Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

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Scrivere è come vivere due volte

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Io amo la vita.

E amo le persone, che ne sono una delle più alte e complesse espressioni.

Le mie esperienze non sempre facili, la mia adolescenza trascorsa a osservare le lacrime nascoste di mia madre, e tutto il dolore di cui sono stato testimone tra amici e parenti vari, mi ha portato ad amare soprattutto le persone dalla vita incompleta, che lottano per quadrare i cerchi, che cadono e si rialzano e talvolta han tanto male che preferiscono strisciare per un po’, le persone sole, quelle con figli problematici, le persone che non sono riuscite a realizzarsi nel lavoro ma si alzano ogni mattina con la grinta per cercarlo ancora e ancora e ancora, le donne abbandonate, maltrattate, tradite o ignorate da chi vive loro accanto senza avere mai sfiorato i loro lati più veri, anche quelli un poco oscuri, le persone bizzarre, quelle che hanno paura anche di salutarmi perché nella loro vita hanno imparato a chiedere permesso e non alzare la voce mai, le persone silenziose, quelle che sognano in continuazione e si fanno in quattro per i sogni altrui, non avendo la possibilità di alimentare i propri.

E scrivere ha questo grande pregio per me: mi lascia a contatto intimo con le persone che io amo, anche dopo che sono andate via.

Nella scrittura io vivo due volte le loro vite, e dopo di me le vivranno anche dei perfetti sconosciuti che non sapranno nulla di me, ma tutto delle persone che ho amato.

Buona domenica belle persone!

Per il terremoto del Centro Italia

 

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[Foto La Presse]
Per tutto il mese di settembre e ottobre ho pensato di muovermi per dare un aiuto concreto alle persone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, devolvendo a favore di Specchio dei Tempi, fondazione de La Stampa, quattro euro per ogni copia cartacea (costo di vendita 9.99 euro), e cinquanta centesimi per ogni copia ebook (costo 2.99 euro) venduta de L’ultimo Abele.
Se avete già acquistato L’ultimo Abele, non scoraggiatevi! Potete partecipare invitando altre persone a farlo, condividendo questo post sui social, o segnalando questa iniziativa nei diversi modi che preferite.
Essendo solo un piccolo gesto concreto che possiamo fare insieme, io e voi, non c’è bisogno di postare foto né inviare prove d’acquisto, sarà mia cura pubblicare i report di vendita e la ricevuta del bonifico che effettuerò simbolicamente il 2 Novembre, in nome di tutte le persone scomparse, nel loro giorno, che quest’anno è anche il nostro.
Perché la campana suona sempre anche per noi.
Link: https://www.amazon.it/dp/1519507267
P.s. sto pensando di estendere l’iniziativa all’altro mio romanzo, ma sono nel dubbio perché non vorrei dare una connotazione promozionale all’iniziativa. Fatemi sapere cosa ne pensate a tal proposito!

BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.

Kavvingrins – Gemellone Stellare e Graculare

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Puntuale come una puntura di zanzara sui navigli di Milano ad agosto se ti metti i calzoncini corti e hai finito l’Autan, arriva Kavvingrinus, rubrica con-poco-dotta con Kalosf e Pisellino Stellare (io non sono il prostatologo di QUELLO LA’, quindi, se volete spiegazioni del cazzo, andate da lui, eh).


La mantide col carapace [cominciamo con uno sfoggio di termini non comuni, di quegli sfoggi che piacciono tanto a me e di cui è pieno L’Ultimo Abele; sfoggio completamente inutile, visto che le mantidi, si sa, non hanno alcun carapace] coperto di medaglie scavò a lungo, fino a quando sentì una maggiore resistenza contro una delle falci.
– Ne ho trovato uno – gridò [Ovviamente la mantide ha parlato in mantidese, che vi traduco per voi amici della bootanica:  #[]@#[[##—<>—>>] ai compagni.

Altre cinque mantidi sciamarono [Altro bellissimo e inutile sfoggio di termini a sproposito; come una rondine non fa primavera, cinque mantidi non fanno uno sciame] a quattro zampe [quattro su sei, le altre due erano probabilmente impegnate in preghiera] verso quella che aveva parlato, intenta a estrarre il tesoro: una scatola di metallo e resina, incisa con piccole curve e rette spezzate.

– Chi è l’esperto di antiche rune? – chiese la mantide decorata, tenendo la scatola tra le falci.

Una mantide allampanata e con indosso un camice bianco le si avvicinò, alzando la falce con fare incerto per poi grattarsi la nuca.

– Ehm.. sì, sono io.
Scienziologi, tutti uguali, pensò la prima mantide, porgendo la scatola all’esperto di rune, poi disse: – Cosa c’è scritto?

