Gente di palestra

Io l’ho sempre saputo che sono rincoglionito.

Ciononostante, ho fiducia in me.

Ed è qui che sbaglio.

Erano giorni che non riuscivo ad andare in palestra.

Oggi mi sono imposto di andare e mi ci sono fiondato appena sveglio, dopo aver preso due caffè, otto biscotti, dopo aver rassettato la cameretta di principessa perché la mamma ci ha cazziati che la sera prima abbiamo lasciato tutto in giro, annaffiato le piante, ridipinto lo sgabuzzino, montato un EKBY JÄRPEN / EKBY BJÄRNUM (non è un preparato per le emorroidi tedesche, bensì una banale mensola Ikea) e dissodato il Sahara a mani nude, dico, mi sono fiondato subito in palestra.

Ho chiuso il mio squallido zainetto nell’armadietto, assicurato il lucchetto, e via in sala attrezzi con l’aplomb di un vecchietto con il retto rotto.

Pompo, sudo, spingo, sollevo, rilascio.

Rilascio, sollevo, spingo, sudo, pompo.

Alla fine torno negli spogliatoi, e cerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, apro, prendo l’accappatoio, richiudo il lucchetto, mi infilo sotto la doccia.

Esco dalla doccia, ricerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, e non si apre.

Insisto, lui resiste.

Insisto, lui resiste.

Insisto, la chiave si piega ma non si spezza.

Insisto, e va tutto in vacca.

La chiave si spacca, rimanendo per metà nel lucchetto di quello stramaledetto armadietto mentre il mio retto espelle gas manco fossi un oleodotto rotto.

Rimango dieci minuti come un cojote fermo davanti all’armadietto, pensando (pensando? Si fa per dire, suvvia) a cosa fare.

Provo senza convinzione a forzare il lucchetto, che poi con le mani bagnate non è il massimo.

Alla fine mi decido a chiamare Felipe, il tuttofare della palestra che quando non ti serve è sempre in mezzo ai Roberti, e scusa devo pulire qui, e alza i piedi, e solleva le sopracciglia che devo spolverare, e non entrare in sauna coi calzini (e che sarà mai…), e poi quando invece hai disperato bisogno di lui, scompare come gli amici quando rimani a piedi con la tua auto di sabato notte.

Insomma mi vedo costretto ad aggirarmi alla reception della palestra in accappatoio, e non è una situazione molto gradevole.

Alla fine lo trovo, gli espongo il problema, lui mi rassicura, mi dice che se firmo un modulo lui rompe il lucchetto con una tenaglia e tutto a possst.

Benissimo.

Firmo, lui taglia, e poi estrae un borsone viola che francamente non ricordavo di aver portato con me.

Mi guarda, e mi rivolge la domanda di rito: “è questo?” sollevando il borsone.

Che ha un doppio fondo, purtroppo aperto, da cui fuoriescono un paio di mutandine di pizzo viola e un rossetto e due enormi, inequivocabili, poco duttili ma alquanto malleabili CAZZI DI PLASTICA.

A quel punto il mio cervello da guiness dei primati (intendo le scimmie), elabora veloce l’unica alternativa possibile: o confesso che sono un cojone e che ho rotto la mia chiave nel lucchetto sbagliato (peraltro appena 5 minuti prima della doccia, avevo ritrovato il lucchetto giusto…), o fingo che il lucchetto, il borsone, le mutande e il rossetto (per non parlare dei cazzi) siano tutta roba mia (Cuius commoda, eius et incommoda direbbe il Prete, non è che posso dire che il lucchetto è il mio ma il borsone e il suo contenuto no).

Sperando che il proprietario non giunga proprio adesso (che poi voglio vedere se ha il coraggio di dire “è robba mia”…).

Mentre dico “Sì, è mio” arriva mio cognato.

Il quale guarda Felipe, guarda me, guarda il lucchetto rotto, guarda il borsone, adocchia le mutandine ed il rossetto ma sofferma inequivocabilmente e schifatamente lo sguardo sui due falli ed esclama da gran signore: “l’avevo detto a mia sorella che sei un ricchione”.

Gira i tacchi (poi dice a me…) e se ne va.

Felipe continua a tenere il borsone con indice e pollice, quasi avesse paura di contaminarsi.

Mi guarda fisso.

Al che anche io me ne esco da gran signore:

“Beh, ‘cazzo guardi?”

“I cazzi, signò”.

“Fatti i cazzi tuoi”.

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La libertà d’amare

Penso che molti di noi abbiano provato a ragionare sulla libertà, se non altro quando si arrivava a studiare pesantoni come Kant o Hegel a scuola. Quando si hanno qundici o sedici anni, è quasi fatale giungere alla conclusione che essa consista nell’arbitrio di poter compiere un po’ il cazzo che vogliamo. I concetti di libertà e arbitrio sono diversi, ma non voglio entrare nella pedanteria, piuttosto solo sottolineare quanto sia arduo materializzare quei concetti quando, poi, maturiamo e magari (non proprio tutti, che tanti rimangono ai 16 anni) ci viene voglia di tornarci sopra.

