Un’isola che forse c’è

Mi sveglio presto. Potrei farmi la barba, dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo.

Mia moglie:

“Dovresti farti la barba”.

“C’è ancora tempo”.

Ripasso il discorso che vorrei tenere.

Presento il mio primo libro con editore, con me ci sono anche due poeti scrittori, Eleonora De Berardinis e Max Capozzi. Presentano “Destinazione Cuore” lei, “Romeo, max e Lucifero“, lui. Non abbiamo avuto tempo di coordinarci granché.

Alle 3 Max arriva in stazione. Lo riconosco, ma lui non riconosce me.

“Hey, dove sei, Max? Allora io sono alla tua sinistra, seduto sulla panchina”.

Max si gira e vede un barbone.

“Massimo non ti vedo, ndo stai ao?”

“Alla tua sinistra. Dove cazzo ti giri, quella è destra, dellà dellà”.

Mi vede e capisce lo scherzo e comincia così la nostra amicizia. Mai visti prima.

Max ti guarda dritto negli occhi, ha il fuoco di chi insegue i sogni, ma anche le rughe nell’anima di chi le ha prese tante volte sui denti. Mi fa leggere la poesia, dico va bene, la inserisco nel discorso con uno sbaffo di penna.

Mi gratto il mento. Dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo, sono appena le tre.

Alle tre e mezza arriva Concetta, da La Spezia. Poi li accompagno al loro albergo e torno a casa. Sono le quattro, c’è ancora tempo. I libri? Diamine, devo scendere i libri in macchina. Risalgo, devo cambiarmi. Buddy B ne spara una grossa, di quelle che arrivano alla nuca e penso non ci sia bisogno di dire di cosa sto parlando. Principessa fa le bizze. Susanna, da Milano, giunge come un angelo a salvarci. Non s’è persa una presentazione, la Susy.

Eleonora mi chiama disperata. Viene da Merano. Ha un cane. Che non sa a chi affidare. Solo il giorno prima sono riuscito a trovarle la mia vicina di casa, ma prima delle cinque non c’è. La presentazione è alle sei, io devo essere in atelier un’ora prima.

“Avvo io devo andare a cambiarmi, poi devo portare il cane da te, poi il mio fidanzato s’è perso la camicia”

“Come cazzo se l’è persa la camicia? Siete venuti in aereo e lui si è sporto fuori dalla carlinga?”

“Ma no, l’ha lasciata a casa, insomma deve andarla a comprare”

“Ma tu ci vieni alla TUA presentazione o comincio senza di te?”

Faccina con le lacrime, mi dice ti prego aspettami.

Le do’ il numero di cellulare della vicina e mi riprometto di chiamare il ristorante cinese all’angolo, quello che hanno chiuso due volte perché servivano carne di cane (ora ha migliorato e serve solo un cane di carne).

Devo scendere, dovrei ancora farmi la barba. Metto il rasoio elettrico nella tasca della giacca, c’è ancora tempo. Posso sempre farla lì da Cecilia Gattullo, che ci ospita per la serata.

Prendo in braccio Buddy B, che infila il braccino nella mia tasca e fa partire il rasoio. Cominciamo bene.

Entriamo in auto, passo a prendere Max e Concetta, a metà strada per l’atelier mi ricordo che ho dimenticato il libro con segnati i passi da leggere. Ma ho dimenticato in realtà che non l’ho dimenticato, era solo nel cofano. Si procede spediti.

Arriviamo all’atelier. Manca l’acqua. Ma c’è tempo.

In fila alla cassa, una ragazza mi guarda, poi guarda l’acqua, poi mi riguarda:

“Sono a dieta” le dico, come a dire fatti pure un po’ i cazzi tuoi. Pago ed esco, come facciamo spesso nella vita, non solo al supermercato.

Risalgo, sistemo i libri. Poi apro la porta, Barbara (Melandri), Valentina (Gallo) e Morena (Crotti) lì davanti. Abbracci, bacioni, ciaoni.

Si tolgono le giacche con movimenti lenti e affettati. Mi dico, lo sapevo che erano solo tre sciroccate.

Mi fissano, le fisso, mi fissano, poi capisco che aspettano qualcosa. Finalmente guardo le loro tette che fino a quel momento avevo ignorato per pura e finta galanteria, e SBAM! Indossano magliette con la copertina del mio libro. Il veliero addosso a Valentina sembra avere molto più vento in poppa di quello di Morena. Vai a capire perché…

Le prime lacrime.

Eleonora mi si avvicina: “Avvo che poesie devo leggere?”

La guardo per capire se mi perculeggia.

“NON TI SEI SEGNATA LE STRACAZZO DI POESIE?”

Fa gli occhioni a cerbiatto e sogno di avere un fucile ed essere cacciatore.

Le giro il pdf dove avevo segnato i numeri di pagina delle sue poesie da leggere.

“Eh, ma io ti ho mandato il file bozza, i numeri sono poi saltati”

“Certo che ti ci metti di impegno a mandare tutto a puttane…”

Poi alle 18.02 riesce non so come ad abbinare le poesie ai pezzi che leggerò.

La lascio, cambio stanza e una signora mi ferma e mi fa:

“Sono la mamma di Ele, piacere”.

“Ah me la saluti tanto”.

Mi guarda stralunata.

“Ma… Eleonora presenta cu tte lu libro”.

Ops.

Mi ferma una bionda.

“Ciao! Sono Aida”

“Che nome lirico, piacere, sono avvo”

“Sempre le solite battute”

“Ci conosciamo?”

“Mi prendi per culo ogni volta che mi vedi su face”.

E siamo a tre.

E poi partiamo, via, ci sono tutti, troppi, neppure una sedia né un cuscino rimane libero, mi manca il fiato e devo bere per non rimanere con la bocca di carta vetrata.

