Il Processo

Era fine Marzo.

La primavera premeva dai vetri facendo precipitare – sotto la spinta dei nuovi germogli inclini alla vita – le ultime rinsecchite foglie dalla messe di alberi d’alto fusto.

L’aria frizzantina si soffermava ingentilita dai tenui raggi solari, senza entrare nelle ossa, sull’epidermide increspandola di brividi sensuali, che usavo scrollarmi con uno scatto di tendini.

Nella quiete primaverile che – obliqua – s’incuneava tra le tende a strisce verticali, ricevetti una telefonata che segnò una frattura profonda nella percezione della mia stessa professione.

Mia madre in lacrime.

“Mamma che c’è…”

“20 anni, 20 anni”

“Mamma…”

“Non me lo dovevano fare”

“Mamma…”

“Ogni sabato ci portavo pure i gelati d’estate”

“Mamma…”

“Ah ma i’ m’accid…i nin ci vad’ a la galera, nin ve l’ deng‘ stu dispiacere”

“MAMMA! Che cazzo è stato?”

“Oh, che so’ ste parole!”.

La reminiscenza del suo ruolo di educatrice la placò.

Tre sue ex dipendenti avevano incardinato un ricorso per fallimento.

Una domanda mi bruciava la lingua ma la ricacciai dentro, non ora.

Nei mesi precedenti aveva incendiato nella stufa di ghisa – con maledizioni e improperi borbottati – due notifiche d’atti giudiziari, riconoscibilissime “carte verdi”.

Poi più nulla.

Ma quella mattina si era presentato da lei un tizio che le aveva chiesto una “lauta mancia” per “aggiustare” lui tutto.

Mia madre l’aveva scacciato, ma aveva finalmente preso coscienza del fatto che rimanevano ormai poco meno di due settimane.

Continuava a chiedermi perdono per aver infilato stupidamente la testa sotto la sabbia.

La domanda bruciante uscì dal recinto delle mie labbra:

“Chi è stato?”

Tre nomi, tre macigni: le ex-dipendenti più “fedeli”. Ad una di loro mia madre aveva battezzato due figli.

Il moto di orgoglio per esser stato preferito a mio fratello, avvocato di lungo corso e carriera inavvicinabile, è svanito in un lampo sotto il peso che mi gravava sulle spalle.

Non dovevo vincere, ma stravincere, fermare tutto alla prima udienza per evitare che il giudice, ravvisando la bancarotta, trasmettesse gli atti al PM: l’onta dello scandalo avrebbe ucciso mia madre.

Ero nella merda più totale.

Garantii a mia madre la vittoria, presagendo netta una sconfitta, errore imperdonabile per un avvocato.

La ditta di mamma era chiusa da 7 anni.

Il mio dramma era un cancrenoso debito verso il fisco ancora inchiavardato alle carte: 300 milioni di vecchie e compiante lire, eredità della precedente ditta fallita di mio padre.

Carte che dovetti ravanare nello scantinato: unici custodi i topi che avevano apposto timbri dappertutto.

Se il giudice avesse considerato quel debito (e perché mai non avrebbe dovuto?) ero fritto, non avrei potuto invocare la soglia di “improcedibilità”, sotto la quale i fallimenti non possono esser instaurati (30.000 Euro se ricordo bene).

Sono stato tentato dal falsificare il bilancio da allegare.

Al registro imprese la ditta risultava ancora in attività, quel genio del commercialista!

Alla fine non ho fiatato sul debito pregresso (non menzionato da controparte) lungo l’intera memoria difensiva, ma non si poteva dire che lo avessi occultato: il bilancio era allegato – in fondo a tutti gli altri allegati – ed era autentico.

Sono calato come una mannaia, con pervicace perfidia, su debolezze, incongruenze, persino errori di ortografia del ricorso di controparte.

Sollevai, incidenter tantum, una questione metagiuridica: era corretto notificare presso la  “teorica” sede della società (usando un vecchio indirizzo), quando le attrici conoscevano benissimo l’indirizzo dell’amministratore dove porgevano ogni anno ipocriti auguri di Natale e Pasqua?

