Odio i napoletani (avvocati)

L’avvocato napoletano, tanto per cominciare, è un esercito (non a caso la professione si “esercita”) in continua crescita nominale, e già solo per spirito di conservazione del privilegio, dovrei odiarlo (come lo odio) oltremodo.

Gli avvocati “nominali”, per chi non lo sapesse, sono coloro che hanno superato l’esame d’avvocato ma non esercitano essendo stati inseriti da un parente emigrato a Roma o Milano in una delle seguenti categorie: le poste, le forze armate, l’agenzia delle entrate.

L’avvocato napoletano è sempre convinto di possedere un’eleganza portata con nonchalance, si stringe nelle spalle come a dire “che ci posso fare se sono un galantuomo“, porta dei cravattoni larghi e si adopera affinché il nodo sia quanto più “sguallariato” possibile.

Diciamo che un nodo medio di un avvocato napoletano misura circa 2 metri di diametro.

Io che ho esercitato a Napoli, ho visto mamme stendere i panni usando come filo – teso tra un edificio e l’altro – non l’intera cravatta, ma il solo nodo della cravatta del figlio avvocato.

E, a proposito di mamme di avvocati napoletani, che ve lo dico a fare quanto e come sbandierano ai quattro venti che il loro figliuolo è nientedimentoche UN AVVOCATO, anche se non specifica mai se nominale o effettivo.

L’avvocato napoletano ha sempre il bordo del calzino a vista (quando si siede), avendo delle pieghe dei pantaloni così in alto che probabilmente sono state cucite in fase pre-adolescenziale (dalle suore, immancabilmente).

Adora il gessato perché è elegante ma “non troppo” (ma io direi “per niente”…) e quanto più largo e più bianco è il calco del gesso tanto più l’avvocato napoletano è contento.

Io che ho esercitato a Napoli (ma anche a Milano, ma qui non rileva) ho visto pedoni attraversare per sbaglio su un gessato dell’avvocato, beccandosi per questo anche una causa dove spuntano testimoni come funghi anche se l’incidente è occorso alle 3 di notte, al 24 dicembre, quando per strada ci sono solo i mariti appena buttati fuori dalle mogli (un tizio ebbe un giorno a scrivere pagine stupende circa l’usanza tutta napoletana di sbattere fuori di casa il marito in prossimità delle feste natalizie. Tale tizio si chiamava Pablo. Neruda).

Lui, l’avvocato napoletano, sa benissimo che, al di fuori della Campania, non esiste un solo essere umano (né un alieno in tutta la via Lattea) che indosserebbe, neppure sotto tortura, una cravatta arancione a pois viola o una camicia rosa shock o un calzino bianco, eppure lui indossa tutto ciò e mena vanto di tale sua elegante originalità, come a dire, “solo io posso”.

L’avvocato napoletano, in riunione, ti guarda e sorride sornione, scuote lievemente il capo in su e in giù, come a dire “lo so, lo so, ma lassa fare a me“, è convinto che prima o poi gli spunterà un turista-per-sempre nelle mutande e per questo sta in quella zona spesso a grattare, i più eleganti agiscono chirurgicamente, pizzicando tra pollice ed indice l’elastico della mutanda (a volte anche un lembo di palla) e tirando verso l’esterno, sollevando anche un po’ il cavallo dei pantaloni, e dando un piccolo colpo di reni ad adiuvandum aggiustatio pallarum.

Da’ del tu a tutti, tranne a coloro che vivono o lavorano a Milano, ai quali dà – indistintamente – del voi, suscitando ilarità e sgomento.

Non ha una segretaria, di solito, ma per non sfigurare col collega milanese si finge la segretaria di sé stesso parlando in falsetto.

L’avvocato napoletano, a differenza del romano che fa una pausa pranzo di ore e del milanese che fa una pausa pranzo da apnea facile, lui, il napoletano, non la fa proprio la pausa pranzo.

Semplicemente, alle 14.00 è già fuori studio e se ne parla domani.

Non potrebbe comunque fare pausa pranzo perché un pranzo napoletano di solito finisce a cena.

E comunque, intorno all’ora di pranzo, il napoletano si è già scofanato come minimo una sfogliatella da Attanasio e una pizza o calzone fritto da O’ Pellone.

Questo, peraltro, è il motivo per cui le carte dell’avvocato napoletano sono spesso unte a macchia di ghepardo, cioè a macchie molto fitte e strette, a differenza delle carte del milanese che sono a macchia di giraffa, rade e distanziate, però di caffè, non di unto.

Definirlo in una parola è impossibile, potremmo provare con “insalata russa”, ma a parte che sarebbero due parole e non una, potrebbe urtare il suo senso di appartenenza partenopeo e il suo “campanilismo” (che non a caso si chiama “campanilismo”, non di certo “lombardinismo” o “laziaismo”).

Più probabilmente non obietterebbe se lo definissimo un “babbà”, anche se è un dolce che non è di certo napoletano ma polacco.

Ma non provate a dirglielo al napoletano, che si incazza.

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