Lo specchio dell’angelo perso

 

 

Foto da L.jpg

 

Amici wor-depressi, ci siamo! Dopo sei anni, riesco finalmente a vedere un mio libro in…libreria, lì dove del resto si suppone (se la supposta è giusta) che i libri stiano, prima che qualcuno li tolga da dove sono, per portarli dove saranno.

“Lo specchio dell’angelo perso” è il terzo volume della saga “Storia di uno strano”. Come gli altri, si tratta di un volume/romanzo autoconclusivo, quindi leggibile anche da chi non abbia letto i precedenti. Di seguito qualche parola sulla trama:


La protagonista, Vittoria, è un’eremita dotata di un talento speciale che nessuno, al di fuori di sua nonna, capisce, neppure lei stessa. Qualcosa c’è nei suoi quadri, che sembra chiamarla.

Quanto vi sia di reale e quanto di inventato, lo scoprirà dopo un viaggio profondissimo in cui le toccherà scendere in luoghi di sè che ha sempre ignorato, come tutti coloro che le ruotano intorno: un padre intermittente, una madre ossessionata dalle regole, un fratello violento e primitivo, due amici senegalesi che condividono il suo eremitaggio su un’isola a largo di Dakar che pare disegnata sulle sue ossessioni. Mentre tratteggia paesaggi umani con voce pacata e riflessiva, infatti, Vittoria è dominata dalla paura che la sua riservatezza venga violata.

Per affermare il suo talento lotterà contro la madre, ossessionata dal controllo, ma sempre sull’orlo di perderlo, subendo gli impietosi paragoni con i capolavori del fratello, scoprendo di avere un grave difetto alla vista che però non si svela, dacché Vittoria è convinta, come ognuno di noi, che la sua visione del mondo sia quella giusta, quella degli altri errata. E viceversa.

Nessuno comprende i suoi quadri perché nessuno vede il mondo come lei lo vede.

Sullo sfondo delle sue vicende, si intrecciano le voci di Alice e Il Cappellaio Matto, due persone non-persone, che si incontrano di continuo in chat in una bolla atemporale, confessandosi tutto “con somma indifferenza, perché è l’unico sentimento che si può davvero provare per uno sconosciuto”. Tra i due nasce una storia d’amore all’apparenza intensa, fatta di poesie, di gelosie, di piccoli mezzucci (il profilo falso, le trappole), di sesso virtuale che si consuma alla velocità del web. In questo non-spazio atemporale, una brusca rottura determinerà la decisione di incontrarsi “nella realtà”.

Il viaggio di Vittoria è un viaggio d’attesa, placido, ma ben presto nei suoi quadri irrompe un veliero che si avvicina sempre più. Un viaggio di ricerca in un mondo che ha perduto tutto ciò che è altro. E forse, quello che troverà Vittoria quando sarà quasi a casa, non sarà se stessa, ma tutto il resto che aveva perduto.


Ringrazio Valentina Gallo perché lei mi ha trovato un editore, peraltro con caparbietà, non arrendendosi alle difficoltà che comunque ha incontrato prima di ottenere l’attenzione necessaria per presentare il mio romanzo all’editore, Efesto. Un grazie anche a Alfredo Catalfo, titolare della società che edita il libro, per aver creduto in questo progetto che è agli inizi!

Per ora si trova già disponibile presso la libreria Efesto in via Segre 11 a Roma, ma è ordinabile in qualsiasi libreria d’Italia (Feltrinelli comprese)! Più in là vi segnalerò le librerie in cui lo potete trovare già sugli scaffali senza neppure quindi necessità di ordinarlo.

Per gli amanti del web, è ordinabile da subito su Feltrinelli.it e IBS a un prezzo speciale:

https://www.ibs.it/specchio-dell-angelo-perso-storia-libro-massimo-della-penna/e/9788894855395?inventoryId=88615846

http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-penna/specchio-angelo-perso-storia-uno/9788894855395

Nei prossimi giorni dovrebbe essere disponibile anche su Amazon (sempre a prezzo scontato per il lancio) al seguente link:

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Enjoy my friends!

 

 

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Senza Euripide Geppetto non si sarebbe fatto le seghe

– “Avvocatolo puoi venire?”

Il senso del punto interrogativo fa a cazzotti con il fatto che abbassa la cornetta prima che io possa rispondere.

-“Entra, siediti.”

-“Dimmi tutto”

-“Anzi no, non sederti, che sono di fretta”

-“Ok, resto in piedi, dimmi tutto”

-“Devi far partire immediatamente un conflict check urgente. Segnatelo”

Dentro me, penso, che razza di urgenza ci può mai essere in un conflict check? Probabilmente non avete idea di cosa sia un conflict check, nemmeno io, quindi proseguite pure:

-“Lo faccio volentieri, boss, figurati, ma non è che potrebbe occuparsene la segretazza?”

“Avvocatolo, tu sei brillante, intelligente, disponibile, committed e reattivo. Cosa è che sei?”

-“Brillante, boss”

-“E?”

-“Intelligente, boss”

-“E?”

-“Ehm, commit…no, disponibile, boss”

-“E? Su, continua”

-“E chi si ricorda, boss, dai, non avevi fretta?”