Insinuai, attento a evitare la diffamazione, che se in 7 anni non avevano MAI fiatato sul loro credito, era perché forse puntavano non tanto ad un impossibile pagamento da parte di mia madre, pensionata sociale, quanto all’indennità dell’INPS riservata ai dipendenti indigenti che non avessero ottenuto il dovuto dalle società fallite. Gettai a tal proposito discredito sui loro retrodatati ISEE allegati (indicatori di situazione economica equivalente), producendo visure da cui risultavano alcuni loro beni immobili.

Feci notare la sciatteria dell’aver sbagliato indirizzo di notifica, quando quello corretto risultava dai registri pubblici.

Enunciai che, comunque, non intendevo avvalermi di vizio procedurali, reclamando ragione nel merito.

Non era un bluff: avvalersi di vizi di forma avrebbe solo procrastinato l’agonia di mia madre, facendo ripartire tutto il processo daccapo.

Analizzando il caso, le difficoltà mi si moltiplicavano di ora in ora: mia madre non aveva copia di nulla, neppure ricordava esattamente l’ultimo prelievo.

Il commercialista storico si ritraeva come rettile: non era tenuto a farci da archivista, non consegnò alcun bilancio, e si rifiutò di firmare una ricostruzione contabile aggiornata che avevo faticosamente messo in piedi come richiesto dalla legge.

Sbrindellai la memoria avversaria in tutti i modi possibili, ma rimanevano due fatti inoppugnabili: le dipendenti avevano diritto a quei soldi, e il debito totale superava le soglie di improcedibilità.

Giocai l’unica carta possibile: la camera di commercio avrebbe dovuto cancellare ex officio la ditta alla terza mancata presentazione del bilancio annuale. Da quel termine, bisognava cominciare a conteggiare due anni, trascorsi i quali, per legge, una società cancellata dal registro non può più esser soggetta a fallimento perché deve considerarsi estinta definitivamente.

Era una tesi ardita, basata su una cancellazione “virtuale” mai avvenuta benché dovuta, anche se le singole argomentazioni erano tutte sorrette da precedenti autorevoli.

Il mio domiciliatario mi pregava di non andarci pesante, e comunque di non sperare di poter dichiarare estinta la società, sarebbe stato troppo bello evitare così qualsiasi tentativo dei creditori, anche futuro.

Come chiedere al fuoco di non bruciare.

Avrei potuto e forse dovuto spedire lui all’udienza, ma mia madre aveva bisogno di suo figlio, non di un avvocato.

Dopo le frasi di rito, iniziò un sadico gioco: il giudice poneva domande alla controparte, io attendevo che la capra si affannasse sfogliando le carte, poi rispondevo al suo posto con precisione svizzera, senza degnare di un’occhiata le carte.

Il giudice mi redarguiva (ma con l’aria tutt’altro che severa), poi accigliato ingiungeva all’avvocato di sbrigarsi perché toccava a lui rispondere.

Non starò a tediarvi coi dettagli della disfatta, solo un particolare: ottenni la condanna a pagare le spese legali di mia madre.

Vittoria schiacciante ed umiliante: il domiciliatario mi redarguì, rosso in volto, per lui era una enorme scortesia verso il collega insistere sulle spese, nel mio caso era anzi autentica prevaricazione essendo chiaro a tutti, compreso il giudice, che mia madre l’avvocato non lo pagava.

Ero una carogna implacabile e godetti sadicamente dell’imbarazzo dell’avvocato che rispondeva alle domande delle tre serpi. Aveva assicurato loro la vittoria, nel peggiore dei casi un mancato guadagno, di sicuro non si aspettavano di dover esser loro a pagare.

Il fragoroso sospiro che tirò mia madre quando solcai a ritroso le file dei palchetti di legno dove sedevano avvocati, clienti e umanità varia, e lei vide le mie dita aperte a forma di V, dal fondo dove si era rintanata in disparte, quel sospiro ha avuto il sapore e il valore di un premio Nobel.

Uscimmo nella luce di Marzo e sebbene le sue labbra rimanessero mute, mi urlò il suo grazie trafiggendomi con i suoi occhi verde germoglio di primavera, gettandomi uno sguardo mai rivoltomi prima: non ero più il suo bambino.

In quel Marzo, davanti quel tribunale, per mia madre, ero improvvisamente diventato un uomo.

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