Un pollo degno del re

Io adoro mia figlia, penso che si sia lievemente capito. Anche mia moglie e l’altro mio figlio, sia chiaro. Però… mia figlia, per ora, è la persona con cui in casa interagisco più intensamente.

Non sempre, però, sono tutte rose e fiori (a ben pensarci le rose sono fiori, così come alcuni fiori sono rose, per cui il detto “rose e fiori” è un detto del cazzo, sia detto qui tra parentesi che possiamo usare le parolacce).

Ogni tanto non la capisco. E mi interrogo.

L’altro giorno eravamo in bagno tutti e quattro. Capita più spesso di quanto vorrei. Il bagno di casa mia non è enorme, e starci dentro in quattro comporta una serie di vistose restrizioni alla libertà deambulatoria. Tipo, se sono seduto sulla tazza, e mia figlia vuole andare nella vasca, può calpestarmi i piedi. Il che, vi assicuro, se state cagando, è una cosa più fastidiosa di quanto si pensi. Comunque, in una casa di non so quanti metri quadri, stare in quattro, nello stesso momento, in un cess-room di 4mq è quantomeno un’anomalia statistica, per non dire una emerita strunzata.

Dico, eravamo tutti lì, io mi radevo bellamente a torso nudo (mi radevo la faccia, non il torso, eh) e mi accorgo che mia figlia mi fissa dallo specchio. Le chiedo cosa c’è e lei mi fa: “Papà hai il fisico del granchio”.

Finita la rasatura, ho trascorso mezz’ora su google a cercare di capire:

fisico tipico del granchio

granchi nel cinema

granchi nei cartoni animati

ricette a base di granchio

offese su base di granchio

il granchio ha un fisico come?

granchi famosi

Alla fine, dopo attente analisi, penso volesse solo dire che ero rosso in volto, dunque avevo assunto il colorito del granchio (ma anche dell’aragosta; ecco, mi avesse detto hai il fisico dell’aragosta, francamente non mi sarei offeso).

Ma stamattina se n’è uscita con un’altra chicca:

“Papà, sei un pollo degno di un re”.

MA CHE DIAVOLO VUOL DIRE?

Ho il petto di pollo? Sono spennato come un pollo? E che ci faccio davanti al re?

Ora mi tocca riaprire google…

polli degni di re

polli nel cinema

fisico del pollo reale

ricette a base di pollo

offese su pollo del re

scherzi pollastriferi

peccato tutto petto o tutto coscia re

come capire se tua figlia ti percula.

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Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

Storia di due vermi

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C’erano due vermi piccini.

Si somigliavano tanto. Avevano vissuto per tanto tempo in posti lontani, e non si conoscevano per nulla. Poi, si incontrarono un giorno in un bel prato.

Era un luogo d’incanto, il sole brillava alto nel cielo sgombro dalle nuvole, le fronde degli alberi erano rigogliose, le gemme spandevano note floreali nell’aria e tutto l’universo sembrava cantare l’incanto della vita.

I due vermi piccini cominciarono a camminare uno accanto all’altro. 

Si raccontarono i fanghi da cui venivano, i terreni aridi, gli attacchi dei predatori, la loro vita che li aveva condotti fin lì, giorno per giorno. Quando uno parlava, l’altro taceva, e viceversa. Chi striscia in basso sa bene come si ascolta.

Poi un giorno uno disse all’altro :

– Sei bellissimo.

L’altro rispose:

– Anche tu, in fondo siamo così uguali io e te! Abbiamo tante di quelle cose in comune.

Il verme di sinistra sorrise felice, ma in cuor suo pensava che il suo compagno di viaggio si sbagliasse.

Tornò qualche giorno dopo in argomento.

– La tua bellezza è tanta. E io… sono felice di camminarti accanto, ma non credo di esserne degno.

– Ma non credo proprio, io sono un vermicello, e ho strisciato anche molto più di te – , rispose il verme di destra, che nei giorni si andava facendo sempre più lento.

Andarono avanti un bel pezzo, e il vermicello di sinistra smise di provare a convincere il suo compagno di viaggio che lui fosse meglio.

Ma nel suo cuore, quando il vermicello di destra diventò una crisalide, e poi volò via come farfalla, non si meravigliò per niente.

Lui l’aveva visto.

L’aveva visto dentro, il cielo che portava.

E sapeva che lì sarebbe ritornato.

 

All about myself

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Tutto quello che c’è da sapere di me è che sono matto.

Matto come un fottuto cavallo matto.

Anzi.

Peggio.