Cecilia legge un messaggio che viene da una persona che non vuole rivelare il suo nome. Sudo freddo.

“Per il battesimo di Vittoria…”

La interrompo:

“Fermi tutti, tranquilli, Vittoria non è una mia figlia illegittima, solo il nome della protagonista, eh”.

Cecilia riprende, finisce il saluto/omaggio di Angela Molfetta, poi si parte. Io parlo, gesticolo come se non ci fosse un domani, poi la poesia di Max viene decantata (con commozione, emozione, sincerità) nel momento perfetto, poi il duetto con Eleonora, un pezzo del libro, una sua poesia, lei si commuove, io pure, Valentina proprio c’ha le cascate del Niagara, applausi.

La serata finisce, come finisce ogni cosa bella, ma c’è ancora tempo.

C’è tempo per andare a casa mia, con queste persone che ho visto per la prima volta, ma accoglierli è stato facile come aprire la porta a uno di casa. Morena ha tentato di fare fuori una lampada a forma di palla, ma con tutti i regali che lei e le due pennine mi hanno fatto avrebbero potuto distruggere tutta casa e andare ancora in pari.

La notte finisce alle due, o giù di lì, quando Barbara ritrova dopo attimi di terrore le chiavi della pensione in cui dormono tutti e tre.

C’è ancora tempo il giorno dopo per un caffè.

Ci sarà ancora tempo, perché per me è stata un’esperienza favolosa, una piccola vacanza su un’isola che forse c’è.

 

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Metti una sera con Enrica Tesio, Dodici Ricordi e un segreto…

 

Enrica Tesio non ha bisogno di presentazioni (titolare del popolarissimo blog Tiasmo) eppure, ciononostante… fa presentazioni!

E così, dopo aver letto per anni il suo blog e aver avuto l’onore anche di qualche sua lettura e scambio di commenti sui profili Facebook, ieri sono finalmente andato a vedere con i miei occhi di che pasta è composta questa scrittrice di successo, partecipando alla presentazione del suo ultimo lavoro “Dodici ricordi e un segreto” presso la libreria Bufo .

Ovviamente ho comprato ieri il suo libro e ancora devo leggerlo, ma posso già dire che mi piacerà.

Nonostante il successo (un romanzo con Mondadori, uno con Bombpiani, un film basato sul suo romanzo, what else?), Enrica è di una umiltà che stupisce. In un mondo di apparenze basate su sostanze assenti, in un mondo di steli d’erbaccia che simulano la sostanza di pietra, Enrica ha la sostanza della roccia e l’apparenza del fiore. Dalle primissime parole mi ha colpito: nel parlare della memoria, se ne è uscita con una frase del tipo “Se non c’è nessuno che ricorda, la memoria non esiste, e neppure il passato”, che denota una conoscenza di uno dei più grandi filosofi di sempre nonchè uno dei più ostici, Sartre, di cui però lei non ha fatto il nome. Rispetto massimo, dunque, per la platea, da parte sua, scelta giustissima, perchè citarlo sarebbe stato una mortificazione per chi, Sartre, non l’ha mai letto nè capito, nè avrebbe aggiunto nulla a chi lo conosce. E se non è lui, sarà stato qualche altro filosofo, oppure una coincidenza, in ogni caso è un incipit che mi ha fatto sentire di fronte a una donna di profonda cultura.

Anche la poesia che apre il libro è evocativa e significativa, parla del vento che, passando, modifica le cose e trasforma le pietre in rose. Io ci vedo tanto Proust, in questo libro e nella teoria abbozzata da Enrica durante la serata, teoria che non ha mai avuto l’aria di essere una lezione, ma una chiacchierata tra amici. Un profilo umile e però altissimo. Il passato ha la forma della memoria, questo il grande insegnamento de La Recherche proustiana, e come non vedere questo insegnamento declinato nel libro di Enrica, dove un uomo prova a “passare” il suo passato ad una persona da lei amata (Aura, nome stupendo!) mediante dodici ricordi, appunto, lasciati scritti su post-it, sul retro di bollette, in spazi e luoghi a lui familiari che come per “assorbimento”, per immanenza degli oggetti ai soggetti, assorbono il passato di quell’uomo per trasmetterlo intatto alle generazioni future? Nei ricordi di Aura vive il protagonista vero di questo libro, che è il passato, appunto, o i ricordi, che poi sono i mattoni su cui si edifica la casa del passato.

Enrica ci ha anche deliziato con scenette di vita reale, sua figlia piccina ha assistito e ha mostrato (ovvi, sacrosanti!) segni di insofferenza per questi adulti che non giocano, sono lì fermi sulle sedie mentre lei vorrebbe spaccarlo in due il mondo, abbraccia la mamma, si nasconde dietro di lei, le tira i capelli, e lei non perde mai il sorriso nè la pazienza nè il tono dolce di mamma e, devo dire non so come, neppure il filo!

Questo racconta molto di lei, non c’era neppure bisogno che le rivolgessero la solita, trita domanda “se lavori e hai figli dove trovi il tempo per scrivere”. La risposta di Enrica con i fatti è quella che fornisce Dalì nello spiegare perchè scrisse il suo romanzo: “perchè trovo sempre il tempo di fare tutto quello che voglio”.

Ecco l’umiltà, una donna che sicuramente poteva permettersi una baby sitter (forse anche due!), non affida la sua bambina ad altri, ma la porta con sè a quella che è a tutti gli effetti una serata di lavoro. Peraltro, parlando parlando si scopre che ENRICA NON HA LA PATENTE! Ora, io dico, c’è da rallegrarsene perchè una donna in meno per strada… peraltro lei dice che tutti i personaggi sono un poco autobiografici e un poco vengono dal mondo che frequenta, e considerando che lei stessa ci ha detto i suoi personaggi essere tutti matti… dico, se tanto mi dà tanto, meglio che se la fa a piedi! Ma, dico, una mamma, lavoratrice, scrittrice per di più… senza patente.