-“Già, a proposito, scusami un attimo. Pronto? Segretazza? Mi prenota un biglietto subito per Trepalle, mi pare sia vicino Livigno. Come? No, per stasera, subito, il primo che parte. Non me ne catafotte se non c’è un aeroporto a Trepalle, lo costruisca, non mi scarichi addosso i problemi della sua vita, le sto solo chiedendo un fottutissimo biglietto. Click. Avvocatolo, tornando a noi, devi fare un conflict check stasera stessa, mi raccomando, descrivi bene la pratica ma non troppo, insomma, non far capire su cosa stiamo lavorando né chi è il vero cliente, inventati un nome, trova una sub-sub-subsidiary, però attento all’antiriciclaggio che dovremmo comunque individuarlo bene il cliente, insomma non dare troppe informazioni ma nemmeno troppo poche, inventa, soprattutto, ad ogni modo vedi un po’ come fare, ma dobbiamo tenere lontani quelli del real estate, voglio firmare solo io il mandato. Segnatelo. Oibò, stai segnando?”

-“Segnato. [dipingo uno smile con gli angoli rivolti verso il basso]. Scusa se mi permetto, ma la pratica si interseca giusto a metà tra corporate e real estate, DEVI coinvolgere il dipartimento del 2° piano, sennò poi quelli mettono le ore a come gli viene”

-“Tu non conosci Euripide”

-“Non ti seguo”

-“Euripide, la geometria, le rette parallele. Avvocatolo, Euripide è importante. Senza Euripide, Pinocchio non sarebbe nato, perché Geppetto non sarebbe stato un falegname. Segnatelo.”

-“Mmm forse vuoi dire Euclide, ma perché mai, poi?”

-“Perché senza Euripide (si si, Euripide, Euclide, fa lo steso, i geometri tutti uguali sono) niente geometria, e le seghe sono geometria, e senza seghe niente falegnameria. Cos’è che non ci sarebbe stato, eh, senza Euclide?”

-“Pinocchio?”

-“Naaa”

-“Geppetto?”

-“Ma che dici”

-“La cecità?”

-“Ma tu sei tordo, le seghe, avvocatolo, le seghe non ci sarebbero state”

Appunto, penso dentro di me.

-“Senza Tucidide, manco io ci sarei”

Tucidide, li mortacci tua!

-“Era Euripide, non Tucidide”

-“Sì, fa lo stesso, comunque il corporate e il real estate devono essere due rette parallele, che si incontrano solo dopo la firma del mandato”

-“Ehm, mi pare che se sono parallele le rette non dovrebbero incontrarsi mai, forse all’infinito, se Kline ci ha visto giusto, ma di certo non dopo pochi giorni…”

-“Che fai, il filosofo matematico? Tu manda il conflict check e non stare lì a gettarmi addosso le tue paranoie, come quella segretazza lì, che se non mi fa avere il biglietto per Trepalle entro stasera…Hai segnato tutto?”

-“Segnato”

-“Che hai segnato, fai sentire?”

“Conflict check urgente – descrizione vaga ma pertinente – inoltro dal mio pc – attenzione a non insospettire real estate – domani tu sei a sciare a Livigno, per cui devo ricordare a Segretazza di inserirti l’out-of-office, controllare che a Trepalle ci sia un aeroporto e, in mancanza, costruirlo ASAP”

“Bene. Segna le ore, stasera. Segnatelo.”

Quando premerò sul tasto “Invia”, e poi su “Ignora controllo grammaticale” (ce l’ho sempre attivo ma, francamente, mi fido molto più della mia grammatica che di quella dei progettisti informatici di Bill Gates), avrò praticamente sventolato una bistecca di carne sotto il naso di 2.519,5 cani affamati.

Senza Euclide, il mondo sarebbe un posto migliore.

Diordine smentale

“Come lo chiamiamo?”

“Fai tu”

“Non collabori mai”

“Pino”

“Pino?”

“Lo vedi come fai? Prima chiedi di collaborare e poi non accetti la collaborazione”

“Ma che razza di nome è, Pino?”

“E’ un gran classico, un sempreverde”

“Ma Pino è un nome filiforme”

“Che cavolo è un nome filiforme?”

“Fa pensare a qualcosa d’alto fusto”

“Allora fai tu”

“Non mi dai mai una mano”

“Non ricominciare”

“Eh no, ricomincio. Devo fare sempre tutto da sola”

“Ci risiamo. Io vado alla cascata”

“Eh no, non fuggi, adesso mi senti”

“Okay, sentiamo”

“Non parlo più, basta”

“Okay, non sentiamo”

“Ecco, vedi?”

“Cosa?”

“Così sei fatto tu. Non ti interessa quello che ho da dire”

“Ma se hai detto che non vuoi parlare?”

“Ma che significa! Si dice per dire, se una donna ti dice che non vuole parlare è perchè vuole parlare ma non vuole tu pensi che lei voglia parlare, piuttosto vuole che tu la costringa a parlare in modo tale da fare quello che le piace e pare ma dando l’impessione di stare a fare un favore a te, nel farlo”

“Okay, allora, sentiamo, mi parli per favore?”

“No”

“Adesso era un no che voleva dire no, o un no che voleva dire sì ma pare di no e io debbo insistere affinchè tu finga che no diventi sì solo per il mio insistere?”

“Non cercare di fregarmi”

“No, no”

“Uhmpf”

“Su, sentiamo, che hai da dire?”

“No, non parlo”

“Dai ti prego, parlami, ti supplico”

“No, è inutile che insisti”

“Okay”

“Ecco, vedi?”