Perché i matti non hanno mai consapevolezza della propria mattitudine, mattezza, mattità… sì, insomma, non sanno d’essere matti.

Come i cavalli, del resto, che non hanno la minima consapevolezza d’essere equini. Se poi sono anche matti, ancor meno.

Eppure il cavallo riesce a dimostrare coerenza, non vedrai mai un cavallo con le gambe… accavallate, su uno sgabello di un bar a sorseggiare Martini e succo d’arancia. Non lo fa perchè, a prescindere dai problemi di equilibrio, ché vi assicuro sedersi già da essere umano su uno sgabello da bar è impresa ardua, figuriamoci da cavallo, dico, a prescindere dai problemi ortopedici, il cavallo non passa i venerdì sera al bar perchè, semplicemente, non è nella sua natura (a tacer d’altro, per lui il venerdì non ha alcun senso come giorno della settimana).

Oltre che matto sono imbecille. No, non lo dico per farmi dire il contrario, vi assicuro, rinfoderate il vostro sarcasmo così come la vostra compassione.

Sono davvero imbecille.

E anche per tale mia qualità, il problema principale è che ne sono consapevole. Ora, esser consapevole d’essere matto potrebbe in teoria garbarmi e farmi sentire in fondo figo (i matti sono anticonvenzionali): ma quanto all’essere imbecille, non c’è alcun sugo ad esserlo essendo consapevoli di esserlo (ora ditemi chi altri, oltre me, può mettere due volte la parola “esserlo” e un “essendo” nella stessa frase…) [Ecco,vedete? La parentesi tonda che precede è un esempio di imbecillità notevole, e preferirei non saperlo].

Prendi il mio ultimo post. Per fortuna non siete in tantissimi a seguirmi assiduamente, ma quei due tre che lo fanno da mesi, si sono ben accorti che era un post già postato. Ecco, questo è quel grado mio di imbecillità che mi manda in bestia! Io sono così imbecille che non uso il “salva bozza”, nossignore, devo distinguermi: ogni volta che scrivo una bozza di post, lo programmo a date lontane, un anno, due anni, o anche solo sei mesi. Così, mi dico, poi avrò tempo per riprenderlo, modificarlo, ecc. Ecco perchè vi siete visti ieri un post scritto e pubblicato credo un anno fa… perché poi mi dimentico del post programmato, riprendo i miei appunti e lo pubblico di nuovo! Una notte, mesi fa, ci fu la “notte dei post abbondanti”… cinque post sparati nell’arco di mezz’ora, erano tutti programmati da un anno! Me n’ero semplicemente scordato…

Ma questo non è certo l’unico esempio di imbecillità.

Ieri cercavo parcheggio da un po’ e mi ero fermato davanti al portone di casa, a riflettere su dove poter provare a cercare. Vi giuro, non sto scrivendo stronzate. C’era anche mia moglie e tutta la ciurma.

Bene.

Faccio scendere la famiglia, sistemo il passeggino e tutto quanto, mi rimetto alla guida e sono ancora lì che penso, quando arriva un SUV e mi parcheggia a due centimetri; mi fa anche cenno di spostarmi. AVEVO UN CAZZO DI PARCHEGGIO A DUE CENTIMETRI DAL MIO ORECCHIO DESTRO (ma anche a due centimetri, anzi, facciamo tre dal mento, eh, per dire).

Oppure, quando mia moglie mi dice di dire una cosa (perlopiù, una balla, solitamente per giustificare che non siamo andati da qualcuno che le sta sulle balle) o, peggio, quando mi ingiunge di NON dire una cosa, io per tutto il tragitto da casa al luogo dove si trova la persona alla quale NON devo dire una cosa, mi ripeto come un mantra “non devi dire questa cosa, non devi dire questa cosa, non devi assolutamente stracazzo dire questa cosa”. E, appena arrivo, prima ancora che si spenga l’eco dei saluti, io… dico quella cosa! E poi mi sbatto una mano in fronte ed esclamo DOH!

L’altro giorno, per esempio, siamo stati da una coppia di amici. Hanno adottato una bimba. Ci tengono molto a che non si sappia in giro. Mia moglie mi ha fatto “L’imparo”, come si dice dalle mie parti: “Avvo, dovessi accennare all’adozione? Mi raccomando, NON dire che hanno adottato, non fare domande sull’adozione, non mettere in mezzo il discorso neppure facendo finta di niente, okay? NIENTE DI NIENTE sull’adozione, okay?”.

