Un giorno perfetto in un mondo imperfetto

VERSIONE VERA

Sabato la
premiazione. Mi sveglio tardi, assonnato. Prendo due caffè. Dormo ancora.
Parto con tre ore di anticipo. Ma per non far vedere, mi fermo in una curva
di montagna, sotto gli alberi, dormo sul sedile come un barbone. Poi arrivo
al teatro, mi siedo in fondo. So che avrò voglia di andarmene quando saranno
finite le premiazioni e io non ci sarò.

Ringraziano il sindaco, il vicesindaco, il sindaco del paese
di fronte, l’ex sindaco che ha organizzato il tutto, l’assessore a non-soche, il presidente dell’associazione tale, uno scrittore che non si
è presentato, gli sponsor, uno ad uno, ringraziano la Madonna e tutti i Santi
(uno a uno) e poi iniziano la premiazione.

Il primo nome che
salta fuori?

Il mio.

BANG.

Non mi alzo. L’ex
sindaco mi chiama, con la voce che dice “brutto pirla il premio se non vieni
come cazzo te lo diamo”.

Ero solo.

Avrei voluto avere i
miei figli, mia moglie, mia madre, mia nonna (anche se essendo morta da un
pezzo temo che avrebbe fatto una certa impressione), ma non fa niente. L’emozione
è stata fortissima, non ho mai partecipato a un concorso letterario.

Piango come un
fesso.

Torno a casa e dormo
con la targa nel letto.

La notte pone fine a
un piccolo giorno perfetto.

VERSIONE BUKOWSKI

Finale. Ovvio, no?
La premiazione, devo andare. Mi rompo, ma se vuoi campare ti tocca.

Strafatto di vino e
di sesso, mi sveglio con una nel letto, come si chiama? Le avevo
detto che passavo IO all’aeroporto di L.A. a prenderla, venerdì sera, questo lo ricordo, ma me la trovo sui gradini che fuma, giusto sotto il cartello del vietato fumare. Una ciocca le nasconde un
occhio. Adesso gliela incendio. Poi apro la porta e lei entra senza bussare. La ciocca ha sentito il pericolo e si è spostata da sola, lascio andare l’accendino che stringo in tasca.

Mi infila un grissino e del prosciutto in bocca. Mi tocca i denti con le dita, cerca un dente d’oro forse, chi la conosce ‘sta qui? Magari è una rumena che svaligia gli appartamenti. Le dico cazzo, stappiamo prima.

Dopo è confuso, beviamo e mangiamo la carbonara, dolciastra, ho scambiato lo sciroppo d’acero per salsa di soia.

Bum bum, due colpi, mi tocco il portafogli per vedere se è ancora in tasca (ho le braghe calate solo il necessario),
poi non mi si alza, dico merda, ma è l’alcol. Sempre colpa del vino. Lei mi
aiuta, nulla ti rialza come un’amica, in particolare una bocca amica, ma nessun aiuto mi aiuta. Dormo. Mi
sveglio e sento la pioggia nelle mutande. Non si arrende. Mi incazzo e inizio
a prenderla forte, stringendo i fianchi. Un morso, due, tre, uno schiaffo sulle chiappe a stile puledra. Avrà lividi
domani. Chi se ne fotte. Alle mie verruche sulle mani. Alle verruche, chi ci pensa?

Vengo, viene, veniamo, a posto. Mentre lo facciamo
mi scappa “Ti amo Veronica”.

Lei mi guarda e scoppia
a ridere. Pensa che abbia sbagliato di proposito il suo nome. Io rido perché lei ride.  E lei ride pensando che io rida per lo stesso motivo suo. Donne.

Alle 4 ci
addormentiamo (io sempre con la mano sul portafogli, come quando viaggiavo sul treno espresso per Brooklin). Alle 6 riprendiamo. Andiamo avanti fino alle 12. Il vino dà, il vino toglie. Anche nel sesso. Ogni tanto bevo per darmi un tono. Poi dico,
andiamo. Devo aver fatto un bidet con il Listerine al Peperoncino a giudicare dal bruciore. Ho dormito
davvero ubriaco. Mi brucia anche il culo e non voglio sapere perché.

