Alunno del cuore

Bloccato in camera.

Mi bastava stare sulla cima dell’armadio a leggere.

Mi arrampicavo fin lassù. Non ho mai capito perchè.

Sollevavo il velo su mondi lontani, perduti, assonanze e risonanze d’umane vicende e miserie con la mia condizione.

Non è sempre stata dura.

C’erano i mesi buoni. Quando mia madre preparava le paghe per le sue operaie e metteva i soldi sul suo letto, in mazzetti divisi. Io planavo come un calabrone e pescavo 10.000 lire qui e là. E lei rideva. Dio, quanto rideva, quando poteva permettersi il lusso di lasciarmi prendere qualche banconota. E fingeva di implorarmi, smettila, smettila, dammi quei soldi. E che sottile piacere, il mio, avere quel tesoro tra le mani. Ancora oggi, quando siamo malinconici, a me e mia madre piace ricordare quelle volte, su quel letto, quelle mie piccole gioie infinite. Restavo euforico per settimane, e non riuscivo a decidermi su cosa farne di quei soldi. Il più delle volte tornavano i momenti bui, quando i committenti non pagavano, in cui lei, con la vergogna dipinta sul volto, mi chiedeva se per caso mi fosse rimasto qualcosa. Non mi chiedeva mai di restituirle il denaro, non ce n’era bisogno. Capivo al volo e le consegnavo il mio tesoro, per lo più intatto. Non era generosità la mia, ma incapacità di concepire bisogni esterni ai miei libri, che prendevo alla biblioteca e consegnavo con mesi se non anni di ritardo. Mia zia era addetta al servizio prestiti, una miniera d’oro per me. Avevo davvero tutto. Alberi da cui mangiare frutti ancora vivi. Non si può capire il sapore di un frutto ancora attaccato al suo ramo, se non lo si è provato mai. Il fresco bruciore, d’inverno, dell’unghia che affonda nella buccia d’arancia, le fibre che rimangono incollate, in mezzo ai grani di terra bruni.

Quanti sogni appesi a quei rami, dove mi arrampicavo, con i miei due amici, unici vicini in quella sorta di comunità pseudorurale dove vivevo, dove il latte te lo consegnavano al mattino in bottiglie di vetro col tappo di stoffa.

Ricordo ancora la pagina di un giornale erotico; la nascosi sotto dei rami, dentro una capanna che avevo improvvisato con due lamiere di ferro pescate dalla discarica abusiva poco distante. E una cassa di legno che aveva spedito mio padre, che spesso si faceva precedere nei suoi rientri da materiale inutile, cianfrusaglia raccattata in improbabili bazar ai confini del mondo.

La semplicità delle attività in cui mi cimentavo non ne ha mai sminuito la profondità di radicazione dentro di me. Girare in elicottero sul Grand Canyon è stato un lusso tardo che mi son consentito e che ha lasciato indubbiamente ricordi esaltanti, ma è stato niente in confronto alla torsione dell’anima che mi assale quando penso a quel vento, a quelle fronde degli alberi che filtravano i raggi del sole, partiti lontani dallo spazio profondo dove l’astro che ci dona la vita sonnecchia in sbuffi di luce, quei rami e quelle foglie che come dei prismi viventi, filtrando la luce, creavano sul pavimento sbrecciato di camera mia un tremulo bagliore, come onde di luna riflesse sulla spuma del mare che non ne vogliono sapere di stare ferme. Se chiudo gli occhi vedo la condensa ammassarsi sui vetri della cucina, una nebbia sugli occhi del mondo, la sento scendere in zig-zag di gocce indolenti, posso ancora sentire netto l’odore delle bucce d’arancia e di limone del nostro giardino messe a essiccare sulla stufa di ghisa, e se prendo la lana del maglione e l’avvicino al mio naso, posso inspirare ancora quell’inconfondibile fragranza che per me sarà sempre l’odore dell’inverno: il legno bruciato, il filo di fumo che danza sulle cime dei comignoli, sui tetti delle case, e sale su, verso il cielo, questo panno di velluto puntuto di lacrime blu.

Mi assale spesso la nostalgia di quei giorni, quando niente, neppure un coltello affilato passato sul braccio, o un accendino infuocato premuto sul dorso di una mano, riusciva a scalfirmi, sorretto dalla rabbia e l’orgoglio di essere diventato un po’ uomo prima ancora di esser mai stato bambino, mia madre che mi prendeva il viso tra le mani sottili come fusi e con le lacrime agli occhi mi chiedeva perdono per non avermi potuto dare di più, io che le dicevo che lei mi aveva dato anche quel che non aveva, e lei che replicava sempre, ancora oggi, che ha fatto solo il suo dovere di madre. Mi manca anche quella pioggia larga, che scendeva giù a secchiate dal cielo plumbeo dove cumuli di nembi si gonfiavano come panna spruzzata da una bombola spray sotto massima pressione, quando giocavo, appena tornata la quiete, a tirare strattoni ai fili spogli del bucato per far cadere di botto tutte le gocce giù.

Forse esiste un angolo di mondo, o di tempo, in cui poter tornare indietro, e rivivere tutto, se io troverò mai quell’angolo, è lì che voglio tornare, sotto quelle fronde odorose, sotto il ginepro in primavera, tra quei rami, quelle corde di bucato, quei grani di terra sotto le mani, quelle barchette di foglie.

E se di posto e di tempo ne posso scegliere uno solo, allora sceglierò uno di quei giorni in cui mamma mi teneva il volto giusto in mezzo alle sue affusolate mani, tappandomi le orecchie e ovattando tutto il mondo intorno a me.

Quei giorni quando quegli occhi dicevano ho attraversato l’inferno, figlio mio, e lo rifarò altre mille volte per te.