L’illuminazione (fotovoltaica) sulla via per Cernusco

Sono sempre stato temporalmente inopportuno.

Come quando mi viene da ridere ai funerali, o da scoreggiare in ascensore.

E’ che spesso compio gesti in astratto poco inopportuni (cosa volete che sia una risata, o una scoreggia, al cospetto del cosmo o di un serial killer), ma che, calati in un determinato contesto spazio-temporale (l’atmosfera funesta e poco incline ai frizzi e lazzi di un funerale, il volume olfattivamente angusto di un ascensore) assumono rilevanti significati o effetti negativi (irriverenza, insofferenza nasale).

Dicevo che la mia crisi di identità cade in un periodo in cui “casca male”.

5/6 anni fa avrei avuto solo l’imbarazzo della scelta, mentre oggi le scelte a disposizione sono imbarazzanti.

E, potete scommetterci, avere l’imbarazzo della scelta è cosa ben diversa da avere scelte imbarazzanti.

In pratica davanti a me le opzioni sono:

1) anno sabbatico (un modo figo per dire disoccupazione sine die);

2) dicoccupazione sine die (un modo realistico per dire anno sabbatico);

3) vincere un “turista per sempre “.

A me piace vincere facile, per cui punto sulla n. 1 e sulla n. 3 (la n. 2 no, è troppo esplicita).

E’ che ormai ho ricevuto l’illuminazione.

L’illuminazione mi è giunta sulla via per Cernusco.

Non ero a cavallo come Saulo, ma su un taxi, ma il mezzo di trasporto conta poco ai fini della Gloria e della Illuminazione, entità supreme che non si curano di infrastrutture e trasporti (anche perché, diversamente opinando, dovrebbero aver a che fare con Del Rio, e probabilmente persino loro perderebbero la Pazienza).

Ho all’improvviso sentito un coro di voci angeliche che salmodiavano “…à-ffan-gulo, affangùlo, affan-gulò, a-ffangulò, affanguuu-lò”, mentre sull’altare della mia visione onirica anzi no, non sull’altare, ma nel coro di sinistra ho intravisto tre enormi donne afroamericane, con vestiti a fiorellini piccoli rossi, che ancheggiavano a ritmo di gospel e intonavano “Benvenuto al FratellAvvo, bentornato, fratellavvo, BENTORNATO, diciamo ALLELUJA, fratelli, DICIAMO TUTTI ALLELUJA” e tutti nella navata di sinistra (ma anche di destra) “ALLELUJA”, e le tre donne lievemente-sovrappeso-giusto-di-qualche-tonnellata “DICIAMO GRAZIE, FRATELLI, GRAZIE SIGNORE!” e allora la mia dignità, dai banchi in fondo vicino al catino con l’acqua sacra, si alza, si solleva la veste per non inciampare, percorre la navata centrale, s’arrampica sull’ambone e da lì comincia a tuonare “VEDO LA LUCE! VEDO LA LUCE!”, al che anche la mia laurea, con tutti i suoi cinque anni di sudore e caffè e libri macchiati di caffè e di sudore, si alza sulla sua pergamena e richiede a tutti un “ALLELUJA FRATELLI, datemi un ALLELUJA”, e tutti si mettono a cantare, tutti insieme i miei affanni, le serate in studio, insieme alle numerose notti e a qualche sporadica alba, i closing, i taxi in fila per tre col resto di mancia e ricevuta, i notai, gli AD, e i CFO e i COO, e le TAG, e le DRAG, e le Deadlock clauses, e i CAP e gli EBITDA furenti, tutte le revisioni a colori, i pdf non stampabili né copiabili da ricopiare però , le fotocopiatrici inceppate, le conference call segnate erratamente in agenda, le due diligence frettolose, i report copiaincollati, le cravatte macchiate, i parquet graffiati, i marmi sbrecciati, le scale col tappeto rosso al centro, gli ascensori angusti e puzzolenti (colpa mia, non sempre però), i corsi di annoiamento, le cross reference incrociate, i cartoni di pizza unti mano nella mano con Campobasso e con Cian e pure Trabucchi, col Notariato del Triveneto, con Schlesinger, con la teoria dei vantaggi compensativi e il Giusnaturalismo e il Giuspositivismo esclusivo, e Le Società e Il Foro Italiano, e le banche dati scadute, le procure scomparse o mai arrivate, tutti gli ultimi quindici anni si sono messi insieme a cantare.

Ed io sono rimasto folgorato.

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