Il sogno d’un bimbo fortunato

 

Ore 14.00, Termini. Devo ripassare gli appunti.

“Benvenuto a Roma”.

E questo mo’ chi cazzo è?

Devo smetterla di registrare in rubrica nomi tipo “WonderCazzola WordPress”.

Al binario, Patrizia Lova e Concetta Sciarretta mi aspettano insieme ad Andrea Improta. Tre persone meravigliose!

Alessia:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

“Alle 17”.

Antonella Perni:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

Penso, rifletto, poi la butto a cazzo:

“17.30”.

Mi chiama il B&B:

“A che ora fate check-in?”

Che domande…

“Alle 17.30”, ovvio!

“Pronto, Spugna? A che ora arrivate?”

“Alle 17.00”

“Bene così ho tempo per raccogliervi alla stazione e fare check-in alle 17.30”

“Ma alle 17.30 non viene Alessia, Ava e Erika avvo?”

“Beh, immagino si possa trovare l’autobus giusto, trovare la via, fare checkin e salutare le persone tutto nello stesso tempo, no?”

NO.

Con Spugna, Vale e Giovy (che mi hanno regalato una tazza personalizzata stupenda e un portafortuna magico) ci aggiriamo davanti la stazione di Termini alla ricerca del bus 64 che sembriamo la banda bassotti alla prima trasferta fuori da Paperopoli. Troviamo la fermata, aspettiamo poco (25 minuti), saliamo, e alla prima frenata del bus Morena fa un doppio salto carpiato sull’alluce di un signore che nomina uno ad uno tutti i defunti suoi e di chi non glielo dice.

Arrivo al B&B insieme ad Antonella e Luigi. Salgo, scendo, risalgo, riscendo, arriva Alessia, Erika, Ava e Nino. Smadonno, riscendo. Devo trovare tempo di ripassare gli appunti.

Chiamo il ristorante, siamo in 14.

“Eleonora, vieni sola vero?”

“Ti ho detto che c’era mia madre”

“Sì, tipo due mesi fa, e ti riferivi alla presentazione, ma va bene, il segretariavvo si mette al lavoro e aggiunge un posto”.

“Ho anche Maya”

“Okay ne aggiungo due”

“Ma Maya è il mio cane!”

“E perchè non mangia?”

Poi ordino la pizza a mia figlia, che è rimasta a Torino, glielo avevo promesso, lasciando intendere che avrei incaricato qualcuno di venire da Roma fino lì. Mi manda a dire dalla mamma, con tanto di foto, che conserverà un pezzetto di pizza per me, per quando torno l’indomani. Piango.

Ci fermiamo a un bar, primo spritz a stomaco vuoto, non una grande idea.

Mi chiama Vania: “Che fate stasera?”

“Ceniamo”

“A che ora?”

“20.30”

Alle 20.00 mi richiama Vania:

“Dove siete?”

“In giro”

“Quando venite a ristorante?”

“Venite? Perchè, sei lì?”

“Sì”.

Giriamo, poi cena. Le Winx hanno preparato cappellini e cravatte personalizzate con frasi mie e foto del libro. Bevo alla loro e mi sfilo la felpa per mostrare la maglietta che mi avevano regalato la volta scorsa, con altra mia frase.

Vania vanieggia, attacca la pippa con chiunque. Vania è un personaggio che ho scelto per farmi da introduzione alla libreria. Mondadori, cioè capito, il mio sogno. L’attaccapanni alle sue spalle l’ho visto barcollare tramortito dalla sua loquacità. Il pizzaiolo Israeliano pare abbia chiesto asilo alla Palestina. Entro nel panico. L’avevo già minacciata di non sforare i dieci minuti di discorso, ma conoscendola dal vivo mi rendo conto che sarà impossibile. Parlerà per due ore e con tutta probabilità si spoglierà, è matta come un cavallo che abbia  per moglie una mucca pazza. Glielo ho pure detto. I ragazzi mi sfottono.

Dopo cena, si va a prendere un altro spritz, dopo un altro, e una birra, e un limoncello, e non so che altro, forse l’acqua dai vasi dei fiori dei morti di chitemmuort.

Passa un ambulante che vende megafoni. Eleonora simula un orgasmo. Non sa che i megafoni in questione registrano la sua voce. L’ambulante pigia play due volte, Eleonora vuole cancellare il messaggio ma lui è uomo di business, ha intuito di aver appena messo le mani su uno strumento di marketing favoloso e se ne va per la sua strada facendo sentire a tutti l’orgasmo al megafono.

Vado a dormire col terrore.

Sveglia la domenica. Morto di sonno e di alcool. E con un bel mal di testa.

