The closing must go on (#IoMeNeFotto)

freddie-mercury

Le cose stanno proprio cosí.

Di closing non é mai morto nessuno, tranne Ted.

Un giorno arriva una mail da TippeteTappete, così chiamato per via del suo disturbo compulsivo consistente nel battere i tappi delle penne sulla scrivania, producendo due note diverse, in alternanza, tippete, e tappete.

Di lui non sapevo altro. La sua mail annunciava che un nostro caro collega, Ted, di cui ugualmente non avevo mai sentito parlare se non per il motivo del suo nickname (“Ted l’orso stronzo”, non credo vi sia bisogno di spiegarvelo questo), lasciava lo studio per “motivi di salute”.

In seguito un collega di Milano mi ha informato che il tizio che “lasciava lo studio per motivi di salute” si era accasciato – stroncato da un infarto – durante un closing (per chi non lo sapesse, closing è un nome per indicare una riunione in cui si “chiude” un’operazione).

La sua morte creò sgomento tra gli astanti che, infatti, rimasero sbigottiti, perché quel poveraccio s’era accasciato giusto sul contratto che dovevano firmare e non si riusciva a spostarlo, vista la sua stazza. Inoltre, quand’anche avessero chiamato una gru per spostarlo di sedia, Ted era procuratore di una delle parti, e quindi senza la sua firma, non si poteva procedere, a meno di usare il vecchio trucco della “mano morta”, ma nessuno volle prestarsi nonostante le proteste della mia boss che aveva già agguantato la mano ed era riuscita ad infilarvi una penna.

Con la sua morte, Ted aveva (del tutto involontariamente, sospetto) fatto saltare l’operazione. Gli astanti furono indulgenti sul resto, non si adontarono affatto con Ted per la sua morte, ma solo per la sua perdita di capacità di rappresentare il mandante.

Pensandoci bene, il tizio-sconosciuto-collega, TippeteTappete, che ci aveva informato della “uscita per motivi di salute” di Ted, era stato abbastanza preciso.

Se Ted era morto, lasciava lo studio, no?

Usciva dallo studio in ogni senso, no?

Mica poteva pretendere di restarsene nella sala riunioni a marcire e imputridire?

E poi doveva comunque sgombrare, non fosse altro che per permettere a qualche collega di sfilargli da sotto la testa il contratto.

The closing must go on, direbbe un grande artista che, potremmo dire, è uscito dal gruppo the Queen per “motivi di salute”.

La morte è un motivo di salute tra i più validi da addurre, non tanto per i ritardi, quanto per le assenze da lavoro.

E neppure si può dire che il termine “salute” sia fuorviante, perché difficilmente troverete un morto con una qualsiasi malattia.

Comunque, a parte Ted, che ci ha lasciato per motivi di salute (il che non prova affatto che la vita iperansiolitica di un avvocato rampante quarantenne sedentario e sovrappeso quale era Ted, che Dio l’abbia in gloria e gli paghi le parcelle, può essere perigliosa, no no!), nessuno è mai morto per un closing, tantomeno per un closing mancato.

Ero riuscito rocambolescamente a incastrare miliardi di agende per venerdí scorso, in modo da riunirci una buona volta e firmare l’accordo saltato, anche se continuavo a ripetere al legale di controparte che non eravamo pronti.

Alla riunione si sono presentati tutti rilassati, e vogliosi di ponte, ma al momento di verificare i poteri, ovviamente, siamo incappati nell’incidente più frequente, ovvero la loro mancanza.

Quindici anni passati tra gente, come gli avvocati, che trovi divertente fare battute sui brogli delle squadre di calcio delle altrui fedi calcistiche, ha avuto i suoi effetti sul sottoscritto; ho provato un sadico piacere nell’osservare, placidamente, il terrore della collega (invidiosamente più giovane di me) di controparte che si affannava nel tentativo di trovare una qualsiasi soluzione, anche la più fantasiosa, per non rimandare un’altra volta il closing.

Mentre qualcuno sbraitava “è una vergona”, lei sgranava gli occhi e mi fissava, e mimava con le labbra “che cazzo facciamo adesso?”.

In quel momento io, all’azimuth del godimento sadico, mi sentivo come il conte di Montecristo davanti a Morcef, un nemico, che viene creduto amico dal nemico, appostato nell’ombra, che sta per vibrare il suo pugnale di vendetta (le avevo pur detto che noi non si era pronti, ma lei no!), e quindi, novello Dantés, ho mimato a mia volta le immonde parole che per un avvocato alle prime armi suonano come “ergastolo” per l’imputato.

Ho mimato le parole immonde alle quali i 15 anni di cui sopra mi hanno reso fortunatamente immune: “qui salta tutto”.

Lei ha roteato gli occhi e quindi io – preso da un sentimento quasi paternalistico – le ho detto, con sguardo sdegnoso verso il periglio, col cipiglio del capitan findus che insegna ai regazzini a fare i nodi e a cucinare i bastoncini congelati (piccola parentesi, quanto devi essere deficiente per stare su un peschereccio, con tonnellate di pesce fresco appena pescato, e metterti a mangiare bastoncini surgelati?), insomma con voce impostata alla James Dean le ho detto:

nessuno è mai morto per un closing, baby.

