E questo, non è importante?

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I roseti sono imporporati di rose e di spine. Se ne possono contare a miliardi, sparsi nell’universo. Sono fiori, nascono tutti da un seme, con il folle ottimismo di un bruscolo senza alcun colore, quasi bidimensionale, che finisce sotto terra, e se ne sta al buio lontano per un periodo che nessuna scienza potrà mai predire, senza fare assolutamente nulla. Resta a guardare come gira il mondo.

Spesso secca in quel periodo, forse si annoia a morte, ma a nessuno importa. In tal caso, non lascia traccia se non polvere di seme mescolata a terra, radici, rami frantumati e mele marcite dal travaso del tempo. Basta il passaggio di un vermiciattolo per cancellarne ogni traccia.

Qualche volta, invece, quel bruscolo nel ventre del suolo, decide, nessuno sa perchè, di uscire a guardare le stelle. E gemma. Cresce. Rinverdisce e, infine, sboccia.

Miliardi di fiori, dopo aver compiuto siffatti miracoli di entropia, muiono senza essere mai visti. Magari finiscono calpestati. Chissà. Non è facile essere un fiore, in questo universo, dove le stelle esplodono e noi ce ne accorgiamo milioni di anni dopo per un baluginio lontano che attira i nostri telescopi su raggi di luce ormai morti, che continuano a viaggiare solo per mera inerzia. Se non c’accorgiamo d’una stella che muore, come può attirare la nostra attenzione il rinsecchirsi d’un ingenuo, fragile fiore?

Ma se tra quei miliardi di fiori, una persona cui tieni te ne porge uno, tu lo prendi dalle sue mani, lo guardi un attimo, poi cadi in quegli occhi e quasi te ne dimentichi. Ma nel frattempo, come il seme nella terra, in silenzio, senza fare niente, quel fiore diventa unico, non ne esiste uno eguale né simile, per te, in alcuna altra parte dell’universo. E come diceva il Piccolo Principe, una pecora, un mattino, può mangiare quel fiore (o quell’amore) distruggendolo di colpo, senza rendersi conto di ciò che ha fatto.

E se qualcuno ama dunque un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni di stelle,  questo basta a farlo felice quando guarda nella sua direzione, anche se si è allontanato cambiando regione, mondo, galassia, sia pure.

Non rende felice un uomo, poter pensare, sia pure solo per un crepuscolo: “là, nella costellazione tale e tale, sotto un cielo viola, e al riparo da un filtro di vetro e sabbia, c’è il mio fiore, il mio piccolo, fragile amore”?

Tanto più sarà distante, quell’uomo da quel fiore, tanto meno ne ricorderà le spine e le stille di sangue che gli è costato avere quel fiore lontano tra le mani.

E se una pecora, ignara di tutto quello che c’è stato, passa su quel pianeta lontano e mangia quel fiore, per me è come se si spegnessero le stelle.

E questo, Piccolo Principe, non è importante?

 

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Ci sono cieli di carta

Ci sono cieli di carta dove vivono le storie che leggiamo. Dove Oreste diventa indistinguibile da Amleto.

La clessidra perde granelli di attimi, io scorro lento solo se guardo avanti, nel retrovisore mentale che è la mia memoria gli anni sono compressi in un cucchiaino di passato. Concentrato. Posso diluirlo in mille ricordi ma è trascorso in un attimo. Un soffio un giorno, nei miei occhi tracce dei miei viaggi, lacrime cadute hanno scavato una rete di meridiani e paralleli, la mappa del mio mondo interiore è scritta in rilievo sul mio volto, scorro con un dito le mie rughe e vedo mio padre ancora con noi, i miei 4 anni in Africa, la sua casetta di legno, la mia casetta, mio fratello appeso a un pozzo e io che vorrei gridare e non ce la faccio, una ruga mia madre, il suo sorriso bianco accecante affogato nel suo viso nero, il suo accento straniero che non le è mai andato via, ha messo la bandiera nella sua voce, sento il tempo degli esami, i libri, il mio chiudere il mondo fuori, gli amici che mi chiamano per andare al mare ma io annego nel concetto di capitale sociale, solo una finzione.

Alzo gli occhi allo specchio e chi è quel giovane vecchio? Quanti respiri ancora? E se non trovo un senso a questo cielo che pare di carta? E se quando lo trovo scopro che non posso applicarlo ai giorni già vissuti?

E se le radici son nere, cosa andrò a guardare? Mi piacerà il mio nuovo corpo, se ancora ne avrò uno?

