La Luna e i Marò (dolce far niente)

Senza titolo-1

Io adoro fare niente, o non fare niente, come si dice, non c’è niente di meglio.

Io alla gente che dicono che non ci saprebbero stare senza faticare, io non la capisco(no).

Dicono che si annoierebbe la gente, dicono, senza fatica.

BAH!

Io mi annoio a faticà!

Dopo 15 milioni di contratti di cessione di rami d’azienda, persino un comodato d’uso gratuito forgiato su modello Bassetti ti appare come una succosa novità.

Più in generale, dopo 15 anni che fatichi una fatica, diventa una fatica immane faticare!

Qualsiasi lavoro tu faccia.

Anche l’astronauta, per dire.

SOPRATTUTTO l’astronauta.

Uno da piccolo sogna, tesse trame di sogni, dice “mammà voglio fà l’astronauta come Юрий Алексеевич Гагарин (Jurij Gagarin)“.

Dite che non ci si può annoiare a fare l’Astronauta?

Ah si?

AVETE MAI PROVATO A PISCIARE PER 15 ANNI IN UNA SACCA tipo quella dove il salumaio vi mette le felle di prosciutto a voi che, cagacazzi di prima categoria, per quei 50 grammi di crudo nazionale, pretendete pure che il povero Cristo ci accapezzi la busta del sottovuoto (“Signò so’ du kili che faccio signò lascio?“), che poi ovvio che vi rifila una sacca per l’urina riciclata da Gagarin, che si ruppe pure lui, si ruppe proprio, schiantandosi al suolo, buonanima. E stiamo parlando di uno che in 88 minuti cambiò per sempre la storia dell’astronautica, mica voi che ve ne starete 15 anni, se vi dice culo, a coltivare spinaci su Marte.

Certo, se fossi diventato io Astronauta ci sarebbe voluta una busta con beccuccio extralarge* (*messaggio pubblicitario con finalità promozionale, non somministrare a donne in stato interessante, tenere al di fuori della portata dei PomPini), per Gigifaggella il beccuccio dovrebbe essere prodotto con tecnica laser a nano-metri, il suo coso è fatto di molecole più piccole delle molecole di H2O (“Gigifaggella, o’ cazz che respira…”).

Persino la Luna si annoia a girare intorno alla Terra, che è sempre quella, piena di Maro’ che attendono il loro processo.

Pavese ne sapeva qualcosa, se scrisse La Luna e i Marò prima di morire suicida, annoiato nientemeno che dalla stessa vita.

Come quel capolavoro d’ironia della sorte di Majakovskij “A Sergej Esenin“, che si chiude “In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile” [Vladimir Vladimirovič Majakovskij, 1926], che voleva essere una parafrasi dei funesti versi (forse i suoi più famosi) dell’amico Esenin morto suicida: “In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere” [Sergej Aleksandrovič Esenin, 1925].

Come a dire, caro Esenin, ti piace vincere facile.

Beh, provate a indovinare come è morto quel sapientone di Majakovskij?

Eh, so tutti bravi a vivere col cadavere degli altri, come si suol dire…

Ma tant’è e tantecchia.

Ho avuto mille passioni, ma anche quelle riescono a venirmi a noia (astronomia, planetari, pesca, canne, anche non da pesca, panetti non della moltiplicazione dei panetti e dei pescetti, eh), tranne la passione per la gente (vabbè, ok, mettiamoci pure la passione per il tubero più famoso).

Che come diceva il vecchio porco del Bukowski, è lo spettacolo più grande del mondo (la gente, non la patata, eh).

E non si paga manco il biglietto.

E lo spettacolo, a noi attori incoscienti di quella tragedia che è la nostra vita (comunque inizi, comunque si dipani, finisce sempre nel modo in cui finisce ogni tragedia), ci pare originale, ma riprendendo le parole di uno dei tre summenzionati suicidi scritte ne La luna e i Marò(nna!), lasciatemi dire che “Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c’è una casa, delle ragazze, una stazione, c’è uno come me che vuole [NON FARE UN CAZZO, NDR] andarsene via e far fortuna – e nell’estate [VANNO A ISCHIA] battono il grano, […] tutto succede come a noi. Dev’essere per forza cosí. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano piú il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, […] le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, piú ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti cosí in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio cosí, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci.”

Io ricomincio da qui.