Un regalo conto terzi

unacandelaperte

Zia G. ha avuto una vita che al confronto i miei peggiori problemi sembrano un giro a Disneyland. Zia G. non è mia zia, ma è uguale.

Se Dio avesse scolpito la sua infinita bontà su un pezzo di legno, quel pezzo di legno avrebbe presentato una straordinaria somiglianza col viso di Zia G.

Una donna che, non appena mio padre salpò per altri lidi, insistette per venire ad aiutare mia madre per le faccende domestiche (quasi a gratis), senza arrendersi dinanzi a mia madre che, i primi tempi, le diceva, da dietro la porta, talvolta stizzendo, di lasciar perdere e tornarsene a casa perché non avevamo di che pagarla.

Quante ore ho trascorso con lei.

Tutti i professori, tutti i libri, le lezioni, i master, i corsi della mia vita, non mi hanno insegnato la metà di ciò che mi ha insegnato Zia G.

Nonostante la sua terza elementare e la sua assoluta incapacità di infilare insieme due parole di italiano in una frase.

E io, arrogante e saputello, non smettevo mai di correggerla, come se non fossi stato io il vero ignorante, quello incapace di tradurre il suo linguaggio, la lingua del cuore.

Suo marito – senza tracce di scrupoli né cuore nel petto – l’ha sempre tradita.

Aveva una degenere tendenza all’ira e ad alzare il gomito non solo per bere, ma anche per tatuare lividi su Zia G.

Quante notti ha smaltito la sbronza a casa mia, quand’era un ragazzino, prima ancora di convolare a ingiuste nozze.

Zia G. si sfogava con mia madre, piangeva e – Dio solo sa il perché – incolpava sé stessa di tutto (compresi i maltrattamenti).

Aveva un’autentica dedizione da fervore religioso per il marito.

Si ostinava a giustificarne l’ozio, vanno avanti solo i raccomandati, diceva, il suo Lele era migliore di tutti quanti gli altri.

Non andavano mai in vacanza d’estate, se non per rapidi blitz domenicali (Baia Domizia o Scauri), più tempo in auto che in spiaggia.

Si arrabattava lei in umili lavoretti.

Avrebbe potuto certo guadagnare di più se non fosse venuta per 20 anni a casa nostra 5 giorni a settimana.

Ricordo ancora com’era emozionata quando, anni addietro, il marito le disse di fare le “valige grosse” perché – quell’anno – le avrebbe fatto fare una vacanza da “signora”, un intero mese.

Per due settimane non parlava d’altro, Zia G., quando veniva a casa, sembrava una bambina che per anni avesse visto in TV la pubblicità del Paese dei Balocchi e alla quale, finalmente, i genitori avessero promesso di portarvela.

Giunto il grande giorno, lui l’accompagnò in uno squallido alberghetto in un altrettanto squallido posto di mare.

Non parcheggiò.

Si sporse dal finestrino, e le urlò che lui non sarebbe rimasto con lei e i due figli, senza spiegarle il perché, dopodiché ingranò la marcia e scomparve.

Quando la vacanza finì, lei dovette tornarsene da sola a casa.

Il marito era ben occupato.

Al rientro, G. si ritrovò di colpo senza un marito, con la sua casa occupata – durante la sua assenza – da un’altra donna, e con due figli – uno per mano – da sfamare.

Dopo i primi due giorni trascorsi a casa mia tra fiumi di lacrime, prese in affitto due stanze in un seminterrato lì vicino, per non togliere a lui la possibilità di vedere quando volesse i suoi figli (cioè in pratica mai).

Quando la sua nuova donna, come spesso accadeva, lo lasciava, lei andava a “fare i servizi” nella casa in cui un tempo era stata “padrona”, il milord non poteva certo stare a digiuno, né stirarsi “i panni” da solo, poveretto.

I suoi due figli purtroppo hanno ereditato solo i geni paterni.

Un bel giorno Zia G. venne a casa mia con un gonfiore abnorme dietro l’occhio destro.

La vita, per non farle mancare nulla, le aveva regalato un bel tumore maligno.

Ricordo con quanta ansia e speranza mi chiese se mi sembrava “una cosa da niente” o qualcosa di cui preoccuparsi.

I suoi figli, carogne, diagnosticata la malattia, andarono a vivere dal padre tornando da lei solo quando costui aveva finito i soldi o la pazienza per elargire soldi.

