Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

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Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!

Vivere una favola

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Io vivo negli studi legali putenti.

In pratica, vivo in una favola.

E, si sa, le favole c’hanno sempre la morale.

Come a dire, oi miutoi deloitte.

Ho spesso a che fare con le società di revisioni.

Io da studente favoleggiavo molto su questi soggetti.

Me li figuravo come incorruttibili, irreprensibili, ma soprattutto geni matematici, inarrivabili stile terminator, quando gli si scopre un occhio e ci si accorge che non di uomo trattasi ma di umanoide capace di complessi calcoli e deduzioni spazio-temporali-matematici-logistici.

Poi col tempo il loro ritratto nella mia mente è mutato: oggi corrisponde ad una calcolatrice con un cellulare in mano, la giacca elegante, la camicia sbottonata e senza cravatta, i jeans scoloriti e le scarpe da ginnastica.

Ora non vorrei generalizzare, questo post non è SULLE società di revisione indistintamente, ma solo su quelle che ho avuto la fortuna di incontrare (e che NON sono nominate qui).

Le più blasonate hanno nomi indicativi, come Pricewaterhousecooper, che pare un nome onomatopeico (della serie, da noi paghi il “price” di una casa sull’acqua (le water house delle Maldive…), o  KPMG, che è più o meno il risultato di una pigiatura isterica a caso di tasti. Se siete incazzati neri e provate a scrivere qualcosa alla tastiera, prima o poi vi viene fuori kpmg.

Il più delle volte ti parlano in aramaico, e tu subito rimani impressionato come una pellicola da 6400ISO.

“Avvocatolo bisogna calcolare l’ebitda della PE tenendo conto della deduzione sulla base imponibile IRPEF e della detrazione IRPEG, dopo aver ammortizzato i cespiti e cespato gli ammortizzatori. Non si dimentichi di verificare i crediti d’imposta, le sopravvenienze attive e passive, i ratei e i risconti, i conti d’ordine, e sotto la linea la capra campa, sopra la linea il bilancio crepa. Che poi il 161 bis modificato dalla finanziaria 2008 per il 2009-2011, in vigore dal 2020, che impone l’imposta di registro ma anche no, e solo in caso d’uso, è stato abrogato ma poi ripristinato con l’abrogazione dell’abrogazione per cui è rivivescente. Calcoli poi che la deduzione degli interessi passivi dipende da quegli attivi e da quelli dormientibus”.

Uno poi si chiede come siano potuti accadere certi disastri tipo Enron, o Parmalat, dove società revisionate hanno per anni falsificato i bilanci, senza alcuna ingegneria fiscale ma semplicemente correggendo a penna (rossa, peraltro) i bilanci. E’ bastato il più delle volte aggiungere un segnetto verticale al segno meno.

Te lo chiedi, quindi, come sia potuto accadere, perché se li conosci – i revisori – ti accorgi che sono ancora più paraculi degli avvocati.

Uno dei compiti principali di una società di revisione (volendo semplificare) è quello di verificare che il bilancio delle società siano veritieri e corretti.

Ogni tanto è fantastico leggere delle durissime lettere delle società di revisione che scrivono alle società “revisionate” robe del tipo: “prego confermare che i dati di bilancio fornitici siano veri e corretti e che non vi siano altri dati e che quelli rappresentati siano tutti e solo i dati esistenti, e che non ci nascondete nulla che a noi non ci piace giocare a nascondino” .

Ma come? Io pago a te società di revisione per farmi dire che il bilancio è vero, e tu mi dici che per dirmi che il bilancio è vero tu a me, devo prima dirti che il bilancio è proprio vero io a te?

Un po’ come se il giudice affidasse all’imputato di omicidio l’autopsia sul cadavere.

Avanti la prossima

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“Non sono una donna a tua disposizione”

“Che significa?”

“Che non puoi giocare con i miei sentimenti come se fossero una X-Box”

“Io non gioco”

“Sì”

“No”

“Ti dico di sì”

“Ti dico di no”

“E allora perché vuoi uscire con me?”

“Forse perché me lo hai chiesto tu? Può essere?”

“Sì, ma perché hai detto sì, è questa la domanda?”

“Perché mi va”

“Tu non puoi fare le cose solo perché ti vanno”

“Ah no?”

“No”

“E invece sì”

“E invece no”

“E io ti dico di sì”

“E io ti dico di no”

“Va bene, allora dai non usciamo, non fa nulla”

“Ecco, lo vedi?”