Arrivo con un pizzico di anticipo (due ore), la libreria è chiusa. Vado a prendere un caffè con Patrizia Lova Lova (uh, booombastic) e le Occhi di Gatto. Mi chiama Giulia Longarini, che deve intervistarmi per “Le pagine più belle dei libri”. Invito anche lei al caffè. Non sa dov’è. Viene da lontano, circa 20km a ovest (o è est?) di Roma, il che equivale (se ho capito come funziona) a un altro continente.

Esco dal bar, torno in libreria, prelevo Giualia, la porto al bar, qualcuno mi ha ciulato il caffè, ma non la borsa, è ora di tornare in libreria, dovrei ripassare gli appunti. Dico a Giulia che faremo dopo l’intervista. Mi guarda perplessa e io le direi hai ragione, ragazza, hai ragione, andrà tutto a puttane.

Arrivo ma i due scrittori (Max Capozzi e Eleonora De Berardinis) che presentano e leggono brani dei loro libri di poesie con me, non si vedono.

Sudo.

Smadonno e bestemmio.

E messaggio, ovviamente li messaggio.

Arrivano con largo anticipo, due minuti.

Mi saluta “Antonella”, con lo sguardo che si aspetta il mio stupore. Fingo stupore:

“Ah!!! Antonella! MA CHE BELLO! GRAZIE CHE SEI QUI”.

Chi cazzo è Antonella? (Alverone, Love u!)

“CIAO SONO ELISH!”

“EH?”

“ELISH! ELISA!”

“Aaah! Elisaa! E tu dici Elish, che ne so io? Ciao Elisa! Grazie di essere qui, non me lo aspettavo!”

Mo’ chi cazzo è Elisa?

Entra Vania, la giornalista che mi introduce e spero che non introduca qualcosa dentro me. Non c’è tempo di minacciarla ancora.

Si inizia. Faccio un vecchio trucchetto da apprendista mago con le mani, riesce, risate, parte Vania. Le prime parole?

La violenza sulle donne.

PORCO CAZZO.

PORCO CAZZO.

PORCO-STRA-CAZZO.

Fisso l’orologio e conto i minuti. Sudo a ogni secondo.

Al terzo minuto, sventolo tre dita sotto il naso di Vania cercando di fare la faccia alla Genny Savastano.

Non solo sta nei dieci minuti, ma dice cose acute e lusinghiere. Chapeau!

Mando un messaggio a zia Mafalda e la minaccio! Ho preparato un pezzo del discorso il cui effetto comico si basa sulla sua presenza, abbiamo iniziato e lei ancora non si vede.

Arriva al momento giusto, quello del discorso in cui devo percularla. La fortuna aiuta gli audaci.

Poi leggo qualche riga di un libro di Dostojevskij, dico che potrebbe essere la mia biografia.

Qualcuno chiede che titolo è.

Giro la copertina de “L’idiota”…

E poi abbracci, e le foto con Dario Lalli (un mito), Max e Ele, altro giro di alcool, emozioni a mille, lacrime, tensione, mal di testa e corsa finale alla stazione, arrivo alle 14.58 sul binario, partenza ore 15.00.

Un viaggio pazzesco. Un sogno, un sogno concreto, reale, con tanto di foto.

Sono un bimbo fortunato, ecco.

Un bimbo fortunato che non è mai cresciuto.

Presentazione de Lo specchio dell’angelo perso con Max Capozzi e Eleonora de Berardinis

Domenica 3 dicembre alle 11 realizzerò un mio sogno, che molti di voi già conoscono: entrare in una libreria seria (GIT Mondadori Bookstore di Via del Pellegrino 94 a Roma, nel caso di specie) e trovarvi un mio libro in bella mostra. Se ci sono blogger romani tra voi che volessero unirsi, per me sarebbe ovviamente un piacere immenso stringervi la mano e chiacchierare un poco, anche prima e dopo la presentazione. Ci saranno anche con me Max Capozzi (autore de “Romeo, Lucifero e Max”) ed Eleonora de Berardinis (autrice de “Destinazione Cuore”), due autori che stimo molto e che presenteranno i loro libri insieme a me.

Ho fantasticato su questo momento per anni, ed è davvero curioso come ora, arrivati quasi al dunque, a pochi giorni dalla sua realizzazione concreta, io mi ritrovi a desiderare più tempo, più tempo prima che si realizzi, mi piacerebbe inseguirlo ancora un poco ma con la certezza che arriverà. Quello che rende i miei sogni solitamente come dire, un poco “blandi” è la loro distanza siderale da ogni possibilità pratica d’applicazione. Non so, tra i miei sogni c’è di vincere un motomondiale di MotoGp, e penso che chiunque possa misurare anche a “spanne” che distanza vi sia tra questo mio sogno e la benchè minima chance di realizzazione. Ecco, questo sogno di entrare in libreria era altrettanto distante, ma adesso s’è avvicinato e quasi posso sfiorarlo e… non voglio! E’ davvero curioso. Forse il gusto sta tutto nella ricerca, negli sforzi, nel tendere ad sidera, alle stelle, forse per questo si chiamano de-sideri, chi lo sà.