– Ehm… Signora Comandante… secondo le scuole più accreditate…

– COSA. C’È. SCRITTO.

La mantide col camice inforcò gli occhiali e navigò sul runario per mezzo minuto.

– Signora Comandante, qui c’è scritto “Automat ic”. Ma vede lo spazio? Potrebbe starci… un’altra “T”!

– Quindi è uno dei rari aggeggi di memoria di Automattic? Sicuro? – chiese la Comandante.

– Rari! Ne abbiamo già trovati almeno duec…

– Bene! Potrebbe trattarsi di roba militare! – la Comandante si fregò le falci, come per affilarle.

Ore dopo, il dispositivo appena scavato uscì dal rigeneratore a tecnobubbole di reliquie magiscientifiche.

– E ora, scienziologo – disse la mantide Comandante – fammi vedere cosa contiene.

Lo scienziologo collegò la scatola al computer e sullo schermo apparvero numerose stringhe di rune.

– Signora Comandante… sono ancora dei backup di blog…

– Se è un backup, conterrà informazioni importanti!

– Beh… dipende: cosa considera importante? Vede questo, Signora Comandante? – la mantide nerd indicò una stringa di rune – Questo blog era “Scie kimike vs aceto” e questo… come si pronuncia… era “Zinne giganti di ministre rotanti!!1!11!” [Questo blog mi interessa molto, sai? Hai mica il link?].

– Zinne giganti lo abbiamo già trovato [Modestamente anche io, pur non essendo né mantide, né troppo religiosa, né decorato, in vita ho trovato in qualche reperto archeologico qualche zinna gigante sul mio cammino…]: è quel campionario di foto di palloni?

– Sì, Signora Comandante… Come avete visto… potrebbe esserci saggezza in questi blog, ma anche vagonate di merd… porn… parascienze, ecco!

– Scegline uno, scienziologo!

– Quale, Signora Comandante? – chiese l’esperto di rune.

– Quello che ti pare. A caso. Traduci. In fretta. Bene. O ti mangio la testa!

– Signora Comandante… ho la stampa di un file… viene da un blog chiamato Discussioni concentriche… sta anche in Avvocatolo e kalosf… e La cupa voliera bla bla bla.

– Alcuni di questi li ho già sentiti: uno o due di loro avevano le note a cazzo [Più precisamente avevano il cazzo a note… detto anche notevole]?

– Ovviamente! – rispose il nerd delle rune.

– Eh! – concluse la Comandante – Va bene, passami il resoconto e fuori dalle falci.

La mantide col camice porse il foglio alla Comandante.

“Ho iniziato a leggere prima di andare a scuola [Il che, con tutta probabilità, dimostra quanto tardi certa gente vada a scuola]: era Il racconta storie, una raccolta di fiabe illustrate che usciva in edicola.

È stato un bene, imparare a leggere prima di entrare a scuola: i libri che m’hanno appioppato come compito mi hanno annoiato quasi tutti, forse ora sarei analfabeta di ritorno! 😛

Fino all’adolescenza, ho eletto uno scrittore preferito: prima c’è stato Gianni Rodari, con Il pianeta degli alberi di Natale, poi è toccato a Jules Verne con Ventimila leghe sotto i mari.

Prima del mio ultimo scrittore preferito, devo accennare alla rivoluzione della mia “carriera” di lettore: la scoperta dei millelire e degli economici della Newton. Da adolescente spiantato, quelle collane mi hanno permesso di conoscere degli autori interessanti, sia nel giallo (come Agatha Christie [Interessanti cu cazz] e Edgar Wallace [Questa te la passo]) che nell’horror.

Sono particolarmente affezionato al mitico Gustav Meyrink, uno scrittore e occultista che si divertiva a prendere per il culo i militari.”

– COSA? – esclamò la mantide, coprendo i suoi gradi con la falce destra.

Lo scienziologo abbassò il capo, trattenendo una risata.

“L’ultimo autore preferito che ho avuto, è stato Howard Phillips Lovecraft [Oh mamma, già immagino la sbrodolata di Pisellino Stellare…], “incontrato” proprio con la Newton: in occasione di un Natale del secolo scorso, ne ho approfittato per regalarmi il mega-cofanetto con tutte le sue opere. È stato un bel periodo [di merda…].

Sempre con le edicole, la collana Urania mi ha fatto scoprire molti autori moderni di fantascienza. Un paio me li sarei risparmiati, ma in linea di massima è andata bene [Lo dici tu]!

Anni dopo, feci la tardiva conoscenza di Isaac Asimov [Tardiva? Perché, avevate appuntamento?], con i primi romanzi del ciclo della Fondazione [Anno zero].

