Un giorno di ordinaria miopia

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Qualche giorno fa mi sono ritrovato a cena a casa della boss.

È stato quando c’è stato quel nubifragio.

Temevo picchi di traffico; checché ne dica Ysingrinus, il torinese medio prende già, di suo, l’auto pure per andare dalla cucina al salotto, o da Porta Nuova al Lingotto, figuriamoci quando piove. Ho visto navi sui bastioni del gran Sasso parcheggiate al centro della strada. Questa la capisce solo chi è di qui. Dicevo che, temendo traffico, ho ripiegato sulla mia vespa turbo diesel.

Dopo aver spolverato la sella inzuppata di linfa d’albero colata e polline rappreso mantecato a cacate d’uccelli sparvieri, mi sono fiondato per le fumanti strade torinesi, dribblando lavavetri (ci ho il parabrezza grande), giocolieri incuranti della pioggia e vigili poco vìgili.

Poi, però, ho esagerato coi dribbling e in un sorpasso stretto ho agganciato lo specchietto di un’auto con il manubrio della vespa.

Lo specchietto per fortuna si è staccato; o si staccava lui o io finivo per terra.

Per il proprietario dell’auto, però, quello specchietto doveva avere un valore affettivo.

Un valore affettivo inconcepibile, vi assicuro, che io, da semplice passante, non avrei mai potuto sospettare, altrimenti magari avrei impiegato più attenzione. Se tu mi metti un cartello sullo specchietto, e ci scrivi, che cacchio ne so, “Ricordo di famiglia”, io capisco l’antifona, e giro alla larga. Ma se vedo uno specchietto uguale a milioni di altri, mi sento abbastanza libero di portartelo via, se proprio capita.

Il feticista dello specchietto mi ha inseguito per mezza Torino, lampeggiando più del nubifragio e tuonando col clacson, tanto da mandarmi in confusione, non capivo più se dovevo guardare nel cielo o nello specchietto. Tra un tuono e un clacson, mi urlava dietro parole difficili. Ho provato ad attivare “riconosci lingua” di google ma su parole difficili tipo “Ngulammameta” mi è stato tradotto “guidare una mamma”. Ho pensato forse volesse dirmi che stavo guidando come sua mamma. Allora mi sono incaponito, perché tra uomini è così che va e se mi sfidi divento peggio di Nuvolari.

Alla fine sono stato magnanimo, e non troppo competitivo, ma sai che me ne faccio del tuo specchietto di merda, ho pensato, ma sì, riprenditelo toh… e insomma gli ho lanciato lo specchietto come si usa tra vecchi amici, impartendo all’oggetto una traiettoria a cupola discendente (stile tiè, ciapa questa lattina, ciapa le chiavi al volo, avete presente no? Tra amici ci sta tutto, no?).

Il pirla ha mancato la presa; devo dire a sua discolpa che era impegnato a guidare, e del resto il finestrino dal cui lato gli ho lanciato lo specchietto era chiuso. Non è che posso pensare a tutto io, eh, sei tu che non puoi vivere senza quel maledetto specchietto, industriati, no? Potevi abbassare il finestrino, e invece no, hai mancato la presa e ti è toccato fermarti a riprendere lo specchietto.

Subito ne ho approfittato per intrufolarmi nel Parco Valentino, ZTL.

L’uomo che sussurrava agli specchietti non mi ha visto entrare nel parco.

Che poi, re melius perpensa, ma di specchietti ne hai tre, ma che minghia te ne catafotte che ne hai perso uno? Usa l’altro, no? Bah.

Ad ogni modo, per sicurezza, mi sono tuffato dietro una siepe quando l’auto è passata davanti; certo la vespa al centro del vialetto avrebbe potuto destare sospetti, ma non ho avuto tempo di far tuffare anche lei.

Dietro la siepe c’era una pozzanghera così profonda che ci ho trovato una troupe dell’ufficio turistico di Sharm el Sheik che ci girava uno spot sulle immersioni subacquee.

Morale della favola sono arrivato con trenta minuti di ritardo e ricoperto di fango e foglie peggio di un militare in tuta mimetica (per fortuna, del collezionista di specchietti nessuna traccia lungo il tragitto).

Mi sono pulito le scarpe sullo zerbino prima di bussare, eh, sono un tipo sveglio io.

Quando la boss ha aperto, il suo zerbino dell’Adzerbajan era agonizzante.

La boss non ci ha fatto caso allo zerbino, trattandolo un po’ coi piedi, però quando mi ha dato una pacca sulla spalla non è stato molto contenta di quello che gli è rimasto sul palmo.

Dopo essermi ripulito alla bell’e meglio nel bagno (grande quanto l’intero mio appartamento), finalmente ci siamo seduti a cena.

La boss ha avuto la brillante idea di sperimentare per la prima volta la ricetta “Rane fritte in salsa agrodolce”.

Io odio le rane, per lo meno odio mangiarle. Ancor più odio l’agrodolce: non mi fido di chi trovi geniale accoppiare mirtilli e bacon.

Non appena la boss è andata in cucina a prendere non-so-che, ho trasferito tutte le rane e 3/4 di salsa agrodolce dal mio piatto alla scodella di Fuffi, il suo barboncino rincojonito di 104 anni e un occhio di vetro.

La povera bestia ce l’ha messa tutta per aiutarmi, si è spazzolato tutto in un nanosecondo.

Tuttavia l’ho visto tornare al suo posto (una specie di culla ricamata all’uncinetto su una poltrona) barcollante.

Con terrore ho visto che aveva conati di vomito.

Ti prego ti prego ti prego trattienilo… mi dicevo, mentre  la boss armeggiava in cucina.

Gli ultimi scampoli di salsa li ho versati in una pianta, dietro il tavolo antico su cui stavamo cenando.

Quando la boss è tornata a sedersi, Fuffy non stava tanto bene.

Io sudavo, mentre la pianta (bastarda!) trasudava anch’essa salsa agrodolce dal basamento.

Il BUCO! Mi ero dimenticato che l’acqua in eccesso finisce nel sottovaso.

E se l’acqua è troppa… il sottovaso trabocca…

Appena la boss si siede, si sente “bluuuuuuuerpe cof coff cai cai”.

Quel bastardo di Fuffy ha rimesso le rane e la stramaledetta salsa sul divano.

La boss si è alzata urlando “fuffiiiiiiii fuffiiiiiii a mamma cos’hai?”

Quando si è avvicinata a Fuffy, ha visto una zampa di rana spuntargli dal naso.

Il colore verde-giallo della salsa sul divano era inconfondibile.

La boss mi ha fulminato con lo sguardo.

Io pensavo, non ha le prove! Non può esser sicura che sia stato io.

“Ehm, boss, si vede che Fuffi mentre cucinavi ha voluto assaggiare eheheheh”

E la boss:

“Avvocazzo, bene, hai trovato una spiegazione per Fuffi. Ma adesso dimmi, anche la pianta ha messo su un paio di zampe ed è venuta in cucina ad assaggiare?”

Non è stata una grande cena.

Proprio per niente.

Soprattutto quando hanno bussato alla porta ed è entrato suo figlio, neopatentato, primo giorno di auto nuova fiammante: aveva lo sguardo torvo.

E in mano uno specchietto.

 

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