Guido e cerco di ricordare come si chiama la tipa che mi siede accanto. Pazienza, qualcuno la chiamerà prima
o poi.

Poi lei è di quelle
che amano ripetere il proprio nome quando ti raccontano di gente che si
rivolge a loro. Le si gonfiano le tette. Donne. Pavoni.

Metto l’indirizzo sul cellulare. Non so manco se esista davvero un paese che si chiama Roburent. 800 abitanti. Al concorso 400 partecipanti.  Il mondo è complicato.
Mi cade il cellulare sul ginocchio, quello operato. Mi gratto la barba e lo metto tra le gambe di Veronica e dico “Tienilo stretto”.
Lei ride e fuma. Rido anche io, le rubo la sigaretta e fumo. Sudo.

Arriviamo con tre ore di anticipo, dormiamo in macchina come barboni, sotto fronde odorose di castagni. Poi passiamo un’ora al telefono con gente. Lei con il suo ex, strafatto, sua figlia incasinata, suo fratello in ansia, la sua amica incazzata nera con uno stronzo che non sa gestire la figlia, gente. La gente e i suoi guai.
Arriviamo quasi in ritardo, ovvio, non c’è parcheggio ora, prima, tre ore fa, sì.
Mi siedo in prima fila, di lato, è più facile alzarmi per il premio. Mi brucia ancora il culo e non voglio (sapere perchè) camminare troppo, magari pensano che mi sono cagato addosso. Ci sta.
Mia moglie squadra
la mia amica, guarda come cammino, si incazza, mi tiene il muso e spinge i bambini verso di
me con una pedata.
Vinci tu papà, dice
il piccolo. Per forza. Sono il migliore. Papà anche gli altri vincono?
No, gli altri babbei finalisti lo
pensano, chiaro, ma non vincono. Quei pochi che non lo pensano non sono venuti. Gli unici
sinceri.
Il primo nome, il
mio. Ovvio, mi dico. Sarà perché Bukowski comincia per B e gli altri sono sfigati alfabeticamente.
Mi alzo, salgo i
gradini senza alzare troppo le gambe (e  senza far strisciare troppo tra loro le chiappe). La tipa mi fa una foto. Poi si scorda di mandarmela. Bisogna
capirla, ha 57 portati benissimo, o 47 portati male. Ma tutti le dicono che sembra una ragazzina e chi sono io per dirle la verità? Mi righerebbe di nuovo l’auto o finirebbe di cuocere il mio pesciolino rosso nel microonde come l’ultima volta, e non mi va. Ha lasciato in macchina una camicia bianca. Come è tornata a casa, in topless?
Prendo il premio
speciale dell’associazione. Dico merda, niente denaro. Ho partecipato per
quello, la bumba come me la compro ora?
Poi le luci calano, lo sciabordio delle voci si aggruma e si dilegua, la sala si svuota insieme a delusioni amare, gioie e
invidie. Guardo i piedi della folla, tutte scarpe diverse. Ce le
toglieremo tutti prima di notte.
La tipa parla con un
attore. Penso, adesso la lascio qui.
Ma Veronica che non
si chiama Veronica mi viene vicino, mi mette una mano sul cavallo e dice
andiamo. Allora saluto i bimbi, mia moglie che fuma nervosa, le dico che li vado a prendere il giorno dopo.

E andiamo.

Altra notte, sesso,
poco, come quando a Natale fai il pranzo terrone con dodici portate (senza contare il dessert), a cena solo un’insalata, ma poi ti siedi e ti finisci di avanzi, anche se non ti sfondi perché non ce la fai più. Ma ci provi. Sempre.

Mi sveglio e chiedo a Veronica di prendere le sue robe e andare. Mi fa, dovevo restare. Non me lo ricordo, scusa tesoro, ma devi proprio, più tardi arrivano i bimbi. Non trova le mutande. Le hai nascoste, confessa, le
urlo. Ribalto la casa. Non si trovano. Le ha nascoste bene la stronza. Mi sfregia un quadro con l’accendino. Sorride e tenta di baciarmi. La scaccio e le chiudo la porta in faccia.