“No, è troppo buio e sono senza lentine”

“Intendevo dire, lo vedi? Lo vedi che stai dimostrando che ho ragione?”

“In che senso?”

“Ti prendi gioco dei miei sentimenti”

“Marilenza, ma porcodiavolo, mi chiedi di uscire, ti dico di sì, chiedi perchè sì, ti dico di no, ora dici che ti prendo in giro…”

“Tu non dovevi dire di sì”

“Ed infatti alla fine ti ho detto di no”

“Ma neppure dovevi dire no”

“Beh…forse? Diciamo che forse ci vediamo?”

 

“Smettila. Tu mi prendi in giro”

“Ma perché ti sei fissata?”

“Perché mi dici “sì” solo perché credi di farmi contenta, ma in realtà io ti ho chiesto di uscire per vedere cosa rispondevi”

“E allora di che stiamo parlando, se nemmeno volevi chiedermi quello che mi hai chiesto? Ad ogni modo ho capito, non usciamo, okay”

“Sì ma anche adesso non sei sincero, dici di no perché io ti ho detto che non dovevi dire sì”

“Marilenza, tu non potrai mai essere la prima donna che….”

“Che…?”

“Che…”

“Che…??”

“… che mando affanculo, ma sei la prossima, ti giuro, sì”.

Per il terremoto del Centro Italia

 

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[Foto La Presse]
Per tutto il mese di settembre e ottobre ho pensato di muovermi per dare un aiuto concreto alle persone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, devolvendo a favore di Specchio dei Tempi, fondazione de La Stampa, quattro euro per ogni copia cartacea (costo di vendita 9.99 euro), e cinquanta centesimi per ogni copia ebook (costo 2.99 euro) venduta de L’ultimo Abele.
Se avete già acquistato L’ultimo Abele, non scoraggiatevi! Potete partecipare invitando altre persone a farlo, condividendo questo post sui social, o segnalando questa iniziativa nei diversi modi che preferite.
Essendo solo un piccolo gesto concreto che possiamo fare insieme, io e voi, non c’è bisogno di postare foto né inviare prove d’acquisto, sarà mia cura pubblicare i report di vendita e la ricevuta del bonifico che effettuerò simbolicamente il 2 Novembre, in nome di tutte le persone scomparse, nel loro giorno, che quest’anno è anche il nostro.
Perché la campana suona sempre anche per noi.
Link: https://www.amazon.it/dp/1519507267
P.s. sto pensando di estendere l’iniziativa all’altro mio romanzo, ma sono nel dubbio perché non vorrei dare una connotazione promozionale all’iniziativa. Fatemi sapere cosa ne pensate a tal proposito!

BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.

Sono io: storia di uno strano

Amici!

Come molti sanno, dopo aver pubblicato L’ultimo Abele, mi accingo a una nuova avventura, di cui vi lascio un assaggio work-in-progress de Sono io: storia di uno strano (titolo provvisorio). Consigli, suggerimenti e commenti sono decisamente i benvenuti, non risparmiatevi!

“Era Marzo inoltrato, ma l’inverno ancora ghermiva l’aria con lame di ghiaccio, attanagliandoci in una morsa tardiva di gelo. Sulle fronde degli olmi, dei ciliegi e degli aranci che popolavano il giardino della nostra abitazione, s’erano accumulati mucchi di neve agli angoli formati dai rami con i tronchi.

Era imminente il ritorno da Torino di Telemaco, dopo un soggiorno di due settimane presso una zia, nella sua angusta ma deliziosa mansarda con vista sulla Gran Madre. Io non stavo più nella pelle per l’ansia di rivederlo; mi era mancato da morire ed ero intenzionata a esternargli tutto il mio patimento.

I giorni scivolavano via vischiosi, come melma sul fondo d’un fiume, strisciando a fatica sulle pietre del greto. Poi i cumuli di nevischio cominciarono, un bel giorno, a gocciolare dai rami, liquefacendosi in mille rivoli incanalati lungo i solchi delle cortecce; mille microscopici torrentelli verticali inumidivano vistosamente i tronchi e risaltavano i ciuffi di muschio col loro brillare nel sole.

