L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.

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L’ultimo Abele – ma di che tratta?

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L’ultimo Abele  sta per compiere due mesi, è un piccolo sogno che ho realizzato grazie soprattutto a voi che leggete, commentate, mi spronate e che avete creato interesse con il vostro interesse.

Più di uno mi ha chiesto di saperne di più prima di comprarlo, perché avete sentito dire che è un libro non semplicissimo.

In realtà L’ultimo Abele, come certe immaginette, cambia aspetto a seconda del vostro punto di vista, ma non c’è alcun bisogno di essere intellettuali per capirlo, per la semplice ragione che chi l’ha scritto non lo è, un intellettuale.

Per provare a convincervi ho pensato di rendere pubblica la “guida alla lettura” che ho inviato non so più a quanti amici.

Mi sento di consigliarlo soprattutto a voi che apprezzate quel che scrivo, perché ritroverete quel che vi piace qui, qualsiasi cosa sia (e se me la dite, mi fate un piacere, perché così la coltivo, questa “rosa” che vi piace!).

TIPO DI ROMANZO

L’ultimo Abele è la triste, amara tragedia, in tre atti più prologo come si conviene ad una tragedia, di un avvocato emigrato per sfuggire alla fame. Chissà se vi ricorda qualcuno…

La tragedia è scritta da un buffone , per cui non mancano i momenti esilaranti.

La struttura del romanzo è la classica tragedia descritta da Aristotele, in tre atti a simboleggiare le fasi della vita: nascita/adolescenza, maturità, vecchiaia/morte.

L’ultimo Abele ha anche un prologo recitato (come le tragedie) da una voce che poi scompare: il prof. Walker Johnny. Tale prologo è un omaggio a Una banda di idioti, dello scrittore suicida John Toole, nella cui prefazione si legge una storia vera simile a quella del mio prologo: la madre di Toole importunò il prof. Walker e lo tampinò finché non lo convinse a fargli pubblicare il libro del figlio morto. Un po’ quel che è successo a me con l’autrice Silvia Fasano Genisio, la quale ha parlato del mio libro alla sua casa editrice e se, quindi, troverò un editore sappiate che devo dire grazie a lei. L’unico aspetto che non ho imitato della buonanima di Toole, è morire suicida (potrebbe non mancare molto però…).

STRUTTURA

L’atto I vede la nascita della storia d’amore più strampalata che io abbia potuto immaginare, e si intitola “L’amore ai tempi della colite”. Qui troverete sparsi 160 colori menzionati in ordine alfabetico. La numerazione dei capitoli segue l’andamento della sequenza di Fibonacci, ed è doppia, una serie di capitoli hanno numerazione a numeri (capitolo 1, 1, 2 ecc.) e una serie a lettere (Uno, Uno, Due, ecc.). Questo a simboleggiare la doppia elica del DNA… ma non datevene alcun pensiero di capirla: quando mai avete letto un libro pensando al numero dei capitoli? In ogni modo vi verrà svelato alla fine.

L’atto II intitolato “Una banda di (perfetti) idioti” (in omaggio al già citato romanzo di Toole)  descrive la maturità sentimentale e professionale del protagonista e il grigiore di una vita vissuta abbandonando i propri ideali. Qui trovate menzionate solo decine di sfumature di grigi, nessun altro colore, tranne l’amore. Come in ogni tragedia classica, l’atto II (alla fine) è dove le tensioni esplodono (quel che a teatro, di solito, viene reso con molte persone che si inseguono intorno a un tavolo). Dovrebbe chiamarsi “climax”, e nel mio romanzo è una riunione soci dove voleranno coltelli avvelenati e qualcuno finirà investito malamente da un’auto.

Per non esser troppo “canonico”, però, ogni tanto vi rivolgerò direttamente la parola, rompendo coi canoni classici del romanzo dove la voce narrante non si rivolge mai al lettore, facendo finta di ignorarlo. Non me lo sono inventato io questo “gioco”; la “rivoluzione” rispetto ai canoni classici l’ha compiuta Laurence Sterne nel suo libro che si dice essere il capostipite del romanzo moderno (Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo).  Anche la narrazione sulla narrazione (metanarrazione), è mutuata da lui, come quando faccio una metafora orribile (bruno come un portafogli) e poi mi scuso con il lettore adducendo come giustificazione di avere solo un portafogli davanti da cui trarre ispirazione (è andata davvero così!).

L’atto III, infine, è la vecchiaia di Pippo (personaggio chiave) e la morte della dolce metà del protagonista. No, non abbiate paura, non vi ho rovinato la sorpresa, sin dalle prime pagine vi svelo che morirà. Ho voluto imitare Stoner, di John Williams, un (vero) capolavoro, che alla prima pagina annuncia la morte del protagonista.

CURIOSITA’

Mentre scrivevo avevo in mente il vecchio espresso Napoli-Milano che fermava in mille stazioni e che ho preso milioni di volte. Lungo la scrittura ho provato a dare una forma alla trama che la facesse somigliare a uno stivale, usando i capitoli come fermate del treno. Se salirete sulla prima pagina, vi assicuro che viaggerete dentro me.

Il protagonista impiegherà oltre centocinquanta pagine a rivelare il proprio nome. Fatevi giudare dall’immaginazione.

La sua memoria è imperfetta come imperfetta è la memoria umana (la mia soprattuttto…).  Gli errori di memoria (vi sfido a scoprirli tutti…) sono voluti: ce lo ha insegnato Proust, quando ha descritto un neo nella Ricerca del Tempo Perduto in almeno cinque punti diversi del volto dello stesso personaggio (sulla punta del mento, vicino le labbra, ecc.).

Le ripetizioni abbondanti simboleggiano la storia di un’ossessione, anzi, di una ossessione. Senza apostrofo a sottolineare una determinatezza indeterminata dell’ossessione.

Il termine “papà” ricorre 75 volte.

Il termine “morto” e sue derivazioni 69 volte.

Il termine “nato” 5 volte, di cui solo 2 riferite al protagonista.

QUINDI?

L’ultimo Abele è, in definitiva, un grido di dolore contro i pregiudizi e una speranza che noi si possa, acquisendone consapevolezza, evitare la discriminazione che promana da essi.

L’intento esplicito è di ingannarvi facendo leva proprio sui vostri pregiudizi.

Quanto, poi, nel mio intento, mi sia riuscito di scrivere un prodotto che meriti la tua attenzione, beh, questo dimmelo tu!

E se condividi questo post sul tuo blog e sui tuoi canali social, Abele te ne sarà eternamente grato!