Il sogno d’un bimbo fortunato

 

Ore 14.00, Termini. Devo ripassare gli appunti.

“Benvenuto a Roma”.

E questo mo’ chi cazzo è?

Devo smetterla di registrare in rubrica nomi tipo “WonderCazzola WordPress”.

Al binario, Patrizia Lova e Concetta Sciarretta mi aspettano insieme ad Andrea Improta. Tre persone meravigliose!

Alessia:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

“Alle 17”.

Antonella Perni:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

Penso, rifletto, poi la butto a cazzo:

“17.30”.

Mi chiama il B&B:

“A che ora fate check-in?”

Che domande…

“Alle 17.30”, ovvio!

“Pronto, Spugna? A che ora arrivate?”

“Alle 17.00”

“Bene così ho tempo per raccogliervi alla stazione e fare check-in alle 17.30”

“Ma alle 17.30 non viene Alessia, Ava e Erika avvo?”

“Beh, immagino si possa trovare l’autobus giusto, trovare la via, fare checkin e salutare le persone tutto nello stesso tempo, no?”

NO.

Con Spugna, Vale e Giovy (che mi hanno regalato una tazza personalizzata stupenda e un portafortuna magico) ci aggiriamo davanti la stazione di Termini alla ricerca del bus 64 che sembriamo la banda bassotti alla prima trasferta fuori da Paperopoli. Troviamo la fermata, aspettiamo poco (25 minuti), saliamo, e alla prima frenata del bus Morena fa un doppio salto carpiato sull’alluce di un signore che nomina uno ad uno tutti i defunti suoi e di chi non glielo dice.

Arrivo al B&B insieme ad Antonella e Luigi. Salgo, scendo, risalgo, riscendo, arriva Alessia, Erika, Ava e Nino. Smadonno, riscendo. Devo trovare tempo di ripassare gli appunti.

Chiamo il ristorante, siamo in 14.

“Eleonora, vieni sola vero?”

“Ti ho detto che c’era mia madre”

“Sì, tipo due mesi fa, e ti riferivi alla presentazione, ma va bene, il segretariavvo si mette al lavoro e aggiunge un posto”.

“Ho anche Maya”

“Okay ne aggiungo due”

“Ma Maya è il mio cane!”

“E perchè non mangia?”

Poi ordino la pizza a mia figlia, che è rimasta a Torino, glielo avevo promesso, lasciando intendere che avrei incaricato qualcuno di venire da Roma fino lì. Mi manda a dire dalla mamma, con tanto di foto, che conserverà un pezzetto di pizza per me, per quando torno l’indomani. Piango.

Ci fermiamo a un bar, primo spritz a stomaco vuoto, non una grande idea.

Mi chiama Vania: “Che fate stasera?”

“Ceniamo”

“A che ora?”

“20.30”

Alle 20.00 mi richiama Vania:

“Dove siete?”

“In giro”

“Quando venite a ristorante?”

“Venite? Perchè, sei lì?”

“Sì”.

Giriamo, poi cena. Le Winx hanno preparato cappellini e cravatte personalizzate con frasi mie e foto del libro. Bevo alla loro e mi sfilo la felpa per mostrare la maglietta che mi avevano regalato la volta scorsa, con altra mia frase.

Vania vanieggia, attacca la pippa con chiunque. Vania è un personaggio che ho scelto per farmi da introduzione alla libreria. Mondadori, cioè capito, il mio sogno. L’attaccapanni alle sue spalle l’ho visto barcollare tramortito dalla sua loquacità. Il pizzaiolo Israeliano pare abbia chiesto asilo alla Palestina. Entro nel panico. L’avevo già minacciata di non sforare i dieci minuti di discorso, ma conoscendola dal vivo mi rendo conto che sarà impossibile. Parlerà per due ore e con tutta probabilità si spoglierà, è matta come un cavallo che abbia  per moglie una mucca pazza. Glielo ho pure detto. I ragazzi mi sfottono.

Dopo cena, si va a prendere un altro spritz, dopo un altro, e una birra, e un limoncello, e non so che altro, forse l’acqua dai vasi dei fiori dei morti di chitemmuort.

Passa un ambulante che vende megafoni. Eleonora simula un orgasmo. Non sa che i megafoni in questione registrano la sua voce. L’ambulante pigia play due volte, Eleonora vuole cancellare il messaggio ma lui è uomo di business, ha intuito di aver appena messo le mani su uno strumento di marketing favoloso e se ne va per la sua strada facendo sentire a tutti l’orgasmo al megafono.

Vado a dormire col terrore.