A chiusura di serata, Enrica s’è persino preso il mio romanzo, con ciò facendomi gongolare da qui all’eternità. Non penso troverà mai il tempo di leggere manco il titolo! Ma che sia nella sua libreria, da qualche parte, mi regala già una strana felicità.

Dalla serata di ieri sono uscito con la convinzione che gli eroi esistono. E qualche volta la loro è una storia a lieto fine, un finale però aperto, come pare essere quello del suo libro (Enrica, mi dovresti pagare per averti salvato con la storia del King e del finale de La Torre Nera, ammettilo!)

Il lieto fine di questa storia è il successo che arride a Enrica.

Lo merita tutto, fino all’ultima riga.

Lettera appesa all’Appendino

Cara Appendino,

No, aspè, che poi si offende, gentile SindacA di Torino ti scrivo questa lettera sperando che essa ti trovi in salute, e che ti giunga.

Se ti arriva aprila, perché se non la apri, temo che non potrai leggere questo che ti scrivo (nemmeno il mio suggerimento di aprirla), nonostante i tuoi superpoteri.

Se non ti arriva, mi raccomando non aprirla, che poi la legge qualcun altro, e non darti pena a leggerla, non mi offendo, solo vedi di restituirmela se non ti arriva, ché altrimenti ho speso il francobollo per niente.

Se invece ti arriva e la apri, leggila.

Se non la leggi, tanto vale che non la apri e me la rendi. Puoi sempre dare la colpa al questore.

Leggila senza fretta, tanto la sto scrivendo piano piano apposta per darti il tempo di assimilare parola per parola, vedi questi spazi così lunghi? Sono spazi fatti spazi apposta per farti riposare la vista.

E il cervello.

Che lo so, non è colpa tua, è una eredità, nessuno può imputarti gli effetti di un cervello che non hai governato tu, ma che ti sei ritrovata così com’è senza poterci fare nulla.

Succede.

L’inverno s’appresta e il tuo arduo compito di governare questa nave senza cocchiere (o era no-cchiere, no, eh?) sta per entrare nella fase ostica.

Te lo dico da mò: potresti smetterla di far buttare il sale per terra? Tanto non nevica più dal 2006.

Capisco che porti fortuna, però qui esageriamo.

Ho visto le strade più salate delle acciughe di mia madre.

Che poi mi si rovinano le scarpe, oibò.

Potresti poi cortesemente allungare di qualche millesimo di secondo i semafori pedonali? Quando attraverso un viale mi sento Bolt e penso che Torino sia l’unica città della Galassia dove c’è gente che non riesce ad attraversare un viale con controviale in un’unica sessione semaforica di verde.

Non fai a tempo a dire “verde” o “merde” alla francese, che è giallo e gli automobilisti hanno già messo alla frusta i loro cavalli di metallo.

Poi un piacere a titolo personale, per cortesia: se ci tieni tanto alle multe, puoi spiegare ai torinesi che il centro della carreggiata NON può essere usato come parcheggio e fare un paio di multine ad hoc?

Due foglie due le vogliamo ranzare via dalle strade? Mia figlia su questo è daccordo con te, meglio lasciarle così, ci si sente più Mowgli e possiamo giocare a fare avventure nella Jungla.

Quanto all’aria, è pulita, non capisco questo accanirsi contro di te. Hai persino bloccato gli Euro 1-2-3 (stella!), certo, lo hai fatto solo in quei giorni in cui la gente cominciava a vomitare sangue per le strade e se facevi una scoreggia usciva la polvere dal culo, ma questo dimostra la tua somma saggezza, appena il limite si è ridotto sotto la soglia del 10 tumori al giorno, hai permesso di nuovo a tutti di ronzare in auto, bien!

Per la questioncina di Piazza San Carlo, hai ragione te, il questore doveva informarti. Ma guarda che pirla! Non ti ha detto niente! Tu te ne stavi lì, tranquilla, nel salotto di casa tua, che poi manco tifi Juve che te ne fotte di guardarti la finale di Champions, e quello il questore che fa? Decide tutto di testa sua senza manco mandarti un whatusp. Che ignominia!

Il salone del libro, poi, è andato a cannone. Brava! Bravissima! Che ce ne fotte se Milano alla prima edizione ha fatto trenta volte i visitatori del salone di Torino alla sua prima edizione? Acqua passata. Milano ci ha già “rubato” la moda, la TV, la pasticceria, l’editoria, l’industria, le sedi di tutte le più importanti società (persino il Sanpaolo), sarò sazia no? Vuoi che si metta pure a rubare il salone del libro? Ma no, stiamo sereni, stai serena, non fare nulla che vedrai loro rinunceranno e l’anno prossimo manco lo faranno il salone.

E i negozi? Chiudono come funghi, tutte le grandi marche sono fuggite da Torino, l’ultima Borsalino, ma quella era fallita già in tutta Italia quindi chi se ne frega, dico io! Fai bene, non muovere un dito, che vadano tutti in fallimento, che ci importa? Abbiamo sempre il negozio di pop-corn e di gelati fai da te, oltre alla polenteria. Noi siamo popolo!