Una delle storie mi ha insegnato un metodo di studio faticoso, ma funzionale. Era un passaggio su una visita diplomatica, in cui veniva trascritto tutto ciò che diceva l’ambasciatore ospite, quindi qualcuno leggeva i rapporti e ne estrapolava i dati importanti.

Alla fine consegnava il rapporto con le informazioni chiave: un foglio bianco! XD
Avendolo letto prima, sarei andato meglio a scuola, credo [Mi ripeterò, ma… cu cazz!].”

“Dopo allora, leggendo non ho avuto più rivelazioni, solo il piacere di conoscere autori interessanti e tanto divertimento: in ordine sparso, c’è Cornelia Funke, l’autrice di Inkheart; la saga di Harry Potter [Ho quasi iniziato a leggerlo! Mi mancano 8.933 pagine della Torah] e quella di Percy Jackson (mi piace il “genere” young adult [Porco…]) poi Heinlein con Anonima stregoni, Waldo e altre storie; Poul Anderson con Operazione Caos (un divertente delirio con la magia usata nella vita di tutti i giorni); il Ciclo dell’Incantatore di Sprague De Camp; alcune storie interessanti di Robert Sawyer, come la trilogia WWW e Psicoattentato… alla fine, è facile che mi piaccia quasi tutto di un autore – tutto il contrario della musica, dove spesso mi piacciono pochi brani di molti autori [E chi se ne futte…].

Ah, già: saggistica varia (religione e antropologia) raccolte di miti e leggende e manuali di scrittura.

Giochi di ruolo e videogiochi mi hanno “costretto” a imparare l’inglese facilmente, e questo mi ha permesso di leggere anche libri non ancora tradotti.

Per concludere, ho sempre letto fumetti: principalmente manga, ma anche americani [Mangamerigani] e inglesi, con qualcosa di italiano. Avessi più soldi [Ti suggerirei di farti la plastica alla testa di c…], mi getterei anche sul fumetto franco-belga (ora, qualcosa si trova anche in formato economico) e su quello coreano…

E ora, vediamo di chiudere anche la storia sullo scavo archeologico delle mantidi militari!”

La Comandante e lo scienziologo si girarono verso la stessa direzione, per guardarti in faccia.

– Questa vorrebbe essere una rottura della quarta parete? – disse la mantide militare – Scienziologo, butta quel backup assieme a quelli di Fakeboobs, non c’è nulla di utile! [It’s all fakes!]

Sono io: storia di uno strano

Amici!

Come molti sanno, dopo aver pubblicato L’ultimo Abele, mi accingo a una nuova avventura, di cui vi lascio un assaggio work-in-progress de Sono io: storia di uno strano (titolo provvisorio). Consigli, suggerimenti e commenti sono decisamente i benvenuti, non risparmiatevi!

“Era Marzo inoltrato, ma l’inverno ancora ghermiva l’aria con lame di ghiaccio, attanagliandoci in una morsa tardiva di gelo. Sulle fronde degli olmi, dei ciliegi e degli aranci che popolavano il giardino della nostra abitazione, s’erano accumulati mucchi di neve agli angoli formati dai rami con i tronchi.

Era imminente il ritorno da Torino di Telemaco, dopo un soggiorno di due settimane presso una zia, nella sua angusta ma deliziosa mansarda con vista sulla Gran Madre. Io non stavo più nella pelle per l’ansia di rivederlo; mi era mancato da morire ed ero intenzionata a esternargli tutto il mio patimento.

I giorni scivolavano via vischiosi, come melma sul fondo d’un fiume, strisciando a fatica sulle pietre del greto. Poi i cumuli di nevischio cominciarono, un bel giorno, a gocciolare dai rami, liquefacendosi in mille rivoli incanalati lungo i solchi delle cortecce; mille microscopici torrentelli verticali inumidivano vistosamente i tronchi e risaltavano i ciuffi di muschio col loro brillare nel sole.

Vampate di caldo non proprio canicolare, dalla terra, salivano tremolanti al cielo in volute invisibili, come residue zaffate da un forno spento da molto. Le mie guance s’erano imporporate, creando un netto contrasto con il resto della mia pelle che ne risultava complessivamente marezzata di bianco e di rosso come i fiori dei ciliegi, sotto la cui chioma andavo arrancando. Era colpa del mio giallo maglione di lana grezza, di due taglie più grande, del tutto fuori luogo per quel clima, ma che solo il giorno prima s’era rivelato appena sufficiente a ripararmi dall’aria pungente.