Sveglia la domenica. Morto di sonno e di alcool. E con un bel mal di testa.

Arrivo con un pizzico di anticipo (due ore), la libreria è chiusa. Vado a prendere un caffè con Patrizia Lova Lova (uh, booombastic) e le Occhi di Gatto. Mi chiama Giulia Longarini, che deve intervistarmi per “Le pagine più belle dei libri”. Invito anche lei al caffè. Non sa dov’è. Viene da lontano, circa 20km a ovest (o è est?) di Roma, il che equivale (se ho capito come funziona) a un altro continente.

Esco dal bar, torno in libreria, prelevo Giualia, la porto al bar, qualcuno mi ha ciulato il caffè, ma non la borsa, è ora di tornare in libreria, dovrei ripassare gli appunti. Dico a Giulia che faremo dopo l’intervista. Mi guarda perplessa e io le direi hai ragione, ragazza, hai ragione, andrà tutto a puttane.

Arrivo ma i due scrittori (Max Capozzi e Eleonora De Berardinis) che presentano e leggono brani dei loro libri di poesie con me, non si vedono.

Sudo.

Smadonno e bestemmio.

E messaggio, ovviamente li messaggio.

Arrivano con largo anticipo, due minuti.

Mi saluta “Antonella”, con lo sguardo che si aspetta il mio stupore. Fingo stupore:

“Ah!!! Antonella! MA CHE BELLO! GRAZIE CHE SEI QUI”.

Chi cazzo è Antonella? (Alverone, Love u!)

“CIAO SONO ELISH!”

“EH?”

“ELISH! ELISA!”

“Aaah! Elisaa! E tu dici Elish, che ne so io? Ciao Elisa! Grazie di essere qui, non me lo aspettavo!”

Mo’ chi cazzo è Elisa?

Entra Vania, la giornalista che mi introduce e spero che non introduca qualcosa dentro me. Non c’è tempo di minacciarla ancora.

Si inizia. Faccio un vecchio trucchetto da apprendista mago con le mani, riesce, risate, parte Vania. Le prime parole?

La violenza sulle donne.

PORCO CAZZO.

PORCO CAZZO.

PORCO-STRA-CAZZO.

Fisso l’orologio e conto i minuti. Sudo a ogni secondo.

Al terzo minuto, sventolo tre dita sotto il naso di Vania cercando di fare la faccia alla Genny Savastano.

Non solo sta nei dieci minuti, ma dice cose acute e lusinghiere. Chapeau!

Mando un messaggio a zia Mafalda e la minaccio! Ho preparato un pezzo del discorso il cui effetto comico si basa sulla sua presenza, abbiamo iniziato e lei ancora non si vede.

Arriva al momento giusto, quello del discorso in cui devo percularla. La fortuna aiuta gli audaci.

Poi leggo qualche riga di un libro di Dostojevskij, dico che potrebbe essere la mia biografia.

Qualcuno chiede che titolo è.

Giro la copertina de “L’idiota”…

E poi abbracci, e le foto con Dario Lalli (un mito), Max e Ele, altro giro di alcool, emozioni a mille, lacrime, tensione, mal di testa e corsa finale alla stazione, arrivo alle 14.58 sul binario, partenza ore 15.00.

Un viaggio pazzesco. Un sogno, un sogno concreto, reale, con tanto di foto.

Sono un bimbo fortunato, ecco.

Un bimbo fortunato che non è mai cresciuto.

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Presentazione de Lo specchio dell’angelo perso con Max Capozzi e Eleonora de Berardinis

Domenica 3 dicembre alle 11 realizzerò un mio sogno, che molti di voi già conoscono: entrare in una libreria seria (GIT Mondadori Bookstore di Via del Pellegrino 94 a Roma, nel caso di specie) e trovarvi un mio libro in bella mostra. Se ci sono blogger romani tra voi che volessero unirsi, per me sarebbe ovviamente un piacere immenso stringervi la mano e chiacchierare un poco, anche prima e dopo la presentazione. Ci saranno anche con me Max Capozzi (autore de “Romeo, Lucifero e Max”) ed Eleonora de Berardinis (autrice de “Destinazione Cuore”), due autori che stimo molto e che presenteranno i loro libri insieme a me.