Sui mezzi GTT si gira con il metaldetector, ah e ti ringrazio per aver ricreato fedelmente l’atmosfera di Baghdad alla vigilia della caduta dell’ultimo dittatore, però se si potesse tornare a livelli non da cinema Hollywoodiano francamente sarei più sereno. Lo so, lo so, ormai la GTT è sulla stessa strada di Borsalino, forse per questo si borsalineggia a tutto spiano. Ho anche apprezzato molto la tua capacità di reazione nei momenti di crisi, e come hai suggerito non ho aperto nè porte nè finestre nei giorni di inquinamento massimo. Certo sono due settimane che dormo in strada perchè mia moglie ha colto la palla al balzo e non mi risponde manco per citofono perchè dice che così salgono gli acari della polvere, ma per il bene della città questo ed altro.

Apprezzo anche la presenza massiccia di polizia nelle piazze centrali della città, lì dove disordini non ci sono mai stati: per le leggi della statistica è proprio lì dove non è mai successo un cazzo che con più probabilità succederà il bordello, mentre a San Salvario o nei dintorni di Porta Palazzo vado serenissimo, che tanto, si sà, lo stesso fulmine non colpisce mai due volte nello stesso posto. Nel dubbio comunque mi porto mutande di ferro e portafogli di stagno (buraaattino).

I parchi per bambini, a proposito, che fiore all’occhiello! Scommeto che sei andata tu di persona a verificarne lo stato: certo, non sei un ingegnere e bisogna accontentarsi dell’altalena monocorda-sbilenca con strusciata di culo incorporata, lo scivolo con doppia funzione ludica e scolapastica, l’arrampicata su transenna et similia.

Chiudo citando il rapporto Rota, mi spiace che tu non abbia replicato a LaStampa.it che te lo poneva a risposta della tua indignata lettera al giornale per aver osato dire che Torino è in declino.

Dico, potevi vantarti di tale rapporto! Dice che per valore aggiunto e produttitivà siamo finalmente penultimi nel Centro-Nord! Daje Sindaca! Ci sei quasi riuscita!

Ti basta farci scalare ancora di un gradino e saremo ultimi e si sa cosa si dice degli ultimi, saremo i primi!

Vive la France…

 

Doppia libidine coi fiocchi

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“Non è cambiato niente da quando te ne sei andato.
In bagno c’è ancora il tuo spazzolino
e sotto il cuscino
metto ancora la tua maglietta consumata.
Sul divano c’è una tua felpa stropicciata:
mi arrabbiavo sempre quando lasciavi la tua roba per casa,
eppure adesso ti ringrazio per averlo fatto QUEL giorno
prima di uscire dalla porta.
Non osa sedersi nessuno sulla poltrona accanto alla lampada
e il salotto sa ancora del tuo incenso che odiavo tanto
ma che continuo ad accendere per te.
Apparecchio ancora per due
e quando ci sono gli amici il tuo piatto rimane vuoto…
Ma c’è.
Non è cambiato niente da quando sei con gli angeli,
perché guardo il cielo
e ti sorrido.
E tu sei accanto a me.”

[Su nel cielo, tratta da Destinazione Cuore, Eleonora de Berardinis, Miraggi Edizioni]

 

“Mesi dopo il funerale, trovai il coraggio di andare in camera sua. Non c’ero più entrata, come se mi avessero tacitamente proibito di farlo. Indugiai a lungo come se avessi potuto disturbare il sonno di qualcuno che dormiva oltre quella soglia. Sembrava tutto così diverso, forse perché era tutto uguale. Ma sapevo che [____] non sarebbe più tornata a dormire sotto quel letto. Nell’aria sembrava aleggiare qualcosa di solenne, la morte, la terribile morte di cui nulla poteva essere visto, se non tutto. Sotto il pianale di marmo della consolle era posato, a faccia in su, un vecchio specchio da toeletta, pieno di aloni e macchie. Lo girai, forse speravo che vi fosse rimasta impressa l’impronta del suo volto.
Aprii i cassetti e mi portai al naso un sacchetto di lavanda che profumava ancora. Vidi la sua biancheria che andava impercettibilmente ingiallendo, stirata e piegata a perfezione. Era tutto in ordine. La morte aveva svuotato quel posto senza sottrargli neppure un granello di polvere. Ero rimasta sola in alto mare, quel porto era chiuso. Mi rimaneva solo la mia querencita.”

[Brano tratto da Lo specchio dell’angelo perso, Massimo della Penna, Efesto Edizioni].

Amici torinici e dei dintornici, sabato 18 novembre dalle 18 presso l’atelier della mitologica Cecilia Gattullo parlerò a braccio (e a cazzo, diciamocelo) del mio ultimo romanzo Lo specchio dell’angelo perso. La Eleonora decanterà alcune delle poesie tratte dal suo libro Destinazione Cuore e, siccome è donna e le donne, si sa, la sanno lunga, porterà anche una buona scorta di vino, da ingollare rigorosamente prima che iniziamo a parlare. Sarà una serata anche d’arte pittorica, dato che nell’atelier potrete ammirare i lavori di Cecilia appesi alle pareti (dove del resto solitamente si appendono i quadri; ma siccome Cecilia è differente, li troverete anche non appesi, eh), tra cui chiaramente il quadro sulla cui base ho fatto realizzare la copertina del libro.

Vi aspettiamo!

C’è del marcio in Danimarca

Amleto lo diceva, che il mondo è un giardino incolto, pieno tutto di malefiche piante.

Ma in Danimarca non c’è solo marcio, non crescono solo erbacce, ci sono anche fiori, fiori delicati, papaveri dai petali fragili che possono perire sotto i colpi del vento, persino sotto il peso d’una foglia che si stacca da un ramo basso. La natura appare crudele e spietata, gli animali più forti mangiano i più deboli, ma essa non ha etica e non ha morale e proprio per questo, però, è onesta e trasparente e non nasconde niente. Non vedrai mai un sasso travestirsi da fiore, né il magma somigliare all’acqua.