“Ma tu fai i trabocchetti sui trabocchetti! Ma sei impossibile”

“Eppure dovresti conoscermi, stiamo insieme dalla notte dei tempi”

“Eva, te la posso dire una cosa?”

“No, con te non ci parlo”

“Ma vai cachi”

“Sì!”

“Cosa?”

“Chiameremo quel frutto cachi, ottima idea ho avuto.”

E fu così che da un banale litigio tra i progenitori della Umanità, venne stabilito che il cachi si sarebbe chiamato cachi, solo che all’epoca non lo si sapeva ancora.

Succede così con tutte le cose. Prima di trovargli un nome, non sappiamo come chiamarle.

Siamo qui

Siamo ancora qui.

Sotto quella luce che tanto ti piaceva. La luce del mattino, lo sguardo limpido del giorno che ancora non ha accumulato lo smog della vita.

Potessi trattenere gli occhi e impedire loro di alzarsi per confondersi con l’aria che attraversano per schiantarsi lontano, nello spazio vuoto tra due stelle.

Forse potresti fidarti, forse potrei fidarmi, o avere fede, sì, dovremmo avere fede, credere nell’invisibile, credere nell’incredibile, forse dovremmo imitare Peter Pan e chiedergli com’è che si fa, a ricordare dopo che hai dimenticato tutto, soprattutto quello che non c’è.

Com’è che si ritrova la via dopo che l’hai smarrita, come si torna a volare dopo che ti sei strappato a morsi le ali, quando hai finito la polvere di fata, come si ritorna a guardare il mondo con lo sguardo fiducioso di un bambino che aspetta ogni anno che qualcuno scenda dal camino a portargli tutto ciò che il suo cuore desidera ardentemente?

Siamo ancora qui. E questa notte non è ancora finita, anche se è tardi e domani dovrò accompagnarti via, via dal mio mondo. Ma oggi non è domani, oggi è ancora qui, oggi è ancora oggi, oggi siamo ancora noi. Ha avuto inizio tutto qui, su quest’ombra di nulla, dove danza tutto ciò che è abbastanza, dove le voci nostre sono ancora intrecciate come i fili di un tappeto, dove gli argini dei fiumi straripano di sole e radici, dove il tempo entra nella testa e si deforma come se cadesse dentro un buco nero. Cosa c’è di tanto sbagliato nel lato nascosto della luna? Perchè mostra il suo volto all’universo intero tranne che a noi?

Siamo ancora qui, e il vento ancora non ha soffiato troppo forte sull’ultimo fiocco dell’albero di mezzana. Siamo ancora qui, anche se non abbiamo nome, anche se c’è la tempesta sull’altra riva, anche se i sogni stanno diventando incubi, anche se l’America è un’isola lontana, forse non so più chi sono, non sai più chi sei, forse abbiamo solo dimenticato chi siamo e ci siamo persi nel cercare quelli che non eravamo e non saremo mai.

Noi.

 

Apologia del reato di transito di carretto trainato a mano (stikazzi)

L’encefalo umano è una macchina in genere sofisticatissima (se si escludono i geometri).

Ovviamente c’è macchina e macchina.

Ci sono le Ferrari, premi nobel, o le Fiat Panda 4×4, di quelle che all’apparenza non ci daresti un soldo bucato (neppure se ci fosse un cartello “Dà resto”) ma che, in situazioni di estremo fango (eufemismo per merda), innestano la trazione integrale.

Ci sono i TIR, i vecchi professori geniali mezzo rincojoniti, o le Smart, parcheggiate spesso da Porta a Porta o in Parlamento o i rottami che vedi al Grande Fratello.

E poi ci sono anche i velocipedi (che tutto sono tranne che veloci), o i carretti trainati a mano. Io ora non so dalle vostre parti, ma dubito che dalle mie vi siano molti carretti veri trainati a mano, intendo proprio il mezzo di trasporto, non l’encefalo di cui il carretto costituisce una metafora; me lo chiedo ogni volta che mi trovo a passare su Corso Vittorio Emanuele II e trovo il cartello che vieta ai carretti trainati a mano di transitare. ORA MI SPIEGATE CHE CAZZO DI DIVIETO E’ QUELLO RIVOLTO AI CARRETTI A MANO? A QUESTO PUNTO PERCHE’ NON LE BIGHE? ORA QUALCUNO MI SPIEGA CHE CACCHIO DI DIFFERENZA DISVALORICA ESISTE TRA UN CARRETTO TRAINATO A MANO E UNA BIGA? (VIVA LA BIGA, SEMPRE VIVA LA BIGA…).

Scusate ma devo uscire un attimo dalla parentesi tonda e spendere un paio di parole sul divieto di transito ai carretti trainati a mano.

Questo qui per intenderci: 600px-Italian_traffic_signs_-_divieto_di_transito_ai_carretti_a_mano_(early).svg

Innanzitutto, il carretto trainato a mano è ecologico e meriterebbe l’esenzione dalla ZTL, avrebbe più diritto di passaggio del taxi o degli autobus a due piani panoramici. Si, si, avete capito bene, anche a Torino ci sono gli autobus city sightseeing (per intenderci quelli rossi a due piani col piano superiore scoperto e pieno di cojones). Che pure i geometri lo sanno che a Torino piove sempre; fare un eccitante giro al piano di sopra per vedere Torino!, che ideona eh? Prima si accapigliano per il piano di sopra e poi si ritrovano ammassati al piano di sotto tentando di sbrinare i finestrini che continuano loro stessi ad appannare stando incollati con la faccia al vetro (e pure i geometri lo sanno che l’alito appanna).