Fanculo.

Se ne va. Lascia un tappo di sughero, due mozziconi, una pellicola di vetro per
evitare che si rompa il display, rotta, ovviamente. E una scia di profumo di nostalgia per le cose belle e cicliche e fuori stagione, oltre gli steccati della vita normale, come l’ultimo bagno d’estate.

Mi gratto la barba (e le chiappe, che bruciano ancora) e
guardo la targa premio nel letto.

E penso che il mondo è imperfetto.

Imperfetto e stupendo.

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Tanto di cappello

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Oggi sono andato ad ora di pranzo a pattinare al Parco Dora (vedi foto personale in alto). Un posto strano. Una ex fabbrica di cui rimane solo lo scheletro, totalmente vuoto, non ci sono più le pareti, solo enormi pilastri di ferro che sorreggono un tetto a doppio spiovente altissimo, trenta metri, forse di più. Un dinosauro in un museo. C’è un angolo con le cunette e le paraboliche per le evoluzioni con gli skate e i roller, una rete da tennis, un campo di basket.

Mentre indossavo i roller, non ho potuto fare a meno di pensare che un tempo la domenica aveva un sapore di festa che ho completamente perduto. E’ divenuto il giorno prima di tornare a lavoro. Quando poi, come oggi, i miei figli e mia moglie sono lontani, il divario diventa ancora più profondo.

Me ne stavo, dunque, pattinando in solitudine e con un filo di malinconia impigliato nei pensieri. Uniche spettatrici, due ragazze in bici che si sono fermate a chiacchierare in un angolo. Ogni tanto mi guardavano, dato che ero l’unica cosa in movimento in quei duecento metri di ferro, cemento e aria di settembre.

All’improvviso, mi si affianca un ragazzo in carrozzella. Giovane, giovanissimo, troppo.

Scoppiava di vita e non ho potuto fare a meno di domandarmi se anche io sarei stato capace, almeno all’esterno, di trasmettere altrettanta gioia di vivere. Mi ha superato e mi ha lanciato uno sguardo di sfida. Sono rimasto sbigottito. Sfida? Potevo mai mettermi a gareggiare con un ragazzo in carrozzella? Ho rallentato. Ho pensato che probabilmente mi odiava, odiava le mie gambe in equilibrio sui pattini, così mobili, così libere di eseguire tutti i movimenti che avevo voglia di eseguire. Ho pensato che io l’avrei odiato, a parti invertite.

Lui sudava copiosamente, nella sua camicia pesante, benché a mezze maniche, abbottonata fino al collo. Mi chiedevo come non avesse un collasso. Spingeva le ruote con le braccia possenti, abituate a sostenere tutto il suo peso. Spingeva, spingeva, spingeva.

Mi ha lanciato un altro sguardo, mentre io avanzavo tenendogli dietro a distanza, stupidamente attento a non superarlo.

All’improvviso, mi ha quasi tagliato la strada. Ha sterzato e si è diretto a tutta velocità verso la rete da tennis. Era troppo alto, non poteva passarci sotto. Non avrebbe mai potuto frenare. Non so come si freni su una sedia a rotelle, ma dubito che vi sia un metodo efficace. Ho iniziato a temere il peggio, la rete gli avrebbe tagliato la gola, o lo avrebbe bloccato e fatto capovolgere. Già mi vedevo a terra a sollevarlo, coi pattini, figuriamoci, un cinema. Intorno, nessuno, solo le due amiche, ma erano lontane almeno cento metri, al fondo dello spiazzo.

Arrivato al dunque ha incassato la testa nel collo, è passato così rasente che se il bordo di quella rete fosse stato di metallo affilato avrebbe potuto farsi la barba in un colpo solo.

Superata la rete, si è rimesso in asse con la mia andatura e si è girato da sopra la spalla a guardarmi. La mia mascella lavava il pavimento. Ho capito che doveva avere fatto quel trucchetto mille altre volte.