La mela marcia che cade, non chiede d’essere morsa, mostra la sua tempra e la sua febbre, il buco che indica che qualcosa l’ha rosa scintilla sotto i raggi d’un pallido sole, e quando batte al suolo non ha un buon odore, allontana chi ha stomaco delicato e rimane a disposizione dei vermi che la bramano e ch’entrano ed escono senza uno scopo, se non quello di continuare a strisciare gonfi di loro stessi.

L’acqua che scorre non promette di fermare il suo corso, scivola sul suo stesso letto e trascina tutto a valle senza memoria, senza andate né ritorni, vive fuori dalla storia e quando v’entra s’è già spenta e svaporata su per le nuvole gonfie di fulimini e tuoni e temporali uggiosi.

Le fronde si agitano nell’ultimo sospiro di ottobre, questo mese senza più stagione, dove il freddo che ti punge l’anima ti ricorda che tu sei vivo anche se tutto muore, ti ricorda che tu un’anima ce l’hai e forse dovresti starci un poco più attento a quello che con essa poi ci fai.

Che certe brutte pieghe che prendono certe pieghe, poi, nonostante il tempo, non le spieghi mai.

Gente di palestra

Io l’ho sempre saputo che sono rincoglionito.

Ciononostante, ho fiducia in me.

Ed è qui che sbaglio.

Erano giorni che non riuscivo ad andare in palestra.

Oggi mi sono imposto di andare e mi ci sono fiondato appena sveglio, dopo aver preso due caffè, otto biscotti, dopo aver rassettato la cameretta di principessa perché la mamma ci ha cazziati che la sera prima abbiamo lasciato tutto in giro, annaffiato le piante, ridipinto lo sgabuzzino, montato un EKBY JÄRPEN / EKBY BJÄRNUM (non è un preparato per le emorroidi tedesche, bensì una banale mensola Ikea) e dissodato il Sahara a mani nude, dico, mi sono fiondato subito in palestra.

Ho chiuso il mio squallido zainetto nell’armadietto, assicurato il lucchetto, e via in sala attrezzi con l’aplomb di un vecchietto con il retto rotto.

Pompo, sudo, spingo, sollevo, rilascio.

Rilascio, sollevo, spingo, sudo, pompo.

Alla fine torno negli spogliatoi, e cerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, apro, prendo l’accappatoio, richiudo il lucchetto, mi infilo sotto la doccia.

Esco dalla doccia, ricerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, e non si apre.

Insisto, lui resiste.

Insisto, lui resiste.

Insisto, la chiave si piega ma non si spezza.

Insisto, e va tutto in vacca.

La chiave si spacca, rimanendo per metà nel lucchetto di quello stramaledetto armadietto mentre il mio retto espelle gas manco fossi un oleodotto rotto.

Rimango dieci minuti come un cojote fermo davanti all’armadietto, pensando (pensando? Si fa per dire, suvvia) a cosa fare.

Provo senza convinzione a forzare il lucchetto, che poi con le mani bagnate non è il massimo.

Alla fine mi decido a chiamare Felipe, il tuttofare della palestra che quando non ti serve è sempre in mezzo ai Roberti, e scusa devo pulire qui, e alza i piedi, e solleva le sopracciglia che devo spolverare, e non entrare in sauna coi calzini (e che sarà mai…), e poi quando invece hai disperato bisogno di lui, scompare come gli amici quando rimani a piedi con la tua auto di sabato notte.

Insomma mi vedo costretto ad aggirarmi alla reception della palestra in accappatoio, e non è una situazione molto gradevole.

Alla fine lo trovo, gli espongo il problema, lui mi rassicura, mi dice che se firmo un modulo lui rompe il lucchetto con una tenaglia e tutto a possst.

Benissimo.

Firmo, lui taglia, e poi estrae un borsone viola che francamente non ricordavo di aver portato con me.

Mi guarda, e mi rivolge la domanda di rito: “è questo?” sollevando il borsone.

Che ha un doppio fondo, purtroppo aperto, da cui fuoriescono un paio di mutandine di pizzo viola e un rossetto e due enormi, inequivocabili, poco duttili ma alquanto malleabili CAZZI DI PLASTICA.

A quel punto il mio cervello da guiness dei primati (intendo le scimmie), elabora veloce l’unica alternativa possibile: o confesso che sono un cojone e che ho rotto la mia chiave nel lucchetto sbagliato (peraltro appena 5 minuti prima della doccia, avevo ritrovato il lucchetto giusto…), o fingo che il lucchetto, il borsone, le mutande e il rossetto (per non parlare dei cazzi) siano tutta roba mia (Cuius commoda, eius et incommoda direbbe il Prete, non è che posso dire che il lucchetto è il mio ma il borsone e il suo contenuto no).

Sperando che il proprietario non giunga proprio adesso (che poi voglio vedere se ha il coraggio di dire “è robba mia”…).

Mentre dico “Sì, è mio” arriva mio cognato.

Il quale guarda Felipe, guarda me, guarda il lucchetto rotto, guarda il borsone, adocchia le mutandine ed il rossetto ma sofferma inequivocabilmente e schifatamente lo sguardo sui due falli ed esclama da gran signore: “l’avevo detto a mia sorella che sei un ricchione”.

Gira i tacchi (poi dice a me…) e se ne va.

Felipe continua a tenere il borsone con indice e pollice, quasi avesse paura di contaminarsi.

Mi guarda fisso.

Al che anche io me ne esco da gran signore:

“Beh, ‘cazzo guardi?”

“I cazzi, signò”.

“Fatti i cazzi tuoi”.