Gli è che domenica, quella distanza siderale sarà azzerata e toccherò con mano uno dei pochissimi sogni autentici che ho realizzato. Di giorni così nella mia vita ce ne sono stati una manciata, davvero appena una manciata.

Ed è incredibile la quantità di felicità che un sogno quasi realizzato riesce a dare, prima ancora di farsi afferrare.

Vi aspetto tutti e vi abbraccio, sia quelli che riusciranno ad esserci, sia tutti coloro che vorrebbero ma non possono!

AvvoFelix

Link evento Facebook: https://www.facebook.com/events/384641061966736/?ti=cl

Se proprio devi partorire, che sia una cosa breve

follia

“Boss, io esco e mi prendo domani di ferie”

“Non ora, avvo, sto gonfiando un poco di preventivi a scopo negoziale, parliamo dopo”

“Devo andare, boss, e domani mi serve un giorno di ferie”

“Ti ho detto non ora, qualunque cosa sia ne parliamo domani”

“Non posso”

“Non posso, non posso, non posso, tu sei tutto un non posso. Domani, ho detto. Ciao”

“Ma mia moglie sta partorendo e devo andare”

“Deve proprio?”, risponde senza aver ancora staccato una volta gli occhi dal monitor, e senza aver interrotto il ticchettio sulla tastiera, nè lo scroll-scroll-scroll periodico del mouse.

“Che significa deve proprio?”

“Non si può rimandare questa cosa?”

“No, non si può. Boss, hai sentito che mia moglie STA PARTORENDO?”

“E proprio questa settimana deve? Non riesce a rimandare?”

“Boss tu non mi ascolti. Mia moglie sta per far uscire un bambino dalla sua fottuta vagina, bambino che è dentro la sua pancia e che, toh, guarda che sfiga, non ne capisce niente di lavoro e di turni e nasce quando gli pare”

“Invece ho capito benissimo, tu trovi sempre le scuse più fantasiose. Ce l’hai il certificato di parto in corso?”

“Ma che…”

“Sempre il solito, leggiti i regolamenti interni invece di andare su Amazon. Potrebbe rimandare, se volesse”.

“Ma…”

“Ma, ma, ma, sai dire solo ma e non posso. Mia moglie prese farmaci che aumentarono le contrazioni e indussero il parto, dato che tardava”.

“Ma con i farmaci si partorisce prima, non dopo!”

“Lo so bene ma ci saranno pure farmaci che fanno l’inverso, o no?”

“Ma non lo so”

“Informati. E se proprio devi partorire, che sia una cosa breve”

“Ma non voglio informarmi! Mia moglie non prenderà farmaci per ritardare il parto! E ci vorrà il tempo che ci vorrà!”

“Ma poi siamo sicuri sia tuo?”

“Ma che cazzo dici?”

“Stai sempre buttato in ufficio, quando lo avresti fatto zum-zum? ahahahahhaha”

“Non ci trovo nulla di divertente”

“Beh decidi tu. O prendi l’aumento e il bonus o ti prendi un giorno di ferie”

 

“Pronto? Signora mi passa sua figlia? Lo so che sta partorendo, sono il marito, mi passi mia moglie prima che… ciao! Maria, come sta andando? Sei bravissima. Ricorda quello che dicevano al corso preparto. Respira, eh”

“Ghhhh ghhhh e ghhhe ghooo ghevi ghire ghu ghe ghevo ghespirare ghhhh”

“Ora non ti agitare”

“Ghhhhove ghhhazzo gssstai?”

“In ufficio, ma vengo, guarda, finisco un contratto, mando una mail, sistemo il back-up perché poi non si sa mai, accompagno il boss a casa e mi fiondo”

 

Vi ribloggo un post che ho scritto su Creandoutopie, una fantastica iniziativa di collaborazione tra bloggers di cui sono onorato di far parte!

Ogni giorno spunta una nuova denuncia di molestie. La speranza di ognuno, immagino, sia di trovarsi di fronte a una nuova rivoluzione che porti, con la lentezza tipica delle rivoluzioni serie, a una consapevolezza e a un miglioramento delle condizioni di vita delle donne in generale. Quello che più mi ha colpito di questa rivoluzione, […]

via Molestie moleste — CREANDOUTOPIE

Un’isola che forse c’è

Mi sveglio presto. Potrei farmi la barba, dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo.

Mia moglie:

“Dovresti farti la barba”.

“C’è ancora tempo”.

Ripasso il discorso che vorrei tenere.