Ho fantasticato su questo momento per anni, ed è davvero curioso come ora, arrivati quasi al dunque, a pochi giorni dalla sua realizzazione concreta, io mi ritrovi a desiderare più tempo, più tempo prima che si realizzi, mi piacerebbe inseguirlo ancora un poco ma con la certezza che arriverà. Quello che rende i miei sogni solitamente come dire, un poco “blandi” è la loro distanza siderale da ogni possibilità pratica d’applicazione. Non so, tra i miei sogni c’è di vincere un motomondiale di MotoGp, e penso che chiunque possa misurare anche a “spanne” che distanza vi sia tra questo mio sogno e la benchè minima chance di realizzazione. Ecco, questo sogno di entrare in libreria era altrettanto distante, ma adesso s’è avvicinato e quasi posso sfiorarlo e… non voglio! E’ davvero curioso. Forse il gusto sta tutto nella ricerca, negli sforzi, nel tendere ad sidera, alle stelle, forse per questo si chiamano de-sideri, chi lo sà.

Gli è che domenica, quella distanza siderale sarà azzerata e toccherò con mano uno dei pochissimi sogni autentici che ho realizzato. Di giorni così nella mia vita ce ne sono stati una manciata, davvero appena una manciata.

Ed è incredibile la quantità di felicità che un sogno quasi realizzato riesce a dare, prima ancora di farsi afferrare.

Vi aspetto tutti e vi abbraccio, sia quelli che riusciranno ad esserci, sia tutti coloro che vorrebbero ma non possono!

AvvoFelix

Link evento Facebook: https://www.facebook.com/events/384641061966736/?ti=cl

Un’isola che forse c’è

Mi sveglio presto. Potrei farmi la barba, dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo.

Mia moglie:

“Dovresti farti la barba”.

“C’è ancora tempo”.

Ripasso il discorso che vorrei tenere.

Presento il mio primo libro con editore, con me ci sono anche due poeti scrittori, Eleonora De Berardinis e Max Capozzi. Presentano “Destinazione Cuore” lei, “Romeo, max e Lucifero“, lui. Non abbiamo avuto tempo di coordinarci granché.

Alle 3 Max arriva in stazione. Lo riconosco, ma lui non riconosce me.

“Hey, dove sei, Max? Allora io sono alla tua sinistra, seduto sulla panchina”.

Max si gira e vede un barbone.

“Massimo non ti vedo, ndo stai ao?”

“Alla tua sinistra. Dove cazzo ti giri, quella è destra, dellà dellà”.

Mi vede e capisce lo scherzo e comincia così la nostra amicizia. Mai visti prima.

Max ti guarda dritto negli occhi, ha il fuoco di chi insegue i sogni, ma anche le rughe nell’anima di chi le ha prese tante volte sui denti. Mi fa leggere la poesia, dico va bene, la inserisco nel discorso con uno sbaffo di penna.

Mi gratto il mento. Dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo, sono appena le tre.

Alle tre e mezza arriva Concetta, da La Spezia. Poi li accompagno al loro albergo e torno a casa. Sono le quattro, c’è ancora tempo. I libri? Diamine, devo scendere i libri in macchina. Risalgo, devo cambiarmi. Buddy B ne spara una grossa, di quelle che arrivano alla nuca e penso non ci sia bisogno di dire di cosa sto parlando. Principessa fa le bizze. Susanna, da Milano, giunge come un angelo a salvarci. Non s’è persa una presentazione, la Susy.

Eleonora mi chiama disperata. Viene da Merano. Ha un cane. Che non sa a chi affidare. Solo il giorno prima sono riuscito a trovarle la mia vicina di casa, ma prima delle cinque non c’è. La presentazione è alle sei, io devo essere in atelier un’ora prima.

“Avvo io devo andare a cambiarmi, poi devo portare il cane da te, poi il mio fidanzato s’è perso la camicia”

“Come cazzo se l’è persa la camicia? Siete venuti in aereo e lui si è sporto fuori dalla carlinga?”

“Ma no, l’ha lasciata a casa, insomma deve andarla a comprare”

“Ma tu ci vieni alla TUA presentazione o comincio senza di te?”

Faccina con le lacrime, mi dice ti prego aspettami.

Le do’ il numero di cellulare della vicina e mi riprometto di chiamare il ristorante cinese all’angolo, quello che hanno chiuso due volte perché servivano carne di cane (ora ha migliorato e serve solo un cane di carne).

Devo scendere, dovrei ancora farmi la barba. Metto il rasoio elettrico nella tasca della giacca, c’è ancora tempo. Posso sempre farla lì da Cecilia Gattullo, che ci ospita per la serata.

Prendo in braccio Buddy B, che infila il braccino nella mia tasca e fa partire il rasoio. Cominciamo bene.

