Pregiudizi su pregiudizi

Ma che cosa ha certa gente contro i pregiudizi?

Un sacco di pregiudizi, ecco cos’ha.

Adora il truce auto-cannibale che è il pregiudizio sui pregiudizi, certa gente.

Ecco.

Io invece li trovo comodi da indossare sul mio ego, i pregiudizi.

Se sono negativi, après tout, sono soulement pre-giudizi, n’est pas?, mentre se positivi mi esaltano perché  ho fatto colpo “at a first glance”.

Come indossare una tuta 10 euri da Zara comprata in pausa pranzo che nasconde la panza o ti esalta il culo o il pacco, a seconda del caso (e del casso) molto più di un Kiton che indossi dopo due mesi di lista di attesa e 18 prove.

Subire un pregiudizio è come essere bocciato ai quiz della patente, la simulazione a scuola guida, intendo. O come passarli con zero errori.

Te ne puoi fottere allegramente, tutto sommato, in entrambi i casi.

Hai sempre il ricorso in appello, contro i pregiudizi.

Contro il giudizio (cosa passata in giudicato) di mia nonna che mi conosce da 39 anni e mi dice “babbione”, che speranza ho di vincere un processo di revisione?

-273,15 gradi (questa è una battuta da NERD e di MERD, voglio dire: zero assoluto).

In secondo luogo i tuoi pregiudizi puoi ritrattarli senza che nessuno abbia a recriminartene la soffiodiventaggine stile bandierina da cocktail insita nel tuo volteggio da valzer (alias pippa) mentale.

Del tipo: ti autosuggestioni sull’avvenenza di una tipa in chat, dopo 2 settimane lei cede alle tue mille tattiche psicologiche (ce ne sarebbero da elencare a milioni, ma le più gettonate sono il finto ana-esteta falsamente disinteressato all’aspetto esteriore nonchè il farloccamente scettico circa la bellezza implicitamente vantata dalla tipa, che a quel punto per vincere il tuo ana-estetismo o il tuo scetticismo ti manda l’intero book fotografico su flickr o badoo).

Lei cede, dicevo, alle tue tattiche da Sun Tzu (Sun…Tzuca!) e magari ti manda una foto sexy quanto un frigorifero arrugginito al Polo Nord che risponde al sinuoso quanto ingannevole nome di Pamela.

Se hai giurato e spergiurato a quel frigorifero di nome Pamela amore eterno fino ad un attimo prima, mille magneti con ti amo in tutte le lingue del mondo, quando lei se ne esce con la foto del tricheco con la sua faccia, a quel punto puoi senza problemi traslocare dalla Repubblica di Platone verso La Dittatura del Ciaone, puoi fingerti in preda ad una sindrome da Vergine di Mileto, insomma -sì- puoi smammartela e dirle sai cara, scusa, il mio era un pregiudizio, non posso mica amare un frigorifero con la faccia da tricheco solo perché ho chatato con te per due/tre settimane? La vita reale è altro, è Ralph, ciaone.

A tal proposito con le parole di Ovidio (“I pericoli dell’Amore”), vi ammonisco, state in guardia dall’amore che è un albero, va sradicato da virgulto, appena mette radici, a fior di terra, quando basta poco per eradicarlo, se aspetti che cresca e poi vuoi estirparlo stai fresco….e ci starà fresca magari un sacco di altra gente che passa e godrà della sua ombra (Tityre, tu patulae recubans sub tegmine minchiarum…).

Invece, bombatèla per 2 mesi, quella tipa, e poi accomodati…a quel punto, anche se le hai mai fatto promesse a voce, le hai fatto promesse col corpo, hai espresso precisi giudizi ad ogni colpo di anca che le hai menato, ogni colpo un debito, e si sa come finisce quando non paghi i debiti.

Ti risparmi un sacco di fatica – invece – a preferire i pre-giudizi.

Vi ricordate?

“Capello lungo? Drogato
Capello lunghissimo? Drogatissimo
Orecchino? Ricchione!
Donna che fuma? Baldrakka”.

E’ esattamente così che io classifico l’universo-mondo che mi viene incontro senza darmi la precedenza in questa vita sghemba e contromano.