Presento il mio primo libro con editore, con me ci sono anche due poeti scrittori, Eleonora De Berardinis e Max Capozzi. Presentano “Destinazione Cuore” lei, “Romeo, max e Lucifero“, lui. Non abbiamo avuto tempo di coordinarci granché.

Alle 3 Max arriva in stazione. Lo riconosco, ma lui non riconosce me.

“Hey, dove sei, Max? Allora io sono alla tua sinistra, seduto sulla panchina”.

Max si gira e vede un barbone.

“Massimo non ti vedo, ndo stai ao?”

“Alla tua sinistra. Dove cazzo ti giri, quella è destra, dellà dellà”.

Mi vede e capisce lo scherzo e comincia così la nostra amicizia. Mai visti prima.

Max ti guarda dritto negli occhi, ha il fuoco di chi insegue i sogni, ma anche le rughe nell’anima di chi le ha prese tante volte sui denti. Mi fa leggere la poesia, dico va bene, la inserisco nel discorso con uno sbaffo di penna.

Mi gratto il mento. Dovrei farmi la barba, ma c’è ancora tempo, sono appena le tre.

Alle tre e mezza arriva Concetta, da La Spezia. Poi li accompagno al loro albergo e torno a casa. Sono le quattro, c’è ancora tempo. I libri? Diamine, devo scendere i libri in macchina. Risalgo, devo cambiarmi. Buddy B ne spara una grossa, di quelle che arrivano alla nuca e penso non ci sia bisogno di dire di cosa sto parlando. Principessa fa le bizze. Susanna, da Milano, giunge come un angelo a salvarci. Non s’è persa una presentazione, la Susy.

Eleonora mi chiama disperata. Viene da Merano. Ha un cane. Che non sa a chi affidare. Solo il giorno prima sono riuscito a trovarle la mia vicina di casa, ma prima delle cinque non c’è. La presentazione è alle sei, io devo essere in atelier un’ora prima.

“Avvo io devo andare a cambiarmi, poi devo portare il cane da te, poi il mio fidanzato s’è perso la camicia”

“Come cazzo se l’è persa la camicia? Siete venuti in aereo e lui si è sporto fuori dalla carlinga?”

“Ma no, l’ha lasciata a casa, insomma deve andarla a comprare”

“Ma tu ci vieni alla TUA presentazione o comincio senza di te?”

Faccina con le lacrime, mi dice ti prego aspettami.

Le do’ il numero di cellulare della vicina e mi riprometto di chiamare il ristorante cinese all’angolo, quello che hanno chiuso due volte perché servivano carne di cane (ora ha migliorato e serve solo un cane di carne).

Devo scendere, dovrei ancora farmi la barba. Metto il rasoio elettrico nella tasca della giacca, c’è ancora tempo. Posso sempre farla lì da Cecilia Gattullo, che ci ospita per la serata.

Prendo in braccio Buddy B, che infila il braccino nella mia tasca e fa partire il rasoio. Cominciamo bene.

Entriamo in auto, passo a prendere Max e Concetta, a metà strada per l’atelier mi ricordo che ho dimenticato il libro con segnati i passi da leggere. Ma ho dimenticato in realtà che non l’ho dimenticato, era solo nel cofano. Si procede spediti.

Arriviamo all’atelier. Manca l’acqua. Ma c’è tempo.

In fila alla cassa, una ragazza mi guarda, poi guarda l’acqua, poi mi riguarda:

“Sono a dieta” le dico, come a dire fatti pure un po’ i cazzi tuoi. Pago ed esco, come facciamo spesso nella vita, non solo al supermercato.

Risalgo, sistemo i libri. Poi apro la porta, Barbara (Melandri), Valentina (Gallo) e Morena (Crotti) lì davanti. Abbracci, bacioni, ciaoni.

Si tolgono le giacche con movimenti lenti e affettati. Mi dico, lo sapevo che erano solo tre sciroccate.

Mi fissano, le fisso, mi fissano, poi capisco che aspettano qualcosa. Finalmente guardo le loro tette che fino a quel momento avevo ignorato per pura e finta galanteria, e SBAM! Indossano magliette con la copertina del mio libro. Il veliero addosso a Valentina sembra avere molto più vento in poppa di quello di Morena. Vai a capire perché…

Le prime lacrime.

Eleonora mi si avvicina: “Avvo che poesie devo leggere?”

La guardo per capire se mi perculeggia.

“NON TI SEI SEGNATA LE STRACAZZO DI POESIE?”

Fa gli occhioni a cerbiatto e sogno di avere un fucile ed essere cacciatore.

Le giro il pdf dove avevo segnato i numeri di pagina delle sue poesie da leggere.

“Eh, ma io ti ho mandato il file bozza, i numeri sono poi saltati”

“Certo che ti ci metti di impegno a mandare tutto a puttane…”

Poi alle 18.02 riesce non so come ad abbinare le poesie ai pezzi che leggerò.

