Les Jours Tristes

isole

E poi i giorni tristi.

Giorni in cui un irrazionale impulso autolesionista ti induce a intingere il dolore – amplitudine ortiva dell’astro che veglia sulla tua insonne alba – in un vaso satollo di canzoni amare, amplificando al massimo il volume della tristezza.

A spremere un pompelmo acerbo su un guscio di mandorla.

Le canzoni di Yann Tiersen (sopra tutte, Les Jours Tristes) spremute sull’apertura di 72 mesi di scatoloni.

Le etichette, “libri Twain”, “posate”, “maglie neve”, tante incisioni su polverosi monumenti ai caduti baci e sentimenti, croci, croci che additano al viandante il nome di soldati dispersi, di loro nulla più, il corpo supino all’ombra di chissà quali (quanti) salici, marcescenti e brulicanti alla stregua della torta nuziale di Miss Havisham.

Il nastro adesivo strappato e gli spigoli ammorbiditi sembrano segnare il conto dei tentativi miseramente deragliati di aprire quei vasi di pandora fermi sul parquet dell’ingresso, zuppi di lacrime sdrucciolevoli, e infantili, e inutili, e amare come il cacao quando non c’è (più) nessuno che lo trasformi in dolce.

La congettura, che disimballare la mia vita e riporla sugli scaffali alle note di Tiersen sia il fondo, si rivela errata.

Dal cartone “consolle ingresso”, una lettera sigillata.

Sul retro, una firma tremula di chi ha imparato tardi a scrivere.

Mohammed.

Mohammed che stava prendendo a calci i cerchioni di una scalcinata Talbot del 1978 quando lo conobbi.

Mohammed che avrebbe dovuto tenere gli esami alla sua scolaresca, mentre imprecava, zuppo di una pioggia troppo fine per l’Africa, contro la Talbot impantanata nel canale ai bordi dello sterrato.

Mohammed, ogni giorno 30km di diesel e polvere, poi una canoa attraverso un mini arcipelago infestato, e infine 3 km a piedi (nudi, scarpe in mano per non sciuparle), per insegnare, e ritorno.

Mohammed che quel giorno, dopo aver accettato il nostro (turisti in camicia a fiori) passaggio di fortuna, se ne stava seduto in un angolo della canoa, il volto di profilo al nostro fluire, a stringere forte il suo registro sotto le braccia, contro lo sterno, non sapendo dove altro ripararlo.

Mohammed che ha riso come un matto quel giorno, perchè continuavo a rivolgermi a lui apostrofandolo “Barrack” come il neo eletto primo presidente USA di colore della storia.

Mohammed che quel giorno fece della mia Kodak usa e getta una coccarda.

Mohammed che aveva imbucato quella lettera da 6 anni, quando la fine ebbe inizio, quella lettera che l’idiota destinatario ha dimenticato tra i volantini di Trony e le notifiche di verbali (dettagli ai quali permettiamo di scombussolarci una giornata ma che scolorano rapidi e, 6 anni dopo, mera carta per il camino).

Mohammed che dentro quella lettera mi sorrideva da una foto presa con una Kodak usa e getta, il registro innalzato al cielo plumbeo come una coppa, lui circondato da bambini con i piedi scalzi nel fango, volti neri e sorrisi madreperlacei, tastiere di pianoforte eternamente mute, come il mio volto immortalato accanto al suo (indegno!), il mio volto da cui non manca nulla, solo una ruga di amarezza in più venuta col tempo, l’utopia di Cage prolungata per 72 mesi anziché 4 minuti e 33.

Mohammed che ho scoperto non potrà alzare la cornetta di quel numero (pubblico) che aveva vergato insieme all’unica altra parola di quella maledetta lettera che ha attraversato un continente per nulla: THANKs.

Mohammed che chi lo potrà mai sostituire per innalzare al cielo altri registri di pentagrammi per quelle minute, spaurite tastiere di pianoforte che trovammo piangenti perché il maestro sembrava non dovesse arrivare mai (figli nostri, figli nostri…voi che frignate per il motivo opposto…).

Mohammed che spero lassù non debba mai più aspettare invano 6 anni una telefonata da un ingrato smemorato col volto segnato dalla sua vita andata storta, tutta e niente storta, come quella Talbot, impantanata in un canale senza un perché.

E forse, chissà, destinata a macinare altre miglia di notte.
Sotto la pioggia.

Nella nebbia.

Incontro al sole?.