Metti una sera con Enrica Tesio, Dodici Ricordi e un segreto…

 

Enrica Tesio non ha bisogno di presentazioni (titolare del popolarissimo blog Tiasmo) eppure, ciononostante… fa presentazioni!

E così, dopo aver letto per anni il suo blog e aver avuto l’onore anche di qualche sua lettura e scambio di commenti sui profili Facebook, ieri sono finalmente andato a vedere con i miei occhi di che pasta è composta questa scrittrice di successo, partecipando alla presentazione del suo ultimo lavoro “Dodici ricordi e un segreto” presso la libreria Bufo .

Ovviamente ho comprato ieri il suo libro e ancora devo leggerlo, ma posso già dire che mi piacerà.

Nonostante il successo (un romanzo con Mondadori, uno con Bombpiani, un film basato sul suo romanzo, what else?), Enrica è di una umiltà che stupisce. In un mondo di apparenze basate su sostanze assenti, in un mondo di steli d’erbaccia che simulano la sostanza di pietra, Enrica ha la sostanza della roccia e l’apparenza del fiore. Dalle primissime parole mi ha colpito: nel parlare della memoria, se ne è uscita con una frase del tipo “Se non c’è nessuno che ricorda, la memoria non esiste, e neppure il passato”, che denota una conoscenza di uno dei più grandi filosofi di sempre nonchè uno dei più ostici, Sartre, di cui però lei non ha fatto il nome. Rispetto massimo, dunque, per la platea, da parte sua, scelta giustissima, perchè citarlo sarebbe stato una mortificazione per chi, Sartre, non l’ha mai letto nè capito, nè avrebbe aggiunto nulla a chi lo conosce. E se non è lui, sarà stato qualche altro filosofo, oppure una coincidenza, in ogni caso è un incipit che mi ha fatto sentire di fronte a una donna di profonda cultura.

Anche la poesia che apre il libro è evocativa e significativa, parla del vento che, passando, modifica le cose e trasforma le pietre in rose. Io ci vedo tanto Proust, in questo libro e nella teoria abbozzata da Enrica durante la serata, teoria che non ha mai avuto l’aria di essere una lezione, ma una chiacchierata tra amici. Un profilo umile e però altissimo. Il passato ha la forma della memoria, questo il grande insegnamento de La Recherche proustiana, e come non vedere questo insegnamento declinato nel libro di Enrica, dove un uomo prova a “passare” il suo passato ad una persona da lei amata (Aura, nome stupendo!) mediante dodici ricordi, appunto, lasciati scritti su post-it, sul retro di bollette, in spazi e luoghi a lui familiari che come per “assorbimento”, per immanenza degli oggetti ai soggetti, assorbono il passato di quell’uomo per trasmetterlo intatto alle generazioni future? Nei ricordi di Aura vive il protagonista vero di questo libro, che è il passato, appunto, o i ricordi, che poi sono i mattoni su cui si edifica la casa del passato.

Enrica ci ha anche deliziato con scenette di vita reale, sua figlia piccina ha assistito e ha mostrato (ovvi, sacrosanti!) segni di insofferenza per questi adulti che non giocano, sono lì fermi sulle sedie mentre lei vorrebbe spaccarlo in due il mondo, abbraccia la mamma, si nasconde dietro di lei, le tira i capelli, e lei non perde mai il sorriso nè la pazienza nè il tono dolce di mamma e, devo dire non so come, neppure il filo!

Questo racconta molto di lei, non c’era neppure bisogno che le rivolgessero la solita, trita domanda “se lavori e hai figli dove trovi il tempo per scrivere”. La risposta di Enrica con i fatti è quella che fornisce Dalì nello spiegare perchè scrisse il suo romanzo: “perchè trovo sempre il tempo di fare tutto quello che voglio”.

Ecco l’umiltà, una donna che sicuramente poteva permettersi una baby sitter (forse anche due!), non affida la sua bambina ad altri, ma la porta con sè a quella che è a tutti gli effetti una serata di lavoro. Peraltro, parlando parlando si scopre che ENRICA NON HA LA PATENTE! Ora, io dico, c’è da rallegrarsene perchè una donna in meno per strada… peraltro lei dice che tutti i personaggi sono un poco autobiografici e un poco vengono dal mondo che frequenta, e considerando che lei stessa ci ha detto i suoi personaggi essere tutti matti… dico, se tanto mi dà tanto, meglio che se la fa a piedi! Ma, dico, una mamma, lavoratrice, scrittrice per di più… senza patente.