La libertà d’amare

Penso che molti di noi abbiano provato a ragionare sulla libertà, se non altro quando si arrivava a studiare pesantoni come Kant o Hegel a scuola. Quando si hanno qundici o sedici anni, è quasi fatale giungere alla conclusione che essa consista nell’arbitrio di poter compiere un po’ il cazzo che vogliamo. I concetti di libertà e arbitrio sono diversi, ma non voglio entrare nella pedanteria, piuttosto solo sottolineare quanto sia arduo materializzare quei concetti quando, poi, maturiamo e magari (non proprio tutti, che tanti rimangono ai 16 anni) ci viene voglia di tornarci sopra.

Possiamo partire, come faceva Cartesio, dai noemi, cioè da nozioni elementari, facili da capire anche per caproni e caprette e pecoroni come me, concetti auto-evidenti che non abbisognano di dimostrazioni complesse: la libertà assoluta non esiste. Per quanto ci si sforzi, dipenderemo sempre da qualcosa o qualcuno, non fosse altro che la nostra natura. Se voglio trattenere il fiato per due mesi, evidentemente, non sono libero di farlo. C’è anche un altro ostacolo, di cui dava conto Kant (e che stamattina alla radio ho sentito attribuire erroneamente a Martin Luther King, potenza del web): la libertà di ognuno confina con quella di tutti gli altri, giacchè se esistesse una libertà assoluta anche di un solo individuo, le libertà di tutti gli altri individui ne sarebbero annientate. Se io sono libero di uccidere qualsiasi essere umano, è evidente che tutti gli altri non sono liberi di vivere.

Quindi abbiamo una prima pietra solida: non esiste libertà assoluta. Benone.

Cosa ci rimane di disponibile? Proviamo a leggere che ne pensava Gustave Thibon. Di lui fino a poco tempo fa non sapevo nulla, neppure che fosse filosofo e, ad essere totalmente onesti, non sapevo manco fosse mai esistito. Lo chiamavano, pare, le philosophe-paysan, che a me piace tradurre alla napoletana maniera “o filosofo paisàn”, mentre in realtà significa il filosofo contadino. Egli arriva ad una conclusione sulla libertà che dovrebbe essere studiata da molte persone che si definiscono emancipate e “libere”. Per lui l’uomo è libero nella misura in cui può amare gli esseri da cui dipende. Così, quando rivendichiamo la nostra libertà non è l’indipendenza che domandiamo. Chiediamo solo di passare da una dipendenza che rifiutiamo a una dipendenza che ci attrae. La libertà non è altro che la capacità di scegliere tra due obbedienze al nostro spirito.

E non v’è al mondo dipendenza più grande del nostro spirito, per come la vedo io, di quella che esso sviluppa verso l’amore. Mi meraviglio nel sentire amici e confidenti che mi parlano della loro libertà per giustificare azioni di dubbio gusto, tradimenti, ciulatine in giro per il mondo, egoismi, abbandoni, separazioni, e quant’altro. Quella non è libertà, al massimo può essere un cambio di desideri, e allora va bene ma deve avere il coraggio di ammettere che l’anelito è cambiato. La libertà a me pare la possibilità di scegliere i propri fini, la soggettività pura, che non ha nulla a che vedere con l’oggettività della possibile realizzazione o del cambiamento e, soprattutto, non può in alcun modo dipendere dalla permissività di soggetti terzi, siano essi mogli, amanti, capi ufficio.

Se si ama una persona o uno sport o un animale o una canzone, non è questione di avere bisogno di libertà, perchè la libertà viene prima d’amare e si estrinseca proprio nell’amare, nell’aver scelto chi o cosa amare, quando, dove, come, anche perché e persino per quanto tempo. La libertà non è materiale e non ha bisogno di oggetti nè di soggetti materiali, ad eccezione dell’unico soggetto indispensabile affinchè vi sia una libertà, vale a dire appunto il soggetto libero. Una volta che il proprio spirito, in totale libertà, questa sì assoluta, questa si indipendente dalla nostra possibilità pratica d’attuare il fine prefisso, una volta che lo spirito s’è determinato ad amare una persona, esso dimostra la sua libertà proprio nel mettere le sbarre alle sue finestre, nel chiudere fuori dalle stanze del cuore tutti gli altri miliardi di persone che si sarebbero potuti amare optando per un’altra scelta, nel limitare anche la propria libertà materiale di andare e fare ciò che ci pare; quella sarebbe comunque una libertà relativa, non possiamo andare su Marte e di certo nessuno si sognerebbe di lamentarsene. L’amore è una stanza con la porta aperta da cui però non esci finchè c’è amore. Quando non c’è più, nessuno potrà più tenerti in quella stanza.

Non sto certo dicendo che bisogna diventare schiavi, tutt’altro, e comunque la dipendenza di cui parlo non deriva dall’altra persona ma sempre dalla propria volontà, si dipende dal proprio spirito quando si ama, si ama davvero. I bambini in merito hanno tanto da insegnarci, loro scelgono chi amare e se ne fottono dei gradi di parentela, sono liberi, ma quando scelgono chi amare, ne diventano dipendenti, pretendono, mettono il broncio se non li guardi, se non stai con loro, se fai salire il fratellino sulle gambe ti si fiondano addosso.

A volte mi chiedo se le persone abbiano insufficienti strumenti intellettuali per capire la libertà, o piuttosto insufficienti strumenti sentimentali per sentire l’amore. A volte mi chiedo se sia io che non c’ho capito un’acca.