Ho iniziato ad andare normalmente. Ho capito che non mi odiava, né invidiava, semplicemente odiava la pena che ha letto nei miei occhi, odiava il mio aver rallentato. Ho cominciato a giocare con lui, a distanza, senza parlare, senza concedergli sconti. Era più veloce di me sul serio. Poi si è avventato sulle curve paraboliche e lì mi sono fermato, in piedi come un pesce lesso, un baccalà coi roller. La gioia che guizzava nei suoi muscoli, il suo sorriso, come alzava la testa a quel soffitto tanto alto da poterci passare le nuvole sotto, le piroette, il coraggio di saltare lì dove io non ho osato avventurarmi, tutto mi ha lasciato completamente privo di parole e di pensieri. L’unica cosa che mi è balzata evidente erano i miei soliti pregiudizi, il mio avere una idea su un mondo di cui non conosco nulla. Quando sono andato via, anche lui ha preso la via di casa. Andavamo in direzioni opposte, ma incrociandoci l’ho salutato con un sorriso enorme. Mi ha risposto con lo stesso sorriso.

Quello di due ragazzi che, in una domenica qualunque, per qualche minuto si sono trovati soli insieme. A chiedersi, forse, perché a lui. E a me no.

Dall’altra parte della strada

Sono un uomo dalla memoria…

No aspè, è troppo che non scrivo, l’incipit m’è uscito male. Sono un uomo? Non vorrei creare aspettative troppo alte.

Sono un essere umano.

Naaa. “Sono” ed “essere” nella stessa frase di 4 parole? Troppo.

Sono uno (bello, mi piace, generico ma dice che sono maschio, e bòn) con una memoria che in rare occasioni mostra lievi falle. Sì. Lo so. Chi mi conosce farebbe bene a tacere e far finta di niente.

Una di queste falle m’è occorsa prima dell’estate. Dell’estate scorsa. Che sarebbe questa. Cioè quella appena scorsa. L’estate scorticata insomma. Il 2017.

Una mattina mi son svegliato e senza motivo alcuno ho deciso di percorrere un tragitto alternativo rispetto a quello  che da quattro anni rigorosamente seguo per recarmi al lavoro.

Non l’ho googlemappizzato, né atomtomizzato, insomma sono andato alla cieca (detto in parole più consone alla bisogna, alla cazzo di cane).

Sono approdato a una strada che mi ha inquietato, mentre sfoggiando un senso dell’orientamento degno di Indiana Jones mi dirigevo verso “la collina” (chi è di Torino sa di che parlo, gli altri che pensino io sia in gamba).

Qualcosa non andava. Quei palazzi che sfrecciavano ai lati dei miei finestrini, quei garage, quelle insegne sudice di bar. L’inquietudine aumentava a ogni giro di ruota.

Leggo la targa toponomastica e rimango a bocca aperta, così spalancata che potrei fare i gargarismi se pigiassi sul comando che aziona i liquidi tergicristalli.

E’ la strada che da quattro anni percorro sempre per tornare dal lavoro, ma dato che la stavo percorrendo in senso inverso di marcia rispetto a tutte le altre volte, non ero assolutamente in grado di riconoscere alcunché. Con il raziocinio ho iniziato a individuare, certo, i miei punti di riferimento che, cosciente o inconscientemente, ho registrato nei mille e più passaggi effettuati. Di sicuro, la piazzola dell’Agip doveva essere quella che avevo imboccato cento volte per fare rifornimento, e la serranda (che ho sempre trovato…serrata) con la aerografia (non so quanto seria, dato il sudiciume di contorno) “Auto-Lavaggio” doveva ben essere sempre la stessa, così per il grande supermercato con annesso parcheggio multipiano, tutto riconoscevo che apparteneva a quel mondo che ho sfiorato per anni, passandoci in mezzo. Ma la mia memoria fotografica era in tilt totale. Nessuno di quei luoghi lo percepivo come “familiare” o “mai visto”. Era una novità assoluta. Ho provato la fatica mentale tipica che accompagna l’esplorazione in auto, senza navigatore, di zone sconosciute, come quando ci si avventura magari all’estero o in un paese mai visitato, andando a tentoni alla ricerca della nostra strada.