Immancabilmente c’è il tirchio di turno che, non potendo sopportare di aver buttato via quanto? 8 o 15€, imperterrito rimane seduto al piano scoperto e si becca pioggia, vento, smog e cacate di piccioni, lui solo in tutto l’autobus con al suo fianco la moglie che lo prega di scendere giù che tanto anche da su non si vede un tubo, c’è la pioggerellina e la nebbiolina e poi, a dirla tutta, se anche si diradasse la nebbiolina e la pioggerellina (cosa che succederà a maggio o giù di lì) probabilmente non ci sarebbe proprio un bel niente da guardare.

Ma volevo parlare del carretto, non dell’autobus, solo che mi sono infangato nella parentesi. Dovete scusarmi, ma la mia trazione integrale fa le bizze, è che la mia Panda 4×4 è troppo usata.

Dunque, ammesso e per nulla con-cesso che esista un qualche disvalore implicito in un cazzo di carretto trainato a mano (differente e maggiore del disvalore di una biga o di un cammello catalitico), mi spiegate per cortesia perché mai un carretto trainato a mano dovrebbe passare per Torino? E se proprio questo autista di carretto (venuto poi da dove? da Lugano? La Svizzera è l’unico posto nel giro di 4000km di raggio dove mi aspetterei di poter vedere un carretto), dico, se proprio questo Raikkonen dei contadini avesse scelto di venire a Torino a battere il record di velocità di carretto trainato a mano, secondo voi proprio a Corso Vittorio Emanuele II andrebbe? Che poi il divieto vige solo nel vialone centrale, non nei controviali. E quindi io mi chiedo, sto’ Valentino Rossi dei braccianti agricoli, si mette sotto la pioggia, con il freddo per venire da Lugano a Torino, e non si fermerebbe ad una placida passeggiata sul parco Valentino o, to’ al massimo, in un controviale, ma proprio al centro del vialone si dovrebbe piazzare?

Certo se mettessero un divieto di transito per le teste di clacson probabilmente Torino diventerebbe isola pedonale. Un’isola deserta, si intende, e mi toccherebbe traslocare, ovviamente. Ma questo è un pensiero così, non dovete badarci.

Io voto a favore del transito di carretti a mano, bighe, caracche, feluche, piroghe e galeoni per il Po e le vie di Torino.

E tu?

La dura vita di uno scrittore esordiente

La vita di un aspirante scrittore è irta di pericoli [Piena di cazzi appuntiti, verrebbe da dire].

Modestamente, penso di vantare il più longevo esordio di sempre: sto esordendo, esordiendo, esordando, insomma sono un esordiente dal lontano 2015, penso che manco Mosé abbia fatto un esordio tanto lungo. Anche se forse il suo era un esodo, o un Esopo, ma che ne so(po). O era Noè? No, eh? Quei due me li sconfondo sempre.

Ho un tilt nei neuroni. Scusate.

Ci sono vare piaghe, come quelle d’Egitto da cui fuggiva Moser, che se era tanto bravo a correre era perché sono arrivate le cavallette e si sono fiondate come… cavallette. E’ difficile fare una metafora con le cavallette, porcaloca.

Dicevo, già, non dicevo niente, perché sto scrivendo.

Prendo un sorso di vino.

Continuo.

La vita dell’esordiente è un esordio che manco li egiziani potevano predire, con tutto Iside, Osiride e compagnia bella erano sempre lì a scrutare nel futuro. Ma per quanto tu scruti nel futuro, te la vai a pija sempre intercooler. Legge di Ramses III.

La prima piaga, sono i parenti che si fiondano come…cavallette sui tuoi preziosi manoscritti, ma ad una imprescindibile condizione: che siano aggratisse. C’è chi te lo dice dritto e chiaro e, anzi, se tentenni, se jastemmi implicitamente e con gli occhi fai trapelare anche solo una punta di tutte le madonne che gli stai tirando (perché, diciamocelo, quando ti chiedono di regalare il tuo libro tiri giù Madonne manco fossi un restauratore della Cappella Sistina), se appena appena scorgono il lembo di tutti i muorti di chi le stramuorti che gli stai menando, mettono il muso in modalità mocio vileda e ti dicono MA COME, NON ME LO REGALI?

Che ti viene da dire, e tu, cara zia, che sei UNA GRANDISSIMA ZOCCOLA, una botta a gratis non me la dai? Mi viene da pensare allo zio della protagonista di quel film di Tinto Brass, il più famoso che non ricordo ora come si chiami, in cui lui scopre che la nipote esercita il mestiere più antico del mondo e si presenta puntuale ogni settimana a pretendere una prestazione. Sia aperta una parentesi, in quel film c’è la scena più comica di tutto il cinema erotico: lei è lì che, insomma, piange e si appresta ad una fellatio, e lui le dice “E no, dai non, piangere, su su, non piangere”, e lo spettatore (mentre se lo mena, indubbiamente) gli viene un attimo di sgonfiamento erotico perché prova tenerezza (e la tenerezza non va daccordo con la durezza, lo dice la parola stessa) per quello zio tanto premuroso, ma poi arriva puntuale (come nell’essere esordiente) la inculatio: lo zio prosegue “Semetti, altrimenti mi bagni le palle”.