La Primavera pareva tornata di fretta per diradare dalle cime dei monti la fosca caligine, piovuta dalla sua assenza in silenti rovesci sui miei giorni, ammantandoli di grigio come lapilli d’una violenta eruzione. Betulle, ginepri e candide calle selvatiche ondeggiavano al vento, tremolando come gioiosi presagi del nostro reincontro imminente, di cui non ero stata messa al corrente; in quel giorno che pareva la prova generale della Primavera, Telemaco aveva deciso di anticipare il rientro e, giunto a casa, si fermò a scrutarmi, inosservato, dal cancelletto arrugginito del nostro giardino.

Allungai lo sguardo oltre il basso muro di cinta in fondo, con i suoi mattoni di tufo sbrecciati dal tempo, e mi incantai a osservare l’arco Alpino che si stagliava netto contro il cielo turchino. Pareva che Dio in persona dalle nuvole più basse, avesse allungato una mano per lavare le catene montuose, scintillanti come erano di una bianchezza esaltata dai raggi del sole.

Poi Telemaco chiamò il mio nome, e con quel lieve soffio nel vento di Marzo spolverò i mucchi di polvere dal mio piccolo cuore. Mi voltai di scatto e, senza frapporre il minimo intervallo, mi precipitai a grandi balzi verso di lui. Andai a sbattere contro il suo torace ampio, e strinsi forte le mie braccia dietro la sua schiena, agganciandomi con i polpastrelli alle sue costole.

Dopo un saluto veloce e avergli detto forte mi sei mancato, tuffai il mio viso nell’incavo tra la sua spalla e il collo tornito, su cui posai le mie labbra inerti, come arrese.

Premetti ancora più forte il volto, mentre lui faceva altrettanto, scostando i miei lunghi capelli per sentire la mia pelle. Allentando, di poco, il nostro intreccio di braccia, ci spostammo dal centro del giardino e, come se rispondessimo ad un tacito accordo, sedemmo contemporaneamente all’ombra del ciliegio più grande, con le schiene appoggiate al suo al ruvido tronco, e le gambe distese tra le sue grosse radici bagnate di nevischio disciolto e rugiada. Le nostre ginocchia si toccavano appena; quel lieve contatto, per quanto involontario, attirava la mia percezione concentrandola in un punto solo della mia giovane carne.

Reclinai il capo sulla sua spalla, poi mi voltai verso di lui e portai ancora a contatto le labbra e la pelle tesa del suo collo taurino.

All’improvviso un languore imprevisto mi pervase da dentro.

Persi completamente la capacità di discernimento, non sapevo più chi ero e che linea di parentela mi univa a quel ragazzo che odorava di uomo.

Fui preda di non so quale strana alchimia.

Azzardai un timido bacio, anche se forse era più un assaggio di tatto, usando le labbra anziché i polpastrelli. Vidi distintamente mille puntini increspare la superficie della sua epidermide e i peli sulla nuca rizzarsi: sentii netto il brivido che scuoteva Telemaco.

Posai un altro soffio di labbra, soffermandomi più a lungo stavolta. Lui si volse verso di me e le nostre guance vennero a esser tra loro premute, potevo sentire l’ispidezza di un preannuncio di barba a ogni impercettibile movimento.

Affondò le mani nei miei capelli dietro la nuca, massaggiandola appena. Azzardai un terzo bacio sul suo collo, stavolta aprendo leggermente la bocca come a volerne inspirare tutta la fragranza.

Telemaco strinse ancora più forte e alzò il capo come in un lieve lamento.

Non resistetti a un nuovo, irrazionale impulso, e lo mordicchiai.

Un gemito gli sfuggì dalle labbra, accompagnando un nuovo alzarsi della sua testa come sotto la pressione di un dolce tormento.

Ero preda di violentissime vampate, il mio battito era ormai un cavallo impazzito, la pressione sanguigna guizzava lungo le tempie, le guance erano in fiamme, strinsi forte gli occhi e baciai ardentemente il suo orecchio, con una voluttà che non avrei mai sospettato di avere dentro.

Lui rispose con un bacio umido sul collo, mi parve saggiare la salinità della mia pelle con un guizzo impercettibile di lingua, solo la punta, ma forse mi stavo ingannando.

Mi colse all’improvviso il terrore che io stessi fraintendendo del tutto i suoi atteggiamenti. Del resto, eravamo fratello e sorella.

Seguì un terribile gioco d’alternanza: ci tuffavamo a turno nel collo dell’altro, con baci la cui intensità cresceva al diluirsi di dubbi e tormenti.

In un attimo di dimenticanza, morsi più forte, e una minuscola stilla di sangue apparve su quel candido manto di pelle. Fu allora che io e Telemaco abbandonammo completamente la speranza e il timore, insieme, di aver frainteso i gesti dell’altro: lui mi prese brutalmente il volto tra le mani, e avvicinò con una lentezza esasperante le sue labbra vermiglie alle mie, esangui per l’emozione.