Non riuscivo a crederci che spostarsi di poche decine di centimetri sul manto stradale e invertire la rotta, potesse determinare un radicale cambiamento di prospettiva tale per cui le cose antiche divenivano, come per magia, nuove.

E ho pensato che forse una rivoluzione nella nostra vita è davvero possibile, spostandosi di pochi centimetri lungo la nostra strada, cambiando direzione, e in definitiva, tutto ciò che occorre per una rivoluzione, è cambiare solo punto di vista.

Un pollo degno del re

Io adoro mia figlia, penso che si sia lievemente capito. Anche mia moglie e l’altro mio figlio, sia chiaro. Però… mia figlia, per ora, è la persona con cui in casa interagisco più intensamente.

Non sempre, però, sono tutte rose e fiori (a ben pensarci le rose sono fiori, così come alcuni fiori sono rose, per cui il detto “rose e fiori” è un detto del cazzo, sia detto qui tra parentesi che possiamo usare le parolacce).

Ogni tanto non la capisco. E mi interrogo.

L’altro giorno eravamo in bagno tutti e quattro. Capita più spesso di quanto vorrei. Il bagno di casa mia non è enorme, e starci dentro in quattro comporta una serie di vistose restrizioni alla libertà deambulatoria. Tipo, se sono seduto sulla tazza, e mia figlia vuole andare nella vasca, può calpestarmi i piedi. Il che, vi assicuro, se state cagando, è una cosa più fastidiosa di quanto si pensi. Comunque, in una casa di non so quanti metri quadri, stare in quattro, nello stesso momento, in un cess-room di 4mq è quantomeno un’anomalia statistica, per non dire una emerita strunzata.

Dico, eravamo tutti lì, io mi radevo bellamente a torso nudo (mi radevo la faccia, non il torso, eh) e mi accorgo che mia figlia mi fissa dallo specchio. Le chiedo cosa c’è e lei mi fa: “Papà hai il fisico del granchio”.

Finita la rasatura, ho trascorso mezz’ora su google a cercare di capire:

fisico tipico del granchio

granchi nel cinema

granchi nei cartoni animati

ricette a base di granchio

offese su base di granchio

il granchio ha un fisico come?

granchi famosi

Alla fine, dopo attente analisi, penso volesse solo dire che ero rosso in volto, dunque avevo assunto il colorito del granchio (ma anche dell’aragosta; ecco, mi avesse detto hai il fisico dell’aragosta, francamente non mi sarei offeso).

Ma stamattina se n’è uscita con un’altra chicca:

“Papà, sei un pollo degno di un re”.

MA CHE DIAVOLO VUOL DIRE?

Ho il petto di pollo? Sono spennato come un pollo? E che ci faccio davanti al re?

Ora mi tocca riaprire google…

polli degni di re

polli nel cinema

fisico del pollo reale

ricette a base di pollo

offese su pollo del re

scherzi pollastriferi

peccato tutto petto o tutto coscia re

come capire se tua figlia ti percula.

Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

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Ecco tredici buone ragioni per preferire una birra a uno come me (e un panino al salame)

Ci sono almeno tredici sante ragioni per preferire una birra a uno come me (e un panino al salame).

La prima, è che sono idiota. Ma non completo. L’ho già detto. Lo so. Questa è la seconda buona ragione per preferire una birra. La birra ha memoria, io no. E poi ha una testa dura. Credetemi, ci si può fare molto più con una bottiglia di birra, che con la mia capoccia. Lei, per esempio, può essere usata come dildo (Ceres è tra le migliori). Lo so, detta così suona schifosa, ma provate prima (stappatela, eh, mi raccomando) e poi mi dite. Anche piena a metà, sì. La mia testa invece è sempre vuota, e in ogni caso di diametro inadeguato. Ma non sempre è stato così. Anche la mia capoccia un tempo è uscita da… vabbè spero di non dover essere io a svelarvi che non nasciamo sotto i cavoli, e che cavolo!