Lo so, avete ragione, sto diventando un pesantone, questo succede a leggere Borges! Prometto un prossimo post super-cazzaro avvostrunz 😉

La bellezza della cattiveria

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C’è un saggio di Borges che leggo in questi giorni, incentrato sui grandi filosofi occidentali dai presocratici ai giorni recenti (“Storia della filosofia occidentale”, Vol I, Cap. XV), leggero come una favola di Calvino. Oggi sono arrivato a Platone, e mi ha colpito molto la seguente riflessione che non ho capito se sia di Borges, di Platone, o di Borges su Platone, o mia su Borges su Platone, potrebbe alfine anche essere di Platone su Borges visto quello che si fumava all’epoca: “un uomo che ama le cose belle, che ci tiene a esser presente alla rappresentazione di nuove tragedie […] non è un filosofo, perché ama solo le cose belle, mentre il filosofo ama la bellezza in sé. L’uomo che ama soltanto le cose belle sogna, mentre l’uomo che conosce la bellezza assoluta è completamente sveglio. Il primo ha un’opinione, il secondo la conoscenza.”

È da molto tempo, ormai, che mi ritrovo in lacrime davanti a piccole, belle cose. E spesso mi sono chiesto da dove venisse tale mia reazione, cosa potesse mai esservi in quegli spettacoli all’apparenza tanto semplici che mi si palesavano agli occhi, come le macchie del sole sulla corrente del fiume, la danza di una foglia che cade, il planare di un uccello, l’incedere verso il buio d’un tramonto particolarmente intenso, da indurmi ad un’esternazione che di solito si riserva ai lutti o alle gioie complesse (una laurea, una nascita, cose insomma “pesanti”). E spesso mi sono risposto che era la “bellezza della natura”. Ma la risposta non m’era mai parsa sufficiente. Perchè mai uno dovrebbe piangere davanti alla bellezza? Così ho pensato che potesse essere lo stress, forse l’enorme differenza tra la vita quotidiana, i semafori, lo smog, il traffico, i tempi stretti, i pranzi striminziti, le bollette, lo spam, da un lato, e la placida esistenza di quegli elementi sopravvissuti ai secoli (un tramonto è un tramonto da miliardi di anni), dall’altro lato, mi lacerava trovando eguale posto dentro me, ed anzi forse a farmi piangere era l’esiguità del posto riservato a cose tanto belle, rispetto alle altre tanto grigie.

Ma il pezzo di oggi mi ha fatto ripensare a questa mia “debolezza”. Forse la mia commozione era da intendersi come movimento degli affetti (non a caso il verbo viene dal latino commovēre, muovere insieme, direi agitare, mescolar ele carte). In tal senso, ho pensato ottimisticamente che il mio pianto possa essere segno d’un processo di maturazione, di movimento dei miei affetti che vanno spostandosi dalle singole cose belle (anche un semaforo può esserlo, se verde, soprattutto a Torino dove il rosso scorre in abbondanza non solo sui colli votati a vigneti), dico, forse è un movimento dei miei affetti che si sposta dalle cose belle alla bellezza astratta, all’idea di bellezza. Ma se amare la bellezza porta alla vera conoscenza, mi chiedo a cosa porti amare le brutture. La cattiveria è dunque ignoranza? Non dubito, infatti, che essa corrisponda alla bruttezza vera, quella che va oltre le cose brutte. E m’è tornato in mente un pensiero che tempo addietro (prima di leggere l’opera di Borges e le riflessioni particolari su Platone) mi venne attraversando in bici un parco per andare a lavoro: se le persone conoscessero la bellezza, non sceglierebbero il male. Se si potesse prendere ogni essere umano e farlo passeggiare in un parco facendogli aprire davvero gli occhi, se si fosse capaci di fargli intendere quanta bellezza c’è a pochi metri da chiunque di noi, ovunque egli viva (ché i tramonti e gli uccelli e le foglie abbondano ovunque), se gli si potesse fare provare la “violenza” di certe emozioni semplici, forse cesserebbe l’intima esigenza di arrecare male al prossimo.

Ma è stato un pensiero ottimistico buttato lì, al quale ho ripensato convincendomi che certi atti di cattiveria, in realtà, sono tali proprio perchè non sono dettati da ignoranza, bensì da dolosa consapevolezza.

Forse ha ragione Borges ma mi sbaglio io.

Force c’è una bellezza anche nella cattiveria.

Solo che su questo argomento mi sento ignorante.

E assolutamente fiero di esserlo.

Lo specchio dell’angelo perso

 

 

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Amici wor-depressi, ci siamo! Dopo sei anni, riesco finalmente a vedere un mio libro in…libreria, lì dove del resto si suppone (se la supposta è giusta) che i libri stiano, prima che qualcuno li tolga da dove sono, per portarli dove saranno.

“Lo specchio dell’angelo perso” è il terzo volume della saga “Storia di uno strano”. Come gli altri, si tratta di un volume/romanzo autoconclusivo, quindi leggibile anche da chi non abbia letto i precedenti. Di seguito qualche parola sulla trama:


La protagonista, Vittoria, è un’eremita dotata di un talento speciale che nessuno, al di fuori di sua nonna, capisce, neppure lei stessa. Qualcosa c’è nei suoi quadri, che sembra chiamarla.

Quanto vi sia di reale e quanto di inventato, lo scoprirà dopo un viaggio profondissimo in cui le toccherà scendere in luoghi di sè che ha sempre ignorato, come tutti coloro che le ruotano intorno: un padre intermittente, una madre ossessionata dalle regole, un fratello violento e primitivo, due amici senegalesi che condividono il suo eremitaggio su un’isola a largo di Dakar che pare disegnata sulle sue ossessioni. Mentre tratteggia paesaggi umani con voce pacata e riflessiva, infatti, Vittoria è dominata dalla paura che la sua riservatezza venga violata.

Per affermare il suo talento lotterà contro la madre, ossessionata dal controllo, ma sempre sull’orlo di perderlo, subendo gli impietosi paragoni con i capolavori del fratello, scoprendo di avere un grave difetto alla vista che però non si svela, dacché Vittoria è convinta, come ognuno di noi, che la sua visione del mondo sia quella giusta, quella degli altri errata. E viceversa.