A distanza di anni, ancora oggi mi pervade un profondo senso di vergogna e colpevolezza, dinanzi a Dio e agli uomini, nel ricordare quanto il tessuto delle mie mutandine quel giorno si inumidì di cieca gioia.

Tenemmo le labbra a contatto per un tempo infinito, le mie mani abbandonate in grembo, i suoi palmi che premevano le mie guance e le sue dita che, schiacciandomi gli orecchi, lasciavano fuori il fragore del mondo e mi immergevano come in un acquario di suoni ovattati.

Come rispondendo ad un mutuo segnale, spalancammo insieme gli occhi.

Vidi nei suoi lo stupore, non per l’atto in sé, ma per l’aver ottenuto un bacio da me. Se ne riteneva evidentemente indegno.

Socchiusi gli occhi e premetti il mio torace sul suo, spronandolo, e fu allora che il bacio avrebbe potuto diventare irreparabile, ma il rumore d’uno sportello che si chiudeva ci fece rinsavire.

Nostro padre era tornato. Era ora di rientrare. Di rientrare sul serio.

Ci eravamo spinti davvero lontano, come sonde impazzite ai confini del sistema solare, che ricevano un segnale radio perentorio, da Houston.

Ci rimanevano ormai pochi secondi per atterrare sul pianeta terra, nascondendo i segni della colpevolezza dagli occhi, dalla pelle, dai denti”.

Kavvingrinus – Intempestivo Viandante

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Amici, eccoci giunti alla seconda puntata di Kavvingrinus (rubrica congiunta con Ysingrinus e Kalosf), con la storia di Intempestivo Viandante.


Le mie letture di bambina che ricordo con più piacere sono di due categorie: una era quella che oggi si definirebbe “chick-lit” e che all’epoca per fortuna non aveva etichette, anche se effettivamente si trattava di libri che leggevano di solito le ragazze: Piccole Donne per intenderci, o Pollyanna, o Pippi Calzelunghe. Tutti libri che ho amato tantissimo e forse, a ripensarci, per motivi non così diversi, perché nonostante le apparenze, erano tutte storie per lettrici, forse, ma storie di ragazze comunque non convenzionali. Jo March era un vero maschiaccio e una scrittrice, decisa a scegliersi un marito per conto suo (vero che all’epoca l’aver rifiutato Laurie non glielo avevo perdonato facilmente, ma più tardi ho capito…), solo dopo aver raggiunto l’indipendenza economica. Pollyanna, pur essendo una bambina molto “bambina”, aveva quella bella caratteristica, che è stata molto ridicolizzata se non vista come una patologia (la “sindrome di Pollyanna”, ossia il vedere la realtà in modo esageratamente positivo, peccando di eccessivo ottimismo). In realtà, il gioco della felicità è stato per me, all’epoca, un grandissimo aiuto per affrontare situazioni difficili. Per come la vedo io, non si trattava di vedere tutto rosa, ma di non perdere di vista gli aspetti positivi che possono esserci anche nei momenti più duri: questo permette di affrontare le difficoltà con il sorriso o se non altro con più forza e un atteggiamento più positivo, che non mi sembra poco. E poi c’è Pippi, la mia Pippi, la ragazzina più coraggiosa, forte, allegra e libera del mondo, quella che viveva da sola con un cavallo e una scimmia a Villa Villacolle, con un padre “re dei negri” (che un giorno qualcuno si è inventato anche una accusa di razzismo contro Astrid Lindgren, ma via… nessuno avrebbe potuto leggere Pippi e diventare razzista, secondo me), sempre in viaggio, che ogni tanto la veniva a prendere, la portava in qualche avventura, le lasciava un po’ di monete d’oro e via, ripartiva.