Vampate di caldo non proprio canicolare, dalla terra, salivano tremolanti al cielo in volute invisibili, come residue zaffate da un forno spento da molto. Le mie guance s’erano imporporate, creando un netto contrasto con il resto della mia pelle che ne risultava complessivamente marezzata di bianco e di rosso come i fiori dei ciliegi, sotto la cui chioma andavo arrancando. Era colpa del mio giallo maglione di lana grezza, di due taglie più grande, del tutto fuori luogo per quel clima, ma che solo il giorno prima s’era rivelato appena sufficiente a ripararmi dall’aria pungente.

La Primavera pareva tornata di fretta per diradare dalle cime dei monti la fosca caligine, piovuta dalla sua assenza in silenti rovesci sui miei giorni, ammantandoli di grigio come lapilli d’una violenta eruzione. Betulle, ginepri e candide calle selvatiche ondeggiavano al vento, tremolando come gioiosi presagi del nostro reincontro imminente, di cui non ero stata messa al corrente; in quel giorno che pareva la prova generale della Primavera, Telemaco aveva deciso di anticipare il rientro e, giunto a casa, si fermò a scrutarmi, inosservato, dal cancelletto arrugginito del nostro giardino.

Allungai lo sguardo oltre il basso muro di cinta in fondo, con i suoi mattoni di tufo sbrecciati dal tempo, e mi incantai a osservare l’arco Alpino che si stagliava netto contro il cielo turchino. Pareva che Dio in persona dalle nuvole più basse, avesse allungato una mano per lavare le catene montuose, scintillanti come erano di una bianchezza esaltata dai raggi del sole.

Poi Telemaco chiamò il mio nome, e con quel lieve soffio nel vento di Marzo spolverò i mucchi di polvere dal mio piccolo cuore. Mi voltai di scatto e, senza frapporre il minimo intervallo, mi precipitai a grandi balzi verso di lui. Andai a sbattere contro il suo torace ampio, e strinsi forte le mie braccia dietro la sua schiena, agganciandomi con i polpastrelli alle sue costole.

Dopo un saluto veloce e avergli detto forte mi sei mancato, tuffai il mio viso nell’incavo tra la sua spalla e il collo tornito, su cui posai le mie labbra inerti, come arrese.

Premetti ancora più forte il volto, mentre lui faceva altrettanto, scostando i miei lunghi capelli per sentire la mia pelle. Allentando, di poco, il nostro intreccio di braccia, ci spostammo dal centro del giardino e, come se rispondessimo ad un tacito accordo, sedemmo contemporaneamente all’ombra del ciliegio più grande, con le schiene appoggiate al suo al ruvido tronco, e le gambe distese tra le sue grosse radici bagnate di nevischio disciolto e rugiada. Le nostre ginocchia si toccavano appena; quel lieve contatto, per quanto involontario, attirava la mia percezione concentrandola in un punto solo della mia giovane carne.

Reclinai il capo sulla sua spalla, poi mi voltai verso di lui e portai ancora a contatto le labbra e la pelle tesa del suo collo taurino.

All’improvviso un languore imprevisto mi pervase da dentro.

Persi completamente la capacità di discernimento, non sapevo più chi ero e che linea di parentela mi univa a quel ragazzo che odorava di uomo.

Fui preda di non so quale strana alchimia.

Azzardai un timido bacio, anche se forse era più un assaggio di tatto, usando le labbra anziché i polpastrelli. Vidi distintamente mille puntini increspare la superficie della sua epidermide e i peli sulla nuca rizzarsi: sentii netto il brivido che scuoteva Telemaco.

Posai un altro soffio di labbra, soffermandomi più a lungo stavolta. Lui si volse verso di me e le nostre guance vennero a esser tra loro premute, potevo sentire l’ispidezza di un preannuncio di barba a ogni impercettibile movimento.

Affondò le mani nei miei capelli dietro la nuca, massaggiandola appena. Azzardai un terzo bacio sul suo collo, stavolta aprendo leggermente la bocca come a volerne inspirare tutta la fragranza.

Telemaco strinse ancora più forte e alzò il capo come in un lieve lamento.

Non resistetti a un nuovo, irrazionale impulso, e lo mordicchiai.

Un gemito gli sfuggì dalle labbra, accompagnando un nuovo alzarsi della sua testa come sotto la pressione di un dolce tormento.

Ero preda di violentissime vampate, il mio battito era ormai un cavallo impazzito, la pressione sanguigna guizzava lungo le tempie, le guance erano in fiamme, strinsi forte gli occhi e baciai ardentemente il suo orecchio, con una voluttà che non avrei mai sospettato di avere dentro.