Possiamo partire, come faceva Cartesio, dai noemi, cioè da nozioni elementari, facili da capire anche per caproni e caprette e pecoroni come me, concetti auto-evidenti che non abbisognano di dimostrazioni complesse: la libertà assoluta non esiste. Per quanto ci si sforzi, dipenderemo sempre da qualcosa o qualcuno, non fosse altro che la nostra natura. Se voglio trattenere il fiato per due mesi, evidentemente, non sono libero di farlo. C’è anche un altro ostacolo, di cui dava conto Kant (e che stamattina alla radio ho sentito attribuire erroneamente a Martin Luther King, potenza del web): la libertà di ognuno confina con quella di tutti gli altri, giacchè se esistesse una libertà assoluta anche di un solo individuo, le libertà di tutti gli altri individui ne sarebbero annientate. Se io sono libero di uccidere qualsiasi essere umano, è evidente che tutti gli altri non sono liberi di vivere.

Quindi abbiamo una prima pietra solida: non esiste libertà assoluta. Benone.

Cosa ci rimane di disponibile? Proviamo a leggere che ne pensava Gustave Thibon. Di lui fino a poco tempo fa non sapevo nulla, neppure che fosse filosofo e, ad essere totalmente onesti, non sapevo manco fosse mai esistito. Lo chiamavano, pare, le philosophe-paysan, che a me piace tradurre alla napoletana maniera “o filosofo paisàn”, mentre in realtà significa il filosofo contadino. Egli arriva ad una conclusione sulla libertà che dovrebbe essere studiata da molte persone che si definiscono emancipate e “libere”. Per lui l’uomo è libero nella misura in cui può amare gli esseri da cui dipende. Così, quando rivendichiamo la nostra libertà non è l’indipendenza che domandiamo. Chiediamo solo di passare da una dipendenza che rifiutiamo a una dipendenza che ci attrae. La libertà non è altro che la capacità di scegliere tra due obbedienze al nostro spirito.

E non v’è al mondo dipendenza più grande del nostro spirito, per come la vedo io, di quella che esso sviluppa verso l’amore. Mi meraviglio nel sentire amici e confidenti che mi parlano della loro libertà per giustificare azioni di dubbio gusto, tradimenti, ciulatine in giro per il mondo, egoismi, abbandoni, separazioni, e quant’altro. Quella non è libertà, al massimo può essere un cambio di desideri, e allora va bene ma deve avere il coraggio di ammettere che l’anelito è cambiato. La libertà a me pare la possibilità di scegliere i propri fini, la soggettività pura, che non ha nulla a che vedere con l’oggettività della possibile realizzazione o del cambiamento e, soprattutto, non può in alcun modo dipendere dalla permissività di soggetti terzi, siano essi mogli, amanti, capi ufficio.

Se si ama una persona o uno sport o un animale o una canzone, non è questione di avere bisogno di libertà, perchè la libertà viene prima d’amare e si estrinseca proprio nell’amare, nell’aver scelto chi o cosa amare, quando, dove, come, anche perché e persino per quanto tempo. La libertà non è materiale e non ha bisogno di oggetti nè di soggetti materiali, ad eccezione dell’unico soggetto indispensabile affinchè vi sia una libertà, vale a dire appunto il soggetto libero. Una volta che il proprio spirito, in totale libertà, questa sì assoluta, questa si indipendente dalla nostra possibilità pratica d’attuare il fine prefisso, una volta che lo spirito s’è determinato ad amare una persona, esso dimostra la sua libertà proprio nel mettere le sbarre alle sue finestre, nel chiudere fuori dalle stanze del cuore tutti gli altri miliardi di persone che si sarebbero potuti amare optando per un’altra scelta, nel limitare anche la propria libertà materiale di andare e fare ciò che ci pare; quella sarebbe comunque una libertà relativa, non possiamo andare su Marte e di certo nessuno si sognerebbe di lamentarsene. L’amore è una stanza con la porta aperta da cui però non esci finchè c’è amore. Quando non c’è più, nessuno potrà più tenerti in quella stanza.

Non sto certo dicendo che bisogna diventare schiavi, tutt’altro, e comunque la dipendenza di cui parlo non deriva dall’altra persona ma sempre dalla propria volontà, si dipende dal proprio spirito quando si ama, si ama davvero. I bambini in merito hanno tanto da insegnarci, loro scelgono chi amare e se ne fottono dei gradi di parentela, sono liberi, ma quando scelgono chi amare, ne diventano dipendenti, pretendono, mettono il broncio se non li guardi, se non stai con loro, se fai salire il fratellino sulle gambe ti si fiondano addosso.

A volte mi chiedo se le persone abbiano insufficienti strumenti intellettuali per capire la libertà, o piuttosto insufficienti strumenti sentimentali per sentire l’amore. A volte mi chiedo se sia io che non c’ho capito un’acca.

Lo so, avete ragione, sto diventando un pesantone, questo succede a leggere Borges! Prometto un prossimo post super-cazzaro avvostrunz 😉

La bellezza della cattiveria

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C’è un saggio di Borges che leggo in questi giorni, incentrato sui grandi filosofi occidentali dai presocratici ai giorni recenti (“Storia della filosofia occidentale”, Vol I, Cap. XV), leggero come una favola di Calvino. Oggi sono arrivato a Platone, e mi ha colpito molto la seguente riflessione che non ho capito se sia di Borges, di Platone, o di Borges su Platone, o mia su Borges su Platone, potrebbe alfine anche essere di Platone su Borges visto quello che si fumava all’epoca: “un uomo che ama le cose belle, che ci tiene a esser presente alla rappresentazione di nuove tragedie […] non è un filosofo, perché ama solo le cose belle, mentre il filosofo ama la bellezza in sé. L’uomo che ama soltanto le cose belle sogna, mentre l’uomo che conosce la bellezza assoluta è completamente sveglio. Il primo ha un’opinione, il secondo la conoscenza.”