Entriamo in auto, passo a prendere Max e Concetta, a metà strada per l’atelier mi ricordo che ho dimenticato il libro con segnati i passi da leggere. Ma ho dimenticato in realtà che non l’ho dimenticato, era solo nel cofano. Si procede spediti.

Arriviamo all’atelier. Manca l’acqua. Ma c’è tempo.

In fila alla cassa, una ragazza mi guarda, poi guarda l’acqua, poi mi riguarda:

“Sono a dieta” le dico, come a dire fatti pure un po’ i cazzi tuoi. Pago ed esco, come facciamo spesso nella vita, non solo al supermercato.

Risalgo, sistemo i libri. Poi apro la porta, Barbara (Melandri), Valentina (Gallo) e Morena (Crotti) lì davanti. Abbracci, bacioni, ciaoni.

Si tolgono le giacche con movimenti lenti e affettati. Mi dico, lo sapevo che erano solo tre sciroccate.

Mi fissano, le fisso, mi fissano, poi capisco che aspettano qualcosa. Finalmente guardo le loro tette che fino a quel momento avevo ignorato per pura e finta galanteria, e SBAM! Indossano magliette con la copertina del mio libro. Il veliero addosso a Valentina sembra avere molto più vento in poppa di quello di Morena. Vai a capire perché…

Le prime lacrime.

Eleonora mi si avvicina: “Avvo che poesie devo leggere?”

La guardo per capire se mi perculeggia.

“NON TI SEI SEGNATA LE STRACAZZO DI POESIE?”

Fa gli occhioni a cerbiatto e sogno di avere un fucile ed essere cacciatore.

Le giro il pdf dove avevo segnato i numeri di pagina delle sue poesie da leggere.

“Eh, ma io ti ho mandato il file bozza, i numeri sono poi saltati”

“Certo che ti ci metti di impegno a mandare tutto a puttane…”

Poi alle 18.02 riesce non so come ad abbinare le poesie ai pezzi che leggerò.

La lascio, cambio stanza e una signora mi ferma e mi fa:

“Sono la mamma di Ele, piacere”.

“Ah me la saluti tanto”.

Mi guarda stralunata.

“Ma… Eleonora presenta cu tte lu libro”.

Ops.

Mi ferma una bionda.

“Ciao! Sono Aida”

“Che nome lirico, piacere, sono avvo”

“Sempre le solite battute”

“Ci conosciamo?”

“Mi prendi per culo ogni volta che mi vedi su face”.

E siamo a tre.

E poi partiamo, via, ci sono tutti, troppi, neppure una sedia né un cuscino rimane libero, mi manca il fiato e devo bere per non rimanere con la bocca di carta vetrata.

Cecilia legge un messaggio che viene da una persona che non vuole rivelare il suo nome. Sudo freddo.

“Per il battesimo di Vittoria…”

La interrompo:

“Fermi tutti, tranquilli, Vittoria non è una mia figlia illegittima, solo il nome della protagonista, eh”.

Cecilia riprende, finisce il saluto/omaggio di Angela Molfetta, poi si parte. Io parlo, gesticolo come se non ci fosse un domani, poi la poesia di Max viene decantata (con commozione, emozione, sincerità) nel momento perfetto, poi il duetto con Eleonora, un pezzo del libro, una sua poesia, lei si commuove, io pure, Valentina proprio c’ha le cascate del Niagara, applausi.

La serata finisce, come finisce ogni cosa bella, ma c’è ancora tempo.

C’è tempo per andare a casa mia, con queste persone che ho visto per la prima volta, ma accoglierli è stato facile come aprire la porta a uno di casa. Morena ha tentato di fare fuori una lampada a forma di palla, ma con tutti i regali che lei e le due pennine mi hanno fatto avrebbero potuto distruggere tutta casa e andare ancora in pari.

La notte finisce alle due, o giù di lì, quando Barbara ritrova dopo attimi di terrore le chiavi della pensione in cui dormono tutti e tre.

C’è ancora tempo il giorno dopo per un caffè.

Ci sarà ancora tempo, perché per me è stata un’esperienza favolosa, una piccola vacanza su un’isola che forse c’è.

 

Metti una sera con Enrica Tesio, Dodici Ricordi e un segreto…

 

Enrica Tesio non ha bisogno di presentazioni (titolare del popolarissimo blog Tiasmo) eppure, ciononostante… fa presentazioni!

E così, dopo aver letto per anni il suo blog e aver avuto l’onore anche di qualche sua lettura e scambio di commenti sui profili Facebook, ieri sono finalmente andato a vedere con i miei occhi di che pasta è composta questa scrittrice di successo, partecipando alla presentazione del suo ultimo lavoro “Dodici ricordi e un segreto” presso la libreria Bufo .

