Ci sono cieli di carta

Ci sono cieli di carta dove vivono le storie che leggiamo. Dove Oreste diventa indistinguibile da Amleto.

La clessidra perde granelli di attimi, io scorro lento solo se guardo avanti, nel retrovisore mentale che è la mia memoria gli anni sono compressi in un cucchiaino di passato. Concentrato. Posso diluirlo in mille ricordi ma è trascorso in un attimo. Un soffio un giorno, nei miei occhi tracce dei miei viaggi, lacrime cadute hanno scavato una rete di meridiani e paralleli, la mappa del mio mondo interiore è scritta in rilievo sul mio volto, scorro con un dito le mie rughe e vedo mio padre ancora con noi, i miei 4 anni in Africa, la sua casetta di legno, la mia casetta, mio fratello appeso a un pozzo e io che vorrei gridare e non ce la faccio, una ruga mia madre, il suo sorriso bianco accecante affogato nel suo viso nero, il suo accento straniero che non le è mai andato via, ha messo la bandiera nella sua voce, sento il tempo degli esami, i libri, il mio chiudere il mondo fuori, gli amici che mi chiamano per andare al mare ma io annego nel concetto di capitale sociale, solo una finzione.

Alzo gli occhi allo specchio e chi è quel giovane vecchio? Quanti respiri ancora? E se non trovo un senso a questo cielo che pare di carta? E se quando lo trovo scopro che non posso applicarlo ai giorni già vissuti?

E se le radici son nere, cosa andrò a guardare? Mi piacerà il mio nuovo corpo, se ancora ne avrò uno?

Persi, siamo persi in un universo sconfinato, eppure siamo capitati tutti qui vicinissimi, stretti, come nuvole in un temporale, penso a quanto potevamo essere distanti, avrei potuto atterrare su un pianeta di Andromeda, o fuori la via Lattea, e tu nascere in una delle M dimensioni, dove non ci sono stringhe nè bosoni, potevamo nascere dallo stesso fotone e farci cellule di antimateria, chissà come sarebbe stato il tempo, che orologi usa una farfalla.

Una nota scintilla nell’aria e pare di vederla, annuso la vibrazione di una corda di violino, un piano suona triste e un mazzo di fiori incendiano il camino.

La neve si scioglie come pianto.

Ondeggio e l’anima mi si inclina come l’asse terrestre. Il mio mondo ruota intorno ad essa eppure non la ho mai vista.

Posso solo sentire. Sentire che non può essere tutto qui. Sento troppo dentro e qualche volta esce dalla penna, qualche volta dalle lacrime, a volte scrivo con entrambe.

Sento dentro tutti i canti. Annuso il pesco sotto un cielo giapponese, affondo le mani nella terra dove sono nato, vivo e mi sento vivere.

Amo ogni singola emozione. Sono una rosa e ogni petalo mi è prezioso anche se ogni petalo prima o poi cadrà.

Advertisements

Cartarifrangente

disperazione.jpg

Per chi non avesse seguito la mia diretta Facebook, vi racconto una delle mie ultime mattine.

Cominciamo dalla notte prima. Che più che notte, è stata nottata.

Non avevo dormito e avevo il colon molto irritabile. E non solo quello.

Arrivo in cucina con la giovialità di un polipo lesso (a fette), e sento mugugnare alle mie spalle: è Ivan Drago, alias la mia principessa di 4 anni, che deve soffrire del disturbo dissociativo di personalità, temo.

Ogni tanto si sveglia così, con la luna non storta, ma capovolta. Mi urla

“FAMMI IL LATTEEEEEEH”.

“Certo amore, subito amore”.

“NON CI STANNO I BISCOTTHEEEEE”

“Hai ragione, scusa a papà, ecco i biscottini”

“NO QUESTIIIIH MA GLI ALTREEEEHI”

“Okay, ecco i frollini allora”

“NO HO DETTO GLI ALTRIIII”

“Ma quali?”

E con il dito, proprio come si farebbe con uno schiavo che non parla la tua superiore lingua, ha indicato “gli altri” biscotti (erano gli stessi… ma altri, da pescare nel medesimo pacco da cui avevo pescato io…).

Le metto il pacco davanti e le dico, cominciando a perdere un certo grado di serenità, che può sceglierli da lei.

Mentre sorseggio il mio caffè extra-strong, qualcosa si muove dentro, e non è un bastimento. Insomma mi assale il tipico squaraus mattutino post-latte-e-caffè (e sigaretta, un tempo, ma ora non più).

Mia moglie se la ronfa insieme al piccolino, per cui mi toccherà cagare con la porta aperta per controllare “tempesta” (questo uno dei tanti nomignoli di principessa, insieme a “scintilla”).

Prima di andare, son riuscito a vestirla con contorcimenti particolari perchè non voleva mollare il pupazzo che aveva in mano e ho dovuto farle cambiar mano 3 volte per infilarle canottiera, camicia, maglia. Devo fare presto, rimangono 15 minuti di cui 10 mi servono per il tragitto scuola-asilo.

Finalmente guadagno la tazza, ma con uno spiraglio di porta, non proprio spalancata che pare brutto, ed è così, non c’è nulla di cui meravigliarsi perchè diventare genitore vuol dire abdicare al diritto di chiudere la porta all’atto di cagare.

Sono lì che la guardo, lei esce dalla visuale e io mi inclino su un bordo della tazza per sbirciare, e mi parte un concerto per strumenti a fiato (e fieto).

I miasmi si spandono con mia grande soddisfazione; ora, non fate quella faccia, sappiamo tutti che l’unica merda che puzza è quella degli altri.

Comunque, s’era infittita la nebbia nel bagno, non ci vedevo quasi più e per fortuna dal Nebraska (così chiamato perchè c’è tanta nebbia) avevo portato a casa la cartarifrangente, un particolare tipo di carta igienica che ha delle fluorescenze che aiutano a cercarla nel buio o tra le nebbie del Nebbiaska (fanno anche un eccellente vino lì, il Nebbriolo).

Perchè mentre sei sulla tazza non puoi sbagliare, ci sono Stati tipo l’Alabama che ha introdotto l’obbligo di tenere in casa rotoli con fendinebbia.

Non puoi sbagliare e prendere la vestaglia di tua moglie, pare brutto.

Dunque ero lì che ancora però eseguivo dei pliè interiori, quando vedo un’ombra chiara passare rapida davanti la porta. Dopo pochi secondi, eccola ricomparire.

Non mi capacito, pare un angelo.

Poi si ferma finalmente: è mia figlia.

Ivan Drago.

COMPLETAMENTE, FOTTUTAMENTE, IRRESPONSABILMENTE NUDA.

Io non posso ancora alzarmi e le sbraito di vestirsi, e le chiedo perché abbia fatto una cosa così. Che domanda stupida, la mia: per quale motivo vuoi che una bimba di 4 anni faccia qualcosa? Perchè le va!

Gliela avrei anche perdonata, ma quel che è successo dopo no.

Mi ha guardato con odio autentico, si è voltata, mi ha dato le spalle, si è accovacciata e davanti ai miei occhi increduli ha cagato sul parquet.

Meno male che non è di quelli troppo chiari…