Ora in macchina io ero lì che mi ripetevo che MAI e poi MAI avrei detto NIENTE di NIENTE sull’adozione.

Appena arrivati a casa dei nostri amici, davanti alla porta ancora mi ripeto NIENTE ADOZIONE e pigio il campanello. Vengono tutti e tre ad aprirci.

Io guardo la bimba, guardo lui, guardo lei, ed esclamo:

“Ma è incredibile! Ha preso tutto dalla mamma… “!

Mentre lo dicevo, mi rendevo conto di quanto falsa e imbecille fosse la mia affermazione. E di come fosse inopportuna anche laddove la mia frase fosse sembrata la sincera esternazione di un amico del tutto ignaro della loro adozione.

A me non importa di fare queste figure: vorrei solo essere abbastanza imbecille da non rendermene conto, ecco tutto!

 

Permesso con-bagno

TippeteTappete la prossima settimana inizia la convivenza con una donna.

Ieri l’ho visto con un viso tirato, al centro delle sopracciglia una piccola ruga verticale, pensieri pesanti.

L’ho rassicurato sul fatto che la convivenza è un’esperienza meravigliosa.

La tua donna tutta per te, tutte le notti, che ti sveglia dicendoti ti amo e portandoti a letto un vassoio d’argento colmo di leccornie e di rose, con gli unicorni alla finestra e la scogliera al tramonto sullo sfondo (sì, lo so, ho esagerato, lo so bene che la colazione non si serve al tramonto, ma le vostre foto delle colazioni su Facebook così sono…).

Basta sesso in auto, basta farsi prestare da amici le chiavi di negozi, officine, pub, della soffitta o della cantina.

Certo, convivere per un uomo vuol dire anche dire basta alla forchetta infilata nella scatoletta di tonno con l’olio che cola per terra.

Basta alla partita in mutandoni, sprofondati nel divano con birra e pringles, che poi ti pulisci le mani un po’ sulle mutande un po’ sul divano ma non te ne frega un tubo perché la tua squadra del cuore è lì e tu sei nel campo, sei una zolla di terra, un filo d’erba del campo, e cosa vuoi che gliene fotti a una zolla di terra di sporcarsi? A un filo d’erba non fa alcuna differenza sedersi su un divano bianco o oleopardato.

Significa basta bere a canna dalla bottiglia di latte, basta Playstation a tutto volume di notte mentre spari a mostri o tenti di battere il record sul giro con la tua fiammante Mustang.

Ma questo non l’ho detto a TippeteTappete.

Mi sono limitato a ricordargli che il meticciato è il destino dell’uomo.

Il mixticium di culture, di religioni, di sessi (ormai ce ne sono ben più di due e tutti devono convivere) di etnie.

Noi Europei, gli ho detto, in fatto di convivenze e meticciato, siamo maestri. In Jugoslavia, gli ho detto, pensa un po’, siamo stati capaci per anni di far convivere gomito a gomito bosniaci musulmani, croati cattolici, serbi ortodossi, insomma un’autentica macedonia etnico-religiosa (c’era pure la Macedonia, guarda un po’).

Lui ha risposto che il mio era un esempio del piffero, considerando che dalla federazione Jugoslava ne sono usciti non si sa quanti morti (e quanti stati).

Io ho replicato che è stata tutta colpa di Tito.

Lui mi ha chiesto per quale squadra gioca Tito, e qui ho catito che era il caso di cambiare esempio.

Gli ho detto che in fondo a Berlino la gente conviveva pure con un muro grosso così. Che poi non era male, sto muro, ci si potevano fare un sacco di graffiti, e poi siccome per i tedeschi era sempre un problema andare all’estero, i tizi che controllavano le richieste di autorizzazioni all’espatrio erano sempre lì a chiederti “non è che sotto sotto te la vuoi svignare dall’altra parte del muro passando per Sidney, no?”, dico, siccome avevano i loro bei grattacapi, almeno a Ischia i menu erano solo in italiano, o napoletano (“a’ zingara”, “o cuppulicchio”, robe così), ma niente tedesco. Non c’erano nei treni i mangiacrauti bianchi come il culo di un macaco e coi sandali e i calzini giallo ocra a mezzo polpaccio. Che poi quando erano turiste tedesche, chissà perché, giravano sempre leggende sulla loro particolare disinibizione sessuale (detto tra uomini si diceva proprio “zoccolone”). Con me, ‘ste tedesche, sia detto a futura memoria, non si sono mai disinibite, e non apprezzavano quando bussavo alla loro tenda in tanga. Bah.