Perndo un alrto srso di vino. Stabbè.

Poi su Facebook ci sono uno stormo, che dico stormo, sciame di gente che probabilmente pensa che tu guadagni ottocentomilioni di euro per copia, perché ti “promette” di leggerlo “prima o poi”. Ora, intendiamoci, uno scrive affinché i libri vengano letti e pagati, senza giri di parole. Ma da qui a pensare che la vendita di una copia sia la “svolta” e che tu debba essere messo sul piedistallo degli eroi perché hai una mezza idea, forse, quando ti avanza tempo e denaro, di prendere un libro, insomma, è quantomeno una visione ottimistica. Non voglio dire che non mi frega un cazzo, ma sostanzialmente prima di te sono passate ottocentomiliardi di persone a dire che lo avrebbero letto, prima o poi, e sono tutti quanti ancora al “poi”.

Un sorso di vino mi prende.

E i finti editor, vogliamo parlarne? Gente laureata in restauro dei beni culturali, o quando va bene in giurisprudenza, che di letteratura e mercato editoriale (due cose molto diverse ma riterrei entrambe imprescindibili per fare l’editor) capiscono quanto io di assorbenti interni, che ha pubblicato mezzo libro n. 340.000 in classifica Amazon self-published, ma millanta precedenti contratti con Mondadori, Rizzoli, la Reale Stamperia di San Gennaro et similia, menziona una sfilza di premi a concorsi di rilevanza rionale, legge il tuo manoscritto in 24 ore e ti dice che è un eccellente lavoro, non la solita merda che tutti gli altri merdosi merdano in giro, e visto che tu sei così bravo e non una merda come le merde ti faranno anche lo sconto del 99% e poi ti presenteranno al presidente della Galassia, per la modica cifra si intende di due euro a carattere (spazi esclusi, si pagano a parte, ecco perché nei libri non trovate tante pagine vuote).

I gruppi, oddio i gruppi su Facebook! Sono associazioni a delinquere, costituite al 101% da scrittori, con ritmi e regole che la Gestapo levete proprio, hashtag impronunciabili che dal cellulare mi vengono i pollici snodabili, ban, gelosie, fazioni avverse e controverse e gaie e sticazzi. Non esagero, uno dei vari admin conosciuti ebbe a ridire sul mio “stile di vita” e voleva impormi uno stile più morigerato. Mi faceva pensare a mia figlia che mi ha messo Trilly, il passero trovato sul balcone, nella biancheria intima, e poi ridendo mi ha detto “Mamma dice che devi imparare a tenere l’uccello nelle mutande, e quello che dice mamma si fa, lo dici tu”.

E ce ne sarebbero da dire ancora ma porcamiseriloca avevo iniziato questo post solo per dirvi che avvo, dopo una vita di esordienza, esordisce per davvero con un editore in carne e ossa (e capelli, ma mica tanti, che tra simili ci si intende). Ieri ha mandato, tra lacrime e jastemme, sangue e smadonnamenti, il manoscritto finale. E ha ricevuto l’OKAY semidefinitivo e semitrasparente come lo smalto, e insomma ragazzi ci siamo.

Stay tuned 😀

Ritratto estemporaneo

Esistono diversi concetti che la maggiorparte di noi ritiene scontati, automatici, per nulla bisognevoli di riflessione. Il tempo. Lo spazio. La realtà.

Molte persone vivono serenamente accettando un po’ coscientemente, un po’ no, concetti così profondi e complessi come se potessero rispondere a una dicotomia che pare esservi in tutti i nostri valori, o quasi. Bello o brutto. Buono o cattivo. Colto o ignorante. Bene o male. Giusto o ingiusto.

C’è tempo o non ce n’è. C’è spazio o troppo o troppo poco. C’è una realtà. O non c’è. Ed è davvero curioso come le persone diano per scontato che l’unica realtà sia quella tangibile. Come se i fenomeni potessero accadere solo nel mondo della materia e non dello spirito. Come se dentro di noi ci fossero solo viscere e organi, sangue e ossa e nulla più.

Ma la cosa davvero curiosa, è come si dia per scontato che nella dicotomia di valori di cui il nostro occidente è impregnato da millenni, vi sia sempre un corno dell’alternativa che ha valore, e l’altro solo disvalore. Il relativismo ci ha insegnato che ci sono diversi concetti di buono, o di cattivo, di bene o di male. Ma a parte Nitsche, il relativismo, perlomeno quello di cui ho notizia io, non s’è mai spinto fino a mettere in dubbio che, quale sia il “relativo” concetto sottostante, si debba sempre preferire il bello al brutto, il buono al cattivo. La realtà all’irrealtà. La gioia al dolore. In realtà, osservando certi paesaggi umani, viene da pensare che accada piuttosto il contrario, e che spesso le persone, in una duplicità angosciante, mentre predichino la dicotomia di cui sopra e siano pronte a giurare di dare più peso al vero che al falso, al buono che al cattivo, nonostante ciò, a me pare che le persone spesso scelgano in contrasto netto con tale visione aprioristica e per nulla dimostrata di cosa sia da preferire in questa vita.

Molti scelgono il dolore, per sé e per gli altri, lo elevano a modello di vita, forse imitando certi cliché cinematografici di uomini e donne belli/e e dannati/e. Come se la dannazione avesse una sua fascinazione.