La seconda categoria di libri per “giovani adulti”, come si dice adesso, era ancora più avventurosa, e decisamente più unisex. Mi vengono subito in mente Tom Sawyer e Huckleberry Finn (ah, quanto meno ricca sarebbe stata la mia infanzia, senza Tom e Huck! E anche Un Americano alla Corte di Re Artù e i Racconti sul Fiume, la quintessenza dell’ironia), ma anche L’isola del Tesoro, Robin Hood, I Tre Moschettieri, Il Richiamo della Foresta (quanto amore, per quel libro!), Peter Pan (adorato), Alice nel Paese delle Meraviglie (che però ho apprezzato di più “da grande”, in versione integrale e in inglese), Pinocchio, Gian Burrasca, e poi vabbè, tutto Salgari e un altro degli amori letterari della mia vita, Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante, che mi ha iniziato a un idillio con Calvino che dura ancora oggi. E non parliamo poi del grandissimo Rodari, di Giovannino Perdigiorno, del Professor Grammaticus e del filobus numero 75, che “in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l’Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.. E la Collina dei conigli di Adams, anche, la splendida odissea di un gruppetto di conigli che sfuggono a una morte terribile, guidati da un giovane sognatore un po’ profeta e dal suo fratello più saggio, tra pericoli, amori, insolite amicizie e bellissime storie “mitologiche” raccontate dal narratore del gruppo per dare forza ai compagni e dimenticare la paura del buio e dei nemici…
Insomma, ragazzini scapestrati, pirati, ladri gentiluomini, filobus imbizzarriti, conigli profughi, nobili che trascorrevano la vita sugli alberi, partecipando alla vita del mondo, dentro e fuori allo stesso tempo, un po’ come gli scrittori e gli artisti, tutti accomunati da una cosa che mi porto dietro e per cui non li ringrazierò mai abbastanza: la ricerca della libertà, libertà della mente, del pensiero e della fantasia prima di tutto, perché senza quella non si va oltre.

Venendo a tempi più recenti, qui posso anche essere più breve, perché si sa che sono le cose dell’infanzia e della prima giovinezza quelle che restano incise nel cuore per tutta la vita ☺

Mi sono presa a un certo punto una sbandata per un giallista americano a sua volta innamorato dei gialli all’inglese: John Dickson Carr (che scriveva anche sotto lo pseudonimo di Carter Dickson), uno che disseminava i suoi libri di indizi falsi e veri, uno dei pochissimi che riuscivano davvero a sorprendermi quasi sempre con la soluzione, e un genio dei “delitti della camera chiusa”, non so quanti metodi ingegnosi abbia elucubrato per consentire ai “suoi” assassini di uccidere e poi allontanarsi indisturbati da un luogo perfettamente sigillato, camminare sulla neve senza lasciare tracce, ecc.

Poi abbiamo Shakespeare, naturalmente. Chiunque fosse si è piazzato nel cuore e nella testa di ciascuno di noi e lì è rimasto e c’è ancora, e ci legge come un libro aperto.

Il mio amatissimo Oscar (Wilde), genio e sregolatezza, eccentrico e sensibile, provocatorio e appassionato, dotato di un’eleganza, una ricchezza di stile tali da fare della sua lingua un continuo fuoco d’artificio, una scrittura di bellezza quasi ineguagliabile secondo me.

Poi c’è la Yourcenar, con le sue Memorie di Adriano, di cui ho parlato nel blog, che tratta tutti i temi che hanno a che fare con l’umano, e con tale profondità di pensiero da lasciare senza fiato.

E ancora libri per ragazzi, vecchia passione mai estinta. La Storia Infinita e tutta la saga di Harry Potter sono tra i libri più belli che abbia letto. Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu… beh, credo di non aver mai riso tanto su un libro in vita mia, in autobus, da sola, in mezzo alla gente, ovunque e comunque… di un tedesco, poi, chi l’avrebbe immaginato… 😀

Aggiungo, tra i miei preferiti, Amado, Chatwin e Sepulveda. Confesso che ho vissuto di Neruda è una delle cose più straordinarie che possa capitarvi di leggere. Concludo con un romanzo contemporaneo, La vera storia del pirata Long John Silver di Biörn Larsson è strepitosa, una vera gemma, l’ho amata dalla prima parola all’ultima.


 

Le letture di bambina di Intempestivo mi paiono tutto… tranne letture da bambina. La grandissima para…colpi ha avuto l’accortezza di dire che Piccole Donne lo “leggevano di solito” le ragazze. Avesse detto un libro per ragazze tout court, le avrei versato olio al peperoncino nel flaconcino del liquido per le lentine…

Quel testo tratteggiava, tra i tanti, un personaggio (la Jo March che ha ben descritto Intempestivo) che era poco meno di un alieno per un Paese in pieno puritanesimo dove, ancora cent’anni più tardi, si vendevano barattoli di pelati con disegnata la casalinga di Voghera.

Quanto a Pippi Calzelunghe ho adorato anche io questo cartoon… ops, ma è un libro? O forse sono molti libri? La versione femminile di Huckleberry, per quella vena di matta maturità di fondo che contraddistingue sempre i “diversi” in letteratura (come nella vita; ve la immaginate Intempestivo a 8 anni? Secondo me rimproverava la maestra di continuo…).

La solita para…colpi, di Tom Sawyer e Huckleberry Finn ha detto che sono letture per “giovani adulti“; non avesse aggiunto “adulti”, le avrei versato della vodka mista a sputo nel serbatoio della Nescafè. C’era un tipo, un ubriacone, si chiamava Ernestino, di cognome Hemingway, che in Verdi Colline d’Africa se ne uscì con una frasetta che bisognerebbe sempre ricordare: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn. (…) Tutti gli scritti Americani derivano da quello. Non c’era niente prima”.