È da molto tempo, ormai, che mi ritrovo in lacrime davanti a piccole, belle cose. E spesso mi sono chiesto da dove venisse tale mia reazione, cosa potesse mai esservi in quegli spettacoli all’apparenza tanto semplici che mi si palesavano agli occhi, come le macchie del sole sulla corrente del fiume, la danza di una foglia che cade, il planare di un uccello, l’incedere verso il buio d’un tramonto particolarmente intenso, da indurmi ad un’esternazione che di solito si riserva ai lutti o alle gioie complesse (una laurea, una nascita, cose insomma “pesanti”). E spesso mi sono risposto che era la “bellezza della natura”. Ma la risposta non m’era mai parsa sufficiente. Perchè mai uno dovrebbe piangere davanti alla bellezza? Così ho pensato che potesse essere lo stress, forse l’enorme differenza tra la vita quotidiana, i semafori, lo smog, il traffico, i tempi stretti, i pranzi striminziti, le bollette, lo spam, da un lato, e la placida esistenza di quegli elementi sopravvissuti ai secoli (un tramonto è un tramonto da miliardi di anni), dall’altro lato, mi lacerava trovando eguale posto dentro me, ed anzi forse a farmi piangere era l’esiguità del posto riservato a cose tanto belle, rispetto alle altre tanto grigie.

Ma il pezzo di oggi mi ha fatto ripensare a questa mia “debolezza”. Forse la mia commozione era da intendersi come movimento degli affetti (non a caso il verbo viene dal latino commovēre, muovere insieme, direi agitare, mescolar ele carte). In tal senso, ho pensato ottimisticamente che il mio pianto possa essere segno d’un processo di maturazione, di movimento dei miei affetti che vanno spostandosi dalle singole cose belle (anche un semaforo può esserlo, se verde, soprattutto a Torino dove il rosso scorre in abbondanza non solo sui colli votati a vigneti), dico, forse è un movimento dei miei affetti che si sposta dalle cose belle alla bellezza astratta, all’idea di bellezza. Ma se amare la bellezza porta alla vera conoscenza, mi chiedo a cosa porti amare le brutture. La cattiveria è dunque ignoranza? Non dubito, infatti, che essa corrisponda alla bruttezza vera, quella che va oltre le cose brutte. E m’è tornato in mente un pensiero che tempo addietro (prima di leggere l’opera di Borges e le riflessioni particolari su Platone) mi venne attraversando in bici un parco per andare a lavoro: se le persone conoscessero la bellezza, non sceglierebbero il male. Se si potesse prendere ogni essere umano e farlo passeggiare in un parco facendogli aprire davvero gli occhi, se si fosse capaci di fargli intendere quanta bellezza c’è a pochi metri da chiunque di noi, ovunque egli viva (ché i tramonti e gli uccelli e le foglie abbondano ovunque), se gli si potesse fare provare la “violenza” di certe emozioni semplici, forse cesserebbe l’intima esigenza di arrecare male al prossimo.

Ma è stato un pensiero ottimistico buttato lì, al quale ho ripensato convincendomi che certi atti di cattiveria, in realtà, sono tali proprio perchè non sono dettati da ignoranza, bensì da dolosa consapevolezza.

Forse ha ragione Borges ma mi sbaglio io.

Force c’è una bellezza anche nella cattiveria.

Solo che su questo argomento mi sento ignorante.

E assolutamente fiero di esserlo.

Lo specchio dell’angelo perso

 

 

Foto da L.jpg

 

Amici wor-depressi, ci siamo! Dopo sei anni, riesco finalmente a vedere un mio libro in…libreria, lì dove del resto si suppone (se la supposta è giusta) che i libri stiano, prima che qualcuno li tolga da dove sono, per portarli dove saranno.

“Lo specchio dell’angelo perso” è il terzo volume della saga “Storia di uno strano”. Come gli altri, si tratta di un volume/romanzo autoconclusivo, quindi leggibile anche da chi non abbia letto i precedenti. Di seguito qualche parola sulla trama:


La protagonista, Vittoria, è un’eremita dotata di un talento speciale che nessuno, al di fuori di sua nonna, capisce, neppure lei stessa. Qualcosa c’è nei suoi quadri, che sembra chiamarla.

Quanto vi sia di reale e quanto di inventato, lo scoprirà dopo un viaggio profondissimo in cui le toccherà scendere in luoghi di sè che ha sempre ignorato, come tutti coloro che le ruotano intorno: un padre intermittente, una madre ossessionata dalle regole, un fratello violento e primitivo, due amici senegalesi che condividono il suo eremitaggio su un’isola a largo di Dakar che pare disegnata sulle sue ossessioni. Mentre tratteggia paesaggi umani con voce pacata e riflessiva, infatti, Vittoria è dominata dalla paura che la sua riservatezza venga violata.