Come se dentro, non ci fosse rimasto più niente.

Neppure un briciolo di valore. Né di dolore, che valga la pena di essere soffocato, cercando le parole scolpendole a colpi di piccozza nel proprio cuore, stringendo la carne in modo che il veleno iniettato dal morso d’un qualche serpente, sprizzi via prima che tutto cada.

Prima che anche il tramonto tramonti su quel paesaggio interiore che, certi giorni, sembra il ritratto crudele d’un malcelato dolore.

Come un fiore di ciliegio

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Sei fiorita nella mia vita come un fiore di ciliegio, cadendo da rami troppo alti per le mie mani di bambino. Mando indietro il nastro, e sento il tuo sorriso, la tua voce, la tua cadenza straniera, quel tuo modo sbilenco di pronunciare la G dolce, il tuo raddoppiare certe consonanti omettendone altre.

Guardo la strada, la strada che ho davanti e sento il tuo sguardo. Lo sento tra le fronde degli alberi, passa insieme ai roridi raggi di sole del primo autunno. Tutto passa, anche questa stagione. Ma perché i fiori più belli devono avere vita così breve? Il ritorno, il ritorno ossessivo di tutto, i cicli, che tentano di dirci? Le onde, i sogni, i giorni, impariamo ad andare in bici, poi lo scordiamo finché lo insegniamo a chi viene dopo.

E sorridere certi giorni è come indossare un trucco pesante, una crema antirughe. Copre i solchi fuori, ma non risponde alle domande che bruciano dentro. Perché?

Sei ancora qui?

Puoi ancora vedermi?

Perché il confine che ci separa è così invisibile?

Sento la tua voce, quel modo morbido di pronunciare il mio nome che avevi solo tu. E ogni tanto mi giro e mi pare di vederti ma non ci sei. In tutti i momenti importanti, tu ci sei stata, dalla laurea in poi, così come nei momenti down.

Guardo il fiume che scorre e mi chiedo se davvero non sia possibile bagnarsi due volte nelle stesse acque.

Forse quando sarò dall’altra sponda di quel fiume che per un breve tratto attraversammo insieme, forse sull’altra sponda, oltre l’erba, c’è la risposta a tutti i miei perché.

Ti amo ancora come venti anni fa. Non è cambiato niente, mamma. Niente. Solo fogli di calendario caduti a terra. Ma non è cambiato niente, nel calendario che ho dentro di me. In quel calendario tu sei ancora qui. Sei solo nella stanza accanto e anche se non ti vedo, dormi serena. E prima o poi arriverà il momento di aprire quella porta.

Non è cambiato niente. Come un fiore di ciliegio, hai solo cambiato colori.

Un giorno perfetto in un mondo imperfetto

VERSIONE VERA

Sabato la
premiazione. Mi sveglio tardi, assonnato. Prendo due caffè. Dormo ancora.
Parto con tre ore di anticipo. Ma per non far vedere, mi fermo in una curva
di montagna, sotto gli alberi, dormo sul sedile come un barbone. Poi arrivo
al teatro, mi siedo in fondo. So che avrò voglia di andarmene quando saranno
finite le premiazioni e io non ci sarò.

Ringraziano il sindaco, il vicesindaco, il sindaco del paese
di fronte, l’ex sindaco che ha organizzato il tutto, l’assessore a non-soche, il presidente dell’associazione tale, uno scrittore che non si
è presentato, gli sponsor, uno ad uno, ringraziano la Madonna e tutti i Santi
(uno a uno) e poi iniziano la premiazione.

Il primo nome che
salta fuori?

Il mio.

BANG.

Non mi alzo. L’ex
sindaco mi chiama, con la voce che dice “brutto pirla il premio se non vieni
come cazzo te lo diamo”.

Ero solo.

Avrei voluto avere i
miei figli, mia moglie, mia madre, mia nonna (anche se essendo morta da un
pezzo temo che avrebbe fatto una certa impressione), ma non fa niente. L’emozione
è stata fortissima, non ho mai partecipato a un concorso letterario.

Piango come un
fesso.

Torno a casa e dormo
con la targa nel letto.

La notte pone fine a
un piccolo giorno perfetto.

VERSIONE BUKOWSKI

Finale. Ovvio, no?
La premiazione, devo andare. Mi rompo, ma se vuoi campare ti tocca.

Strafatto di vino e
di sesso, mi sveglio con una nel letto, come si chiama? Le avevo
detto che passavo IO all’aeroporto di L.A. a prenderla, venerdì sera, questo lo ricordo, ma me la trovo sui gradini che fuma, giusto sotto il cartello del vietato fumare. Una ciocca le nasconde un
occhio. Adesso gliela incendio. Poi apro la porta e lei entra senza bussare. La ciocca ha sentito il pericolo e si è spostata da sola, lascio andare l’accendino che stringo in tasca.

Mi infila un grissino e del prosciutto in bocca. Mi tocca i denti con le dita, cerca un dente d’oro forse, chi la conosce ‘sta qui? Magari è una rumena che svaligia gli appartamenti. Le dico cazzo, stappiamo prima.

Dopo è confuso, beviamo e mangiamo la carbonara, dolciastra, ho scambiato lo sciroppo d’acero per salsa di soia.