Ho una pessima memoria. L’ho già detto, vero? Da qualche parte. E se aggiungi a una scarsa memoria a un’abbondante idiozia, il mix è perfetto. Ma la mia è la peggiore idiozia, quella incompleta (non l’ho ancora detto, questo, vero?). L’idiota completo, alla Dostojevskij (si scrive così? Non lo ricordo, non ho una grande memoria) è perfettamente ignaro d’essere idiota, non ha specchi, campa felice. Io invece mi accorgo di continuo di quanto sono imbecille. Come quando (IDIOTA!) parcheggio senza por mente a dove parcheggio, e il giorno dopo mi batto la mano in testa (SEMI IDIOTA!) accorgendomi di quanto sono stato idiota, visto che mi succede praticamente venti volte al mese di perdere l’auto. Se fossi completamente idiota, la mattina, capite, vagherei con un vago sorriso per le strade cercando la casa di Saturno in Venere e mi farei abbindolare dai tipi di Scientology, ma mi farei abbindolare completamente. Invece, ogni volta, mi faccio fottere! Vedo un libro in omaggio e mi fiondo e loro mi fanno due/tre domande alla larga e io rispondo, e SOLO DOPO mi accorgo che sono di Scientology e scappo via, soffrendo come un cane perchè mi dispiace deluderli di non aver trovato un nuovo adepto.

Sono poi completamente inadatto a ogni forma di socializzazione scritta: un analfabeta della chat. Davvero. Mi incazzo di continuo, per miliardi di ragioni tutte mie, che ho capito dopo anni che sono appunto solo mie e di nessun altro al mondo, o quasi. Tipo, se stiamo parlando e devo allontanarmi dalla chat, a meno che non si sia bucata la vasca d’equilibrio idrolitico che impedisce a un reattore nucleare di estinguere la razza umana e ci sia bisogno del mio aiuto per salvare il mondo, io avviso. La gente non solo non lo fa, ma avendo una memoria migliore della mia, quando torna, tipo dopo due giorni, riprende il discorso come se fossero passati due secondi. E io rimango che mi chiedo “E CHE CAXXO NE SO DI COSA NE PENSO DELLA QUESTIONE” se la “questione” di cui parli ora me l’hai accennata due settimane fa?

Sono ossessivo nelle mie passioni. Non ho passioni, ho ossessioni di passioni, tu chiamale, se vuoi, possessioni. Se mi prende (come mi ha preso) la fissa per i lavori in legno, compro (come ho comprato) sega elettrica, piallatrice, legna equivalente a mezza Amazzonia e viti a legno e tasselli e ogni forma di kit che le ceste del Lidl possano ospitare nel corso di dodici mesi, compro manuali per lavorare il legno, manuali su come si leggono i manuali per lavorare il legno, mi iscrivo alle community di chi non capisce un cazzo di legno ma fa finta di no, e proseguo leggendo l’enciclopedia delle conifere per capire sin dall’origine come si ottiene il legno. Poi, dopo due mesi lascio tutto in cantina. E me ne dimentico. Ma non del tutto, come farebbe un perfetto idiota. Me ne dimentico, ma me ne ricordo ogni tanto solo per dispiacermi d’essermene dimenticato, e di aver sprecato tanti soldi.

Avevo iniziato questo posto con un intento ben preciso. Che non vi svelerò nemmeno sotto tortura, ecco.

Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

Ci avete rotto le palme (di olio)

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Avvo è tornato qui dopo lunga assenza solo per dire questo: ci avete rotto le palme.

Io non mi fido di chi mette in evidenza, sulla confezione, l’informazione SOSPETTA “Senza olio di Palma”. Voi ve lo immaginate, se mettessi come disclaimer in questo blog “IO NON VADO IN GIRO A PESTARE I PARALITICI”? Sinceramente, che pensereste di me?

Questa storia sta sfuggendo di mano. In primo luogo, perchè dovrei aspettarmi OLIO dentro un BISCOTTO? Fosse una patata fritta, capirei… ma ti puoi mai vantare che non c’è OLIO dentro un BISCOTTO? Ci metti pure un’etichetta grassetto, Arial 72, sottolineato?