La lascio, cambio stanza e una signora mi ferma e mi fa:

“Sono la mamma di Ele, piacere”.

“Ah me la saluti tanto”.

Mi guarda stralunata.

“Ma… Eleonora presenta cu tte lu libro”.

Ops.

Mi ferma una bionda.

“Ciao! Sono Aida”

“Che nome lirico, piacere, sono avvo”

“Sempre le solite battute”

“Ci conosciamo?”

“Mi prendi per culo ogni volta che mi vedi su face”.

E siamo a tre.

E poi partiamo, via, ci sono tutti, troppi, neppure una sedia né un cuscino rimane libero, mi manca il fiato e devo bere per non rimanere con la bocca di carta vetrata.

Cecilia legge un messaggio che viene da una persona che non vuole rivelare il suo nome. Sudo freddo.

“Per il battesimo di Vittoria…”

La interrompo:

“Fermi tutti, tranquilli, Vittoria non è una mia figlia illegittima, solo il nome della protagonista, eh”.

Cecilia riprende, finisce il saluto/omaggio di Angela Molfetta, poi si parte. Io parlo, gesticolo come se non ci fosse un domani, poi la poesia di Max viene decantata (con commozione, emozione, sincerità) nel momento perfetto, poi il duetto con Eleonora, un pezzo del libro, una sua poesia, lei si commuove, io pure, Valentina proprio c’ha le cascate del Niagara, applausi.

La serata finisce, come finisce ogni cosa bella, ma c’è ancora tempo.

C’è tempo per andare a casa mia, con queste persone che ho visto per la prima volta, ma accoglierli è stato facile come aprire la porta a uno di casa. Morena ha tentato di fare fuori una lampada a forma di palla, ma con tutti i regali che lei e le due pennine mi hanno fatto avrebbero potuto distruggere tutta casa e andare ancora in pari.

La notte finisce alle due, o giù di lì, quando Barbara ritrova dopo attimi di terrore le chiavi della pensione in cui dormono tutti e tre.

C’è ancora tempo il giorno dopo per un caffè.

Ci sarà ancora tempo, perché per me è stata un’esperienza favolosa, una piccola vacanza su un’isola che forse c’è.

 

Metti una sera con Enrica Tesio, Dodici Ricordi e un segreto…

 

Enrica Tesio non ha bisogno di presentazioni (titolare del popolarissimo blog Tiasmo) eppure, ciononostante… fa presentazioni!

E così, dopo aver letto per anni il suo blog e aver avuto l’onore anche di qualche sua lettura e scambio di commenti sui profili Facebook, ieri sono finalmente andato a vedere con i miei occhi di che pasta è composta questa scrittrice di successo, partecipando alla presentazione del suo ultimo lavoro “Dodici ricordi e un segreto” presso la libreria Bufo .

Ovviamente ho comprato ieri il suo libro e ancora devo leggerlo, ma posso già dire che mi piacerà.

Nonostante il successo (un romanzo con Mondadori, uno con Bombpiani, un film basato sul suo romanzo, what else?), Enrica è di una umiltà che stupisce. In un mondo di apparenze basate su sostanze assenti, in un mondo di steli d’erbaccia che simulano la sostanza di pietra, Enrica ha la sostanza della roccia e l’apparenza del fiore. Dalle primissime parole mi ha colpito: nel parlare della memoria, se ne è uscita con una frase del tipo “Se non c’è nessuno che ricorda, la memoria non esiste, e neppure il passato”, che denota una conoscenza di uno dei più grandi filosofi di sempre nonchè uno dei più ostici, Sartre, di cui però lei non ha fatto il nome. Rispetto massimo, dunque, per la platea, da parte sua, scelta giustissima, perchè citarlo sarebbe stato una mortificazione per chi, Sartre, non l’ha mai letto nè capito, nè avrebbe aggiunto nulla a chi lo conosce. E se non è lui, sarà stato qualche altro filosofo, oppure una coincidenza, in ogni caso è un incipit che mi ha fatto sentire di fronte a una donna di profonda cultura.

Anche la poesia che apre il libro è evocativa e significativa, parla del vento che, passando, modifica le cose e trasforma le pietre in rose. Io ci vedo tanto Proust, in questo libro e nella teoria abbozzata da Enrica durante la serata, teoria che non ha mai avuto l’aria di essere una lezione, ma una chiacchierata tra amici. Un profilo umile e però altissimo. Il passato ha la forma della memoria, questo il grande insegnamento de La Recherche proustiana, e come non vedere questo insegnamento declinato nel libro di Enrica, dove un uomo prova a “passare” il suo passato ad una persona da lei amata (Aura, nome stupendo!) mediante dodici ricordi, appunto, lasciati scritti su post-it, sul retro di bollette, in spazi e luoghi a lui familiari che come per “assorbimento”, per immanenza degli oggetti ai soggetti, assorbono il passato di quell’uomo per trasmetterlo intatto alle generazioni future? Nei ricordi di Aura vive il protagonista vero di questo libro, che è il passato, appunto, o i ricordi, che poi sono i mattoni su cui si edifica la casa del passato.