Bum bum, due colpi, mi tocco il portafogli per vedere se è ancora in tasca (ho le braghe calate solo il necessario),
poi non mi si alza, dico merda, ma è l’alcol. Sempre colpa del vino. Lei mi
aiuta, nulla ti rialza come un’amica, in particolare una bocca amica, ma nessun aiuto mi aiuta. Dormo. Mi
sveglio e sento la pioggia nelle mutande. Non si arrende. Mi incazzo e inizio
a prenderla forte, stringendo i fianchi. Un morso, due, tre, uno schiaffo sulle chiappe a stile puledra. Avrà lividi
domani. Chi se ne fotte. Alle mie verruche sulle mani. Alle verruche, chi ci pensa?

Vengo, viene, veniamo, a posto. Mentre lo facciamo
mi scappa “Ti amo Veronica”.

Lei mi guarda e scoppia
a ridere. Pensa che abbia sbagliato di proposito il suo nome. Io rido perché lei ride.  E lei ride pensando che io rida per lo stesso motivo suo. Donne.

Alle 4 ci
addormentiamo (io sempre con la mano sul portafogli, come quando viaggiavo sul treno espresso per Brooklin). Alle 6 riprendiamo. Andiamo avanti fino alle 12. Il vino dà, il vino toglie. Anche nel sesso. Ogni tanto bevo per darmi un tono. Poi dico,
andiamo. Devo aver fatto un bidet con il Listerine al Peperoncino a giudicare dal bruciore. Ho dormito
davvero ubriaco. Mi brucia anche il culo e non voglio sapere perché.

Guido e cerco di ricordare come si chiama la tipa che mi siede accanto. Pazienza, qualcuno la chiamerà prima
o poi.

Poi lei è di quelle
che amano ripetere il proprio nome quando ti raccontano di gente che si
rivolge a loro. Le si gonfiano le tette. Donne. Pavoni.

Metto l’indirizzo sul cellulare. Non so manco se esista davvero un paese che si chiama Roburent. 800 abitanti. Al concorso 400 partecipanti.  Il mondo è complicato.
Mi cade il cellulare sul ginocchio, quello operato. Mi gratto la barba e lo metto tra le gambe di Veronica e dico “Tienilo stretto”.
Lei ride e fuma. Rido anche io, le rubo la sigaretta e fumo. Sudo.

Arriviamo con tre ore di anticipo, dormiamo in macchina come barboni, sotto fronde odorose di castagni. Poi passiamo un’ora al telefono con gente. Lei con il suo ex, strafatto, sua figlia incasinata, suo fratello in ansia, la sua amica incazzata nera con uno stronzo che non sa gestire la figlia, gente. La gente e i suoi guai.
Arriviamo quasi in ritardo, ovvio, non c’è parcheggio ora, prima, tre ore fa, sì.
Mi siedo in prima fila, di lato, è più facile alzarmi per il premio. Mi brucia ancora il culo e non voglio (sapere perchè) camminare troppo, magari pensano che mi sono cagato addosso. Ci sta.
Mia moglie squadra
la mia amica, guarda come cammino, si incazza, mi tiene il muso e spinge i bambini verso di
me con una pedata.
Vinci tu papà, dice
il piccolo. Per forza. Sono il migliore. Papà anche gli altri vincono?
No, gli altri babbei finalisti lo
pensano, chiaro, ma non vincono. Quei pochi che non lo pensano non sono venuti. Gli unici
sinceri.
Il primo nome, il
mio. Ovvio, mi dico. Sarà perché Bukowski comincia per B e gli altri sono sfigati alfabeticamente.
Mi alzo, salgo i
gradini senza alzare troppo le gambe (e  senza far strisciare troppo tra loro le chiappe). La tipa mi fa una foto. Poi si scorda di mandarmela. Bisogna
capirla, ha 57 portati benissimo, o 47 portati male. Ma tutti le dicono che sembra una ragazzina e chi sono io per dirle la verità? Mi righerebbe di nuovo l’auto o finirebbe di cuocere il mio pesciolino rosso nel microonde come l’ultima volta, e non mi va. Ha lasciato in macchina una camicia bianca. Come è tornata a casa, in topless?
Prendo il premio
speciale dell’associazione. Dico merda, niente denaro. Ho partecipato per
quello, la bumba come me la compro ora?
Poi le luci calano, lo sciabordio delle voci si aggruma e si dilegua, la sala si svuota insieme a delusioni amare, gioie e
invidie. Guardo i piedi della folla, tutte scarpe diverse. Ce le
toglieremo tutti prima di notte.
La tipa parla con un
attore. Penso, adesso la lascio qui.
Ma Veronica che non
si chiama Veronica mi viene vicino, mi mette una mano sul cavallo e dice
andiamo. Allora saluto i bimbi, mia moglie che fuma nervosa, le dico che li vado a prendere il giorno dopo.

E andiamo.

Altra notte, sesso,
poco, come quando a Natale fai il pranzo terrone con dodici portate (senza contare il dessert), a cena solo un’insalata, ma poi ti siedi e ti finisci di avanzi, anche se non ti sfondi perché non ce la fai più. Ma ci provi. Sempre.

Mi sveglio e chiedo a Veronica di prendere le sue robe e andare. Mi fa, dovevo restare. Non me lo ricordo, scusa tesoro, ma devi proprio, più tardi arrivano i bimbi. Non trova le mutande. Le hai nascoste, confessa, le
urlo. Ribalto la casa. Non si trovano. Le ha nascoste bene la stronza. Mi sfregia un quadro con l’accendino. Sorride e tenta di baciarmi. La scaccio e le chiudo la porta in faccia.