Lo stesso dicasi de I Tre Moschettieri, in tutta la loro saga che allunga le sue propaggini ne Il Visconte di Bragelonne e in Vent’anni dopo. Dumas padre era un maestro insuperabile, come forse solo i francesi sanno essere, dell’uncinetto di parole con cui adornare centinaia di pagine che, senza quei ricami, potrebbero sembrare vuoti come il nulla (Proust, tanto per dire, o Stenhdal, a me son sempre sembrati in ciò tremendamente simili). Prima di classificare I Tre Moschettieri come libro per ragazzi bisognerebbe ricordare che lo stesso autore ha scritto Il Conte di Montecristo, che onestamente andrebbe vietato ai minori. 

Guardando poi in rapida successione un po’ tutti i titoli (di cui, quelli che non nomino, sono per lo più a me sconosciuti), compreso l’ultimo su cui si sofferma Intempestivo (meritevolmente!), ovvero Il Barone Rampante, mi pare di scorgere come in uno specchio il riflesso di una donna, blogger, mamma e scrittrice, che è anticonvenzionale, ribelle, indipendente, eppure con le radici fisse in un saldo terreno, che ha evidenti tratti dell’ossessione compulsiva nel suo perseguire un folle progetto di tenere 6 rubriche a settimana, insomma una che vive sugli alberi come il Barone e ci guarda un poco dall’alto!

Riscopro sui suoi scaffali un nome che avevo quasi dimenticato, Rodari, un vero genio, di cui la citazione sul Filobus è una gemma autentica.

Mi manca (tra gli altri) la Collina dei Conigli e l’accalorata descrizione letta mi fa venir voglia di comprarlo immediatamente. 

Il meta-romanzo di Carr / Dickson è per me un esempio che voglio seguire per il mio nuovo lavoro, ne parlavo con Ysingrinus tempo fa che, a sua volta, mi ha consigliato Manuale di Investigazione. Perché scrivere non è tutto, nei romanzi, giocare coi lettori è un piacere sottilissimo. 

Fossi stata in Intempestivo mi sarei fermata su Shakespeare e Wilde, strepitosi e immortali, e Yourcenar, ma lei ha voluto ancora citare la sega (sì, no, no, non ho sbagliato, perché se conoscete Intempestivo sapete che si fa proprio le pippe su certe opere e attori, anzi attore, com’è che non c’è RW?) di Harry Potter: tra i libri meno interessanti che non ho letto e che MAI leggerò! 

Confesso che ho letto tutto d’un fiato questa splendida storia.

E Neruda rimette a posto tutto.

Tutto.

L’ultimo Abele – ma di che tratta?

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L’ultimo Abele  sta per compiere due mesi, è un piccolo sogno che ho realizzato grazie soprattutto a voi che leggete, commentate, mi spronate e che avete creato interesse con il vostro interesse.

Più di uno mi ha chiesto di saperne di più prima di comprarlo, perché avete sentito dire che è un libro non semplicissimo.

In realtà L’ultimo Abele, come certe immaginette, cambia aspetto a seconda del vostro punto di vista, ma non c’è alcun bisogno di essere intellettuali per capirlo, per la semplice ragione che chi l’ha scritto non lo è, un intellettuale.

Per provare a convincervi ho pensato di rendere pubblica la “guida alla lettura” che ho inviato non so più a quanti amici.

Mi sento di consigliarlo soprattutto a voi che apprezzate quel che scrivo, perché ritroverete quel che vi piace qui, qualsiasi cosa sia (e se me la dite, mi fate un piacere, perché così la coltivo, questa “rosa” che vi piace!).

TIPO DI ROMANZO

L’ultimo Abele è la triste, amara tragedia, in tre atti più prologo come si conviene ad una tragedia, di un avvocato emigrato per sfuggire alla fame. Chissà se vi ricorda qualcuno…

La tragedia è scritta da un buffone , per cui non mancano i momenti esilaranti.

La struttura del romanzo è la classica tragedia descritta da Aristotele, in tre atti a simboleggiare le fasi della vita: nascita/adolescenza, maturità, vecchiaia/morte.