Si conviveva insomma bene, col muro, anche perché si stava ognuno a casa sua.

Pensa se i terroristi baschi avessero, che so, una bella isoletta tutta loro, va, mettiamo pure Ibiza, ti pare che penserebbero a farsi saltare per aria?

O quelli dell’IRA (che già un’associazione che si fa chiamare IRA lo capisci da subito che è incazzosa), diamogli che ne so, PantelleIRA, sai come si divertono e s’abbronzano che sono sempre bianchi cadaverici (e spesso cadaveri e basta).

Alla fine m’ha guardato storto, TippeteTappete, ha detto che parlo a vanvera e dovrei smetterla con le dirette su Facebook dall’auto.

Io gli ho risposto stizzito che alla fine vai a fare bene alla gente, io stavo cercando di fargli passare quell’aria da cane bastonato.

Mi ha detto che se mi fossi tolto da davanti la porta del cesso e gli avessi permesso, dopo mezz’ora a blaterare come un fesso, di andare a cagare con successo, probabilmente la smorfia se ne andava lo stesso.

Con permesso, mi ha chiesto.

Permesso con-cesso, gli ho risposto lesto.

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!

Scrivere è come vivere due volte

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Io amo la vita.

E amo le persone, che ne sono una delle più alte e complesse espressioni.

Le mie esperienze non sempre facili, la mia adolescenza trascorsa a osservare le lacrime nascoste di mia madre, e tutto il dolore di cui sono stato testimone tra amici e parenti vari, mi ha portato ad amare soprattutto le persone dalla vita incompleta, che lottano per quadrare i cerchi, che cadono e si rialzano e talvolta han tanto male che preferiscono strisciare per un po’, le persone sole, quelle con figli problematici, le persone che non sono riuscite a realizzarsi nel lavoro ma si alzano ogni mattina con la grinta per cercarlo ancora e ancora e ancora, le donne abbandonate, maltrattate, tradite o ignorate da chi vive loro accanto senza avere mai sfiorato i loro lati più veri, anche quelli un poco oscuri, le persone bizzarre, quelle che hanno paura anche di salutarmi perché nella loro vita hanno imparato a chiedere permesso e non alzare la voce mai, le persone silenziose, quelle che sognano in continuazione e si fanno in quattro per i sogni altrui, non avendo la possibilità di alimentare i propri.

E scrivere ha questo grande pregio per me: mi lascia a contatto intimo con le persone che io amo, anche dopo che sono andate via.

Nella scrittura io vivo due volte le loro vite, e dopo di me le vivranno anche dei perfetti sconosciuti che non sapranno nulla di me, ma tutto delle persone che ho amato.

Buona domenica belle persone!

Ma perché fai l’avvocato (se non lo sei)?

Bella domanda.

Bella davvero.

Io non ci sono nato così, ve lo giuro.

Mica sono nato con la camicia e la cravatta.

Nossignore.

Io ero come tutti gli altri bambini.

A cinque anni volevo diventare veterinario onde poter curare cani, gatti, pesci rossi e tartarughe, per non dover mai più subire lo strazio di un funerale di questi cari amici nel giardino di casa.

A sette anni da grande volevo fare il medico, ma non uno generico, bensì il medico che cura la povera gente e non si prende pagato. Come obiettivo secondario, mi proponevo la scoperta dell’immortalità da regalare subito subito a mamma e papà.

A mia madre che mi diceva “finisci di mangiare la cipollata e vai a scuola al posto di dire stronzate”, rispondevo che stavolta facevo sul serio, che non ero come gli altri che lo dicevano ma poi non lo facevano.

Ancora oggi non mi arrendo all’idea che avesse ragione lei.

A dieci anni da grande volevo insegnare ai bambini in Africa, essere un professore, ma anche qui non come i normali prof, bensì di quelli che non si prendono pagati.

Ma mia madre chiedeva chi mi avrebbe imprestato i soldi per il biglietto, quindi liquidava il tutto con un “vatti a lavare i denti e smettila di dire stronzate”.

A quattordici anni da grande volevo fare il calciatore come Maradona e guadagnare un sacco di soldi, ma mica per me, nossignore, volevo guadagnare i soldi per sistemare i miei fratelli e mamma, a papà no perché c’era piaciuta la bicicletta e ora che sarei diventato milionario doveva pedalare, e se avanzava qualche soldo avrei sistemato anche mio cugino e la Suora che mi ha seguito alla scuola materna. Ma mia madre diceva che Maradona prendeva brutte medicine, e “smettila una buona volta di dire solo stronzate”.