Per affermare il suo talento lotterà contro la madre, ossessionata dal controllo, ma sempre sull’orlo di perderlo, subendo gli impietosi paragoni con i capolavori del fratello, scoprendo di avere un grave difetto alla vista che però non si svela, dacché Vittoria è convinta, come ognuno di noi, che la sua visione del mondo sia quella giusta, quella degli altri errata. E viceversa.

Nessuno comprende i suoi quadri perché nessuno vede il mondo come lei lo vede.

Sullo sfondo delle sue vicende, si intrecciano le voci di Alice e Il Cappellaio Matto, due persone non-persone, che si incontrano di continuo in chat in una bolla atemporale, confessandosi tutto “con somma indifferenza, perché è l’unico sentimento che si può davvero provare per uno sconosciuto”. Tra i due nasce una storia d’amore all’apparenza intensa, fatta di poesie, di gelosie, di piccoli mezzucci (il profilo falso, le trappole), di sesso virtuale che si consuma alla velocità del web. In questo non-spazio atemporale, una brusca rottura determinerà la decisione di incontrarsi “nella realtà”.

Il viaggio di Vittoria è un viaggio d’attesa, placido, ma ben presto nei suoi quadri irrompe un veliero che si avvicina sempre più. Un viaggio di ricerca in un mondo che ha perduto tutto ciò che è altro. E forse, quello che troverà Vittoria quando sarà quasi a casa, non sarà se stessa, ma tutto il resto che aveva perduto.


Ringrazio Valentina Gallo perché lei mi ha trovato un editore, peraltro con caparbietà, non arrendendosi alle difficoltà che comunque ha incontrato prima di ottenere l’attenzione necessaria per presentare il mio romanzo all’editore, Efesto. Un grazie anche a Alfredo Catalfo, titolare della società che edita il libro, per aver creduto in questo progetto che è agli inizi!

Per ora si trova già disponibile presso la libreria Efesto in via Segre 11 a Roma, ma è ordinabile in qualsiasi libreria d’Italia (Feltrinelli comprese)! Più in là vi segnalerò le librerie in cui lo potete trovare già sugli scaffali senza neppure quindi necessità di ordinarlo.

Per gli amanti del web, è ordinabile da subito su Feltrinelli.it e IBS a un prezzo speciale:

https://www.ibs.it/specchio-dell-angelo-perso-storia-libro-massimo-della-penna/e/9788894855395?inventoryId=88615846

http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-penna/specchio-angelo-perso-storia-uno/9788894855395

Nei prossimi giorni dovrebbe essere disponibile anche su Amazon (sempre a prezzo scontato per il lancio) al seguente link:

http://amzn.eu/6d1kWHM

Enjoy my friends!

 

 

Nanosky

Nanosky ha il vizio di scrivere la mia storia, oralmente, diffamandomi sistematicamente presso i colleghi.

Ora tocca a me scrivere la sua.

Non è bello da parte mia, non mi rende onore.

Mi sento come quell’uomo che piscia contro gli alberi o i cerchioni delle auto alzando la gamba, solo perché ha avuto un piccolo incidente con un barboncino.

Ma adesso Barney ha davvero toccato il fondo.

Del resto che toccasse il fondo era prevedibile, parliamo pur sempre di Barney, Barney Nanosky, il cui cognome è onomaortopedico.

Sono mesi che sussurra nei corridoi (il nano che sussurra nei corridoi, una storia di intrigo e notai, di drafting e bonzai, a dicembre nei cinema) di una presunta mia relazione con la segretazza.

Ieri l’ho sentito che sussurrava alla nuova segretaria “Non ti fidare di avvo, se ti chiede di chinarti a prendere una fotocopia….zac!, è un gran pezzo di merda”.

Ora, io non ho mai fatto avances alla segretazza.

Va bene, lo ammetto, qualche volta glielo ho appoggiato, ma un appoggio semplice, senza fronzoli, così, en-passant, e solo quando era chinata a 90 gradi esatti, non mi sono mai azzardato a farlo a 89 o 91, tanto per dire. Giro appositamente con un goniometro laser (ma perché goniometro e non angulometro?)

Ho i miei imperativi kantiani, io.

Devo dire che se la nuova segretaria ha un minimo di sale in zucca (halloween si avvicina e forse potrebbe mettersi una candela nel cervello e riciclarsi come zucca decorativa), comunque, dovrebbe pur capire che non ci si può fidare di chi va in giro a parlar male della gente (soprattutto se la gente sono io, ma questo è un po’ autoreferenziale, lo ammetto).

Cioè, dire alle spalle di una persona che è un pezzo di merda è come tirare un pugno ad un vetro per dire a tuo figlio che deve evitare di fare il pazzo.

Qualche tempo fa ho trovato nel suo cestino un originale che avrebbe dovuto essere sulla mia scrivania (l’ho riconosciuto da un lembo colorato di rosso, per fortuna, perché per il resto era immerso tra mille altri fogli).

Mi son piantato le nocche nel fianco sinistro, con la destra ho pescato il documento pinzandolo tra pollice e indice, l’ho sventolato come una bandiera davanti il suo desktop e ho detto “e questo che ci fa nel tuo cestino?”.

E Nanosky, più imperturbabile di una statua addormentata, mi fa “Questo succede a chi non tiene la scrivania in ordine”.

Nanosky è il classico “filogovernativo”.

Quello sempre in prima fila a convegni, riunioni interne e esterne, cene di natale e capodanno.

