Un giorno perfetto in un mondo imperfetto

VERSIONE VERA

Sabato la
premiazione. Mi sveglio tardi, assonnato. Prendo due caffè. Dormo ancora.
Parto con tre ore di anticipo. Ma per non far vedere, mi fermo in una curva
di montagna, sotto gli alberi, dormo sul sedile come un barbone. Poi arrivo
al teatro, mi siedo in fondo. So che avrò voglia di andarmene quando saranno
finite le premiazioni e io non ci sarò.

Ringraziano il sindaco, il vicesindaco, il sindaco del paese
di fronte, l’ex sindaco che ha organizzato il tutto, l’assessore a non-soche, il presidente dell’associazione tale, uno scrittore che non si
è presentato, gli sponsor, uno ad uno, ringraziano la Madonna e tutti i Santi
(uno a uno) e poi iniziano la premiazione.

Il primo nome che
salta fuori?

Il mio.

BANG.

Non mi alzo. L’ex
sindaco mi chiama, con la voce che dice “brutto pirla il premio se non vieni
come cazzo te lo diamo”.

Ero solo.

Avrei voluto avere i
miei figli, mia moglie, mia madre, mia nonna (anche se essendo morta da un
pezzo temo che avrebbe fatto una certa impressione), ma non fa niente. L’emozione
è stata fortissima, non ho mai partecipato a un concorso letterario.

Piango come un
fesso.

Torno a casa e dormo
con la targa nel letto.

La notte pone fine a
un piccolo giorno perfetto.

VERSIONE BUKOWSKI

Finale. Ovvio, no?
La premiazione, devo andare. Mi rompo, ma se vuoi campare ti tocca.

Strafatto di vino e
di sesso, mi sveglio con una nel letto, come si chiama? Le avevo
detto che passavo IO all’aeroporto di L.A. a prenderla, venerdì sera, questo lo ricordo, ma me la trovo sui gradini che fuma, giusto sotto il cartello del vietato fumare. Una ciocca le nasconde un
occhio. Adesso gliela incendio. Poi apro la porta e lei entra senza bussare. La ciocca ha sentito il pericolo e si è spostata da sola, lascio andare l’accendino che stringo in tasca.

Mi infila un grissino e del prosciutto in bocca. Mi tocca i denti con le dita, cerca un dente d’oro forse, chi la conosce ‘sta qui? Magari è una rumena che svaligia gli appartamenti. Le dico cazzo, stappiamo prima.

Dopo è confuso, beviamo e mangiamo la carbonara, dolciastra, ho scambiato lo sciroppo d’acero per salsa di soia.

Bum bum, due colpi, mi tocco il portafogli per vedere se è ancora in tasca (ho le braghe calate solo il necessario),
poi non mi si alza, dico merda, ma è l’alcol. Sempre colpa del vino. Lei mi
aiuta, nulla ti rialza come un’amica, in particolare una bocca amica, ma nessun aiuto mi aiuta. Dormo. Mi
sveglio e sento la pioggia nelle mutande. Non si arrende. Mi incazzo e inizio
a prenderla forte, stringendo i fianchi. Un morso, due, tre, uno schiaffo sulle chiappe a stile puledra. Avrà lividi
domani. Chi se ne fotte. Alle mie verruche sulle mani. Alle verruche, chi ci pensa?

Vengo, viene, veniamo, a posto. Mentre lo facciamo
mi scappa “Ti amo Veronica”.

Lei mi guarda e scoppia
a ridere. Pensa che abbia sbagliato di proposito il suo nome. Io rido perché lei ride.  E lei ride pensando che io rida per lo stesso motivo suo. Donne.

Alle 4 ci
addormentiamo (io sempre con la mano sul portafogli, come quando viaggiavo sul treno espresso per Brooklin). Alle 6 riprendiamo. Andiamo avanti fino alle 12. Il vino dà, il vino toglie. Anche nel sesso. Ogni tanto bevo per darmi un tono. Poi dico,
andiamo. Devo aver fatto un bidet con il Listerine al Peperoncino a giudicare dal bruciore. Ho dormito
davvero ubriaco. Mi brucia anche il culo e non voglio sapere perché.

Guido e cerco di ricordare come si chiama la tipa che mi siede accanto. Pazienza, qualcuno la chiamerà prima
o poi.