Persi, siamo persi in un universo sconfinato, eppure siamo capitati tutti qui vicinissimi, stretti, come nuvole in un temporale, penso a quanto potevamo essere distanti, avrei potuto atterrare su un pianeta di Andromeda, o fuori la via Lattea, e tu nascere in una delle M dimensioni, dove non ci sono stringhe nè bosoni, potevamo nascere dallo stesso fotone e farci cellule di antimateria, chissà come sarebbe stato il tempo, che orologi usa una farfalla.

Una nota scintilla nell’aria e pare di vederla, annuso la vibrazione di una corda di violino, un piano suona triste e un mazzo di fiori incendiano il camino.

La neve si scioglie come pianto.

Ondeggio e l’anima mi si inclina come l’asse terrestre. Il mio mondo ruota intorno ad essa eppure non la ho mai vista.

Posso solo sentire. Sentire che non può essere tutto qui. Sento troppo dentro e qualche volta esce dalla penna, qualche volta dalle lacrime, a volte scrivo con entrambe.

Sento dentro tutti i canti. Annuso il pesco sotto un cielo giapponese, affondo le mani nella terra dove sono nato, vivo e mi sento vivere.

Amo ogni singola emozione. Sono una rosa e ogni petalo mi è prezioso anche se ogni petalo prima o poi cadrà.

L’ode e lode al separato in casa

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Questa è la lode e l’ode al separato in casa.

Il separato in casa non ha sesso, in un duplice senso (e sesso).

In primo luogo, il separato in casa non è solo uomo, ma anche donna, e non ha un gusto preciso sessuale, essendovi esemplari etero, homo, bisex, trilogisexy, persino tetralogie sessuali, maniaci orgiastici, missili interspaziali e interraziali, deuteronomi monopallici, panegirici inginocchiatici, ex baldracche in pensione anticipata e smutandoni senza distinzioni di sorta (e di sorca).

In secondo luogo, il separato (o separata, visto quanto detto supra) in casa non incasa, voglio dire non inzuppa, non infila la pistola nel fodero, non fa gnic-gnac nella bottigliella, insomma non tromba da tempo immemore. Quando parla alla sua compagnella o al suo compagnello di chat (inutile dire che, essendo separato/a in casa, egli tenta di rifarsi una vita, anche se a volte sorge il sospetto che più che una vita voglia solo farsi una tipa), il separato in casa lamenta sempre astinenza sessuale da tempo immemore. Il separato in casa dunque non ha sesso, anche se vive con Pamela Anderson e anche se costei è più allupata di Antonella Clerici dopo che ha mangiato un bignè a crema afrodisiaca, niente, non c’è verso, egli (o ella) insiste che con il suo consorte separato/a non tocca ferro (nè ferretto di reggiseno) da secoli. Secondo me i separati in casa girano col burqa per non indursi vicendevolmente in tentazione (amen). Probabilmente si vedono solo gli occhi e ogni tanto se si incontrano al buio gli prende anche uno schioppone, e subito alzano il burqa per farsi riconoscere altrimenti il consorte separato lo prende per un fanatico dell’isis venuto a compiere qualche atto sconsiderato.

Io mi chiedo quanti soldi devono fare Divani & Divani, Chateux d’ax e compagnia bella: non c’è un separato in casa che non dorma sul divano. Anche se qualcosa non torna. Dato che, come abbiamo detto, il separato in casa non ha sesso biologico, essendo tale categoria popolata da ambo i generi maschili e femminili e i diversamente ricchionili, dico, se la separata in casa dorme sul divano, e il separato in casa pure, per un fatto statistico ne consegue che devono esserci un sacco di coppie separate che dormono insieme sul divano. Oppure ne hanno, più probabilmente, due di divani, altrimenti scusate ma non capisco la logica di separarsi e andare entrambi a dormire sul divano.

Ma poi mi chiedo quanto sono grandi stè case che tengono sti separati in casa, io ho una casa bella grane ma nel cesso stiamo sempre tutti e quattro insieme, lo stesso dicasi per il letto. Se io volessi dormire da solo penso che dovrei affittarmi una caserma, forse ci riuscirei (ma dovrei usare mine antiuomo per impedire ai pupi di fiondarsi, in ogni caso, il che ora che lo scrivo inizia a sembrarmi una buona idea da attuare anche a casa mia, benchè sospetto che il padrone di casa potrebbe avere delle lievi rimostranze a fine contratto).

Il separato in casa suscita compassione, perchè solitamente è un genio che fa la vita da strunzo ma questo solo perchè il consorte o la consorte, a sentire il separato, è un mostro che gli tarpa le ali e gli impedisce di sviluppare appieno il suo genio. Il separato in casa niente niente è un Dostojevskij, una Federica Pellegrini o un Picasso mancato. Questo perchè il suo consorte è acido, stronzo, non gli regala mai niente, dimentica i compleanni, pensa solo al lavoro, o ai figli, o ai genitori, insomma pensa a tutti tranne che al separato. Che poi spesso il separato in casa è solo separando, nel senso che manco in casa si è già separato, ma egli vive un tempo elastico e quindi alla sua cumpagnella di chat anticipa gli eventi futuri come fossero passati ed ecco che quindi dice “sono separato in casa” ma dovrebbe e forse vorrebbe anche dire “mi separerò” ma siccome è sicuro che si separerà, non c’è bisogno di sottilizzare.

