, questa lodevolissima iniziativa, dove tutti possono segnalare il piccolo o grande gesto con cui abbiamo aiutato il nostro prossimo, partecipate numerosi, fate sapere al mondo quanto è grande il nostro cuore! Facciamolo sentire ai cinici che #SiamoSoliInsieme.