IL MIO NECROLOGIO

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[quadro di Cecilia Gattullo]

E’ MANCATO IMPROVVISAMENTE E SI E’ SPENTO COME UNA LAMPADA A PETROLIO (INTENDO LENTAMENTA) SERENAMENTA IL SOTTOSCRITTO

Ω GIGGINO TRICOGLIE Ω

Padre disamorevole, vedovo sconsolabile, cugino depravevole, alcolizicizzato per necessità di evasione, orfano di madre pereta, andato via come atomo nel vortice della umanitezzità senza fiatare, e essendo già arrivato agli ottanta ci mancava solo ca me mettovo a fare ammoina con la morte, essendo noi genta seria che lasciano le pagliacciate ai vivi.

Mi sto scrivendo il manoscritto funere perché i miei parienti sono delle sancuisuca che sapeno solo sucare soldi e se non fossimo in una manifestazione funebra sagra e sagrosanda direi cosa, invece, mi piacerebbe che sucassero.

La mia presenta valga anche quale autocertificaziona della morte della salma defunta.

Sono emicrato da Napoli come alle rondini, solo che quelle mica ci hanno scritto “gioconte” in fronte, anche pecchè una fronte mica ce l’hanno, loro emicrano da posti freddi a posti caldi, io ho fatto allora come alla rondine ma quando torna, non come alla canzone di Battiato o di quell’altro che non mi ricordo, che dice non fa primavera, e insomma sono emicrato a Milano decesecoli orsono e ora prima di morire mi rimane solo la emicrania dell’emicrante.

Di questa vita e di questa terra a parte le mozzarelle (che quelle di Caserta sono così buone che se Eva ne avessa muzzicato una col cacchio che ci lasciava una metà a Adamo e oggi starebbero tutti i maschi ancora in Paraviso) mi manca solo il giallo, a Napuli c’era tanto giallo quando ero vivo, molto più che qua al nord dove muoio vivendo. Che vita che ho fatto prima di morire, manco lo putete immaginare.

Gli arancini al Bar Mexico (che se non sapete dove sta vuol dire che non siete di Napuli o comunqua non siete mai atterrati alla sua stazione ferroviale) ma allora a me che me ne freca che questo negrologio mortuarense tanto solo a Napoli verrà affesso? Dico al Mar Mexico è giallo cocomero, l’arancino, mentre da Spontini (e qua ci serva la spiega, si trattasi di un negozio che vende arancini con prezzi come se pesassero come cocomeri) mi sono perso con la parente tonda e ricomincio: al bar Mexico l’arancino è giallo, da Spontini è una fetecchia il cui colore assomiglia al ripieno della sfogliatella di Attanasio, bianchiccio a macchia di giraffa (che a differenza di quelle di leopardo sono meno avvicine) che te lo fanno pagare a peso d’oro (nuovo di zecca).

Mi mancano i bus di Napoli gialli come taxi, mentre i taxi a Napoli sono bianchi come autobus a Milano. Mi manca il giallo della crema delle aragoste che se pensi che sono un crostinaceo le aragoste vuole dira ca non sei di Napuli e allora che me ne freca che tanto figurati se il mio manifesto mortanaro lo affliggono fuori da Mergellina.

L’aragosta a Milano manco sapeno cosa è, a meno che vai da Van Bol è Festa, dove assumono solo napuletani comm’amme, e fanno bene, ci vuole un poco di campanilismo che significa appunto essere della Campania (pruvate a immaginare perché mai a nesciuno è venuto a mente di dire “lombardinismo” o “emiliaromagnismo”).

Ma più di tutta la robba di Resina, mi manca la giallezza del sole di Napuli che quanno ti sceti e non ci hai voglia di fare niente, manco di morire o scriverti l’afflizione funebre, puoi sempre restartene alla firnestra a guardare il sole che va su, ma anche che va giù, o nel mezzo tipo a giorno.

Ci avevo una figlia che lascio orfana e alla quale dico che va tutto a lei il mio asso e-reddituario ma deva cercare il testamento che ho lasciato nascosto sotto alla saittella che sta nel cortile; nella testa menta ci trova pura questo cartellone necrologiario ma devi cercare bene bella e’ papà sennò nun serve a niente che ti ho scritto il testamento cronografo e allora ti fai nel mazzo ma mi dispiace io le istruzioni presentemente te le ho lasciate belle belle chiatte chiatte fresche fresche e toste, istruzioni lignee perchè le ho incise dentro alla legnama per evitara che le zoccole, che hanno arrovinato tutta la mia vita prima che morissi oggi, se lo mozzicassero, ché dentro le saittelle se ne vedono tante ma anche afora però.

Ora mi accomiatico da voi tutti, parenti brutti, e si dispensa dai ciori ma per favora se potete solo lasciatemi qualche cosa giallo Napoli sopra alla tomba, non importa se è di marmo o è di legno, e non fa niente ca non ci mettete finestre alla cascia da muorto, è una vita che l’Enel mi metta i siggilli di piombo, al massimo mi faccio imprestare la forbice da San Pietro, lasciatemi quaccosa di giallo sopra la tomba, così quanno resuscito nel giorno dell’apocallisse mi arricordo di donde venivo che ve lo immaginate che casino che faranno coi registri quelli dell’anagrafe mortuaria di tutto il mondo di tutti i mondi di tutte le epoche pure quelle del colosseo, che sono duemila anni e ancora non lo finiscono e questi sono i Romani, si vantano di tutto ma manco un cerchio sanno finire, non come a quelli della Rena di Verona.

Lasciate peffavore solo iccoperchio non troppo inserrato, anche se poi già lo so che il tauto, che se non siete di Napuli non sapete che indica la bara ma forse manco sapete che si chiama tauto perchè la bara è l’ultima cosa che vedi, tauto da tau, l’urtima lettera dell’analfabeto ebraico che era pure la lettera che ci piaceva a San Francesco perchè diceva che lui era l’ultimo della terra, e alla faccia della modestia ci sta gente in giro ca si crede chissà chi e io dico manco il tau potreste mettervi, ma insomma non volevo fare un comizio ma solo dire c he il tauto arape il cuperchio sia per il giovane che per il vecchio.

E quando apre il coperchio una bara, dall’altro lato della morte ci siamo noi, figli, fratelli, madri, padri, mogli e mariti, e ciò che resta, ciò che rimane, è l’amore, tutto l’amore che abbiamo, tutto il distillato degli anni trascorsi insieme, nettare di tempo di cui le nostre anime sono orsetti golosi.

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