Enrica ci ha anche deliziato con scenette di vita reale, sua figlia piccina ha assistito e ha mostrato (ovvi, sacrosanti!) segni di insofferenza per questi adulti che non giocano, sono lì fermi sulle sedie mentre lei vorrebbe spaccarlo in due il mondo, abbraccia la mamma, si nasconde dietro di lei, le tira i capelli, e lei non perde mai il sorriso nè la pazienza nè il tono dolce di mamma e, devo dire non so come, neppure il filo!

Questo racconta molto di lei, non c’era neppure bisogno che le rivolgessero la solita, trita domanda “se lavori e hai figli dove trovi il tempo per scrivere”. La risposta di Enrica con i fatti è quella che fornisce Dalì nello spiegare perchè scrisse il suo romanzo: “perchè trovo sempre il tempo di fare tutto quello che voglio”.

Ecco l’umiltà, una donna che sicuramente poteva permettersi una baby sitter (forse anche due!), non affida la sua bambina ad altri, ma la porta con sè a quella che è a tutti gli effetti una serata di lavoro. Peraltro, parlando parlando si scopre che ENRICA NON HA LA PATENTE! Ora, io dico, c’è da rallegrarsene perchè una donna in meno per strada… peraltro lei dice che tutti i personaggi sono un poco autobiografici e un poco vengono dal mondo che frequenta, e considerando che lei stessa ci ha detto i suoi personaggi essere tutti matti… dico, se tanto mi dà tanto, meglio che se la fa a piedi! Ma, dico, una mamma, lavoratrice, scrittrice per di più… senza patente.

A chiusura di serata, Enrica s’è persino preso il mio romanzo, con ciò facendomi gongolare da qui all’eternità. Non penso troverà mai il tempo di leggere manco il titolo! Ma che sia nella sua libreria, da qualche parte, mi regala già una strana felicità.

Dalla serata di ieri sono uscito con la convinzione che gli eroi esistono. E qualche volta la loro è una storia a lieto fine, un finale però aperto, come pare essere quello del suo libro (Enrica, mi dovresti pagare per averti salvato con la storia del King e del finale de La Torre Nera, ammettilo!)

Il lieto fine di questa storia è il successo che arride a Enrica.

Lo merita tutto, fino all’ultima riga.

Lettera appesa all’Appendino

Cara Appendino,

No, aspè, che poi si offende, gentile SindacA di Torino ti scrivo questa lettera sperando che essa ti trovi in salute, e che ti giunga.

Se ti arriva aprila, perché se non la apri, temo che non potrai leggere questo che ti scrivo (nemmeno il mio suggerimento di aprirla), nonostante i tuoi superpoteri.

Se non ti arriva, mi raccomando non aprirla, che poi la legge qualcun altro, e non darti pena a leggerla, non mi offendo, solo vedi di restituirmela se non ti arriva, ché altrimenti ho speso il francobollo per niente.

Se invece ti arriva e la apri, leggila.

Se non la leggi, tanto vale che non la apri e me la rendi. Puoi sempre dare la colpa al questore.

Leggila senza fretta, tanto la sto scrivendo piano piano apposta per darti il tempo di assimilare parola per parola, vedi questi spazi così lunghi? Sono spazi fatti spazi apposta per farti riposare la vista.

E il cervello.

Che lo so, non è colpa tua, è una eredità, nessuno può imputarti gli effetti di un cervello che non hai governato tu, ma che ti sei ritrovata così com’è senza poterci fare nulla.

Succede.

L’inverno s’appresta e il tuo arduo compito di governare questa nave senza cocchiere (o era no-cchiere, no, eh?) sta per entrare nella fase ostica.

Te lo dico da mò: potresti smetterla di far buttare il sale per terra? Tanto non nevica più dal 2006.

Capisco che porti fortuna, però qui esageriamo.

Ho visto le strade più salate delle acciughe di mia madre.

Che poi mi si rovinano le scarpe, oibò.

Potresti poi cortesemente allungare di qualche millesimo di secondo i semafori pedonali? Quando attraverso un viale mi sento Bolt e penso che Torino sia l’unica città della Galassia dove c’è gente che non riesce ad attraversare un viale con controviale in un’unica sessione semaforica di verde.

Non fai a tempo a dire “verde” o “merde” alla francese, che è giallo e gli automobilisti hanno già messo alla frusta i loro cavalli di metallo.