A chiusura di serata, Enrica s’è persino preso il mio romanzo, con ciò facendomi gongolare da qui all’eternità. Non penso troverà mai il tempo di leggere manco il titolo! Ma che sia nella sua libreria, da qualche parte, mi regala già una strana felicità.

Dalla serata di ieri sono uscito con la convinzione che gli eroi esistono. E qualche volta la loro è una storia a lieto fine, un finale però aperto, come pare essere quello del suo libro (Enrica, mi dovresti pagare per averti salvato con la storia del King e del finale de La Torre Nera, ammettilo!)

Il lieto fine di questa storia è il successo che arride a Enrica.

Lo merita tutto, fino all’ultima riga.

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Doppia libidine coi fiocchi

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“Non è cambiato niente da quando te ne sei andato.
In bagno c’è ancora il tuo spazzolino
e sotto il cuscino
metto ancora la tua maglietta consumata.
Sul divano c’è una tua felpa stropicciata:
mi arrabbiavo sempre quando lasciavi la tua roba per casa,
eppure adesso ti ringrazio per averlo fatto QUEL giorno
prima di uscire dalla porta.
Non osa sedersi nessuno sulla poltrona accanto alla lampada
e il salotto sa ancora del tuo incenso che odiavo tanto
ma che continuo ad accendere per te.
Apparecchio ancora per due
e quando ci sono gli amici il tuo piatto rimane vuoto…
Ma c’è.
Non è cambiato niente da quando sei con gli angeli,
perché guardo il cielo
e ti sorrido.
E tu sei accanto a me.”

[Su nel cielo, tratta da Destinazione Cuore, Eleonora de Berardinis, Miraggi Edizioni]

 

“Mesi dopo il funerale, trovai il coraggio di andare in camera sua. Non c’ero più entrata, come se mi avessero tacitamente proibito di farlo. Indugiai a lungo come se avessi potuto disturbare il sonno di qualcuno che dormiva oltre quella soglia. Sembrava tutto così diverso, forse perché era tutto uguale. Ma sapevo che [____] non sarebbe più tornata a dormire sotto quel letto. Nell’aria sembrava aleggiare qualcosa di solenne, la morte, la terribile morte di cui nulla poteva essere visto, se non tutto. Sotto il pianale di marmo della consolle era posato, a faccia in su, un vecchio specchio da toeletta, pieno di aloni e macchie. Lo girai, forse speravo che vi fosse rimasta impressa l’impronta del suo volto.
Aprii i cassetti e mi portai al naso un sacchetto di lavanda che profumava ancora. Vidi la sua biancheria che andava impercettibilmente ingiallendo, stirata e piegata a perfezione. Era tutto in ordine. La morte aveva svuotato quel posto senza sottrargli neppure un granello di polvere. Ero rimasta sola in alto mare, quel porto era chiuso. Mi rimaneva solo la mia querencita.”

[Brano tratto da Lo specchio dell’angelo perso, Massimo della Penna, Efesto Edizioni].

Amici torinici e dei dintornici, sabato 18 novembre dalle 18 presso l’atelier della mitologica Cecilia Gattullo parlerò a braccio (e a cazzo, diciamocelo) del mio ultimo romanzo Lo specchio dell’angelo perso. La Eleonora decanterà alcune delle poesie tratte dal suo libro Destinazione Cuore e, siccome è donna e le donne, si sa, la sanno lunga, porterà anche una buona scorta di vino, da ingollare rigorosamente prima che iniziamo a parlare. Sarà una serata anche d’arte pittorica, dato che nell’atelier potrete ammirare i lavori di Cecilia appesi alle pareti (dove del resto solitamente si appendono i quadri; ma siccome Cecilia è differente, li troverete anche non appesi, eh), tra cui chiaramente il quadro sulla cui base ho fatto realizzare la copertina del libro.

Vi aspettiamo!