 

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Closing

I closing costituiscono sempre uno spartiacque, il Mar Rosso delle pratiche, tra due fasi di una pratica (la firma di un preliminare, la costituzione di garanzie notarilizzate, la schiavitù degli Israeliti in Egitto e le peregrinazioni nel deserto, etc.).

Di solito il closing è formale ma qualche volta è un casino royale (senz’accentò).

Qualche volta ti tocca la parte di Mosè (o era Noè? No, eh?).

Talaltra la parte dell’egiziano segugio miliziano che affoga [^1].

In alcuni casi il closing non ha alcun senso, in talaltro caso ha un senso preciso, ma è un senso unico.

E tu l’hai preso contromano.

Come quando – sprovveduti! – si lascia al giorno del closing la risoluzione di pendenti questioni di sostanza (la durata di una garanzia, ad es.).

Pippazzo l’altro giorno mi ha assoldato come porta-bozze in un closing di un’operazione sconosciuta (almeno a me).

Sapete come va, il tragitto stampante/sala del closing può rivelarsi più temprante di un triathlon.

Sono entrati 4 avvocati di controparte, il loro cliente, ed infine due signori azzimati, i nostri clienti.

In tutto 9.

Io e Pippazzo stavamo già distribuendo una copia delle 800 pagine (una copia di 800, o 800 copie di 1, è lo stesso), più un pacchetto “light” per il notaro (a lui solo 450 pagine).

Totale pagine: 7.450. 1 contratto principale, 12 (ter) allegati, 12 bozze di verbali.

Nessuno si è seduto davanti a quei grattacieli di carta, probabilmente sembravano posti occupati, o forse perché portavano tutti lenti da sole.

E’ entrato il notaro e si è incazzato perché non eravamo nemmeno lontanamente pronti, qualcuno si è dimenticato di fissare un diverso orario per lui, che di certo non doveva partecipare alla negoziazione.

Dopo il rito sacro dello scambio di bigliettini, con l’immancabile pirla che se li è dimenticati e se ne esce con l’abusata cazzata de “li ho finiti e ancora me li ristampano“, l’avvocato di controparte ha preso la parola e ha proposto subito di abolire l’articolo 2. Pippazzo si è opposto strenuamente:

“L’articolo articolo ARTICOLO dico l’articolo 2 2 2 2…”

“Avvocà ma qui c’è solo fino a 2.2.2, il 2.2.2.2 non esiste…”

“No no non nono, nono, non vo vo volevo dire capisce dire dico cioè dire du du du du due punto due punto due ma tutto l’articolo 2 va salvato, è il cuore del contratto”

“Ma se è un inutile pippone che dice che il singolare è plurale e il genere femminile include il maschile (a travoneee) etc… non mi pare sta cosa essenziale”.

Pippazzo alla fine ha ceduto pur di strappare una concessione sul nome dello studio legale da nominare nella clausola sulle liti.

Due che si accordano e si mettono a scrivere una clausola per stabilire che succede se non si accordano sull’accordo…questi sono i legali.

Il sudore mi imperla la fronte. Se salta l’articolo 2 vuol dire che cambiano numerazione tutti gli articoli dal 3 al 129 e, quindi, abbiamo appena disboscato un’area quanto la Lombardia inutilmente.

Preoccupazione del tutto infondata, perché la ristampa a seguito di rinumerazione è stata solo la prima di 18 ristampe dovute a errori, refusi, calcoli errati, margini smarginati, maiuscole minuscole, minuscole maiuscole, etc.

Alla fine, dopo l’ultima stretta di mano, è rimasto dentro quel senso di vuoto tipico delle fasi di transizioni, quando finisci e indugi sul compito compiuto prima di archiviarlo e andare avanti. Come si dev’essere sentito Mosè quando, nella notte che dispiegava le sue funeree ali placidamente assisa sul suo trono di pallide stelle, si è girato indietro, sull’altra sponda del Mar Rosso, e prima di portare il suo Popolo verso la terra promessa (e il macello sottaciuto), avrà indugiato a rimestare con qualche rubicondo ramo di corallo la spuma del Mar Rosso vermiglia mescolata al sangue cremisi degli egiziani.

Come quando finisci di fare la cacca, ma rimani seduto ancora un altro poco perché in fondo in fondo ti secca di doverti pulirti il culo, e poi ti alzi, con un senso di vuoto (fisico…) dentro, e dai una sbirciatina a quelle acque che hanno un colore tutt’altro che cristallino, ricoperte di carta tutt’altro che candida.

[^1] Ma è pure ‘n po’ coRpa tua, a ciocco d’ebano!, si vedi er mare aperto come ‘na sdraio er dubbio che quaRcosa nun j’ammolla te poteva pure piglià, prima da mette-te a ‘nzeguì uno ‘mmezzo ar mare aperto come ‘na cozza, chi ta credevi da esse, Noè? noh, voglio dire, eh?.