Il separato in casa ama la luce del cesso. Non mi spiego altrimenti il motivo per cui, pur essendo separato e dunque in teoria titolato et legittimato ad avere una nuova e più florida vita sessuale, si fa cionondimento solo selfie sulla tazza o davanti allo specchio che poi nel riflesso come minimo ti viene il bidet e non è molto bello, fatevelo dire.

Solitamente è in crisi da molto tempo, anche se nessuno dei suoi amici lo sa, indi per cui, essendo di indole generosa (vuole darsi e darla, solitamente, proprio al compagnello dic hat) nelle foto su Facebook non è possibile rinvenire alcuna traccia del suo dramma. Nelle foto sorride, spesso è con l’altro separato/a perchè fanno finta di stare insieme per non traumatizzare gli amici e, Dio ce ne scampi, i figli.

Ecco per il primo dell’anno, come ho già ampiamente spiegato in una diretta su Facebook, il mio augurio e il mio pensiero addolorato va a tutti i separati e separandi in casa d’Italia. Vi auguro che per un minuto il vostro ex compagno ormai separato o anche solo separando, possa accedere per sbaglio alla vostra cronologia di chat.

Perchè mi piacciono assai i botti di fine d’anno.

 

 

 

 

A Natale puoi

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Diciamolo: possiamo dirlo, è NATALE. Quasi, ma cambia poco. Natale non è un giorno, ma un periodo.

Questo è il periodo di Natale.

Che per un emigrato ha tutta una serie di corollari necessitati.

Il primo è che a Natale siamo tutti più buoni. Cioè non proprio tutti, diciamocelo.

A Natale puoiiiiiiiiiii, fare quello che… scusate, questa canzone mi ronza in testa.

Dicevo, non tutti sono più buoni. Ovvero, magari lo sono tutti, ma dipende da dove parti. Ci sta, certo, la pizza più alta, ma “più alta” non significa un cazzo. Tutto dipende da che punto guardi il mondo tutto dipeeeeeeeeendeeee, eeeee, eeee, dipende… scusate.

A Natale puoiiii…noooo, basta.

Cioè, se sei un pezzo di merda, a Natale magari diventi più buono, ma non per questo meno pezzo di merda. Sarai un pezzo di M. un poco più buono, ecco tutto.

Questo perchè a Natale puooooi, fare quello che non puoi fare maaaai… tipo vomitare e fare cucuuuu, a Natale si può mandare si può mandare a fffanguuuuu, se vuoooi.

Scusate.

I corollari necessitati, dicevamo. La valigia sul letto, quella di un lungo viaggio (za-za-zaaa). Se sei emigrante, GIA’ SAI. Che l’ultimo giorno di lavoro coincide con il PRIMO giorno di edificazione di quel precario equilibrio volumetrico che è la tua macchina di terrone stipata e co-stipata di valigie e buste di regali. Che le valigie sono comode, sono fatte apposta per essere trasportate e hanno una loro ergonomia, con una maniglia, ti porti dietro un fracco de roba. MA I CAZZI DI REGALI NO.

E ovviamente le donne in questo hanno zero senso viaggico e pratico. Cioè non so vostra moglie, cioè non è che ne tenete una in comunità, a meno che siate arabi o cose simili, ma dico non so le vostre rispettivi consorti come usano fare, ma la mia ovviamente ha un data-base in cui registra a tipo anagrafe vita, nascita, età e gusti di tutto il parentando fino al diciottesimo grado. E per ciascuno, OVVIAMENTE, ce sta la bustina apposita con tanto di fiocchetto.

“Questo mettilo sopra agli altri, mi arraccumanno che non si schiacci, è un vetro di Burano”.

“Questo ASSOLUTAMENTE sopra ogni altra cosa, è vetro di Murano”

“Senti, questo pacchetto qui per favore non deve stare sotto a niente, eh, che poi si rompe e chi se lo sente a zio Carmelo”.

“Questo è un vestito e deve stare in verticale”

“Questo è un bottiglione di vino e non può stare in orizzontale”

“Questi sono pasticcini e devono stare coricati”.

Neh, ma tu pensassi che io tengo o cruciverba al posto della macchina?

Quest’anno ho fatto la furbata e i regali li ho presi su Amazon e li faccio arrivare direttamente giù. Pensavo d’essermela scampata, ma ci stanno I CIOCCOLATTINI E CHITESTRANGULIATAMUORT.