La libertà d’amare

Penso che molti di noi abbiano provato a ragionare sulla libertà, se non altro quando si arrivava a studiare pesantoni come Kant o Hegel a scuola. Quando si hanno qundici o sedici anni, è quasi fatale giungere alla conclusione che essa consista nell’arbitrio di poter compiere un po’ il cazzo che vogliamo. I concetti di libertà e arbitrio sono diversi, ma non voglio entrare nella pedanteria, piuttosto solo sottolineare quanto sia arduo materializzare quei concetti quando, poi, maturiamo e magari (non proprio tutti, che tanti rimangono ai 16 anni) ci viene voglia di tornarci sopra.

Possiamo partire, come faceva Cartesio, dai noemi, cioè da nozioni elementari, facili da capire anche per caproni e caprette e pecoroni come me, concetti auto-evidenti che non abbisognano di dimostrazioni complesse: la libertà assoluta non esiste. Per quanto ci si sforzi, dipenderemo sempre da qualcosa o qualcuno, non fosse altro che la nostra natura. Se voglio trattenere il fiato per due mesi, evidentemente, non sono libero di farlo. C’è anche un altro ostacolo, di cui dava conto Kant (e che stamattina alla radio ho sentito attribuire erroneamente a Martin Luther King, potenza del web): la libertà di ognuno confina con quella di tutti gli altri, giacchè se esistesse una libertà assoluta anche di un solo individuo, le libertà di tutti gli altri individui ne sarebbero annientate. Se io sono libero di uccidere qualsiasi essere umano, è evidente che tutti gli altri non sono liberi di vivere.

Quindi abbiamo una prima pietra solida: non esiste libertà assoluta. Benone.

Cosa ci rimane di disponibile? Proviamo a leggere che ne pensava Gustave Thibon. Di lui fino a poco tempo fa non sapevo nulla, neppure che fosse filosofo e, ad essere totalmente onesti, non sapevo manco fosse mai esistito. Lo chiamavano, pare, le philosophe-paysan, che a me piace tradurre alla napoletana maniera “o filosofo paisàn”, mentre in realtà significa il filosofo contadino. Egli arriva ad una conclusione sulla libertà che dovrebbe essere studiata da molte persone che si definiscono emancipate e “libere”. Per lui l’uomo è libero nella misura in cui può amare gli esseri da cui dipende. Così, quando rivendichiamo la nostra libertà non è l’indipendenza che domandiamo. Chiediamo solo di passare da una dipendenza che rifiutiamo a una dipendenza che ci attrae. La libertà non è altro che la capacità di scegliere tra due obbedienze al nostro spirito.

E non v’è al mondo dipendenza più grande del nostro spirito, per come la vedo io, di quella che esso sviluppa verso l’amore. Mi meraviglio nel sentire amici e confidenti che mi parlano della loro libertà per giustificare azioni di dubbio gusto, tradimenti, ciulatine in giro per il mondo, egoismi, abbandoni, separazioni, e quant’altro. Quella non è libertà, al massimo può essere un cambio di desideri, e allora va bene ma deve avere il coraggio di ammettere che l’anelito è cambiato. La libertà a me pare la possibilità di scegliere i propri fini, la soggettività pura, che non ha nulla a che vedere con l’oggettività della possibile realizzazione o del cambiamento e, soprattutto, non può in alcun modo dipendere dalla permissività di soggetti terzi, siano essi mogli, amanti, capi ufficio.

Se si ama una persona o uno sport o un animale o una canzone, non è questione di avere bisogno di libertà, perchè la libertà viene prima d’amare e si estrinseca proprio nell’amare, nell’aver scelto chi o cosa amare, quando, dove, come, anche perché e persino per quanto tempo. La libertà non è materiale e non ha bisogno di oggetti nè di soggetti materiali, ad eccezione dell’unico soggetto indispensabile affinchè vi sia una libertà, vale a dire appunto il soggetto libero. Una volta che il proprio spirito, in totale libertà, questa sì assoluta, questa si indipendente dalla nostra possibilità pratica d’attuare il fine prefisso, una volta che lo spirito s’è determinato ad amare una persona, esso dimostra la sua libertà proprio nel mettere le sbarre alle sue finestre, nel chiudere fuori dalle stanze del cuore tutti gli altri miliardi di persone che si sarebbero potuti amare optando per un’altra scelta, nel limitare anche la propria libertà materiale di andare e fare ciò che ci pare; quella sarebbe comunque una libertà relativa, non possiamo andare su Marte e di certo nessuno si sognerebbe di lamentarsene. L’amore è una stanza con la porta aperta da cui però non esci finchè c’è amore. Quando non c’è più, nessuno potrà più tenerti in quella stanza.

