Cronaca di una morte di fegato annunciata

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Oggi vi voglio sollazzare con la vita, la morte e la resurrezione di un povero Cristo, che sarei io, a Pasqua. O meglio del mio fegato.

Dalle mie parti non si imbandisce la tavola per Pasqua.

Nossignore.

Dalle mie parti per Pasqua si mobilitano brigate di cuochi.

Solo che non c’è uno chef, un aiuto chef, il pelapatate ecc.

Nossignore.

Col vostro permesso assaggio un’oliva all’ascolana.

Buone ‘ste olive, ma’.

Dicevo, non c’è una vera brigata in cucina, dalle mie parti c’è solo ed unicamente lei: MAMMA’.

Mia madre ha cominciato alla Befana a cucinare per Pasqua.

Le ultime due settimane sono state, come al solito, settimane di domande retoriche.

“Te le faccio due cotolette per contorno?”

“No, ma’, va bene tutto il resto, le cotolette risparmiatele”.

Alle 08 di mattina del sabato di Pasqua, nell’aere profumato di ginepro, si spande l’odore di pan grattato bruciacchiato nell’olio bollente: e cutalett’ e mamma’ sono in frittura.

Assaggio una cotoletta.

Verso le 09.30 cominciano le telefonate degli zii vicini e lontani. Un giro di auguri preventivi (perchè poi domani magari non si piglia, bah, e da dove chiami, dall’Everest?) che è occasione sostanziale per farsi una manciata di cazzi miei.

“Come sta tua moglie?”

“Bene”

“E i figli?”

“Bene”

“E il tuo capo?”

“Bene”

“E il cane?”

“Non ce l’ho un cane”

“Sì, d’accordo, ma come sta? Mo’ non è che perchè non ce l’hai te ne freghi di come stanno i cani”.

Assaggio un pezzettino, ma giusto un’antecchia, di tortano pasquale.

Assaggio un’altra oliva all’ascolana, stavolta le son venute proprio bene a mia madre.

“Te lo hanno dato il bonus?”

“Lozzì ma stai ancora a telefono? Non ti sentivo più mentre mi azzuffunnavo un’aoliva, penZavo avevi chiuso”

“No, no, sto qua, stavo assaggiando una tracchiulella”.

Assaggio un’oliva.

“Lozzì ti lascio ca tengo che fà”

“Ma il bonus allora te lo hanno dato? Mica mi hai risposto”

“E tu mica te li fai i cazzi tuoi lozzì”

“Quanto ti hanno dato?”

“Ma non lo so, sai, dal lordo al netto… boh”

“Ma quanto guadagni?”

Assaggio un’oliva e un pezzettino insignificante di parmigiana di melanzane.

“Ciao lozzì, auguri”

Mi passa la zia.

Che mi passa la cugina.

Che mi passa suo marito.

Che mi passa suo cognato, ovvero il fratello di mia cugina, che sarebbe egli pure mio cugino.

Che mi chiede di passargli mia madre, così il giro ricomincia.

Nel frattempo assaggio un’oliva. E già che ci siamo, essendo appena stata sfornata, un’altra torta rustica pasquale, ripiena di ricotta, salame e cicoli (cosa sono i cicoli? COSA SONO I CICOLI? MA VOI CHE FATE STE DOMANDE PROPRIO A ME DOVETE VENIRE A LEGGERE?).

Assaggio un’oliva per calmarmi.

Mi chiama mia zia.

“Che dobbiamo regalarti per la nascita del piccolo?”

“Lazzì se aspetti un altro poco a farmi il regalo puoi regalargli un casco per la moto… fai tu, NOI ABBIAMO GIA’ TUTTO”.

Assaggio un’oliva, sperando che la zia abbia capito che mi deve fare “la busta” (cosa è la busta? CHIEDETE COSA E’ LA BUSTA? MA ANCORA QUA STATE?).

Mia madre mi chiede di assaggiare le patate. Quest’anno ha deciso di cucinare light, quindi non ci sarà neppure un grammo di sugna (cosa è la sugna? COSA E’ LA SUGNA? Assaggio un’oliva per non mandarvi a quel paese, via). Solo olio in quantità industriali, ma extravergine, quindi non conta.

Assaggio una patata, ma potrei aver preso l’unica cotta bene, quindi per esser sicuro ne assaggio un’altra.

Assaggio un’oliva per togliermi il sapore del rosmarino con cui mia madre condisce sempre le sue patate al forno. Deve avere un qualche segreto che non riesco mai a carpire, perchè le patate croccanti fuori, con la scorzicina mezza abbrustolita ma mai bruciata, e il ripieno di patata che pare purè, solo lei riesce.

Mio fratello mi chiama per andare a fare un aperitivo fuori.

Assaggio un’oliva pensando che all’aperitivo ci saranno sicuramente le solite patatine dell’anno scorso, ammuffite, e le noccioline pescate dai vasetti lasciati mezzi pieni e mezzi vuoti dagli avventori.

All’aperitivo il barista ci lascia di stucco servendoci un mini pan-canasta, pizzette rosse come se piovessero, finger food (ma finger di una mano enorme stile John Coffey del Miglio Verde), e visto che lo abbiamo pagato nientepopodimenochè 4 euri questo aperitivo, che facciamo lasciamo qualcosa sul tavolo?

Appena tornato a casa, assaggio un’oliva.

Mia madre mi fa vedere per la centottantesima volta tutto quello che ha cucinato. Poi, per paura di deludermi, apre il freezer e mi mostra anche due galantine (cosa è una galantina? COSA…. già sapete, ora mia avete costretto ad assaggiare un’altra oliva).

Mia figlia mi corre incontro con in mano una calla, faccio per sgridarla che non si tagliano così i fiori ma i suoi occhi trepidanti d’attesa, che aspettano solo un grazie, mi inteneriscono, e mia madre, che ha la capacità di leggermi dentro pure se sta alle mie spalle, mi accarezza la testa e mi dice “dalle nu bacio a ‘sta cetela” (cetela in pescarese è un affettuoso diminutivo di bambina). Mi prendo la calla, guardo la porta d’ingresso aperta in fondo al corridoio, il sole giallo che entra, le fronde degli alberi che da sempre sono lì ad ondeggiare nel vento dove le guardavo da piccolo, le mattonelle povere a terra che i miei passi hanno solcato milioni di volte, l’attaccapanni appoggiato al muro che cade ogni volta che qualcuno riprende per la prima volta il giaccone senza sapere, stringo più forte la mia piccola, che sguscia via come un’anguilla e si affaccia alla carrozzina dove suo fratello riposa placido, mi alzo e stringo mia madre.

Assaggio un’oliva, e ha il sapore d’una felicità fatta di cose semplici, ma grandi.