Perchè chiaramente a Torino non sanno fa sostanzialmente niente, tranne cioccolattini e grissini e chitestramuort. Ed entrambi gli oggetti sono friabili. A parte il fatto che se Buddy B sgama dove metto i cioccolattini, ora che siamo arrivati a Firenze le scorte sono finite mentre sono infinite le cagate che si fa allegramente nei pannolini.

Ma dico, non potevano essere famosi a Torino, che ne so’, per i lingotti? Ecco un paio di lingotti li piazzi facile pur nel caos della macchina del terrone emigrante. Ma vi assicuro che gianduiotti e grissini hanno una vita molto dura nella mia macchina.

I pacchettielli poi sono ottocentocinquanta il che comporta che devi fare sittordici volte le scale di casa, perchè il Signore nella sua preveggenza quando fece il mondo, al punto in cui fece le mani (sarà stato di giovedì? Boh), si fermò a due, due sole mani ci ha fatto, quello sperava di porre un freno alla mania di shopping di Eva ma Dio alle femmine non le conosceva ancora. Forse tentò di rimediare col diluvio ma mi pare che non sia andata granchè bene.

 E dico quello il signore due mani ci ha fatto, però non ha messo limiti alle volte che uno può usare le gambe per fare sopra e sotto per le scale a portare pacchi e pacchitielli e buste e bustarelle e così ogni anno io jastemmo che alla fine il nostro Dio si è rivelato meno furbo di Visnu, che almeno quello ha preso atto della situazioni e di braccia ne ha fatte sei che insomma uno si arrangia, tanto a spennere le femmine spennono anche senza mani, hanno inventato infatti i pagamenti contact-less appositamente per le femmine che tengono tanti di quei pacchitielli in mano che manco ce la fanno a prendere la carta di discredito da dentro la sacca.

E insomma amici cari io con questo vi auguro di fare dei gran bei viaggi perchè domani mi metto alla guida della mia super-terrona macchinina carica come un uovo di Pasqua a Natale.

E colgo l’occasione

E’ NATALE E A NATALE SI PUò VIAGGIARE A SUUUUUD

ehm scusate, dicevo, colgo l’occasione per farvi un sacco di auguri che domani non so se sono ancora vivo e se sopra-vivvo non so se non sarò stanco morto (da vivo, però).

AUGURI!

Il sogno d’un bimbo fortunato

 

Ore 14.00, Termini. Devo ripassare gli appunti.

“Benvenuto a Roma”.

E questo mo’ chi cazzo è?

Devo smetterla di registrare in rubrica nomi tipo “WonderCazzola WordPress”.

Al binario, Patrizia Lova e Concetta Sciarretta mi aspettano insieme ad Andrea Improta. Tre persone meravigliose!

Alessia:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

“Alle 17”.

Antonella Perni:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

Penso, rifletto, poi la butto a cazzo:

“17.30”.

Mi chiama il B&B:

“A che ora fate check-in?”

Che domande…

“Alle 17.30”, ovvio!

“Pronto, Spugna? A che ora arrivate?”

“Alle 17.00”

“Bene così ho tempo per raccogliervi alla stazione e fare check-in alle 17.30”

“Ma alle 17.30 non viene Alessia, Ava e Erika avvo?”

“Beh, immagino si possa trovare l’autobus giusto, trovare la via, fare checkin e salutare le persone tutto nello stesso tempo, no?”

NO.

Con Spugna, Vale e Giovy (che mi hanno regalato una tazza personalizzata stupenda e un portafortuna magico) ci aggiriamo davanti la stazione di Termini alla ricerca del bus 64 che sembriamo la banda bassotti alla prima trasferta fuori da Paperopoli. Troviamo la fermata, aspettiamo poco (25 minuti), saliamo, e alla prima frenata del bus Morena fa un doppio salto carpiato sull’alluce di un signore che nomina uno ad uno tutti i defunti suoi e di chi non glielo dice.

Arrivo al B&B insieme ad Antonella e Luigi. Salgo, scendo, risalgo, riscendo, arriva Alessia, Erika, Ava e Nino. Smadonno, riscendo. Devo trovare tempo di ripassare gli appunti.

Chiamo il ristorante, siamo in 14.

“Eleonora, vieni sola vero?”

“Ti ho detto che c’era mia madre”

“Sì, tipo due mesi fa, e ti riferivi alla presentazione, ma va bene, il segretariavvo si mette al lavoro e aggiunge un posto”.

“Ho anche Maya”

“Okay ne aggiungo due”

“Ma Maya è il mio cane!”

“E perchè non mangia?”

