La libertà d’amare

Penso che molti di noi abbiano provato a ragionare sulla libertà, se non altro quando si arrivava a studiare pesantoni come Kant o Hegel a scuola. Quando si hanno qundici o sedici anni, è quasi fatale giungere alla conclusione che essa consista nell’arbitrio di poter compiere un po’ il cazzo che vogliamo. I concetti di libertà e arbitrio sono diversi, ma non voglio entrare nella pedanteria, piuttosto solo sottolineare quanto sia arduo materializzare quei concetti quando, poi, maturiamo e magari (non proprio tutti, che tanti rimangono ai 16 anni) ci viene voglia di tornarci sopra.

Possiamo partire, come faceva Cartesio, dai noemi, cioè da nozioni elementari, facili da capire anche per caproni e caprette e pecoroni come me, concetti auto-evidenti che non abbisognano di dimostrazioni complesse: la libertà assoluta non esiste. Per quanto ci si sforzi, dipenderemo sempre da qualcosa o qualcuno, non fosse altro che la nostra natura. Se voglio trattenere il fiato per due mesi, evidentemente, non sono libero di farlo. C’è anche un altro ostacolo, di cui dava conto Kant (e che stamattina alla radio ho sentito attribuire erroneamente a Martin Luther King, potenza del web): la libertà di ognuno confina con quella di tutti gli altri, giacchè se esistesse una libertà assoluta anche di un solo individuo, le libertà di tutti gli altri individui ne sarebbero annientate. Se io sono libero di uccidere qualsiasi essere umano, è evidente che tutti gli altri non sono liberi di vivere.

Quindi abbiamo una prima pietra solida: non esiste libertà assoluta. Benone.

Cosa ci rimane di disponibile? Proviamo a leggere che ne pensava Gustave Thibon. Di lui fino a poco tempo fa non sapevo nulla, neppure che fosse filosofo e, ad essere totalmente onesti, non sapevo manco fosse mai esistito. Lo chiamavano, pare, le philosophe-paysan, che a me piace tradurre alla napoletana maniera “o filosofo paisàn”, mentre in realtà significa il filosofo contadino. Egli arriva ad una conclusione sulla libertà che dovrebbe essere studiata da molte persone che si definiscono emancipate e “libere”. Per lui l’uomo è libero nella misura in cui può amare gli esseri da cui dipende. Così, quando rivendichiamo la nostra libertà non è l’indipendenza che domandiamo. Chiediamo solo di passare da una dipendenza che rifiutiamo a una dipendenza che ci attrae. La libertà non è altro che la capacità di scegliere tra due obbedienze al nostro spirito.

E non v’è al mondo dipendenza più grande del nostro spirito, per come la vedo io, di quella che esso sviluppa verso l’amore. Mi meraviglio nel sentire amici e confidenti che mi parlano della loro libertà per giustificare azioni di dubbio gusto, tradimenti, ciulatine in giro per il mondo, egoismi, abbandoni, separazioni, e quant’altro. Quella non è libertà, al massimo può essere un cambio di desideri, e allora va bene ma deve avere il coraggio di ammettere che l’anelito è cambiato. La libertà a me pare la possibilità di scegliere i propri fini, la soggettività pura, che non ha nulla a che vedere con l’oggettività della possibile realizzazione o del cambiamento e, soprattutto, non può in alcun modo dipendere dalla permissività di soggetti terzi, siano essi mogli, amanti, capi ufficio.

Se si ama una persona o uno sport o un animale o una canzone, non è questione di avere bisogno di libertà, perchè la libertà viene prima d’amare e si estrinseca proprio nell’amare, nell’aver scelto chi o cosa amare, quando, dove, come, anche perché e persino per quanto tempo. La libertà non è materiale e non ha bisogno di oggetti nè di soggetti materiali, ad eccezione dell’unico soggetto indispensabile affinchè vi sia una libertà, vale a dire appunto il soggetto libero. Una volta che il proprio spirito, in totale libertà, questa sì assoluta, questa si indipendente dalla nostra possibilità pratica d’attuare il fine prefisso, una volta che lo spirito s’è determinato ad amare una persona, esso dimostra la sua libertà proprio nel mettere le sbarre alle sue finestre, nel chiudere fuori dalle stanze del cuore tutti gli altri miliardi di persone che si sarebbero potuti amare optando per un’altra scelta, nel limitare anche la propria libertà materiale di andare e fare ciò che ci pare; quella sarebbe comunque una libertà relativa, non possiamo andare su Marte e di certo nessuno si sognerebbe di lamentarsene. L’amore è una stanza con la porta aperta da cui però non esci finchè c’è amore. Quando non c’è più, nessuno potrà più tenerti in quella stanza.

Non sto certo dicendo che bisogna diventare schiavi, tutt’altro, e comunque la dipendenza di cui parlo non deriva dall’altra persona ma sempre dalla propria volontà, si dipende dal proprio spirito quando si ama, si ama davvero. I bambini in merito hanno tanto da insegnarci, loro scelgono chi amare e se ne fottono dei gradi di parentela, sono liberi, ma quando scelgono chi amare, ne diventano dipendenti, pretendono, mettono il broncio se non li guardi, se non stai con loro, se fai salire il fratellino sulle gambe ti si fiondano addosso.

A volte mi chiedo se le persone abbiano insufficienti strumenti intellettuali per capire la libertà, o piuttosto insufficienti strumenti sentimentali per sentire l’amore. A volte mi chiedo se sia io che non c’ho capito un’acca.

Lo so, avete ragione, sto diventando un pesantone, questo succede a leggere Borges! Prometto un prossimo post super-cazzaro avvostrunz 😉

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