Fanculo.

Se ne va. Lascia un tappo di sughero, due mozziconi, una pellicola di vetro per
evitare che si rompa il display, rotta, ovviamente. E una scia di profumo di nostalgia per le cose belle e cicliche e fuori stagione, oltre gli steccati della vita normale, come l’ultimo bagno d’estate.

Mi gratto la barba (e le chiappe, che bruciano ancora) e
guardo la targa premio nel letto.

E penso che il mondo è imperfetto.

Imperfetto e stupendo.

Tanto di cappello

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Oggi sono andato ad ora di pranzo a pattinare al Parco Dora (vedi foto personale in alto). Un posto strano. Una ex fabbrica di cui rimane solo lo scheletro, totalmente vuoto, non ci sono più le pareti, solo enormi pilastri di ferro che sorreggono un tetto a doppio spiovente altissimo, trenta metri, forse di più. Un dinosauro in un museo. C’è un angolo con le cunette e le paraboliche per le evoluzioni con gli skate e i roller, una rete da tennis, un campo di basket.

Mentre indossavo i roller, non ho potuto fare a meno di pensare che un tempo la domenica aveva un sapore di festa che ho completamente perduto. E’ divenuto il giorno prima di tornare a lavoro. Quando poi, come oggi, i miei figli e mia moglie sono lontani, il divario diventa ancora più profondo.

Me ne stavo, dunque, pattinando in solitudine e con un filo di malinconia impigliato nei pensieri. Uniche spettatrici, due ragazze in bici che si sono fermate a chiacchierare in un angolo. Ogni tanto mi guardavano, dato che ero l’unica cosa in movimento in quei duecento metri di ferro, cemento e aria di settembre.

All’improvviso, mi si affianca un ragazzo in carrozzella. Giovane, giovanissimo, troppo.

Scoppiava di vita e non ho potuto fare a meno di domandarmi se anche io sarei stato capace, almeno all’esterno, di trasmettere altrettanta gioia di vivere. Mi ha superato e mi ha lanciato uno sguardo di sfida. Sono rimasto sbigottito. Sfida? Potevo mai mettermi a gareggiare con un ragazzo in carrozzella? Ho rallentato. Ho pensato che probabilmente mi odiava, odiava le mie gambe in equilibrio sui pattini, così mobili, così libere di eseguire tutti i movimenti che avevo voglia di eseguire. Ho pensato che io l’avrei odiato, a parti invertite.

Lui sudava copiosamente, nella sua camicia pesante, benché a mezze maniche, abbottonata fino al collo. Mi chiedevo come non avesse un collasso. Spingeva le ruote con le braccia possenti, abituate a sostenere tutto il suo peso. Spingeva, spingeva, spingeva.

Mi ha lanciato un altro sguardo, mentre io avanzavo tenendogli dietro a distanza, stupidamente attento a non superarlo.

All’improvviso, mi ha quasi tagliato la strada. Ha sterzato e si è diretto a tutta velocità verso la rete da tennis. Era troppo alto, non poteva passarci sotto. Non avrebbe mai potuto frenare. Non so come si freni su una sedia a rotelle, ma dubito che vi sia un metodo efficace. Ho iniziato a temere il peggio, la rete gli avrebbe tagliato la gola, o lo avrebbe bloccato e fatto capovolgere. Già mi vedevo a terra a sollevarlo, coi pattini, figuriamoci, un cinema. Intorno, nessuno, solo le due amiche, ma erano lontane almeno cento metri, al fondo dello spiazzo.

Arrivato al dunque ha incassato la testa nel collo, è passato così rasente che se il bordo di quella rete fosse stato di metallo affilato avrebbe potuto farsi la barba in un colpo solo.

Superata la rete, si è rimesso in asse con la mia andatura e si è girato da sopra la spalla a guardarmi. La mia mascella lavava il pavimento. Ho capito che doveva avere fatto quel trucchetto mille altre volte.

Ho iniziato ad andare normalmente. Ho capito che non mi odiava, né invidiava, semplicemente odiava la pena che ha letto nei miei occhi, odiava il mio aver rallentato. Ho cominciato a giocare con lui, a distanza, senza parlare, senza concedergli sconti. Era più veloce di me sul serio. Poi si è avventato sulle curve paraboliche e lì mi sono fermato, in piedi come un pesce lesso, un baccalà coi roller. La gioia che guizzava nei suoi muscoli, il suo sorriso, come alzava la testa a quel soffitto tanto alto da poterci passare le nuvole sotto, le piroette, il coraggio di saltare lì dove io non ho osato avventurarmi, tutto mi ha lasciato completamente privo di parole e di pensieri. L’unica cosa che mi è balzata evidente erano i miei soliti pregiudizi, il mio avere una idea su un mondo di cui non conosco nulla. Quando sono andato via, anche lui ha preso la via di casa. Andavamo in direzioni opposte, ma incrociandoci l’ho salutato con un sorriso enorme. Mi ha risposto con lo stesso sorriso.

Quello di due ragazzi che, in una domenica qualunque, per qualche minuto si sono trovati soli insieme. A chiedersi, forse, perché a lui. E a me no.