Ovviamente ho comprato ieri il suo libro e ancora devo leggerlo, ma posso già dire che mi piacerà.

Nonostante il successo (un romanzo con Mondadori, uno con Bombpiani, un film basato sul suo romanzo, what else?), Enrica è di una umiltà che stupisce. In un mondo di apparenze basate su sostanze assenti, in un mondo di steli d’erbaccia che simulano la sostanza di pietra, Enrica ha la sostanza della roccia e l’apparenza del fiore. Dalle primissime parole mi ha colpito: nel parlare della memoria, se ne è uscita con una frase del tipo “Se non c’è nessuno che ricorda, la memoria non esiste, e neppure il passato”, che denota una conoscenza di uno dei più grandi filosofi di sempre nonchè uno dei più ostici, Sartre, di cui però lei non ha fatto il nome. Rispetto massimo, dunque, per la platea, da parte sua, scelta giustissima, perchè citarlo sarebbe stato una mortificazione per chi, Sartre, non l’ha mai letto nè capito, nè avrebbe aggiunto nulla a chi lo conosce. E se non è lui, sarà stato qualche altro filosofo, oppure una coincidenza, in ogni caso è un incipit che mi ha fatto sentire di fronte a una donna di profonda cultura.

Anche la poesia che apre il libro è evocativa e significativa, parla del vento che, passando, modifica le cose e trasforma le pietre in rose. Io ci vedo tanto Proust, in questo libro e nella teoria abbozzata da Enrica durante la serata, teoria che non ha mai avuto l’aria di essere una lezione, ma una chiacchierata tra amici. Un profilo umile e però altissimo. Il passato ha la forma della memoria, questo il grande insegnamento de La Recherche proustiana, e come non vedere questo insegnamento declinato nel libro di Enrica, dove un uomo prova a “passare” il suo passato ad una persona da lei amata (Aura, nome stupendo!) mediante dodici ricordi, appunto, lasciati scritti su post-it, sul retro di bollette, in spazi e luoghi a lui familiari che come per “assorbimento”, per immanenza degli oggetti ai soggetti, assorbono il passato di quell’uomo per trasmetterlo intatto alle generazioni future? Nei ricordi di Aura vive il protagonista vero di questo libro, che è il passato, appunto, o i ricordi, che poi sono i mattoni su cui si edifica la casa del passato.

Enrica ci ha anche deliziato con scenette di vita reale, sua figlia piccina ha assistito e ha mostrato (ovvi, sacrosanti!) segni di insofferenza per questi adulti che non giocano, sono lì fermi sulle sedie mentre lei vorrebbe spaccarlo in due il mondo, abbraccia la mamma, si nasconde dietro di lei, le tira i capelli, e lei non perde mai il sorriso nè la pazienza nè il tono dolce di mamma e, devo dire non so come, neppure il filo!

Questo racconta molto di lei, non c’era neppure bisogno che le rivolgessero la solita, trita domanda “se lavori e hai figli dove trovi il tempo per scrivere”. La risposta di Enrica con i fatti è quella che fornisce Dalì nello spiegare perchè scrisse il suo romanzo: “perchè trovo sempre il tempo di fare tutto quello che voglio”.

Ecco l’umiltà, una donna che sicuramente poteva permettersi una baby sitter (forse anche due!), non affida la sua bambina ad altri, ma la porta con sè a quella che è a tutti gli effetti una serata di lavoro. Peraltro, parlando parlando si scopre che ENRICA NON HA LA PATENTE! Ora, io dico, c’è da rallegrarsene perchè una donna in meno per strada… peraltro lei dice che tutti i personaggi sono un poco autobiografici e un poco vengono dal mondo che frequenta, e considerando che lei stessa ci ha detto i suoi personaggi essere tutti matti… dico, se tanto mi dà tanto, meglio che se la fa a piedi! Ma, dico, una mamma, lavoratrice, scrittrice per di più… senza patente.

A chiusura di serata, Enrica s’è persino preso il mio romanzo, con ciò facendomi gongolare da qui all’eternità. Non penso troverà mai il tempo di leggere manco il titolo! Ma che sia nella sua libreria, da qualche parte, mi regala già una strana felicità.

Dalla serata di ieri sono uscito con la convinzione che gli eroi esistono. E qualche volta la loro è una storia a lieto fine, un finale però aperto, come pare essere quello del suo libro (Enrica, mi dovresti pagare per averti salvato con la storia del King e del finale de La Torre Nera, ammettilo!)