Poi ordino la pizza a mia figlia, che è rimasta a Torino, glielo avevo promesso, lasciando intendere che avrei incaricato qualcuno di venire da Roma fino lì. Mi manda a dire dalla mamma, con tanto di foto, che conserverà un pezzetto di pizza per me, per quando torno l’indomani. Piango.

Ci fermiamo a un bar, primo spritz a stomaco vuoto, non una grande idea.

Mi chiama Vania: “Che fate stasera?”

“Ceniamo”

“A che ora?”

“20.30”

Alle 20.00 mi richiama Vania:

“Dove siete?”

“In giro”

“Quando venite a ristorante?”

“Venite? Perchè, sei lì?”

“Sì”.

Giriamo, poi cena. Le Winx hanno preparato cappellini e cravatte personalizzate con frasi mie e foto del libro. Bevo alla loro e mi sfilo la felpa per mostrare la maglietta che mi avevano regalato la volta scorsa, con altra mia frase.

Vania vanieggia, attacca la pippa con chiunque. Vania è un personaggio che ho scelto per farmi da introduzione alla libreria. Mondadori, cioè capito, il mio sogno. L’attaccapanni alle sue spalle l’ho visto barcollare tramortito dalla sua loquacità. Il pizzaiolo Israeliano pare abbia chiesto asilo alla Palestina. Entro nel panico. L’avevo già minacciata di non sforare i dieci minuti di discorso, ma conoscendola dal vivo mi rendo conto che sarà impossibile. Parlerà per due ore e con tutta probabilità si spoglierà, è matta come un cavallo che abbia  per moglie una mucca pazza. Glielo ho pure detto. I ragazzi mi sfottono.

Dopo cena, si va a prendere un altro spritz, dopo un altro, e una birra, e un limoncello, e non so che altro, forse l’acqua dai vasi dei fiori dei morti di chitemmuort.

Passa un ambulante che vende megafoni. Eleonora simula un orgasmo. Non sa che i megafoni in questione registrano la sua voce. L’ambulante pigia play due volte, Eleonora vuole cancellare il messaggio ma lui è uomo di business, ha intuito di aver appena messo le mani su uno strumento di marketing favoloso e se ne va per la sua strada facendo sentire a tutti l’orgasmo al megafono.

Vado a dormire col terrore.

Sveglia la domenica. Morto di sonno e di alcool. E con un bel mal di testa.

Arrivo con un pizzico di anticipo (due ore), la libreria è chiusa. Vado a prendere un caffè con Patrizia Lova Lova (uh, booombastic) e le Occhi di Gatto. Mi chiama Giulia Longarini, che deve intervistarmi per “Le pagine più belle dei libri”. Invito anche lei al caffè. Non sa dov’è. Viene da lontano, circa 20km a ovest (o è est?) di Roma, il che equivale (se ho capito come funziona) a un altro continente.

Esco dal bar, torno in libreria, prelevo Giualia, la porto al bar, qualcuno mi ha ciulato il caffè, ma non la borsa, è ora di tornare in libreria, dovrei ripassare gli appunti. Dico a Giulia che faremo dopo l’intervista. Mi guarda perplessa e io le direi hai ragione, ragazza, hai ragione, andrà tutto a puttane.

Arrivo ma i due scrittori (Max Capozzi e Eleonora De Berardinis) che presentano e leggono brani dei loro libri di poesie con me, non si vedono.

Sudo.

Smadonno e bestemmio.

E messaggio, ovviamente li messaggio.

Arrivano con largo anticipo, due minuti.

Mi saluta “Antonella”, con lo sguardo che si aspetta il mio stupore. Fingo stupore:

“Ah!!! Antonella! MA CHE BELLO! GRAZIE CHE SEI QUI”.

Chi cazzo è Antonella? (Alverone, Love u!)

“CIAO SONO ELISH!”

“EH?”

“ELISH! ELISA!”

“Aaah! Elisaa! E tu dici Elish, che ne so io? Ciao Elisa! Grazie di essere qui, non me lo aspettavo!”

Mo’ chi cazzo è Elisa?

Entra Vania, la giornalista che mi introduce e spero che non introduca qualcosa dentro me. Non c’è tempo di minacciarla ancora.

Si inizia. Faccio un vecchio trucchetto da apprendista mago con le mani, riesce, risate, parte Vania. Le prime parole?

La violenza sulle donne.

PORCO CAZZO.

PORCO CAZZO.

PORCO-STRA-CAZZO.

Fisso l’orologio e conto i minuti. Sudo a ogni secondo.

Al terzo minuto, sventolo tre dita sotto il naso di Vania cercando di fare la faccia alla Genny Savastano.

Non solo sta nei dieci minuti, ma dice cose acute e lusinghiere. Chapeau!