Poi un piacere a titolo personale, per cortesia: se ci tieni tanto alle multe, puoi spiegare ai torinesi che il centro della carreggiata NON può essere usato come parcheggio e fare un paio di multine ad hoc?

Due foglie due le vogliamo ranzare via dalle strade? Mia figlia su questo è daccordo con te, meglio lasciarle così, ci si sente più Mowgli e possiamo giocare a fare avventure nella Jungla.

Quanto all’aria, è pulita, non capisco questo accanirsi contro di te. Hai persino bloccato gli Euro 1-2-3 (stella!), certo, lo hai fatto solo in quei giorni in cui la gente cominciava a vomitare sangue per le strade e se facevi una scoreggia usciva la polvere dal culo, ma questo dimostra la tua somma saggezza, appena il limite si è ridotto sotto la soglia del 10 tumori al giorno, hai permesso di nuovo a tutti di ronzare in auto, bien!

Per la questioncina di Piazza San Carlo, hai ragione te, il questore doveva informarti. Ma guarda che pirla! Non ti ha detto niente! Tu te ne stavi lì, tranquilla, nel salotto di casa tua, che poi manco tifi Juve che te ne fotte di guardarti la finale di Champions, e quello il questore che fa? Decide tutto di testa sua senza manco mandarti un whatusp. Che ignominia!

Il salone del libro, poi, è andato a cannone. Brava! Bravissima! Che ce ne fotte se Milano alla prima edizione ha fatto trenta volte i visitatori del salone di Torino alla sua prima edizione? Acqua passata. Milano ci ha già “rubato” la moda, la TV, la pasticceria, l’editoria, l’industria, le sedi di tutte le più importanti società (persino il Sanpaolo), sarò sazia no? Vuoi che si metta pure a rubare il salone del libro? Ma no, stiamo sereni, stai serena, non fare nulla che vedrai loro rinunceranno e l’anno prossimo manco lo faranno il salone.

E i negozi? Chiudono come funghi, tutte le grandi marche sono fuggite da Torino, l’ultima Borsalino, ma quella era fallita già in tutta Italia quindi chi se ne frega, dico io! Fai bene, non muovere un dito, che vadano tutti in fallimento, che ci importa? Abbiamo sempre il negozio di pop-corn e di gelati fai da te, oltre alla polenteria. Noi siamo popolo!

Sui mezzi GTT si gira con il metaldetector, ah e ti ringrazio per aver ricreato fedelmente l’atmosfera di Baghdad alla vigilia della caduta dell’ultimo dittatore, però se si potesse tornare a livelli non da cinema Hollywoodiano francamente sarei più sereno. Lo so, lo so, ormai la GTT è sulla stessa strada di Borsalino, forse per questo si borsalineggia a tutto spiano. Ho anche apprezzato molto la tua capacità di reazione nei momenti di crisi, e come hai suggerito non ho aperto nè porte nè finestre nei giorni di inquinamento massimo. Certo sono due settimane che dormo in strada perchè mia moglie ha colto la palla al balzo e non mi risponde manco per citofono perchè dice che così salgono gli acari della polvere, ma per il bene della città questo ed altro.

Apprezzo anche la presenza massiccia di polizia nelle piazze centrali della città, lì dove disordini non ci sono mai stati: per le leggi della statistica è proprio lì dove non è mai successo un cazzo che con più probabilità succederà il bordello, mentre a San Salvario o nei dintorni di Porta Palazzo vado serenissimo, che tanto, si sà, lo stesso fulmine non colpisce mai due volte nello stesso posto. Nel dubbio comunque mi porto mutande di ferro e portafogli di stagno (buraaattino).

I parchi per bambini, a proposito, che fiore all’occhiello! Scommeto che sei andata tu di persona a verificarne lo stato: certo, non sei un ingegnere e bisogna accontentarsi dell’altalena monocorda-sbilenca con strusciata di culo incorporata, lo scivolo con doppia funzione ludica e scolapastica, l’arrampicata su transenna et similia.

Chiudo citando il rapporto Rota, mi spiace che tu non abbia replicato a LaStampa.it che te lo poneva a risposta della tua indignata lettera al giornale per aver osato dire che Torino è in declino.

Dico, potevi vantarti di tale rapporto! Dice che per valore aggiunto e produttitivà siamo finalmente penultimi nel Centro-Nord! Daje Sindaca! Ci sei quasi riuscita!

Ti basta farci scalare ancora di un gradino e saremo ultimi e si sa cosa si dice degli ultimi, saremo i primi!