Non sto certo dicendo che bisogna diventare schiavi, tutt’altro, e comunque la dipendenza di cui parlo non deriva dall’altra persona ma sempre dalla propria volontà, si dipende dal proprio spirito quando si ama, si ama davvero. I bambini in merito hanno tanto da insegnarci, loro scelgono chi amare e se ne fottono dei gradi di parentela, sono liberi, ma quando scelgono chi amare, ne diventano dipendenti, pretendono, mettono il broncio se non li guardi, se non stai con loro, se fai salire il fratellino sulle gambe ti si fiondano addosso.

A volte mi chiedo se le persone abbiano insufficienti strumenti intellettuali per capire la libertà, o piuttosto insufficienti strumenti sentimentali per sentire l’amore. A volte mi chiedo se sia io che non c’ho capito un’acca.

Lo so, avete ragione, sto diventando un pesantone, questo succede a leggere Borges! Prometto un prossimo post super-cazzaro avvostrunz 😉

Un pollo degno del re

Io adoro mia figlia, penso che si sia lievemente capito. Anche mia moglie e l’altro mio figlio, sia chiaro. Però… mia figlia, per ora, è la persona con cui in casa interagisco più intensamente.

Non sempre, però, sono tutte rose e fiori (a ben pensarci le rose sono fiori, così come alcuni fiori sono rose, per cui il detto “rose e fiori” è un detto del cazzo, sia detto qui tra parentesi che possiamo usare le parolacce).

Ogni tanto non la capisco. E mi interrogo.

L’altro giorno eravamo in bagno tutti e quattro. Capita più spesso di quanto vorrei. Il bagno di casa mia non è enorme, e starci dentro in quattro comporta una serie di vistose restrizioni alla libertà deambulatoria. Tipo, se sono seduto sulla tazza, e mia figlia vuole andare nella vasca, può calpestarmi i piedi. Il che, vi assicuro, se state cagando, è una cosa più fastidiosa di quanto si pensi. Comunque, in una casa di non so quanti metri quadri, stare in quattro, nello stesso momento, in un cess-room di 4mq è quantomeno un’anomalia statistica, per non dire una emerita strunzata.

Dico, eravamo tutti lì, io mi radevo bellamente a torso nudo (mi radevo la faccia, non il torso, eh) e mi accorgo che mia figlia mi fissa dallo specchio. Le chiedo cosa c’è e lei mi fa: “Papà hai il fisico del granchio”.

Finita la rasatura, ho trascorso mezz’ora su google a cercare di capire:

fisico tipico del granchio

granchi nel cinema

granchi nei cartoni animati

ricette a base di granchio

offese su base di granchio

il granchio ha un fisico come?

granchi famosi

Alla fine, dopo attente analisi, penso volesse solo dire che ero rosso in volto, dunque avevo assunto il colorito del granchio (ma anche dell’aragosta; ecco, mi avesse detto hai il fisico dell’aragosta, francamente non mi sarei offeso).

Ma stamattina se n’è uscita con un’altra chicca:

“Papà, sei un pollo degno di un re”.

MA CHE DIAVOLO VUOL DIRE?

Ho il petto di pollo? Sono spennato come un pollo? E che ci faccio davanti al re?

Ora mi tocca riaprire google…

polli degni di re

polli nel cinema

fisico del pollo reale

ricette a base di pollo

offese su pollo del re

scherzi pollastriferi

peccato tutto petto o tutto coscia re

come capire se tua figlia ti percula.

Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

Storia di due vermi

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C’erano due vermi piccini.

Si somigliavano tanto. Avevano vissuto per tanto tempo in posti lontani, e non si conoscevano per nulla. Poi, si incontrarono un giorno in un bel prato.

Era un luogo d’incanto, il sole brillava alto nel cielo sgombro dalle nuvole, le fronde degli alberi erano rigogliose, le gemme spandevano note floreali nell’aria e tutto l’universo sembrava cantare l’incanto della vita.

I due vermi piccini cominciarono a camminare uno accanto all’altro. 

Si raccontarono i fanghi da cui venivano, i terreni aridi, gli attacchi dei predatori, la loro vita che li aveva condotti fin lì, giorno per giorno. Quando uno parlava, l’altro taceva, e viceversa. Chi striscia in basso sa bene come si ascolta.