Mando un messaggio a zia Mafalda e la minaccio! Ho preparato un pezzo del discorso il cui effetto comico si basa sulla sua presenza, abbiamo iniziato e lei ancora non si vede.

Arriva al momento giusto, quello del discorso in cui devo percularla. La fortuna aiuta gli audaci.

Poi leggo qualche riga di un libro di Dostojevskij, dico che potrebbe essere la mia biografia.

Qualcuno chiede che titolo è.

Giro la copertina de “L’idiota”…

E poi abbracci, e le foto con Dario Lalli (un mito), Max e Ele, altro giro di alcool, emozioni a mille, lacrime, tensione, mal di testa e corsa finale alla stazione, arrivo alle 14.58 sul binario, partenza ore 15.00.

Un viaggio pazzesco. Un sogno, un sogno concreto, reale, con tanto di foto.

Sono un bimbo fortunato, ecco.

Un bimbo fortunato che non è mai cresciuto.

Presentazione de Lo specchio dell’angelo perso con Max Capozzi e Eleonora de Berardinis

Domenica 3 dicembre alle 11 realizzerò un mio sogno, che molti di voi già conoscono: entrare in una libreria seria (GIT Mondadori Bookstore di Via del Pellegrino 94 a Roma, nel caso di specie) e trovarvi un mio libro in bella mostra. Se ci sono blogger romani tra voi che volessero unirsi, per me sarebbe ovviamente un piacere immenso stringervi la mano e chiacchierare un poco, anche prima e dopo la presentazione. Ci saranno anche con me Max Capozzi (autore de “Romeo, Lucifero e Max”) ed Eleonora de Berardinis (autrice de “Destinazione Cuore”), due autori che stimo molto e che presenteranno i loro libri insieme a me.

Ho fantasticato su questo momento per anni, ed è davvero curioso come ora, arrivati quasi al dunque, a pochi giorni dalla sua realizzazione concreta, io mi ritrovi a desiderare più tempo, più tempo prima che si realizzi, mi piacerebbe inseguirlo ancora un poco ma con la certezza che arriverà. Quello che rende i miei sogni solitamente come dire, un poco “blandi” è la loro distanza siderale da ogni possibilità pratica d’applicazione. Non so, tra i miei sogni c’è di vincere un motomondiale di MotoGp, e penso che chiunque possa misurare anche a “spanne” che distanza vi sia tra questo mio sogno e la benchè minima chance di realizzazione. Ecco, questo sogno di entrare in libreria era altrettanto distante, ma adesso s’è avvicinato e quasi posso sfiorarlo e… non voglio! E’ davvero curioso. Forse il gusto sta tutto nella ricerca, negli sforzi, nel tendere ad sidera, alle stelle, forse per questo si chiamano de-sideri, chi lo sà.

Gli è che domenica, quella distanza siderale sarà azzerata e toccherò con mano uno dei pochissimi sogni autentici che ho realizzato. Di giorni così nella mia vita ce ne sono stati una manciata, davvero appena una manciata.

Ed è incredibile la quantità di felicità che un sogno quasi realizzato riesce a dare, prima ancora di farsi afferrare.

Vi aspetto tutti e vi abbraccio, sia quelli che riusciranno ad esserci, sia tutti coloro che vorrebbero ma non possono!

AvvoFelix

Link evento Facebook: https://www.facebook.com/events/384641061966736/?ti=cl

Se proprio devi partorire, che sia una cosa breve

follia

“Boss, io esco e mi prendo domani di ferie”

“Non ora, avvo, sto gonfiando un poco di preventivi a scopo negoziale, parliamo dopo”

“Devo andare, boss, e domani mi serve un giorno di ferie”

“Ti ho detto non ora, qualunque cosa sia ne parliamo domani”

“Non posso”

“Non posso, non posso, non posso, tu sei tutto un non posso. Domani, ho detto. Ciao”

“Ma mia moglie sta partorendo e devo andare”

“Deve proprio?”, risponde senza aver ancora staccato una volta gli occhi dal monitor, e senza aver interrotto il ticchettio sulla tastiera, nè lo scroll-scroll-scroll periodico del mouse.

“Che significa deve proprio?”

“Non si può rimandare questa cosa?”

“No, non si può. Boss, hai sentito che mia moglie STA PARTORENDO?”

“E proprio questa settimana deve? Non riesce a rimandare?”

“Boss tu non mi ascolti. Mia moglie sta per far uscire un bambino dalla sua fottuta vagina, bambino che è dentro la sua pancia e che, toh, guarda che sfiga, non ne capisce niente di lavoro e di turni e nasce quando gli pare”

“Invece ho capito benissimo, tu trovi sempre le scuse più fantasiose. Ce l’hai il certificato di parto in corso?”

