Ritratto estemporaneo

Esistono diversi concetti che la maggiorparte di noi ritiene scontati, automatici, per nulla bisognevoli di riflessione. Il tempo. Lo spazio. La realtà.

Molte persone vivono serenamente accettando un po’ coscientemente, un po’ no, concetti così profondi e complessi come se potessero rispondere a una dicotomia che pare esservi in tutti i nostri valori, o quasi. Bello o brutto. Buono o cattivo. Colto o ignorante. Bene o male. Giusto o ingiusto.

C’è tempo o non ce n’è. C’è spazio o troppo o troppo poco. C’è una realtà. O non c’è. Ed è davvero curioso come le persone diano per scontato che l’unica realtà sia quella tangibile. Come se i fenomeni potessero accadere solo nel mondo della materia e non dello spirito. Come se dentro di noi ci fossero solo viscere e organi, sangue e ossa e nulla più.

Ma la cosa davvero curiosa, è come si dia per scontato che nella dicotomia di valori di cui il nostro occidente è impregnato da millenni, vi sia sempre un corno dell’alternativa che ha valore, e l’altro solo disvalore. Il relativismo ci ha insegnato che ci sono diversi concetti di buono, o di cattivo, di bene o di male. Ma a parte Nitsche, il relativismo, perlomeno quello di cui ho notizia io, non s’è mai spinto fino a mettere in dubbio che, quale sia il “relativo” concetto sottostante, si debba sempre preferire il bello al brutto, il buono al cattivo. La realtà all’irrealtà. La gioia al dolore. In realtà, osservando certi paesaggi umani, viene da pensare che accada piuttosto il contrario, e che spesso le persone, in una duplicità angosciante, mentre predichino la dicotomia di cui sopra e siano pronte a giurare di dare più peso al vero che al falso, al buono che al cattivo, nonostante ciò, a me pare che le persone spesso scelgano in contrasto netto con tale visione aprioristica e per nulla dimostrata di cosa sia da preferire in questa vita.

Molti scelgono il dolore, per sé e per gli altri, lo elevano a modello di vita, forse imitando certi cliché cinematografici di uomini e donne belli/e e dannati/e. Come se la dannazione avesse una sua fascinazione.

Come se dentro, non ci fosse rimasto più niente.

Neppure un briciolo di valore. Né di dolore, che valga la pena di essere soffocato, cercando le parole scolpendole a colpi di piccozza nel proprio cuore, stringendo la carne in modo che il veleno iniettato dal morso d’un qualche serpente, sprizzi via prima che tutto cada.

Prima che anche il tramonto tramonti su quel paesaggio interiore che, certi giorni, sembra il ritratto crudele d’un malcelato dolore.

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Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.