A sedici anni volevo fare il benzinaio, perché era stupendo avere uno stipendio fisso e non dover studiare, e tutto sommato avere anche non troppo da fare. Quantomeno, i benzinai del mio paese erano così indaffarati che spesso li dovevi svegliare. E poi i benzinai avevano tutti la moto (a rate). E poi lo diceva pure Luca Carboni. Ma mia madre diceva “spegni quella caxxo di radio e vai a scuola, e smettila di dire stronzate”.

Poi a diciassette anni da grande volevo fare il Dj perchè i Dj cuccavano alla grande e entravano alle feste a gratis. E mia madre “smettila di graffiarmi i dischi, quello è un giradischi non è la ruota della fortuna, vai ad innaffiare le piante, e poi, e poi!, avvocatolo, non sei più ragazzino, smettila, ti prego, smettila di continuare a dire stronzate”.

Poi a diciotto anni ho dovuto scegliere tra le varie opzioni.

Ho scartato medicina, troppo lunga la gavetta e poi si sa, bisogna essere introdotti, e l’unica cosa che mi introduceva alla medicina era il termometro (quando andava bene sotto l’ascella o in bocca).

Professore? E che fai vivi con 1 milione e duecento cucozze al mese?

Benzinaio? No, prima o poi il petrolio finisce.

DJ? Troppo grande per queste pagliacciate.

In pratica, non ho mai avuto scelta, l’avvocatura era il mio destino.

Mi dicevo, non deve essere male andare a dormire sapendo che quell’innocente non è stato ingiustamente punito solo grazie a me, che quel diritto costituzionale era stato osservato grazie alla mia arringa finale, che quel figlio indigente non era stato diseredato grazie ad una mia interpretazione sulla lesione di legittima.

Sognavo di scoprire un cavillo nelle carte costituzionali degli Stati africani grazie al quale facevo ottenere ai milioni di disperati di quelle terre dei risarcimenti dallo Stato tali per cui potevano mangiare fino a scoppiare, sognavo di installare la mia tenda/ufficio in mezzo alla savana con i capitribù che percorrevano centinaia di km sulle loro piante dei piedi nudi, con i vestiti larghi, i bracciali fascianti, gli orecchini al naso, solo per avere un colloquio con me, sognavo di fermare sul nascere la seconda Intifada con una nuova versione, scritta di mio pugno, degli Accordi di Oslo.

Sognavo di diventare insomma un avvocatolo senza frontiere.

Mia madre diceva “fai quello che ti pare, tanto sempre stronzate”.

Alla fine mi sono ritrovato, in estrema sintesi, ad arricchire i ricchi e a far evadere gli evasori.

Forse alla fine fare il benzinaio poteva tornare più utile.

E pure tu, mammà, però, potevi pure dirmi qualcosa, al posto di dire solo che dico solo stronzate.

Perchè, dunque, l’avvocato?

Ed io che caxxo ne so?

p.s. Chiedete a mia madre.

Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.

 

I diversi siamo noi

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Bo Paske è un ragazzino con i capelli rossi e gli occhiali. Come ce ne sono milioni. Bo, però, è autistico. Nessuno vuole mai sedersi con lui a pranzo.

Travis Rudolph è un giocatore di football che è finito sui giornali di mezzo mondo perchè ha deciso di sedersi di fronte a Bo a mangiare. Un gesto la cui eccezionalità sta tutta racchiusa nell’enorme arretratezza mentale. Siamo noi, con i nostri pregiudizi che, purtroppo, facciamo risaltare per contrasto un gesto che non meriterebbe alcuna considerazione in un mondo “normale”.

A casa mia ha vissuto per molto tempo un mio cugino affetto da una forma particolare di autismo, e conosco molto bene questo tipo di discriminazione. Lui ha due mani, due occhi, due braccia e un grande cuore come quello di Bo.

Un cuore più grande di quello che batte nel petto di molte persone “normali”.

Evitare di sedersi accanto a un bambino affetto da autismo, o qualsiasi altra condizione di salute: quello è il gesto che vorrei vedere fotografato e messo in prima pagina sui giornali.

Perché in tutta questa storia, in tutto questo finto buonismo e attivismo per aiutare i terremotati, gli immigrati, i rifugiati, gli sfigati di mezzo mondo, ci dev’essere necessariamente una buona parte di persone che opera per pura ipocrisia, se poi un Travis finisce sui giornali per essersi seduto a tavola.

Perché in tutta questa storia, a ben vedere, i diversi siamo noi.