“Ma che…”

“Sempre il solito, leggiti i regolamenti interni invece di andare su Amazon. Potrebbe rimandare, se volesse”.

“Ma…”

“Ma, ma, ma, sai dire solo ma e non posso. Mia moglie prese farmaci che aumentarono le contrazioni e indussero il parto, dato che tardava”.

“Ma con i farmaci si partorisce prima, non dopo!”

“Lo so bene ma ci saranno pure farmaci che fanno l’inverso, o no?”

“Ma non lo so”

“Informati. E se proprio devi partorire, che sia una cosa breve”

“Ma non voglio informarmi! Mia moglie non prenderà farmaci per ritardare il parto! E ci vorrà il tempo che ci vorrà!”

“Ma poi siamo sicuri sia tuo?”

“Ma che cazzo dici?”

“Stai sempre buttato in ufficio, quando lo avresti fatto zum-zum? ahahahahhaha”

“Non ci trovo nulla di divertente”

“Beh decidi tu. O prendi l’aumento e il bonus o ti prendi un giorno di ferie”

 

“Pronto? Signora mi passa sua figlia? Lo so che sta partorendo, sono il marito, mi passi mia moglie prima che… ciao! Maria, come sta andando? Sei bravissima. Ricorda quello che dicevano al corso preparto. Respira, eh”

“Ghhhh ghhhh e ghhhe ghooo ghevi ghire ghu ghe ghevo ghespirare ghhhh”

“Ora non ti agitare”

“Ghhhhove ghhhazzo gssstai?”

“In ufficio, ma vengo, guarda, finisco un contratto, mando una mail, sistemo il back-up perché poi non si sa mai, accompagno il boss a casa e mi fiondo”

 

Vi ribloggo un post che ho scritto su Creandoutopie, una fantastica iniziativa di collaborazione tra bloggers di cui sono onorato di far parte!

Ogni giorno spunta una nuova denuncia di molestie. La speranza di ognuno, immagino, sia di trovarsi di fronte a una nuova rivoluzione che porti, con la lentezza tipica delle rivoluzioni serie, a una consapevolezza e a un miglioramento delle condizioni di vita delle donne in generale. Quello che più mi ha colpito di questa rivoluzione, […]

via Molestie moleste — CREANDOUTOPIE

Un’isola che forse c’è

Mi sveglio presto. Potrei farmi la barba, dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo.

Mia moglie:

“Dovresti farti la barba”.

“C’è ancora tempo”.

Ripasso il discorso che vorrei tenere.

Presento il mio primo libro con editore, con me ci sono anche due poeti scrittori, Eleonora De Berardinis e Max Capozzi. Presentano “Destinazione Cuore” lei, “Romeo, max e Lucifero“, lui. Non abbiamo avuto tempo di coordinarci granché.

Alle 3 Max arriva in stazione. Lo riconosco, ma lui non riconosce me.

“Hey, dove sei, Max? Allora io sono alla tua sinistra, seduto sulla panchina”.

Max si gira e vede un barbone.

“Massimo non ti vedo, ndo stai ao?”

“Alla tua sinistra. Dove cazzo ti giri, quella è destra, dellà dellà”.

Mi vede e capisce lo scherzo e comincia così la nostra amicizia. Mai visti prima.

Max ti guarda dritto negli occhi, ha il fuoco di chi insegue i sogni, ma anche le rughe nell’anima di chi le ha prese tante volte sui denti. Mi fa leggere la poesia, dico va bene, la inserisco nel discorso con uno sbaffo di penna.

Mi gratto il mento. Dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo, sono appena le tre.

Alle tre e mezza arriva Concetta, da La Spezia. Poi li accompagno al loro albergo e torno a casa. Sono le quattro, c’è ancora tempo. I libri? Diamine, devo scendere i libri in macchina. Risalgo, devo cambiarmi. Buddy B ne spara una grossa, di quelle che arrivano alla nuca e penso non ci sia bisogno di dire di cosa sto parlando. Principessa fa le bizze. Susanna, da Milano, giunge come un angelo a salvarci. Non s’è persa una presentazione, la Susy.

Eleonora mi chiama disperata. Viene da Merano. Ha un cane. Che non sa a chi affidare. Solo il giorno prima sono riuscito a trovarle la mia vicina di casa, ma prima delle cinque non c’è. La presentazione è alle sei, io devo essere in atelier un’ora prima.

“Avvo io devo andare a cambiarmi, poi devo portare il cane da te, poi il mio fidanzato s’è perso la camicia”

“Come cazzo se l’è persa la camicia? Siete venuti in aereo e lui si è sporto fuori dalla carlinga?”

“Ma no, l’ha lasciata a casa, insomma deve andarla a comprare”

“Ma tu ci vieni alla TUA presentazione o comincio senza di te?”