In casa sua non poteva lasciare contante, sarebbe sparito come tante volte era accaduto, per cui depositò sempre i suoi risparmi presso mia madre, sotto forma di BTP.

Mia madre la implorò di riprenderseli e utilizzarli per le cure, ma non ci fu verso.

Non voleva sciupare i risparmi che in 20 anni era riuscita a racimolare per i suoi figli conducendo una vita di stenti.

Prima che si ammalasse, i figli e il marito più volte chiesero a mia madre di ritirare i soldi, spesso avanzando basse insinuazioni.

Mia madre fu irremovibile.

Zia G. le aveva affidato quei BTP da una vita, e solo Zia G. avrebbe potuto ritirarli.

Col progredire della sua vorace malattia, mi vergognavo sempre più dell’orrore che provavo per i segni della malattia, distoglievo lo sguardo e morivo di vergogna, mentre lei non ha mai smesso di guardarmi con amore e ammirazione (chissà mai perché) e moriva di tumore sotto i miei occhi girati dall’altro lato.

Per lei io diventai avvocato sin dal giorno in cui posi la firma sul modulo di iscrizione al primo anno di università, da subito cominciò a chiedermi mille consigli “legali”.

A parte ciò, ero l’unico (oltre mia madre, sempre assente però) tanto colto (si fa per dire ovviamente) da poterle leggere la corrispondenza (povera anima).

Ricordo quando andavo in quel seminterrato il cui ingresso era una porta affacciata direttamente sul manto stradale, sotto la volta di un rumoroso cavalcavia, a due metri dall’unica linea ferroviaria del paese.

Quando transitava il treno l’intera casa veniva percorsa da un micro-sisma.

Di solito passavo per ripararle il suo computer, un vecchio catorcio che le regalai dietro sua richiesta quando vide che ero sul punto di sbarazzarmene.

Sperava, diceva, che col computer i suoi figli aumentassero la frequenza delle visite.

Povera anima.

Se ne andò in 6 mesi dopo atroci dolori, il viso impietosamente deturpato.

Nonostante tutto, continuò a venire a casa nostra fino quasi alla fine.

Il buio l’atterriva, ne provava un terrore atavico.

Mi si spezzò il cuore in mille frantumi quando mi disse un giorno “tengo appaura di morire“.

Anziché dirle che sarebbe andato tutto per il meglio, le chiesi il perché avesse paura di morire (domanda da oscar dell’idiozia).

Mi rispose “tengo appaura del buyo, io a’ buyo non ci voglio stà, quellillà mi mettono sottaterra, io non ci voglio stà lì pecchè è buyo, voglio stà in alto, ma non c’abbiamo il posto e…quellillà mi mettono sottaterra e io a’ buyo non ci pozzo stà”.

Aveva paura del buio, quell’anima di chiare d’uova e farina di nuvole.

Aveva paura del buio.

E i suoi “cari”, in un accesso d’ira, durante le ultime settimane della sua agonia, le avevano detto sprezzanti che sottoterra sarebbe finita, cosa credeva?.

Così, giusto per aiutarla ad affrontare meglio le sue paure.

Ogni giorno fissava i suoi occhi, sempre più chiusi in feritoie di dolore, nei miei e mi chiedeva “E’ overo? Sicondo te è overo?”, riferendosi alle spregevoli minacce di seppellirla al buio.

Le dissi sempre di no, ma mentivo, e le sue paure, infatti, si rivelarono alla fine fondate.

Sarebbe costato troppo comprare un loculo in alto, e i BOT impregnati del suo sudore finirono in un computer, due telefonini, un’auto e poco altro.

Il giorno della veglia funebre, uno dei due figli si avvicinò a me e mia madre.

Dovessi campare mille anni, non potrò mai dimenticare che indossava squallidi zoccoli bianchi ai lerci piedi,  che mi apparvero di un’oscenità grottesca.

L’unica preghiera che seppe recitare fu “quando andiamo a prendere i BOT“.

Quest’anno a Babbo Natale vorrei chiedere un regalo conto terzi.

Solo una cosa per Zia G., perché io ho davvero già tutto.

Una lampadina.

E se nei vostri cuori, stasera, al crepuscolo, trovate 30 secondi liberi, accendetegliela pure voi una lampadina a Zia G.

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