Quello che gira con la penna di studio nel taschino e ha un porta-bigliettini in tasca, uno nella borsa porta-pc, uno nel portafogli, e uno d’emergenza sotto pelle (estraibile con un piccolo bisturi infilato nella sola cavità cilindrica da cui non può uscire quando si indossano i pantaloni).

Quello che sotto l’ombrellone si legge i regolamenti interni.

Ha tentato di scrivere la mia storia.

Ma ora che io sono venuto in possesso di documenti importanti che lo riguardano, la storia la scrivo io.

Sarà una storia di vendetta.

E presto la leggerà anche Barney.

Barney Nanosky.

A dicembre, nei peggiori cinema di Caracas.

Senza Euripide Geppetto non si sarebbe fatto le seghe

– “Avvocatolo puoi venire?”

Il senso del punto interrogativo fa a cazzotti con il fatto che abbassa la cornetta prima che io possa rispondere.

-“Entra, siediti.”

-“Dimmi tutto”

-“Anzi no, non sederti, che sono di fretta”

-“Ok, resto in piedi, dimmi tutto”

-“Devi far partire immediatamente un conflict check urgente. Segnatelo”

Dentro me, penso, che razza di urgenza ci può mai essere in un conflict check? Probabilmente non avete idea di cosa sia un conflict check, nemmeno io, quindi proseguite pure:

-“Lo faccio volentieri, boss, figurati, ma non è che potrebbe occuparsene la segretazza?”

“Avvocatolo, tu sei brillante, intelligente, disponibile, committed e reattivo. Cosa è che sei?”

-“Brillante, boss”

-“E?”

-“Intelligente, boss”

-“E?”

-“Ehm, commit…no, disponibile, boss”

-“E? Su, continua”

-“E chi si ricorda, boss, dai, non avevi fretta?”

-“Già, a proposito, scusami un attimo. Pronto? Segretazza? Mi prenota un biglietto subito per Trepalle, mi pare sia vicino Livigno. Come? No, per stasera, subito, il primo che parte. Non me ne catafotte se non c’è un aeroporto a Trepalle, lo costruisca, non mi scarichi addosso i problemi della sua vita, le sto solo chiedendo un fottutissimo biglietto. Click. Avvocatolo, tornando a noi, devi fare un conflict check stasera stessa, mi raccomando, descrivi bene la pratica ma non troppo, insomma, non far capire su cosa stiamo lavorando né chi è il vero cliente, inventati un nome, trova una sub-sub-subsidiary, però attento all’antiriciclaggio che dovremmo comunque individuarlo bene il cliente, insomma non dare troppe informazioni ma nemmeno troppo poche, inventa, soprattutto, ad ogni modo vedi un po’ come fare, ma dobbiamo tenere lontani quelli del real estate, voglio firmare solo io il mandato. Segnatelo. Oibò, stai segnando?”

-“Segnato. [dipingo uno smile con gli angoli rivolti verso il basso]. Scusa se mi permetto, ma la pratica si interseca giusto a metà tra corporate e real estate, DEVI coinvolgere il dipartimento del 2° piano, sennò poi quelli mettono le ore a come gli viene”

-“Tu non conosci Euripide”

-“Non ti seguo”

-“Euripide, la geometria, le rette parallele. Avvocatolo, Euripide è importante. Senza Euripide, Pinocchio non sarebbe nato, perché Geppetto non sarebbe stato un falegname. Segnatelo.”

-“Mmm forse vuoi dire Euclide, ma perché mai, poi?”

-“Perché senza Euripide (si si, Euripide, Euclide, fa lo steso, i geometri tutti uguali sono) niente geometria, e le seghe sono geometria, e senza seghe niente falegnameria. Cos’è che non ci sarebbe stato, eh, senza Euclide?”

-“Pinocchio?”

-“Naaa”

-“Geppetto?”

-“Ma che dici”

-“La cecità?”

-“Ma tu sei tordo, le seghe, avvocatolo, le seghe non ci sarebbero state”

Appunto, penso dentro di me.

-“Senza Tucidide, manco io ci sarei”

Tucidide, li mortacci tua!

-“Era Euripide, non Tucidide”

-“Sì, fa lo stesso, comunque il corporate e il real estate devono essere due rette parallele, che si incontrano solo dopo la firma del mandato”

-“Ehm, mi pare che se sono parallele le rette non dovrebbero incontrarsi mai, forse all’infinito, se Kline ci ha visto giusto, ma di certo non dopo pochi giorni…”

-“Che fai, il filosofo matematico? Tu manda il conflict check e non stare lì a gettarmi addosso le tue paranoie, come quella segretazza lì, che se non mi fa avere il biglietto per Trepalle entro stasera…Hai segnato tutto?”

-“Segnato”

-“Che hai segnato, fai sentire?”

“Conflict check urgente – descrizione vaga ma pertinente – inoltro dal mio pc – attenzione a non insospettire real estate – domani tu sei a sciare a Livigno, per cui devo ricordare a Segretazza di inserirti l’out-of-office, controllare che a Trepalle ci sia un aeroporto e, in mancanza, costruirlo ASAP”

“Bene. Segna le ore, stasera. Segnatelo.”

Quando premerò sul tasto “Invia”, e poi su “Ignora controllo grammaticale” (ce l’ho sempre attivo ma, francamente, mi fido molto più della mia grammatica che di quella dei progettisti informatici di Bill Gates), avrò praticamente sventolato una bistecca di carne sotto il naso di 2.519,5 cani affamati.