Faccina con le lacrime, mi dice ti prego aspettami.

Le do’ il numero di cellulare della vicina e mi riprometto di chiamare il ristorante cinese all’angolo, quello che hanno chiuso due volte perché servivano carne di cane (ora ha migliorato e serve solo un cane di carne).

Devo scendere, dovrei ancora farmi la barba. Metto il rasoio elettrico nella tasca della giacca, c’è ancora tempo. Posso sempre farla lì da Cecilia Gattullo, che ci ospita per la serata.

Prendo in braccio Buddy B, che infila il braccino nella mia tasca e fa partire il rasoio. Cominciamo bene.

Entriamo in auto, passo a prendere Max e Concetta, a metà strada per l’atelier mi ricordo che ho dimenticato il libro con segnati i passi da leggere. Ma ho dimenticato in realtà che non l’ho dimenticato, era solo nel cofano. Si procede spediti.

Arriviamo all’atelier. Manca l’acqua. Ma c’è tempo.

In fila alla cassa, una ragazza mi guarda, poi guarda l’acqua, poi mi riguarda:

“Sono a dieta” le dico, come a dire fatti pure un po’ i cazzi tuoi. Pago ed esco, come facciamo spesso nella vita, non solo al supermercato.

Risalgo, sistemo i libri. Poi apro la porta, Barbara (Melandri), Valentina (Gallo) e Morena (Crotti) lì davanti. Abbracci, bacioni, ciaoni.

Si tolgono le giacche con movimenti lenti e affettati. Mi dico, lo sapevo che erano solo tre sciroccate.

Mi fissano, le fisso, mi fissano, poi capisco che aspettano qualcosa. Finalmente guardo le loro tette che fino a quel momento avevo ignorato per pura e finta galanteria, e SBAM! Indossano magliette con la copertina del mio libro. Il veliero addosso a Valentina sembra avere molto più vento in poppa di quello di Morena. Vai a capire perché…

Le prime lacrime.

Eleonora mi si avvicina: “Avvo che poesie devo leggere?”

La guardo per capire se mi perculeggia.

“NON TI SEI SEGNATA LE STRACAZZO DI POESIE?”

Fa gli occhioni a cerbiatto e sogno di avere un fucile ed essere cacciatore.

Le giro il pdf dove avevo segnato i numeri di pagina delle sue poesie da leggere.

“Eh, ma io ti ho mandato il file bozza, i numeri sono poi saltati”

“Certo che ti ci metti di impegno a mandare tutto a puttane…”

Poi alle 18.02 riesce non so come ad abbinare le poesie ai pezzi che leggerò.

La lascio, cambio stanza e una signora mi ferma e mi fa:

“Sono la mamma di Ele, piacere”.

“Ah me la saluti tanto”.

Mi guarda stralunata.

“Ma… Eleonora presenta cu tte lu libro”.

Ops.

Mi ferma una bionda.

“Ciao! Sono Aida”

“Che nome lirico, piacere, sono avvo”

“Sempre le solite battute”

“Ci conosciamo?”

“Mi prendi per culo ogni volta che mi vedi su face”.

E siamo a tre.

E poi partiamo, via, ci sono tutti, troppi, neppure una sedia né un cuscino rimane libero, mi manca il fiato e devo bere per non rimanere con la bocca di carta vetrata.

Cecilia legge un messaggio che viene da una persona che non vuole rivelare il suo nome. Sudo freddo.

“Per il battesimo di Vittoria…”

La interrompo:

“Fermi tutti, tranquilli, Vittoria non è una mia figlia illegittima, solo il nome della protagonista, eh”.

Cecilia riprende, finisce il saluto/omaggio di Angela Molfetta, poi si parte. Io parlo, gesticolo come se non ci fosse un domani, poi la poesia di Max viene decantata (con commozione, emozione, sincerità) nel momento perfetto, poi il duetto con Eleonora, un pezzo del libro, una sua poesia, lei si commuove, io pure, Valentina proprio c’ha le cascate del Niagara, applausi.

La serata finisce, come finisce ogni cosa bella, ma c’è ancora tempo.

C’è tempo per andare a casa mia, con queste persone che ho visto per la prima volta, ma accoglierli è stato facile come aprire la porta a uno di casa. Morena ha tentato di fare fuori una lampada a forma di palla, ma con tutti i regali che lei e le due pennine mi hanno fatto avrebbero potuto distruggere tutta casa e andare ancora in pari.

La notte finisce alle due, o giù di lì, quando Barbara ritrova dopo attimi di terrore le chiavi della pensione in cui dormono tutti e tre.

C’è ancora tempo il giorno dopo per un caffè.

Ci sarà ancora tempo, perché per me è stata un’esperienza favolosa, una piccola vacanza su un’isola che forse c’è.