Poi un giorno uno disse all’altro :

– Sei bellissimo.

L’altro rispose:

– Anche tu, in fondo siamo così uguali io e te! Abbiamo tante di quelle cose in comune.

Il verme di sinistra sorrise felice, ma in cuor suo pensava che il suo compagno di viaggio si sbagliasse.

Tornò qualche giorno dopo in argomento.

– La tua bellezza è tanta. E io… sono felice di camminarti accanto, ma non credo di esserne degno.

– Ma non credo proprio, io sono un vermicello, e ho strisciato anche molto più di te – , rispose il verme di destra, che nei giorni si andava facendo sempre più lento.

Andarono avanti un bel pezzo, e il vermicello di sinistra smise di provare a convincere il suo compagno di viaggio che lui fosse meglio.

Ma nel suo cuore, quando il vermicello di destra diventò una crisalide, e poi volò via come farfalla, non si meravigliò per niente.

Lui l’aveva visto.

L’aveva visto dentro, il cielo che portava.

E sapeva che lì sarebbe ritornato.

 

All about myself

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Tutto quello che c’è da sapere di me è che sono matto.

Matto come un fottuto cavallo matto.

Anzi.

Peggio.

Perché i matti non hanno mai consapevolezza della propria mattitudine, mattezza, mattità… sì, insomma, non sanno d’essere matti.

Come i cavalli, del resto, che non hanno la minima consapevolezza d’essere equini. Se poi sono anche matti, ancor meno.

Eppure il cavallo riesce a dimostrare coerenza, non vedrai mai un cavallo con le gambe… accavallate, su uno sgabello di un bar a sorseggiare Martini e succo d’arancia. Non lo fa perchè, a prescindere dai problemi di equilibrio, ché vi assicuro sedersi già da essere umano su uno sgabello da bar è impresa ardua, figuriamoci da cavallo, dico, a prescindere dai problemi ortopedici, il cavallo non passa i venerdì sera al bar perchè, semplicemente, non è nella sua natura (a tacer d’altro, per lui il venerdì non ha alcun senso come giorno della settimana).

Oltre che matto sono imbecille. No, non lo dico per farmi dire il contrario, vi assicuro, rinfoderate il vostro sarcasmo così come la vostra compassione.

Sono davvero imbecille.

E anche per tale mia qualità, il problema principale è che ne sono consapevole. Ora, esser consapevole d’essere matto potrebbe in teoria garbarmi e farmi sentire in fondo figo (i matti sono anticonvenzionali): ma quanto all’essere imbecille, non c’è alcun sugo ad esserlo essendo consapevoli di esserlo (ora ditemi chi altri, oltre me, può mettere due volte la parola “esserlo” e un “essendo” nella stessa frase…) [Ecco,vedete? La parentesi tonda che precede è un esempio di imbecillità notevole, e preferirei non saperlo].

Prendi il mio ultimo post. Per fortuna non siete in tantissimi a seguirmi assiduamente, ma quei due tre che lo fanno da mesi, si sono ben accorti che era un post già postato. Ecco, questo è quel grado mio di imbecillità che mi manda in bestia! Io sono così imbecille che non uso il “salva bozza”, nossignore, devo distinguermi: ogni volta che scrivo una bozza di post, lo programmo a date lontane, un anno, due anni, o anche solo sei mesi. Così, mi dico, poi avrò tempo per riprenderlo, modificarlo, ecc. Ecco perchè vi siete visti ieri un post scritto e pubblicato credo un anno fa… perché poi mi dimentico del post programmato, riprendo i miei appunti e lo pubblico di nuovo! Una notte, mesi fa, ci fu la “notte dei post abbondanti”… cinque post sparati nell’arco di mezz’ora, erano tutti programmati da un anno! Me n’ero semplicemente scordato…

Ma questo non è certo l’unico esempio di imbecillità.

Ieri cercavo parcheggio da un po’ e mi ero fermato davanti al portone di casa, a riflettere su dove poter provare a cercare. Vi giuro, non sto scrivendo stronzate. C’era anche mia moglie e tutta la ciurma.

Bene.