Per non parlare dei congiuntivi dubitativi. “Potrebbe contenere tracce di frutta a guscio, arachidi, nucelle, capesante, ecc”. Che uno si chiede, ma dove CAZZO li fai ‘sti biscotti? Nella terra di mezzo, a Mordor, in subappalto alla compagnia dell’Anello, dove? Chi te le imbusta le Macine, Frodo Baggins? E che significa “potrebbe”? Ci sta o non ci sta? Devo pensare che tu abbia folletti stile fabbrica di Willy Wonka che, cantando e ballando, al buio e a occhi chiusi prendono a manate roba strana e la schiaffano nelle confezioni senza sapere? Se non lo sai tu PRODUTTORE cosa ci sta…

Prendi poi il prosciutto.

DIOMIO.

L’altro giorno ho preso una vaschetta di prosciutto pretesamente bio, di quelli che paghi a 125 Euro al grammo come la cocaina. Ecco, tornando all’olio di Palma, provate a immaginare vostra figlia di 12 anni che viene da voi ogni mattina, tutta raggiante, solo per dirvi tutta orgogliosa “papà! mamma! hey! non ho nemmeno un grammo di cocaina nelle vene!”…

Ho preso questa vaschetta, comunque, e ho letto “senza questo, senza quello” e va bene, senza sapere cosa fosse un polifosfato ho intuito trattarsi di roba poli-schifosa e quindi va bene se non ce n’è traccia.

MA IL LATTOSIO? Perché porco zio devi dirmi che non c’è LATTOSIO nel PROSCIUTTO?

Ma non era o’ puorc’ con cui si faceva il prosciutto? Come ci può finire il latte nel maiale? Era un maiale trans? Un incrocio tra un porco e una vacca? Beretta ha le fabbriche in comune con Parmalat?

Sono andato in confusione. Dico, sono corso a prendere la bottiglia di latte. E la prima cosa che leggo è che contiene olio di pesce ricco di omega3… e mi dico, ma che cavolo ci fa l’olio di PESCE dentro il latte? E come ce l’hanno messo? Hanno munto le vacche nell’Oceano? E soprattutto, gli omega1 e omega2 non servono a niente? Non li ho mai trovati da nessuna parte.

Dicevo, ho preso la bottiglia di latte, e con terrore ho cercato la scritta “Senza prosciutto cotto” ma non l’ho trovata e io adesso la voglio. Non vorrei che le vacche, sai com’è… nel farsi mungere abbiano avuto liaison con i porci… se c’è rischio di latte nel prosciutto, perchè non dovrebbe esserci il rischio contrario?

In conclusione, dico, se proprio vi sentite in dovere di dirmi che non c’è lattosio dentro il prosciutto estratto da puorco con confusione sessuale, allora siate esaustivi! Io adesso ESIGO che mi diciate che non ci sta manco caffeina, che già sto incazzato per le etichette, e nemmeno cocaina che magari se lo mangia mia figlia e poi prende a drogarsi e non so perchè, e visto che ci sei, ecco, vorrei anche essere sicuro al 100×100 che non ci sia Uranio impoverito, né cacca di topo, e poi signori miei, come minimo mi mettete una etichetta in cui mi certificate che gli imbustatori quando vanno al bagno se lavano le mani e quindi escludete in modo categorico che possa contenere tracce di pipì.

VOGLIO L’ETICHETTA “SENZA URANIO IMPOVERITO NE’ ALCUNA TRACCIA DI PIPI'” su ogni cacchio di alimento, E’ UN MIO DIRITTO!

Molto più che sapere tutto dell’olio di palla.

 

Arresti domicialimentari

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Rientro dalle vacanze di Natale.

Più che vacanze, sono state un periodo di detenzione domiciliare con programma di recupero dell’obesità latente (una sorta di pena alternativa al carcer, chiamiamola detenzione domicialimentare). Mia madre cominciava alle 07.00 con le domande:

“Non li vuoi due struffoli?”, e mi piazza sotto il naso un vassoio tanto lungo da richiedere una tangenziale per aggirarlo.