Lui rispose con un bacio umido sul collo, mi parve saggiare la salinità della mia pelle con un guizzo impercettibile di lingua, solo la punta, ma forse mi stavo ingannando.

Mi colse all’improvviso il terrore che io stessi fraintendendo del tutto i suoi atteggiamenti. Del resto, eravamo fratello e sorella.

Seguì un terribile gioco d’alternanza: ci tuffavamo a turno nel collo dell’altro, con baci la cui intensità cresceva al diluirsi di dubbi e tormenti.

In un attimo di dimenticanza, morsi più forte, e una minuscola stilla di sangue apparve su quel candido manto di pelle. Fu allora che io e Telemaco abbandonammo completamente la speranza e il timore, insieme, di aver frainteso i gesti dell’altro: lui mi prese brutalmente il volto tra le mani, e avvicinò con una lentezza esasperante le sue labbra vermiglie alle mie, esangui per l’emozione.

A distanza di anni, ancora oggi mi pervade un profondo senso di vergogna e colpevolezza, dinanzi a Dio e agli uomini, nel ricordare quanto il tessuto delle mie mutandine quel giorno si inumidì di cieca gioia.

Tenemmo le labbra a contatto per un tempo infinito, le mie mani abbandonate in grembo, i suoi palmi che premevano le mie guance e le sue dita che, schiacciandomi gli orecchi, lasciavano fuori il fragore del mondo e mi immergevano come in un acquario di suoni ovattati.

Come rispondendo ad un mutuo segnale, spalancammo insieme gli occhi.

Vidi nei suoi lo stupore, non per l’atto in sé, ma per l’aver ottenuto un bacio da me. Se ne riteneva evidentemente indegno.

Socchiusi gli occhi e premetti il mio torace sul suo, spronandolo, e fu allora che il bacio avrebbe potuto diventare irreparabile, ma il rumore d’uno sportello che si chiudeva ci fece rinsavire.

Nostro padre era tornato. Era ora di rientrare. Di rientrare sul serio.

Ci eravamo spinti davvero lontano, come sonde impazzite ai confini del sistema solare, che ricevano un segnale radio perentorio, da Houston.

Ci rimanevano ormai pochi secondi per atterrare sul pianeta terra, nascondendo i segni della colpevolezza dagli occhi, dalla pelle, dai denti”.

Kavvingrinus – Intempestivo Viandante

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Amici, eccoci giunti alla seconda puntata di Kavvingrinus (rubrica congiunta con Ysingrinus e Kalosf), con la storia di Intempestivo Viandante.


Le mie letture di bambina che ricordo con più piacere sono di due categorie: una era quella che oggi si definirebbe “chick-lit” e che all’epoca per fortuna non aveva etichette, anche se effettivamente si trattava di libri che leggevano di solito le ragazze: Piccole Donne per intenderci, o Pollyanna, o Pippi Calzelunghe. Tutti libri che ho amato tantissimo e forse, a ripensarci, per motivi non così diversi, perché nonostante le apparenze, erano tutte storie per lettrici, forse, ma storie di ragazze comunque non convenzionali. Jo March era un vero maschiaccio e una scrittrice, decisa a scegliersi un marito per conto suo (vero che all’epoca l’aver rifiutato Laurie non glielo avevo perdonato facilmente, ma più tardi ho capito…), solo dopo aver raggiunto l’indipendenza economica. Pollyanna, pur essendo una bambina molto “bambina”, aveva quella bella caratteristica, che è stata molto ridicolizzata se non vista come una patologia (la “sindrome di Pollyanna”, ossia il vedere la realtà in modo esageratamente positivo, peccando di eccessivo ottimismo). In realtà, il gioco della felicità è stato per me, all’epoca, un grandissimo aiuto per affrontare situazioni difficili. Per come la vedo io, non si trattava di vedere tutto rosa, ma di non perdere di vista gli aspetti positivi che possono esserci anche nei momenti più duri: questo permette di affrontare le difficoltà con il sorriso o se non altro con più forza e un atteggiamento più positivo, che non mi sembra poco. E poi c’è Pippi, la mia Pippi, la ragazzina più coraggiosa, forte, allegra e libera del mondo, quella che viveva da sola con un cavallo e una scimmia a Villa Villacolle, con un padre “re dei negri” (che un giorno qualcuno si è inventato anche una accusa di razzismo contro Astrid Lindgren, ma via… nessuno avrebbe potuto leggere Pippi e diventare razzista, secondo me), sempre in viaggio, che ogni tanto la veniva a prendere, la portava in qualche avventura, le lasciava un po’ di monete d’oro e via, ripartiva.