L’ultimo Abele ha anche un prologo recitato (come le tragedie) da una voce che poi scompare: il prof. Walker Johnny. Tale prologo è un omaggio a Una banda di idioti, dello scrittore suicida John Toole, nella cui prefazione si legge una storia vera simile a quella del mio prologo: la madre di Toole importunò il prof. Walker e lo tampinò finché non lo convinse a fargli pubblicare il libro del figlio morto. Un po’ quel che è successo a me con l’autrice Silvia Fasano Genisio, la quale ha parlato del mio libro alla sua casa editrice e se, quindi, troverò un editore sappiate che devo dire grazie a lei. L’unico aspetto che non ho imitato della buonanima di Toole, è morire suicida (potrebbe non mancare molto però…).

STRUTTURA

L’atto I vede la nascita della storia d’amore più strampalata che io abbia potuto immaginare, e si intitola “L’amore ai tempi della colite”. Qui troverete sparsi 160 colori menzionati in ordine alfabetico. La numerazione dei capitoli segue l’andamento della sequenza di Fibonacci, ed è doppia, una serie di capitoli hanno numerazione a numeri (capitolo 1, 1, 2 ecc.) e una serie a lettere (Uno, Uno, Due, ecc.). Questo a simboleggiare la doppia elica del DNA… ma non datevene alcun pensiero di capirla: quando mai avete letto un libro pensando al numero dei capitoli? In ogni modo vi verrà svelato alla fine.

L’atto II intitolato “Una banda di (perfetti) idioti” (in omaggio al già citato romanzo di Toole)  descrive la maturità sentimentale e professionale del protagonista e il grigiore di una vita vissuta abbandonando i propri ideali. Qui trovate menzionate solo decine di sfumature di grigi, nessun altro colore, tranne l’amore. Come in ogni tragedia classica, l’atto II (alla fine) è dove le tensioni esplodono (quel che a teatro, di solito, viene reso con molte persone che si inseguono intorno a un tavolo). Dovrebbe chiamarsi “climax”, e nel mio romanzo è una riunione soci dove voleranno coltelli avvelenati e qualcuno finirà investito malamente da un’auto.

Per non esser troppo “canonico”, però, ogni tanto vi rivolgerò direttamente la parola, rompendo coi canoni classici del romanzo dove la voce narrante non si rivolge mai al lettore, facendo finta di ignorarlo. Non me lo sono inventato io questo “gioco”; la “rivoluzione” rispetto ai canoni classici l’ha compiuta Laurence Sterne nel suo libro che si dice essere il capostipite del romanzo moderno (Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo).  Anche la narrazione sulla narrazione (metanarrazione), è mutuata da lui, come quando faccio una metafora orribile (bruno come un portafogli) e poi mi scuso con il lettore adducendo come giustificazione di avere solo un portafogli davanti da cui trarre ispirazione (è andata davvero così!).

L’atto III, infine, è la vecchiaia di Pippo (personaggio chiave) e la morte della dolce metà del protagonista. No, non abbiate paura, non vi ho rovinato la sorpresa, sin dalle prime pagine vi svelo che morirà. Ho voluto imitare Stoner, di John Williams, un (vero) capolavoro, che alla prima pagina annuncia la morte del protagonista.

CURIOSITA’

Mentre scrivevo avevo in mente il vecchio espresso Napoli-Milano che fermava in mille stazioni e che ho preso milioni di volte. Lungo la scrittura ho provato a dare una forma alla trama che la facesse somigliare a uno stivale, usando i capitoli come fermate del treno. Se salirete sulla prima pagina, vi assicuro che viaggerete dentro me.

Il protagonista impiegherà oltre centocinquanta pagine a rivelare il proprio nome. Fatevi giudare dall’immaginazione.

La sua memoria è imperfetta come imperfetta è la memoria umana (la mia soprattuttto…).  Gli errori di memoria (vi sfido a scoprirli tutti…) sono voluti: ce lo ha insegnato Proust, quando ha descritto un neo nella Ricerca del Tempo Perduto in almeno cinque punti diversi del volto dello stesso personaggio (sulla punta del mento, vicino le labbra, ecc.).

Le ripetizioni abbondanti simboleggiano la storia di un’ossessione, anzi, di una ossessione. Senza apostrofo a sottolineare una determinatezza indeterminata dell’ossessione.

Il termine “papà” ricorre 75 volte.

Il termine “morto” e sue derivazioni 69 volte.

Il termine “nato” 5 volte, di cui solo 2 riferite al protagonista.

QUINDI?

L’ultimo Abele è, in definitiva, un grido di dolore contro i pregiudizi e una speranza che noi si possa, acquisendone consapevolezza, evitare la discriminazione che promana da essi.

L’intento esplicito è di ingannarvi facendo leva proprio sui vostri pregiudizi.

Quanto, poi, nel mio intento, mi sia riuscito di scrivere un prodotto che meriti la tua attenzione, beh, questo dimmelo tu!

E se condividi questo post sul tuo blog e sui tuoi canali social, Abele te ne sarà eternamente grato!