Senza Euclide, il mondo sarebbe un posto migliore.

Diordine smentale

“Come lo chiamiamo?”

“Fai tu”

“Non collabori mai”

“Pino”

“Pino?”

“Lo vedi come fai? Prima chiedi di collaborare e poi non accetti la collaborazione”

“Ma che razza di nome è, Pino?”

“E’ un gran classico, un sempreverde”

“Ma Pino è un nome filiforme”

“Che cavolo è un nome filiforme?”

“Fa pensare a qualcosa d’alto fusto”

“Allora fai tu”

“Non mi dai mai una mano”

“Non ricominciare”

“Eh no, ricomincio. Devo fare sempre tutto da sola”

“Ci risiamo. Io vado alla cascata”

“Eh no, non fuggi, adesso mi senti”

“Okay, sentiamo”

“Non parlo più, basta”

“Okay, non sentiamo”

“Ecco, vedi?”

“Cosa?”

“Così sei fatto tu. Non ti interessa quello che ho da dire”

“Ma se hai detto che non vuoi parlare?”

“Ma che significa! Si dice per dire, se una donna ti dice che non vuole parlare è perchè vuole parlare ma non vuole tu pensi che lei voglia parlare, piuttosto vuole che tu la costringa a parlare in modo tale da fare quello che le piace e pare ma dando l’impessione di stare a fare un favore a te, nel farlo”

“Okay, allora, sentiamo, mi parli per favore?”

“No”

“Adesso era un no che voleva dire no, o un no che voleva dire sì ma pare di no e io debbo insistere affinchè tu finga che no diventi sì solo per il mio insistere?”

“Non cercare di fregarmi”

“No, no”

“Uhmpf”

“Su, sentiamo, che hai da dire?”

“No, non parlo”

“Dai ti prego, parlami, ti supplico”

“No, è inutile che insisti”

“Okay”

“Ecco, vedi?”

“Ma tu fai i trabocchetti sui trabocchetti! Ma sei impossibile”

“Eppure dovresti conoscermi, stiamo insieme dalla notte dei tempi”

“Eva, te la posso dire una cosa?”

“No, con te non ci parlo”

“Ma vai cachi”

“Sì!”

“Cosa?”

“Chiameremo quel frutto cachi, ottima idea ho avuto.”

E fu così che da un banale litigio tra i progenitori della Umanità, venne stabilito che il cachi si sarebbe chiamato cachi, solo che all’epoca non lo si sapeva ancora.

Succede così con tutte le cose. Prima di trovargli un nome, non sappiamo come chiamarle.

Siamo qui

Siamo ancora qui.

Sotto quella luce che tanto ti piaceva. La luce del mattino, lo sguardo limpido del giorno che ancora non ha accumulato lo smog della vita.

Potessi trattenere gli occhi e impedire loro di alzarsi per confondersi con l’aria che attraversano per schiantarsi lontano, nello spazio vuoto tra due stelle.

Forse potresti fidarti, forse potrei fidarmi, o avere fede, sì, dovremmo avere fede, credere nell’invisibile, credere nell’incredibile, forse dovremmo imitare Peter Pan e chiedergli com’è che si fa, a ricordare dopo che hai dimenticato tutto, soprattutto quello che non c’è.

Com’è che si ritrova la via dopo che l’hai smarrita, come si torna a volare dopo che ti sei strappato a morsi le ali, quando hai finito la polvere di fata, come si ritorna a guardare il mondo con lo sguardo fiducioso di un bambino che aspetta ogni anno che qualcuno scenda dal camino a portargli tutto ciò che il suo cuore desidera ardentemente?

Siamo ancora qui. E questa notte non è ancora finita, anche se è tardi e domani dovrò accompagnarti via, via dal mio mondo. Ma oggi non è domani, oggi è ancora qui, oggi è ancora oggi, oggi siamo ancora noi. Ha avuto inizio tutto qui, su quest’ombra di nulla, dove danza tutto ciò che è abbastanza, dove le voci nostre sono ancora intrecciate come i fili di un tappeto, dove gli argini dei fiumi straripano di sole e radici, dove il tempo entra nella testa e si deforma come se cadesse dentro un buco nero. Cosa c’è di tanto sbagliato nel lato nascosto della luna? Perchè mostra il suo volto all’universo intero tranne che a noi?

Siamo ancora qui, e il vento ancora non ha soffiato troppo forte sull’ultimo fiocco dell’albero di mezzana. Siamo ancora qui, anche se non abbiamo nome, anche se c’è la tempesta sull’altra riva, anche se i sogni stanno diventando incubi, anche se l’America è un’isola lontana, forse non so più chi sono, non sai più chi sei, forse abbiamo solo dimenticato chi siamo e ci siamo persi nel cercare quelli che non eravamo e non saremo mai.

Noi.

 

Apologia del reato di transito di carretto trainato a mano (stikazzi)

L’encefalo umano è una macchina in genere sofisticatissima (se si escludono i geometri).

Ovviamente c’è macchina e macchina.

Ci sono le Ferrari, premi nobel, o le Fiat Panda 4×4, di quelle che all’apparenza non ci daresti un soldo bucato (neppure se ci fosse un cartello “Dà resto”) ma che, in situazioni di estremo fango (eufemismo per merda), innestano la trazione integrale.