La seconda categoria di libri per “giovani adulti”, come si dice adesso, era ancora più avventurosa, e decisamente più unisex. Mi vengono subito in mente Tom Sawyer e Huckleberry Finn (ah, quanto meno ricca sarebbe stata la mia infanzia, senza Tom e Huck! E anche Un Americano alla Corte di Re Artù e i Racconti sul Fiume, la quintessenza dell’ironia), ma anche L’isola del Tesoro, Robin Hood, I Tre Moschettieri, Il Richiamo della Foresta (quanto amore, per quel libro!), Peter Pan (adorato), Alice nel Paese delle Meraviglie (che però ho apprezzato di più “da grande”, in versione integrale e in inglese), Pinocchio, Gian Burrasca, e poi vabbè, tutto Salgari e un altro degli amori letterari della mia vita, Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante, che mi ha iniziato a un idillio con Calvino che dura ancora oggi. E non parliamo poi del grandissimo Rodari, di Giovannino Perdigiorno, del Professor Grammaticus e del filobus numero 75, che “in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l’Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.. E la Collina dei conigli di Adams, anche, la splendida odissea di un gruppetto di conigli che sfuggono a una morte terribile, guidati da un giovane sognatore un po’ profeta e dal suo fratello più saggio, tra pericoli, amori, insolite amicizie e bellissime storie “mitologiche” raccontate dal narratore del gruppo per dare forza ai compagni e dimenticare la paura del buio e dei nemici…
Insomma, ragazzini scapestrati, pirati, ladri gentiluomini, filobus imbizzarriti, conigli profughi, nobili che trascorrevano la vita sugli alberi, partecipando alla vita del mondo, dentro e fuori allo stesso tempo, un po’ come gli scrittori e gli artisti, tutti accomunati da una cosa che mi porto dietro e per cui non li ringrazierò mai abbastanza: la ricerca della libertà, libertà della mente, del pensiero e della fantasia prima di tutto, perché senza quella non si va oltre.

Venendo a tempi più recenti, qui posso anche essere più breve, perché si sa che sono le cose dell’infanzia e della prima giovinezza quelle che restano incise nel cuore per tutta la vita ☺

Mi sono presa a un certo punto una sbandata per un giallista americano a sua volta innamorato dei gialli all’inglese: John Dickson Carr (che scriveva anche sotto lo pseudonimo di Carter Dickson), uno che disseminava i suoi libri di indizi falsi e veri, uno dei pochissimi che riuscivano davvero a sorprendermi quasi sempre con la soluzione, e un genio dei “delitti della camera chiusa”, non so quanti metodi ingegnosi abbia elucubrato per consentire ai “suoi” assassini di uccidere e poi allontanarsi indisturbati da un luogo perfettamente sigillato, camminare sulla neve senza lasciare tracce, ecc.

Poi abbiamo Shakespeare, naturalmente. Chiunque fosse si è piazzato nel cuore e nella testa di ciascuno di noi e lì è rimasto e c’è ancora, e ci legge come un libro aperto.

Il mio amatissimo Oscar (Wilde), genio e sregolatezza, eccentrico e sensibile, provocatorio e appassionato, dotato di un’eleganza, una ricchezza di stile tali da fare della sua lingua un continuo fuoco d’artificio, una scrittura di bellezza quasi ineguagliabile secondo me.

Poi c’è la Yourcenar, con le sue Memorie di Adriano, di cui ho parlato nel blog, che tratta tutti i temi che hanno a che fare con l’umano, e con tale profondità di pensiero da lasciare senza fiato.

E ancora libri per ragazzi, vecchia passione mai estinta. La Storia Infinita e tutta la saga di Harry Potter sono tra i libri più belli che abbia letto. Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu… beh, credo di non aver mai riso tanto su un libro in vita mia, in autobus, da sola, in mezzo alla gente, ovunque e comunque… di un tedesco, poi, chi l’avrebbe immaginato… 😀

Aggiungo, tra i miei preferiti, Amado, Chatwin e Sepulveda. Confesso che ho vissuto di Neruda è una delle cose più straordinarie che possa capitarvi di leggere. Concludo con un romanzo contemporaneo, La vera storia del pirata Long John Silver di Biörn Larsson è strepitosa, una vera gemma, l’ho amata dalla prima parola all’ultima.