Vive la France…

 

Doppia libidine coi fiocchi

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“Non è cambiato niente da quando te ne sei andato.
In bagno c’è ancora il tuo spazzolino
e sotto il cuscino
metto ancora la tua maglietta consumata.
Sul divano c’è una tua felpa stropicciata:
mi arrabbiavo sempre quando lasciavi la tua roba per casa,
eppure adesso ti ringrazio per averlo fatto QUEL giorno
prima di uscire dalla porta.
Non osa sedersi nessuno sulla poltrona accanto alla lampada
e il salotto sa ancora del tuo incenso che odiavo tanto
ma che continuo ad accendere per te.
Apparecchio ancora per due
e quando ci sono gli amici il tuo piatto rimane vuoto…
Ma c’è.
Non è cambiato niente da quando sei con gli angeli,
perché guardo il cielo
e ti sorrido.
E tu sei accanto a me.”

[Su nel cielo, tratta da Destinazione Cuore, Eleonora de Berardinis, Miraggi Edizioni]

 

“Mesi dopo il funerale, trovai il coraggio di andare in camera sua. Non c’ero più entrata, come se mi avessero tacitamente proibito di farlo. Indugiai a lungo come se avessi potuto disturbare il sonno di qualcuno che dormiva oltre quella soglia. Sembrava tutto così diverso, forse perché era tutto uguale. Ma sapevo che [____] non sarebbe più tornata a dormire sotto quel letto. Nell’aria sembrava aleggiare qualcosa di solenne, la morte, la terribile morte di cui nulla poteva essere visto, se non tutto. Sotto il pianale di marmo della consolle era posato, a faccia in su, un vecchio specchio da toeletta, pieno di aloni e macchie. Lo girai, forse speravo che vi fosse rimasta impressa l’impronta del suo volto.
Aprii i cassetti e mi portai al naso un sacchetto di lavanda che profumava ancora. Vidi la sua biancheria che andava impercettibilmente ingiallendo, stirata e piegata a perfezione. Era tutto in ordine. La morte aveva svuotato quel posto senza sottrargli neppure un granello di polvere. Ero rimasta sola in alto mare, quel porto era chiuso. Mi rimaneva solo la mia querencita.”

[Brano tratto da Lo specchio dell’angelo perso, Massimo della Penna, Efesto Edizioni].

Amici torinici e dei dintornici, sabato 18 novembre dalle 18 presso l’atelier della mitologica Cecilia Gattullo parlerò a braccio (e a cazzo, diciamocelo) del mio ultimo romanzo Lo specchio dell’angelo perso. La Eleonora decanterà alcune delle poesie tratte dal suo libro Destinazione Cuore e, siccome è donna e le donne, si sa, la sanno lunga, porterà anche una buona scorta di vino, da ingollare rigorosamente prima che iniziamo a parlare. Sarà una serata anche d’arte pittorica, dato che nell’atelier potrete ammirare i lavori di Cecilia appesi alle pareti (dove del resto solitamente si appendono i quadri; ma siccome Cecilia è differente, li troverete anche non appesi, eh), tra cui chiaramente il quadro sulla cui base ho fatto realizzare la copertina del libro.

Vi aspettiamo!

C’è del marcio in Danimarca

Amleto lo diceva, che il mondo è un giardino incolto, pieno tutto di malefiche piante.

Ma in Danimarca non c’è solo marcio, non crescono solo erbacce, ci sono anche fiori, fiori delicati, papaveri dai petali fragili che possono perire sotto i colpi del vento, persino sotto il peso d’una foglia che si stacca da un ramo basso. La natura appare crudele e spietata, gli animali più forti mangiano i più deboli, ma essa non ha etica e non ha morale e proprio per questo, però, è onesta e trasparente e non nasconde niente. Non vedrai mai un sasso travestirsi da fiore, né il magma somigliare all’acqua.

La mela marcia che cade, non chiede d’essere morsa, mostra la sua tempra e la sua febbre, il buco che indica che qualcosa l’ha rosa scintilla sotto i raggi d’un pallido sole, e quando batte al suolo non ha un buon odore, allontana chi ha stomaco delicato e rimane a disposizione dei vermi che la bramano e ch’entrano ed escono senza uno scopo, se non quello di continuare a strisciare gonfi di loro stessi.

L’acqua che scorre non promette di fermare il suo corso, scivola sul suo stesso letto e trascina tutto a valle senza memoria, senza andate né ritorni, vive fuori dalla storia e quando v’entra s’è già spenta e svaporata su per le nuvole gonfie di fulimini e tuoni e temporali uggiosi.

Le fronde si agitano nell’ultimo sospiro di ottobre, questo mese senza più stagione, dove il freddo che ti punge l’anima ti ricorda che tu sei vivo anche se tutto muore, ti ricorda che tu un’anima ce l’hai e forse dovresti starci un poco più attento a quello che con essa poi ci fai.

Che certe brutte pieghe che prendono certe pieghe, poi, nonostante il tempo, non le spieghi mai.