Poi lei è di quelle
che amano ripetere il proprio nome quando ti raccontano di gente che si
rivolge a loro. Le si gonfiano le tette. Donne. Pavoni.

Metto l’indirizzo sul cellulare. Non so manco se esista davvero un paese che si chiama Roburent. 800 abitanti. Al concorso 400 partecipanti.  Il mondo è complicato.
Mi cade il cellulare sul ginocchio, quello operato. Mi gratto la barba e lo metto tra le gambe di Veronica e dico “Tienilo stretto”.
Lei ride e fuma. Rido anche io, le rubo la sigaretta e fumo. Sudo.

Arriviamo con tre ore di anticipo, dormiamo in macchina come barboni, sotto fronde odorose di castagni. Poi passiamo un’ora al telefono con gente. Lei con il suo ex, strafatto, sua figlia incasinata, suo fratello in ansia, la sua amica incazzata nera con uno stronzo che non sa gestire la figlia, gente. La gente e i suoi guai.
Arriviamo quasi in ritardo, ovvio, non c’è parcheggio ora, prima, tre ore fa, sì.
Mi siedo in prima fila, di lato, è più facile alzarmi per il premio. Mi brucia ancora il culo e non voglio (sapere perchè) camminare troppo, magari pensano che mi sono cagato addosso. Ci sta.
Mia moglie squadra
la mia amica, guarda come cammino, si incazza, mi tiene il muso e spinge i bambini verso di
me con una pedata.
Vinci tu papà, dice
il piccolo. Per forza. Sono il migliore. Papà anche gli altri vincono?
No, gli altri babbei finalisti lo
pensano, chiaro, ma non vincono. Quei pochi che non lo pensano non sono venuti. Gli unici
sinceri.
Il primo nome, il
mio. Ovvio, mi dico. Sarà perché Bukowski comincia per B e gli altri sono sfigati alfabeticamente.
Mi alzo, salgo i
gradini senza alzare troppo le gambe (e  senza far strisciare troppo tra loro le chiappe). La tipa mi fa una foto. Poi si scorda di mandarmela. Bisogna
capirla, ha 57 portati benissimo, o 47 portati male. Ma tutti le dicono che sembra una ragazzina e chi sono io per dirle la verità? Mi righerebbe di nuovo l’auto o finirebbe di cuocere il mio pesciolino rosso nel microonde come l’ultima volta, e non mi va. Ha lasciato in macchina una camicia bianca. Come è tornata a casa, in topless?
Prendo il premio
speciale dell’associazione. Dico merda, niente denaro. Ho partecipato per
quello, la bumba come me la compro ora?
Poi le luci calano, lo sciabordio delle voci si aggruma e si dilegua, la sala si svuota insieme a delusioni amare, gioie e
invidie. Guardo i piedi della folla, tutte scarpe diverse. Ce le
toglieremo tutti prima di notte.
La tipa parla con un
attore. Penso, adesso la lascio qui.
Ma Veronica che non
si chiama Veronica mi viene vicino, mi mette una mano sul cavallo e dice
andiamo. Allora saluto i bimbi, mia moglie che fuma nervosa, le dico che li vado a prendere il giorno dopo.

E andiamo.

Altra notte, sesso,
poco, come quando a Natale fai il pranzo terrone con dodici portate (senza contare il dessert), a cena solo un’insalata, ma poi ti siedi e ti finisci di avanzi, anche se non ti sfondi perché non ce la fai più. Ma ci provi. Sempre.

Mi sveglio e chiedo a Veronica di prendere le sue robe e andare. Mi fa, dovevo restare. Non me lo ricordo, scusa tesoro, ma devi proprio, più tardi arrivano i bimbi. Non trova le mutande. Le hai nascoste, confessa, le
urlo. Ribalto la casa. Non si trovano. Le ha nascoste bene la stronza. Mi sfregia un quadro con l’accendino. Sorride e tenta di baciarmi. La scaccio e le chiudo la porta in faccia.

Fanculo.

Se ne va. Lascia un tappo di sughero, due mozziconi, una pellicola di vetro per
evitare che si rompa il display, rotta, ovviamente. E una scia di profumo di nostalgia per le cose belle e cicliche e fuori stagione, oltre gli steccati della vita normale, come l’ultimo bagno d’estate.

Mi gratto la barba (e le chiappe, che bruciano ancora) e
guardo la targa premio nel letto.

E penso che il mondo è imperfetto.

Imperfetto e stupendo.

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Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

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