Faccio scendere la famiglia, sistemo il passeggino e tutto quanto, mi rimetto alla guida e sono ancora lì che penso, quando arriva un SUV e mi parcheggia a due centimetri; mi fa anche cenno di spostarmi. AVEVO UN CAZZO DI PARCHEGGIO A DUE CENTIMETRI DAL MIO ORECCHIO DESTRO (ma anche a due centimetri, anzi, facciamo tre dal mento, eh, per dire).

Oppure, quando mia moglie mi dice di dire una cosa (perlopiù, una balla, solitamente per giustificare che non siamo andati da qualcuno che le sta sulle balle) o, peggio, quando mi ingiunge di NON dire una cosa, io per tutto il tragitto da casa al luogo dove si trova la persona alla quale NON devo dire una cosa, mi ripeto come un mantra “non devi dire questa cosa, non devi dire questa cosa, non devi assolutamente stracazzo dire questa cosa”. E, appena arrivo, prima ancora che si spenga l’eco dei saluti, io… dico quella cosa! E poi mi sbatto una mano in fronte ed esclamo DOH!

L’altro giorno, per esempio, siamo stati da una coppia di amici. Hanno adottato una bimba. Ci tengono molto a che non si sappia in giro. Mia moglie mi ha fatto “L’imparo”, come si dice dalle mie parti: “Avvo, dovessi accennare all’adozione? Mi raccomando, NON dire che hanno adottato, non fare domande sull’adozione, non mettere in mezzo il discorso neppure facendo finta di niente, okay? NIENTE DI NIENTE sull’adozione, okay?”.

Ora in macchina io ero lì che mi ripetevo che MAI e poi MAI avrei detto NIENTE di NIENTE sull’adozione.

Appena arrivati a casa dei nostri amici, davanti alla porta ancora mi ripeto NIENTE ADOZIONE e pigio il campanello. Vengono tutti e tre ad aprirci.

Io guardo la bimba, guardo lui, guardo lei, ed esclamo:

“Ma è incredibile! Ha preso tutto dalla mamma… “!

Mentre lo dicevo, mi rendevo conto di quanto falsa e imbecille fosse la mia affermazione. E di come fosse inopportuna anche laddove la mia frase fosse sembrata la sincera esternazione di un amico del tutto ignaro della loro adozione.

A me non importa di fare queste figure: vorrei solo essere abbastanza imbecille da non rendermene conto, ecco tutto!

 

Permesso con-bagno

TippeteTappete la prossima settimana inizia la convivenza con una donna.

Ieri l’ho visto con un viso tirato, al centro delle sopracciglia una piccola ruga verticale, pensieri pesanti.

L’ho rassicurato sul fatto che la convivenza è un’esperienza meravigliosa.

La tua donna tutta per te, tutte le notti, che ti sveglia dicendoti ti amo e portandoti a letto un vassoio d’argento colmo di leccornie e di rose, con gli unicorni alla finestra e la scogliera al tramonto sullo sfondo (sì, lo so, ho esagerato, lo so bene che la colazione non si serve al tramonto, ma le vostre foto delle colazioni su Facebook così sono…).

Basta sesso in auto, basta farsi prestare da amici le chiavi di negozi, officine, pub, della soffitta o della cantina.

Certo, convivere per un uomo vuol dire anche dire basta alla forchetta infilata nella scatoletta di tonno con l’olio che cola per terra.

Basta alla partita in mutandoni, sprofondati nel divano con birra e pringles, che poi ti pulisci le mani un po’ sulle mutande un po’ sul divano ma non te ne frega un tubo perché la tua squadra del cuore è lì e tu sei nel campo, sei una zolla di terra, un filo d’erba del campo, e cosa vuoi che gliene fotti a una zolla di terra di sporcarsi? A un filo d’erba non fa alcuna differenza sedersi su un divano bianco o oleopardato.

Significa basta bere a canna dalla bottiglia di latte, basta Playstation a tutto volume di notte mentre spari a mostri o tenti di battere il record sul giro con la tua fiammante Mustang.

Ma questo non l’ho detto a TippeteTappete.

Mi sono limitato a ricordargli che il meticciato è il destino dell’uomo.

Il mixticium di culture, di religioni, di sessi (ormai ce ne sono ben più di due e tutti devono convivere) di etnie.