Nessuno comprende i suoi quadri perché nessuno vede il mondo come lei lo vede.

Sullo sfondo delle sue vicende, si intrecciano le voci di Alice e Il Cappellaio Matto, due persone non-persone, che si incontrano di continuo in chat in una bolla atemporale, confessandosi tutto “con somma indifferenza, perché è l’unico sentimento che si può davvero provare per uno sconosciuto”. Tra i due nasce una storia d’amore all’apparenza intensa, fatta di poesie, di gelosie, di piccoli mezzucci (il profilo falso, le trappole), di sesso virtuale che si consuma alla velocità del web. In questo non-spazio atemporale, una brusca rottura determinerà la decisione di incontrarsi “nella realtà”.

Il viaggio di Vittoria è un viaggio d’attesa, placido, ma ben presto nei suoi quadri irrompe un veliero che si avvicina sempre più. Un viaggio di ricerca in un mondo che ha perduto tutto ciò che è altro. E forse, quello che troverà Vittoria quando sarà quasi a casa, non sarà se stessa, ma tutto il resto che aveva perduto.


Ringrazio Valentina Gallo perché lei mi ha trovato un editore, peraltro con caparbietà, non arrendendosi alle difficoltà che comunque ha incontrato prima di ottenere l’attenzione necessaria per presentare il mio romanzo all’editore, Efesto. Un grazie anche a Alfredo Catalfo, titolare della società che edita il libro, per aver creduto in questo progetto che è agli inizi!

Per ora si trova già disponibile presso la libreria Efesto in via Segre 11 a Roma, ma è ordinabile in qualsiasi libreria d’Italia (Feltrinelli comprese)! Più in là vi segnalerò le librerie in cui lo potete trovare già sugli scaffali senza neppure quindi necessità di ordinarlo.

Per gli amanti del web, è ordinabile da subito su Feltrinelli.it e IBS a un prezzo speciale:

https://www.ibs.it/specchio-dell-angelo-perso-storia-libro-massimo-della-penna/e/9788894855395?inventoryId=88615846

http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-penna/specchio-angelo-perso-storia-uno/9788894855395

Nei prossimi giorni dovrebbe essere disponibile anche su Amazon (sempre a prezzo scontato per il lancio) al seguente link:

http://amzn.eu/6d1kWHM

Enjoy my friends!

 

 

Nanosky

Nanosky ha il vizio di scrivere la mia storia, oralmente, diffamandomi sistematicamente presso i colleghi.

Ora tocca a me scrivere la sua.

Non è bello da parte mia, non mi rende onore.

Mi sento come quell’uomo che piscia contro gli alberi o i cerchioni delle auto alzando la gamba, solo perché ha avuto un piccolo incidente con un barboncino.

Ma adesso Barney ha davvero toccato il fondo.

Del resto che toccasse il fondo era prevedibile, parliamo pur sempre di Barney, Barney Nanosky, il cui cognome è onomaortopedico.

Sono mesi che sussurra nei corridoi (il nano che sussurra nei corridoi, una storia di intrigo e notai, di drafting e bonzai, a dicembre nei cinema) di una presunta mia relazione con la segretazza.

Ieri l’ho sentito che sussurrava alla nuova segretaria “Non ti fidare di avvo, se ti chiede di chinarti a prendere una fotocopia….zac!, è un gran pezzo di merda”.

Ora, io non ho mai fatto avances alla segretazza.

Va bene, lo ammetto, qualche volta glielo ho appoggiato, ma un appoggio semplice, senza fronzoli, così, en-passant, e solo quando era chinata a 90 gradi esatti, non mi sono mai azzardato a farlo a 89 o 91, tanto per dire. Giro appositamente con un goniometro laser (ma perché goniometro e non angulometro?)

Ho i miei imperativi kantiani, io.

Devo dire che se la nuova segretaria ha un minimo di sale in zucca (halloween si avvicina e forse potrebbe mettersi una candela nel cervello e riciclarsi come zucca decorativa), comunque, dovrebbe pur capire che non ci si può fidare di chi va in giro a parlar male della gente (soprattutto se la gente sono io, ma questo è un po’ autoreferenziale, lo ammetto).

Cioè, dire alle spalle di una persona che è un pezzo di merda è come tirare un pugno ad un vetro per dire a tuo figlio che deve evitare di fare il pazzo.

Qualche tempo fa ho trovato nel suo cestino un originale che avrebbe dovuto essere sulla mia scrivania (l’ho riconosciuto da un lembo colorato di rosso, per fortuna, perché per il resto era immerso tra mille altri fogli).

Mi son piantato le nocche nel fianco sinistro, con la destra ho pescato il documento pinzandolo tra pollice e indice, l’ho sventolato come una bandiera davanti il suo desktop e ho detto “e questo che ci fa nel tuo cestino?”.

E Nanosky, più imperturbabile di una statua addormentata, mi fa “Questo succede a chi non tiene la scrivania in ordine”.

Nanosky è il classico “filogovernativo”.

Quello sempre in prima fila a convegni, riunioni interne e esterne, cene di natale e capodanno.

Quello che gira con la penna di studio nel taschino e ha un porta-bigliettini in tasca, uno nella borsa porta-pc, uno nel portafogli, e uno d’emergenza sotto pelle (estraibile con un piccolo bisturi infilato nella sola cavità cilindrica da cui non può uscire quando si indossano i pantaloni).

Quello che sotto l’ombrellone si legge i regolamenti interni.

Ha tentato di scrivere la mia storia.

Ma ora che io sono venuto in possesso di documenti importanti che lo riguardano, la storia la scrivo io.

Sarà una storia di vendetta.

E presto la leggerà anche Barney.

Barney Nanosky.

A dicembre, nei peggiori cinema di Caracas.