Una professione intellettuale

Io esercito una professione intellettuale.

Siamo professionisti E intellettuali, chiariamo subito (la sapete quella del superstite di un incendio che chiama il suo avvocato e questi gli chiede “è assicurato?” e il superstite “Si, contro furto e incendio” e lui “le han rubato qualcosa?” e il superstite “no” e lui “ahi ahi ahi, ci voleva la polizza contro furto E/O incendio…“. Ma quante persone conoscete che vi raccontano una barzelletta in una parentesi?).

Per il nostro intelletto lo studio incassa 200€ per ogni ora di pensiero di un praticante di primo pelo, 350€ per quella di un avvocato medio, 500€ per quella di un socio di peso.

Certe volte però ci son pensieri che valgono molto di più, e che emergono con prepotenza alla superficie del mare di (neppure tanto) perbenismo imperante, scoppiettando in bolle che liberano la fragranza dell’anima di chi li ha pensati.

Un po’ come il peto di un sub.

Del resto, anche se sei sott’acqua, l’anima non si nasconde (cit. da Moby Dick – Melville).

E se c’hai l’anima di una scorreggia, ti ci puoi sedere sopra, puoi rimanere immobile e con le chiappe serrate sul fondo di un oceano di finzione, ma non c’è nulla da fare, la puzza prima o poi sale a galla.

Volevo dirvi di quando il boss ha fatto tutto un discorso partendo dal concetto che gli extracomunitari rubano lavoro anche agli extracomunitari, ma è finito tutto in una bolla.