Il lieto fine di questa storia è il successo che arride a Enrica.

Lo merita tutto, fino all’ultima riga.

Doppia libidine coi fiocchi

locandina evento corretta.jpg

“Non è cambiato niente da quando te ne sei andato.
In bagno c’è ancora il tuo spazzolino
e sotto il cuscino
metto ancora la tua maglietta consumata.
Sul divano c’è una tua felpa stropicciata:
mi arrabbiavo sempre quando lasciavi la tua roba per casa,
eppure adesso ti ringrazio per averlo fatto QUEL giorno
prima di uscire dalla porta.
Non osa sedersi nessuno sulla poltrona accanto alla lampada
e il salotto sa ancora del tuo incenso che odiavo tanto
ma che continuo ad accendere per te.
Apparecchio ancora per due
e quando ci sono gli amici il tuo piatto rimane vuoto…
Ma c’è.
Non è cambiato niente da quando sei con gli angeli,
perché guardo il cielo
e ti sorrido.
E tu sei accanto a me.”

[Su nel cielo, tratta da Destinazione Cuore, Eleonora de Berardinis, Miraggi Edizioni]

 

“Mesi dopo il funerale, trovai il coraggio di andare in camera sua. Non c’ero più entrata, come se mi avessero tacitamente proibito di farlo. Indugiai a lungo come se avessi potuto disturbare il sonno di qualcuno che dormiva oltre quella soglia. Sembrava tutto così diverso, forse perché era tutto uguale. Ma sapevo che [____] non sarebbe più tornata a dormire sotto quel letto. Nell’aria sembrava aleggiare qualcosa di solenne, la morte, la terribile morte di cui nulla poteva essere visto, se non tutto. Sotto il pianale di marmo della consolle era posato, a faccia in su, un vecchio specchio da toeletta, pieno di aloni e macchie. Lo girai, forse speravo che vi fosse rimasta impressa l’impronta del suo volto.
Aprii i cassetti e mi portai al naso un sacchetto di lavanda che profumava ancora. Vidi la sua biancheria che andava impercettibilmente ingiallendo, stirata e piegata a perfezione. Era tutto in ordine. La morte aveva svuotato quel posto senza sottrargli neppure un granello di polvere. Ero rimasta sola in alto mare, quel porto era chiuso. Mi rimaneva solo la mia querencita.”

[Brano tratto da Lo specchio dell’angelo perso, Massimo della Penna, Efesto Edizioni].

Amici torinici e dei dintornici, sabato 18 novembre dalle 18 presso l’atelier della mitologica Cecilia Gattullo parlerò a braccio (e a cazzo, diciamocelo) del mio ultimo romanzo Lo specchio dell’angelo perso. La Eleonora decanterà alcune delle poesie tratte dal suo libro Destinazione Cuore e, siccome è donna e le donne, si sa, la sanno lunga, porterà anche una buona scorta di vino, da ingollare rigorosamente prima che iniziamo a parlare. Sarà una serata anche d’arte pittorica, dato che nell’atelier potrete ammirare i lavori di Cecilia appesi alle pareti (dove del resto solitamente si appendono i quadri; ma siccome Cecilia è differente, li troverete anche non appesi, eh), tra cui chiaramente il quadro sulla cui base ho fatto realizzare la copertina del libro.

Vi aspettiamo!

Lo specchio dell’angelo perso

 

 

Foto da L.jpg

 

Amici wor-depressi, ci siamo! Dopo sei anni, riesco finalmente a vedere un mio libro in…libreria, lì dove del resto si suppone (se la supposta è giusta) che i libri stiano, prima che qualcuno li tolga da dove sono, per portarli dove saranno.

“Lo specchio dell’angelo perso” è il terzo volume della saga “Storia di uno strano”. Come gli altri, si tratta di un volume/romanzo autoconclusivo, quindi leggibile anche da chi non abbia letto i precedenti. Di seguito qualche parola sulla trama:


La protagonista, Vittoria, è un’eremita dotata di un talento speciale che nessuno, al di fuori di sua nonna, capisce, neppure lei stessa. Qualcosa c’è nei suoi quadri, che sembra chiamarla.

Quanto vi sia di reale e quanto di inventato, lo scoprirà dopo un viaggio profondissimo in cui le toccherà scendere in luoghi di sè che ha sempre ignorato, come tutti coloro che le ruotano intorno: un padre intermittente, una madre ossessionata dalle regole, un fratello violento e primitivo, due amici senegalesi che condividono il suo eremitaggio su un’isola a largo di Dakar che pare disegnata sulle sue ossessioni. Mentre tratteggia paesaggi umani con voce pacata e riflessiva, infatti, Vittoria è dominata dalla paura che la sua riservatezza venga violata.