“Non assaggi nemmeno una fettina di panettone farcito a marmellata, uvetta, canditi, pinoli, maionese e un tocco appena, una nota floreale di sugna?”.

Dimenticando il delirio alimentare delle vacanze, nel rientrare a Torino siamo passati all’estremo opposto.

Il frigo da solo non è riuscito (stupido, stupido elettrodomestico arretrato!) a riempirsi. Furbamente, l’ho lasciato più nudo di un verme all’amo, prima di partire, e dopo di partire, che sarebbe al rientrare, l’ho trovato giustappunto nudo com’era prima. Di partire. Prima di dopo, che son tornato. Si capisce fin qui?

Dunque al rientro, insieme ad altri due milioni di conterroni e con-coglioni, mi trovo alle 19.00 nell’unico supermercato aperto.

Non ci metterò molto, penso, mentre il karma mi guarda dall’alto dei cieli e si schiatta di risate.

Ho una lista fatta da mia moglie: un militare. Appena otto voci, suddivise per categoria merceologica e con indicazione approssimativa dello scaffale (“vicino all’entrate”, “dopo i profilattici”, “prima del bancariello del sushi”).

Vado liscio come una lastra di ghiaccio. Di quelle su cui, a furia di andare liscio, scivoli…

Mi accingo – dopo neppure venti minuti – ad andare alla fila.

Io non sono erudito, mi piacerebbe quindi interrogare Umberto Eco o Emilio Gadda per sapere se esiste un termine molto rafforzativo di “fila”, perchè il termine “fila” è inappropriato alla bisogna.

Quella che avevo davanti a me non era una “fila”. C’era tanta gente, che pareva di stare nella pianura di Dio, in coda per il giorno del Giudizio, quando si metteranno in “fila” tutti i morti di tutti i tempi.

E’ a quel momento che è arrivato il primo trillo di whatsup.

Piccola integrazione della spesa.

Faccio retromarcia, i morti in attesa dell’Armageddon sorridono per essere avanzati di una casella mentre io faccio il gioco dell’oca e torno indietro.

Dopo otto giri di campo, mi abbasso a chiedere al commesso, che come al solito dà indicazioni buone solo per chi abbia la residenza nel supermercato “Lo trova nella corsia tre scaffale AB”.

Non mi resta che capire quale sia la corsia tre, visto che non ci sono indicazioni stradali.

Trovo lo sfaccimmo di lievito di birra, un cosino insignificante di mezzo centimetro per lato che di solito sta infognato tra burro e margarina che non lo vedi manco se sei Superman coi super occhi e hai l’Enigmista che ti fa le smorfie per fartelo individuare.

OTTOCENTO WHATSUP DOPO torno ad attendere il giorno del giudizio.

Quelle integrazioni mi hanno fatto apprezzare la diligenza di mia moglie nella lista, in cui mi aveva indicato le categorie.

Io la gente che mette la robba a posto nei supermercati non la capisco. Se non sai dove cercare, sei fottuto.

La carta del cesso, prendiamola ad esempio. MA PERCHE’ NON STA Lì DOVE STANNO I TOVAGLIOLI E I ROTOLI DI CARTA DA CUCINA? Che logica c’è, nel dividere di due o tre corsie due tipi diversi di carta? Han paura che uno sbaglia e si pulisce il culo con un tovagliolo, o che si pulisce la bocca con la carta do cesso?

I formaggini, DIO, i formaggini! PERCHE’ CAZZO NON STANNO DOVE STANNO I FORMAGGI? Sono formaggi piccoli, i formaggi-ni, no? E ALLORA!

Per non parlare della pastina per neonati, che non sta nel reparto pasta.

La cassiera alla fine mi ha squadrato con compassione; vedendo la quantità di roba che avevo preso, mi ha chiesto dove avessi parcheggiato il camion.

Io le ho risposto:

“Duecento buste, grazie”.

E baffangulo.