Ci sono i TIR, i vecchi professori geniali mezzo rincojoniti, o le Smart, parcheggiate spesso da Porta a Porta o in Parlamento o i rottami che vedi al Grande Fratello.

E poi ci sono anche i velocipedi (che tutto sono tranne che veloci), o i carretti trainati a mano. Io ora non so dalle vostre parti, ma dubito che dalle mie vi siano molti carretti veri trainati a mano, intendo proprio il mezzo di trasporto, non l’encefalo di cui il carretto costituisce una metafora; me lo chiedo ogni volta che mi trovo a passare su Corso Vittorio Emanuele II e trovo il cartello che vieta ai carretti trainati a mano di transitare. ORA MI SPIEGATE CHE CAZZO DI DIVIETO E’ QUELLO RIVOLTO AI CARRETTI A MANO? A QUESTO PUNTO PERCHE’ NON LE BIGHE? ORA QUALCUNO MI SPIEGA CHE CACCHIO DI DIFFERENZA DISVALORICA ESISTE TRA UN CARRETTO TRAINATO A MANO E UNA BIGA? (VIVA LA BIGA, SEMPRE VIVA LA BIGA…).

Scusate ma devo uscire un attimo dalla parentesi tonda e spendere un paio di parole sul divieto di transito ai carretti trainati a mano.

Questo qui per intenderci: 600px-Italian_traffic_signs_-_divieto_di_transito_ai_carretti_a_mano_(early).svg

Innanzitutto, il carretto trainato a mano è ecologico e meriterebbe l’esenzione dalla ZTL, avrebbe più diritto di passaggio del taxi o degli autobus a due piani panoramici. Si, si, avete capito bene, anche a Torino ci sono gli autobus city sightseeing (per intenderci quelli rossi a due piani col piano superiore scoperto e pieno di cojones). Che pure i geometri lo sanno che a Torino piove sempre; fare un eccitante giro al piano di sopra per vedere Torino!, che ideona eh? Prima si accapigliano per il piano di sopra e poi si ritrovano ammassati al piano di sotto tentando di sbrinare i finestrini che continuano loro stessi ad appannare stando incollati con la faccia al vetro (e pure i geometri lo sanno che l’alito appanna).

Immancabilmente c’è il tirchio di turno che, non potendo sopportare di aver buttato via quanto? 8 o 15€, imperterrito rimane seduto al piano scoperto e si becca pioggia, vento, smog e cacate di piccioni, lui solo in tutto l’autobus con al suo fianco la moglie che lo prega di scendere giù che tanto anche da su non si vede un tubo, c’è la pioggerellina e la nebbiolina e poi, a dirla tutta, se anche si diradasse la nebbiolina e la pioggerellina (cosa che succederà a maggio o giù di lì) probabilmente non ci sarebbe proprio un bel niente da guardare.

Ma volevo parlare del carretto, non dell’autobus, solo che mi sono infangato nella parentesi. Dovete scusarmi, ma la mia trazione integrale fa le bizze, è che la mia Panda 4×4 è troppo usata.

Dunque, ammesso e per nulla con-cesso che esista un qualche disvalore implicito in un cazzo di carretto trainato a mano (differente e maggiore del disvalore di una biga o di un cammello catalitico), mi spiegate per cortesia perché mai un carretto trainato a mano dovrebbe passare per Torino? E se proprio questo autista di carretto (venuto poi da dove? da Lugano? La Svizzera è l’unico posto nel giro di 4000km di raggio dove mi aspetterei di poter vedere un carretto), dico, se proprio questo Raikkonen dei contadini avesse scelto di venire a Torino a battere il record di velocità di carretto trainato a mano, secondo voi proprio a Corso Vittorio Emanuele II andrebbe? Che poi il divieto vige solo nel vialone centrale, non nei controviali. E quindi io mi chiedo, sto’ Valentino Rossi dei braccianti agricoli, si mette sotto la pioggia, con il freddo per venire da Lugano a Torino, e non si fermerebbe ad una placida passeggiata sul parco Valentino o, to’ al massimo, in un controviale, ma proprio al centro del vialone si dovrebbe piazzare?

Certo se mettessero un divieto di transito per le teste di clacson probabilmente Torino diventerebbe isola pedonale. Un’isola deserta, si intende, e mi toccherebbe traslocare, ovviamente. Ma questo è un pensiero così, non dovete badarci.

Io voto a favore del transito di carretti a mano, bighe, caracche, feluche, piroghe e galeoni per il Po e le vie di Torino.

E tu?

La dura vita di uno scrittore esordiente

La vita di un aspirante scrittore è irta di pericoli [Piena di cazzi appuntiti, verrebbe da dire].

Modestamente, penso di vantare il più longevo esordio di sempre: sto esordendo, esordiendo, esordando, insomma sono un esordiente dal lontano 2015, penso che manco Mosé abbia fatto un esordio tanto lungo. Anche se forse il suo era un esodo, o un Esopo, ma che ne so(po). O era Noè? No, eh? Quei due me li sconfondo sempre.

Ho un tilt nei neuroni. Scusate.

Ci sono vare piaghe, come quelle d’Egitto da cui fuggiva Moser, che se era tanto bravo a correre era perché sono arrivate le cavallette e si sono fiondate come… cavallette. E’ difficile fare una metafora con le cavallette, porcaloca.