Per affermare il suo talento lotterà contro la madre, ossessionata dal controllo, ma sempre sull’orlo di perderlo, subendo gli impietosi paragoni con i capolavori del fratello, scoprendo di avere un grave difetto alla vista che però non si svela, dacché Vittoria è convinta, come ognuno di noi, che la sua visione del mondo sia quella giusta, quella degli altri errata. E viceversa.

Nessuno comprende i suoi quadri perché nessuno vede il mondo come lei lo vede.

Sullo sfondo delle sue vicende, si intrecciano le voci di Alice e Il Cappellaio Matto, due persone non-persone, che si incontrano di continuo in chat in una bolla atemporale, confessandosi tutto “con somma indifferenza, perché è l’unico sentimento che si può davvero provare per uno sconosciuto”. Tra i due nasce una storia d’amore all’apparenza intensa, fatta di poesie, di gelosie, di piccoli mezzucci (il profilo falso, le trappole), di sesso virtuale che si consuma alla velocità del web. In questo non-spazio atemporale, una brusca rottura determinerà la decisione di incontrarsi “nella realtà”.

Il viaggio di Vittoria è un viaggio d’attesa, placido, ma ben presto nei suoi quadri irrompe un veliero che si avvicina sempre più. Un viaggio di ricerca in un mondo che ha perduto tutto ciò che è altro. E forse, quello che troverà Vittoria quando sarà quasi a casa, non sarà se stessa, ma tutto il resto che aveva perduto.


Ringrazio Valentina Gallo perché lei mi ha trovato un editore, peraltro con caparbietà, non arrendendosi alle difficoltà che comunque ha incontrato prima di ottenere l’attenzione necessaria per presentare il mio romanzo all’editore, Efesto. Un grazie anche a Alfredo Catalfo, titolare della società che edita il libro, per aver creduto in questo progetto che è agli inizi!

Per ora si trova già disponibile presso la libreria Efesto in via Segre 11 a Roma, ma è ordinabile in qualsiasi libreria d’Italia (Feltrinelli comprese)! Più in là vi segnalerò le librerie in cui lo potete trovare già sugli scaffali senza neppure quindi necessità di ordinarlo.

Per gli amanti del web, è ordinabile da subito su Feltrinelli.it e IBS a un prezzo speciale:

https://www.ibs.it/specchio-dell-angelo-perso-storia-libro-massimo-della-penna/e/9788894855395?inventoryId=88615846

http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-penna/specchio-angelo-perso-storia-uno/9788894855395

Nei prossimi giorni dovrebbe essere disponibile anche su Amazon (sempre a prezzo scontato per il lancio) al seguente link:

http://amzn.eu/6d1kWHM

Enjoy my friends!

 

 

La dura vita di uno scrittore esordiente

La vita di un aspirante scrittore è irta di pericoli [Piena di cazzi appuntiti, verrebbe da dire].

Modestamente, penso di vantare il più longevo esordio di sempre: sto esordendo, esordiendo, esordando, insomma sono un esordiente dal lontano 2015, penso che manco Mosé abbia fatto un esordio tanto lungo. Anche se forse il suo era un esodo, o un Esopo, ma che ne so(po). O era Noè? No, eh? Quei due me li sconfondo sempre.

Ho un tilt nei neuroni. Scusate.

Ci sono vare piaghe, come quelle d’Egitto da cui fuggiva Moser, che se era tanto bravo a correre era perché sono arrivate le cavallette e si sono fiondate come… cavallette. E’ difficile fare una metafora con le cavallette, porcaloca.

Dicevo, già, non dicevo niente, perché sto scrivendo.

Prendo un sorso di vino.

Continuo.

La vita dell’esordiente è un esordio che manco li egiziani potevano predire, con tutto Iside, Osiride e compagnia bella erano sempre lì a scrutare nel futuro. Ma per quanto tu scruti nel futuro, te la vai a pija sempre intercooler. Legge di Ramses III.

La prima piaga, sono i parenti che si fiondano come…cavallette sui tuoi preziosi manoscritti, ma ad una imprescindibile condizione: che siano aggratisse. C’è chi te lo dice dritto e chiaro e, anzi, se tentenni, se jastemmi implicitamente e con gli occhi fai trapelare anche solo una punta di tutte le madonne che gli stai tirando (perché, diciamocelo, quando ti chiedono di regalare il tuo libro tiri giù Madonne manco fossi un restauratore della Cappella Sistina), se appena appena scorgono il lembo di tutti i muorti di chi le stramuorti che gli stai menando, mettono il muso in modalità mocio vileda e ti dicono MA COME, NON ME LO REGALI?

