Kioto Kolo (Proto)

Kioto Kolo, che di secondo nome fa Proto, è una collega giapponese in secondment a Milano.

Piazzata nella stanza che condivido con il Drugo, il Pippone e Malachia, nell’attesa e nella speranza di passare a migliore vita (e stanza).

Parente alla lontana di Ban Ki(?) Moon, ha il fascino perverso della Sharone Stone, le fattezze di un angioletto di Thun e il carattere etico e al tempo stesso cinico, come strofe e antistrofe in uno sghembo ditirambo ellenico, a metà tra una Winx, una Bratz e una Barbie degli anni 50.

Si è presentata ieri, suo primo giorno nel nostro dipartimento, con un vestito di seta color cedro, stretto sui fianchi, a fiori chiari color del fiore di pesco, opalescenti e sgargianti, con tanga in rilievo morfologico.

Due gote di un colorito bianco risma di carta, e al centro di ciascuna un cerchio perfetto di phard (o terra, o fondotinta, o che so io) rosso pomodoro.

Capelli color paraurti (non in tinta), lisci come l’olio ma senza l’unto, tutti accrocchiati mediante un bastoncino di cedro selvatico (recì-sonelbò-scoeinnaffià-toperà-nnicòn- acquaepetalidinù-volarò-saintinti-in-estrà-ttodigè-lsominoirraggià-todauntiè-pidosoleoccì-duo, così mi ha spiegato lei in rigida metrica orfica), salvo per due ciocche longitudinali a forma di molla d’ammortizzatore che le cadono da dietro le orecchie a forma di cotoletta milanese (a recchia di elefante in parole povere, anche se la cotoletta tanto povera, a Milano, non è).

L’abbiamo sentita arrivare, concludendo che fosse lei per esclusione: conosciamo a memoria il passo di chiunque, la boss passi frettolosi e ravvicinati e lievi, sempre in agguato, tìc-tèc-tùc-tàc-tàc-tàc tìc-tèc-tùc-tàc-tàc-tà, il Merda che sbatte i tacchi l’un con l’altro mentre cammina, statàc, tìc-tàc, statàc, tìc-tàc, e via andare.

Nessuno dei passi conosciuti corrispondeva a quel suo camminare sostanzialmente sui talloni, finché riesce, con il risultato che compie due passi col peso sui talloni, due passi con il peso distribuito equamente sull’intera pianta, tonf-tonf tac-tac tonf-tonf tac-tac.

Entrando in stanza, ha guardato prima me, poi Malachia (di cui vi ho parlato? no?), entrambi eravamo seduti e non ci siamo alzati, poi ha guardato entrambi (e’ un po’ strabica), ha giunto le mani a mò di amen e ha detto:

– “Onorevoli colleghi di scctanza e di vita, che questa sciornata poscia esciere luminoscia come un rascio di sciole riflesscioo da uno sccpecchio d’acqua nell’iride d’un drago che vola da un lago lungo il scientiero battuto da una carrosscia nel boscco che mi conduscie qui a voi”.

Io mi alzo e tendo la mano (Malachia continua a pigiare sulla tastiera senza neppure alzare lo sguardo):

 – “Eh…si, piacere…benvenuta. Quanto si ferma ‘sta carrozza a Milano?”.

 – “Il tempo occorrente a che il sciole compia un ottavo di sciro nell’era del grande serpente da un occhio solo e dalla coda biforcuta”.

Entra il Drugo, seguito da Pippo.

Il Drugo la vede.

Si gratta alla base del collo. Prendo già le forbici (si fa tagliare una targhetta con le istruzioni per la lavatrice al giorno).

Continua a grattarsi furiosamente e guarda me, guarda Malachia, poi allunga la testa nel corridoio e guarda a destra e sinistra.

Una grattatina ancora.

Poi rimette la testa dentro, guarda Malachia, guarda me, una grattata, sposta l’etichetta, guarda per un secondo Pippo, il quale si pinza con pollice e indice due volte la camicia all’altezza del petto, dalla parte del cuore, infine guarda Kioto.

E chiede a me:

– “E…questa scappata di manicomio?“.

 – “Sono colei che viene dalla terra del Sciol Levante con le mani sgiunte e le...”.

 – “…cosce aperte? Avvo chi ce l’ha mandata?” finisce per lei Drugo.

– “Guarda che ti scento, parli come se io fosci asciente! Comunque io mi aprirò a te come orchidea sciu un letto di aghi di pino gallescianti in un mare di oblìo, il sciorno che il Grande Drago fuscirà dall’uomo senza cojones“.

– “E quando sarebbe?“.

– “Più o meno quando ti ricrescie il sciervello, quindi continua pure tranquillo con Federica, da un lato, e carta iscienica, dall’altro...”.

Kioto è una che capisce le persone al volo, non c’è che dire.

Quanto invidio il tempismo di certa gente che sembra aver subìto un’epilazione totale alla lingua.

“Vengo da KPMG, sciapete, una big four, scipero andremo d’accordo, scie avete dubbi sciu transfer pricing…”

“Ah-ah”

“…stabile organizzazione”

“Mmh-humm”.

“…codice doganale comunitario”.

“Esiste un codice della dogana? Ma non le avevano abolite? Ma porca mignotta non…”.

“Ah-ah, capisco, sì, senti, scusa ma…”.

“Porca mignotta dove ho messo il pc? Mi sa che ieri l’ho lasciato alla terrazza Campari, qui non c’è, porca mignotta, tocca chiamare IT”.

“E che cazzo, hanno bloccato face book, porca troia!”.

“Senti scusa, dicevo, poi ci racconti meglio, eh, ora scusaci ma siamo presi, ciao, eh, benvenuta a bordo, eh”.

“Buttana eva mi si è sballata la numerazione! Raga come si rimette elenco puntato multilivello?”.

“Ma…scchiusa, onolevole collega, non mi hai detto neppure come ti chiami…”.

“Fatti i cazzi tuoi”.

“Ho perso tutta la formattazione, buttana Eva!”.

“Facebook è bloccato, e che cazzo però!”.

“Dove cazzo sciono capitata?”.

SLAM!

“Benvenuta, eh, scusaci, hey, torna qui, la tua postazione…andata…”.

“Buttana Eva!”.

“Porca troia!”.

“Non c’è nessuno dell’IT…porca mignotta!”