Dicevo, già, non dicevo niente, perché sto scrivendo.

Prendo un sorso di vino.

Continuo.

La vita dell’esordiente è un esordio che manco li egiziani potevano predire, con tutto Iside, Osiride e compagnia bella erano sempre lì a scrutare nel futuro. Ma per quanto tu scruti nel futuro, te la vai a pija sempre intercooler. Legge di Ramses III.

La prima piaga, sono i parenti che si fiondano come…cavallette sui tuoi preziosi manoscritti, ma ad una imprescindibile condizione: che siano aggratisse. C’è chi te lo dice dritto e chiaro e, anzi, se tentenni, se jastemmi implicitamente e con gli occhi fai trapelare anche solo una punta di tutte le madonne che gli stai tirando (perché, diciamocelo, quando ti chiedono di regalare il tuo libro tiri giù Madonne manco fossi un restauratore della Cappella Sistina), se appena appena scorgono il lembo di tutti i muorti di chi le stramuorti che gli stai menando, mettono il muso in modalità mocio vileda e ti dicono MA COME, NON ME LO REGALI?

Che ti viene da dire, e tu, cara zia, che sei UNA GRANDISSIMA ZOCCOLA, una botta a gratis non me la dai? Mi viene da pensare allo zio della protagonista di quel film di Tinto Brass, il più famoso che non ricordo ora come si chiami, in cui lui scopre che la nipote esercita il mestiere più antico del mondo e si presenta puntuale ogni settimana a pretendere una prestazione. Sia aperta una parentesi, in quel film c’è la scena più comica di tutto il cinema erotico: lei è lì che, insomma, piange e si appresta ad una fellatio, e lui le dice “E no, dai non, piangere, su su, non piangere”, e lo spettatore (mentre se lo mena, indubbiamente) gli viene un attimo di sgonfiamento erotico perché prova tenerezza (e la tenerezza non va daccordo con la durezza, lo dice la parola stessa) per quello zio tanto premuroso, ma poi arriva puntuale (come nell’essere esordiente) la inculatio: lo zio prosegue “Semetti, altrimenti mi bagni le palle”.

Perndo un alrto srso di vino. Stabbè.

Poi su Facebook ci sono uno stormo, che dico stormo, sciame di gente che probabilmente pensa che tu guadagni ottocentomilioni di euro per copia, perché ti “promette” di leggerlo “prima o poi”. Ora, intendiamoci, uno scrive affinché i libri vengano letti e pagati, senza giri di parole. Ma da qui a pensare che la vendita di una copia sia la “svolta” e che tu debba essere messo sul piedistallo degli eroi perché hai una mezza idea, forse, quando ti avanza tempo e denaro, di prendere un libro, insomma, è quantomeno una visione ottimistica. Non voglio dire che non mi frega un cazzo, ma sostanzialmente prima di te sono passate ottocentomiliardi di persone a dire che lo avrebbero letto, prima o poi, e sono tutti quanti ancora al “poi”.

Un sorso di vino mi prende.

E i finti editor, vogliamo parlarne? Gente laureata in restauro dei beni culturali, o quando va bene in giurisprudenza, che di letteratura e mercato editoriale (due cose molto diverse ma riterrei entrambe imprescindibili per fare l’editor) capiscono quanto io di assorbenti interni, che ha pubblicato mezzo libro n. 340.000 in classifica Amazon self-published, ma millanta precedenti contratti con Mondadori, Rizzoli, la Reale Stamperia di San Gennaro et similia, menziona una sfilza di premi a concorsi di rilevanza rionale, legge il tuo manoscritto in 24 ore e ti dice che è un eccellente lavoro, non la solita merda che tutti gli altri merdosi merdano in giro, e visto che tu sei così bravo e non una merda come le merde ti faranno anche lo sconto del 99% e poi ti presenteranno al presidente della Galassia, per la modica cifra si intende di due euro a carattere (spazi esclusi, si pagano a parte, ecco perché nei libri non trovate tante pagine vuote).

I gruppi, oddio i gruppi su Facebook! Sono associazioni a delinquere, costituite al 101% da scrittori, con ritmi e regole che la Gestapo levete proprio, hashtag impronunciabili che dal cellulare mi vengono i pollici snodabili, ban, gelosie, fazioni avverse e controverse e gaie e sticazzi. Non esagero, uno dei vari admin conosciuti ebbe a ridire sul mio “stile di vita” e voleva impormi uno stile più morigerato. Mi faceva pensare a mia figlia che mi ha messo Trilly, il passero trovato sul balcone, nella biancheria intima, e poi ridendo mi ha detto “Mamma dice che devi imparare a tenere l’uccello nelle mutande, e quello che dice mamma si fa, lo dici tu”.

E ce ne sarebbero da dire ancora ma porcamiseriloca avevo iniziato questo post solo per dirvi che avvo, dopo una vita di esordienza, esordisce per davvero con un editore in carne e ossa (e capelli, ma mica tanti, che tra simili ci si intende). Ieri ha mandato, tra lacrime e jastemme, sangue e smadonnamenti, il manoscritto finale. E ha ricevuto l’OKAY semidefinitivo e semitrasparente come lo smalto, e insomma ragazzi ci siamo.

Stay tuned 😀