Che ti viene da dire, e tu, cara zia, che sei UNA GRANDISSIMA ZOCCOLA, una botta a gratis non me la dai? Mi viene da pensare allo zio della protagonista di quel film di Tinto Brass, il più famoso che non ricordo ora come si chiami, in cui lui scopre che la nipote esercita il mestiere più antico del mondo e si presenta puntuale ogni settimana a pretendere una prestazione. Sia aperta una parentesi, in quel film c’è la scena più comica di tutto il cinema erotico: lei è lì che, insomma, piange e si appresta ad una fellatio, e lui le dice “E no, dai non, piangere, su su, non piangere”, e lo spettatore (mentre se lo mena, indubbiamente) gli viene un attimo di sgonfiamento erotico perché prova tenerezza (e la tenerezza non va daccordo con la durezza, lo dice la parola stessa) per quello zio tanto premuroso, ma poi arriva puntuale (come nell’essere esordiente) la inculatio: lo zio prosegue “Semetti, altrimenti mi bagni le palle”.

Perndo un alrto srso di vino. Stabbè.

Poi su Facebook ci sono uno stormo, che dico stormo, sciame di gente che probabilmente pensa che tu guadagni ottocentomilioni di euro per copia, perché ti “promette” di leggerlo “prima o poi”. Ora, intendiamoci, uno scrive affinché i libri vengano letti e pagati, senza giri di parole. Ma da qui a pensare che la vendita di una copia sia la “svolta” e che tu debba essere messo sul piedistallo degli eroi perché hai una mezza idea, forse, quando ti avanza tempo e denaro, di prendere un libro, insomma, è quantomeno una visione ottimistica. Non voglio dire che non mi frega un cazzo, ma sostanzialmente prima di te sono passate ottocentomiliardi di persone a dire che lo avrebbero letto, prima o poi, e sono tutti quanti ancora al “poi”.

Un sorso di vino mi prende.

E i finti editor, vogliamo parlarne? Gente laureata in restauro dei beni culturali, o quando va bene in giurisprudenza, che di letteratura e mercato editoriale (due cose molto diverse ma riterrei entrambe imprescindibili per fare l’editor) capiscono quanto io di assorbenti interni, che ha pubblicato mezzo libro n. 340.000 in classifica Amazon self-published, ma millanta precedenti contratti con Mondadori, Rizzoli, la Reale Stamperia di San Gennaro et similia, menziona una sfilza di premi a concorsi di rilevanza rionale, legge il tuo manoscritto in 24 ore e ti dice che è un eccellente lavoro, non la solita merda che tutti gli altri merdosi merdano in giro, e visto che tu sei così bravo e non una merda come le merde ti faranno anche lo sconto del 99% e poi ti presenteranno al presidente della Galassia, per la modica cifra si intende di due euro a carattere (spazi esclusi, si pagano a parte, ecco perché nei libri non trovate tante pagine vuote).

I gruppi, oddio i gruppi su Facebook! Sono associazioni a delinquere, costituite al 101% da scrittori, con ritmi e regole che la Gestapo levete proprio, hashtag impronunciabili che dal cellulare mi vengono i pollici snodabili, ban, gelosie, fazioni avverse e controverse e gaie e sticazzi. Non esagero, uno dei vari admin conosciuti ebbe a ridire sul mio “stile di vita” e voleva impormi uno stile più morigerato. Mi faceva pensare a mia figlia che mi ha messo Trilly, il passero trovato sul balcone, nella biancheria intima, e poi ridendo mi ha detto “Mamma dice che devi imparare a tenere l’uccello nelle mutande, e quello che dice mamma si fa, lo dici tu”.

E ce ne sarebbero da dire ancora ma porcamiseriloca avevo iniziato questo post solo per dirvi che avvo, dopo una vita di esordienza, esordisce per davvero con un editore in carne e ossa (e capelli, ma mica tanti, che tra simili ci si intende). Ieri ha mandato, tra lacrime e jastemme, sangue e smadonnamenti, il manoscritto finale. E ha ricevuto l’OKAY semidefinitivo e semitrasparente come lo smalto, e insomma ragazzi ci siamo.

Stay tuned 😀

Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

https://www.amazon.it/dp/1520789149

Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!