Noi Europei, gli ho detto, in fatto di convivenze e meticciato, siamo maestri. In Jugoslavia, gli ho detto, pensa un po’, siamo stati capaci per anni di far convivere gomito a gomito bosniaci musulmani, croati cattolici, serbi ortodossi, insomma un’autentica macedonia etnico-religiosa (c’era pure la Macedonia, guarda un po’).

Lui ha risposto che il mio era un esempio del piffero, considerando che dalla federazione Jugoslava ne sono usciti non si sa quanti morti (e quanti stati).

Io ho replicato che è stata tutta colpa di Tito.

Lui mi ha chiesto per quale squadra gioca Tito, e qui ho catito che era il caso di cambiare esempio.

Gli ho detto che in fondo a Berlino la gente conviveva pure con un muro grosso così. Che poi non era male, sto muro, ci si potevano fare un sacco di graffiti, e poi siccome per i tedeschi era sempre un problema andare all’estero, i tizi che controllavano le richieste di autorizzazioni all’espatrio erano sempre lì a chiederti “non è che sotto sotto te la vuoi svignare dall’altra parte del muro passando per Sidney, no?”, dico, siccome avevano i loro bei grattacapi, almeno a Ischia i menu erano solo in italiano, o napoletano (“a’ zingara”, “o cuppulicchio”, robe così), ma niente tedesco. Non c’erano nei treni i mangiacrauti bianchi come il culo di un macaco e coi sandali e i calzini giallo ocra a mezzo polpaccio. Che poi quando erano turiste tedesche, chissà perché, giravano sempre leggende sulla loro particolare disinibizione sessuale (detto tra uomini si diceva proprio “zoccolone”). Con me, ‘ste tedesche, sia detto a futura memoria, non si sono mai disinibite, e non apprezzavano quando bussavo alla loro tenda in tanga. Bah.

Si conviveva insomma bene, col muro, anche perché si stava ognuno a casa sua.

Pensa se i terroristi baschi avessero, che so, una bella isoletta tutta loro, va, mettiamo pure Ibiza, ti pare che penserebbero a farsi saltare per aria?

O quelli dell’IRA (che già un’associazione che si fa chiamare IRA lo capisci da subito che è incazzosa), diamogli che ne so, PantelleIRA, sai come si divertono e s’abbronzano che sono sempre bianchi cadaverici (e spesso cadaveri e basta).

Alla fine m’ha guardato storto, TippeteTappete, ha detto che parlo a vanvera e dovrei smetterla con le dirette su Facebook dall’auto.

Io gli ho risposto stizzito che alla fine vai a fare bene alla gente, io stavo cercando di fargli passare quell’aria da cane bastonato.

Mi ha detto che se mi fossi tolto da davanti la porta del cesso e gli avessi permesso, dopo mezz’ora a blaterare come un fesso, di andare a cagare con successo, probabilmente la smorfia se ne andava lo stesso.

Con permesso, mi ha chiesto.

Permesso con-cesso, gli ho risposto lesto.

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!

Scrivere è come vivere due volte

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Io amo la vita.

E amo le persone, che ne sono una delle più alte e complesse espressioni.

Le mie esperienze non sempre facili, la mia adolescenza trascorsa a osservare le lacrime nascoste di mia madre, e tutto il dolore di cui sono stato testimone tra amici e parenti vari, mi ha portato ad amare soprattutto le persone dalla vita incompleta, che lottano per quadrare i cerchi, che cadono e si rialzano e talvolta han tanto male che preferiscono strisciare per un po’, le persone sole, quelle con figli problematici, le persone che non sono riuscite a realizzarsi nel lavoro ma si alzano ogni mattina con la grinta per cercarlo ancora e ancora e ancora, le donne abbandonate, maltrattate, tradite o ignorate da chi vive loro accanto senza avere mai sfiorato i loro lati più veri, anche quelli un poco oscuri, le persone bizzarre, quelle che hanno paura anche di salutarmi perché nella loro vita hanno imparato a chiedere permesso e non alzare la voce mai, le persone silenziose, quelle che sognano in continuazione e si fanno in quattro per i sogni altrui, non avendo la possibilità di alimentare i propri.

E scrivere ha questo grande pregio per me: mi lascia a contatto intimo con le persone che io amo, anche dopo che sono andate via.

Nella scrittura io vivo due volte le loro vite, e dopo di me le vivranno anche dei perfetti sconosciuti che non sapranno nulla di me, ma tutto delle persone che ho amato.

Buona domenica belle persone!