 

Le letture di bambina di Intempestivo mi paiono tutto… tranne letture da bambina. La grandissima para…colpi ha avuto l’accortezza di dire che Piccole Donne lo “leggevano di solito” le ragazze. Avesse detto un libro per ragazze tout court, le avrei versato olio al peperoncino nel flaconcino del liquido per le lentine…

Quel testo tratteggiava, tra i tanti, un personaggio (la Jo March che ha ben descritto Intempestivo) che era poco meno di un alieno per un Paese in pieno puritanesimo dove, ancora cent’anni più tardi, si vendevano barattoli di pelati con disegnata la casalinga di Voghera.

Quanto a Pippi Calzelunghe ho adorato anche io questo cartoon… ops, ma è un libro? O forse sono molti libri? La versione femminile di Huckleberry, per quella vena di matta maturità di fondo che contraddistingue sempre i “diversi” in letteratura (come nella vita; ve la immaginate Intempestivo a 8 anni? Secondo me rimproverava la maestra di continuo…).

La solita para…colpi, di Tom Sawyer e Huckleberry Finn ha detto che sono letture per “giovani adulti“; non avesse aggiunto “adulti”, le avrei versato della vodka mista a sputo nel serbatoio della Nescafè. C’era un tipo, un ubriacone, si chiamava Ernestino, di cognome Hemingway, che in Verdi Colline d’Africa se ne uscì con una frasetta che bisognerebbe sempre ricordare: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn. (…) Tutti gli scritti Americani derivano da quello. Non c’era niente prima”.

Lo stesso dicasi de I Tre Moschettieri, in tutta la loro saga che allunga le sue propaggini ne Il Visconte di Bragelonne e in Vent’anni dopo. Dumas padre era un maestro insuperabile, come forse solo i francesi sanno essere, dell’uncinetto di parole con cui adornare centinaia di pagine che, senza quei ricami, potrebbero sembrare vuoti come il nulla (Proust, tanto per dire, o Stenhdal, a me son sempre sembrati in ciò tremendamente simili). Prima di classificare I Tre Moschettieri come libro per ragazzi bisognerebbe ricordare che lo stesso autore ha scritto Il Conte di Montecristo, che onestamente andrebbe vietato ai minori. 

Guardando poi in rapida successione un po’ tutti i titoli (di cui, quelli che non nomino, sono per lo più a me sconosciuti), compreso l’ultimo su cui si sofferma Intempestivo (meritevolmente!), ovvero Il Barone Rampante, mi pare di scorgere come in uno specchio il riflesso di una donna, blogger, mamma e scrittrice, che è anticonvenzionale, ribelle, indipendente, eppure con le radici fisse in un saldo terreno, che ha evidenti tratti dell’ossessione compulsiva nel suo perseguire un folle progetto di tenere 6 rubriche a settimana, insomma una che vive sugli alberi come il Barone e ci guarda un poco dall’alto!

Riscopro sui suoi scaffali un nome che avevo quasi dimenticato, Rodari, un vero genio, di cui la citazione sul Filobus è una gemma autentica.

Mi manca (tra gli altri) la Collina dei Conigli e l’accalorata descrizione letta mi fa venir voglia di comprarlo immediatamente. 

Il meta-romanzo di Carr / Dickson è per me un esempio che voglio seguire per il mio nuovo lavoro, ne parlavo con Ysingrinus tempo fa che, a sua volta, mi ha consigliato Manuale di Investigazione. Perché scrivere non è tutto, nei romanzi, giocare coi lettori è un piacere sottilissimo. 

Fossi stata in Intempestivo mi sarei fermata su Shakespeare e Wilde, strepitosi e immortali, e Yourcenar, ma lei ha voluto ancora citare la sega (sì, no, no, non ho sbagliato, perché se conoscete Intempestivo sapete che si fa proprio le pippe su certe opere e attori, anzi attore, com’è che non c’è RW?) di Harry Potter: tra i libri meno interessanti che non ho letto e che MAI leggerò! 

Confesso che ho letto tutto d’un fiato questa splendida storia.

E Neruda rimette a posto tutto.

Tutto.