Svizzero? Puntiglioso.
Romano? Presuntuoso.
Spagnolo? Focoso.
Genovese? Pidocchioso.
Olandese? Fumoso.
Milanese? Borioso.
Stilista? Ricchione.
Parrucchiere? Ricchione.
Parrucchiera? Impicciona.
Avatar di un pupazzo ammiccante? Cesso ambulante.
Nuovo collega? Incapace.
Nordafricano fermo ad un incrocio? Spacciatore.
Alla stazione mi chiedi 1 euro? Drogato.

Automobilista che:
guida una cabriolet? Puttaniere [mantenuta, se donna];
guida macchinone da 300cv? Cazzo piccolo [porcona a letto, se donna];
in smart? Tamarrone [porchetta a letto, se donna];
mi taglia la strada? cornuto [moglie del cornuto, quindi bottana].

Il pregiudizio in realtà è l’ambrosia della comunicazione, meglio, è il nostro rigurgito individuale del nettare estratto dai mille fiori della collettiva conoscenza umana, che cola come miele da quel favo (di fava!) che è il nostro cranio.

E’ il distillato della realtà che ti consente di tracannarne tante lunghe e rapide sorsate, durante questa breve vita che poi cosa è, questa vita, se vinci ogni pregiudizio e impieghi 50 anni a conoscere ogni atomo di una singola penna, o di una singola donna, per poi capire in fin di vita che non ne sapevi proprio niente di niente di ciò che vi scorreva dentro, inchiostro e sangue e fuoco (le mele cadono da millenni e nessuno, nemmeno Newton in persona, ancora ci ha spiegato bene il perché, a meno che parlare di gravitoni a voi dica davvero qualcosa).

Non potremmo conoscere nulla senza pregiudizi, neppure un tavolo.

Chi dice che un tavolo è un tavolo?

Come fai a dirlo?

Guardi se ha 4 gambe?

E il tavolo della nonna con un unico, intarsiato, enorme gambone al centro?

E il Norbo Ikea?. Lo riponiamo nel mondo dei ripiani?

E poniamo che ti svegli una mattina e vai in salotto a occhi chiusi, ti fermi a 5cm dal tuo tavolo, apri gli occhi, vedi solo la superficie del piano.

Nulla nell’Universo potrà darti la certezza, che le gambe siano ancora lì sotto intatte, potrebbe essere nottetempo passato il trenino (ubriaco perso) di capodanno delle termiti, nulla nell’Universo quindi potrà dirti che quello è il tuo tavolo (se quello è un tavolo!) se non il tuo pregiudizio basato sull’id quod plerumque accidit, fintanto che resti ad un palmo di naso dal piano (se sei fermo ad un semaforo e ti si affianca una moto, ti giri e vedi solo il manubrio, hai bisogno di affacciarti dal finestrino per sapere che sotto ci troverai due ruote, un telaio, qualche cilindro?).

Il tavolo non ha le gambe, il tavolo È le gambe.

È l’intuizione di fondo della poetica di Whitman (che anticipo’ la neuroscienza di qualche decennio) che ce lo insegna: noi non ABBIAMO un corpo, SIAMO un corpo e non ABBIAMO sentimenti, SIAMO sentimenti che sebbene immateriali, cominciano nella carne.

Per questo mi mordevo quella sera il braccio, per ammazzare sul nascere il pensiero di te prima che arrivasse dalla carne al cervello.

È cosi.

Come le foglie d’erba tu non smetti di sapere cosa sia il vento che ti fa oscillare solo perché ti è capitata una giornata di immota afa.

Non smetti di sapere che un tavolo è un tavolo solo perché non ne vedi più le gambe.

Non smetti di sapere che una lucciola è una lucciola ogni volta che si spegne.

Non smetti di sapere che profumo ha il fiore strappato al ginepro solo perché trattieni il fiato.

Non smetti di sapere che sapore ha un caffè solo perchè sei su un lettino da spiaggia sotto la pioggia che continua ad allungarlo e a te non va di spostarti sotto l’ombrellone.

Non smetti di girare intorno al sole, solo perché ti pare di stare fermo.

Io non smetto di pensarti, solo perché tu i miei pensieri non riesci più a vederli.