La melanconia dell’uomo-pirla [parafrasando la rosticceria delle cazzate (Il Primo Bacio)]

Il post in 50 sec.

***

Soundtrack.

Io sono, per dirla con Niphus, un pirla melanconico.

Per questo ho sognato la nostra casa di M.

In famiglia continuiamo a riferirci alla “nostra” casa, anche se in realtà quella laggiù a M. non è più la “nostra” casa.

Fu venduta all’asta 21 anni fa.

Fu durante quel processo, assistiti da un avvocato cane che sonnecchiò dinanzi ai mille vizi procedurali (che anni dopo inutilmente analizzai con lucida ferocia autolesionista), fu proprio lì, davanti alla dea con la bilancia i cui due bracci sono chissà perché diseguali, che decisi: sarei diventato un avvocato coi contro-coglioni.

Che ci crediate o no, non ho mai perso una causa, in nessun grado di giudizio.

Mai.

Nemmeno quando, anni più tardi, si è trattato di mia madre, questione di vita o galera (ho prodotto carte mangiate dai topi, inter alia).

La casa fu venduta per debiti lasciati da mio padre, cui mia madre non poté far onore se non lasciando che gli portassero via il solo tetto che in tutta la sua vita gli fosse riuscito di mettersi sulla testa.

Lungo 18 giri di sole, ci ho trascorso 18 estati (1 giugno / 1 settembre).

Nessuno accenna mai alla “nostra casa” in presenza di mia madre, per paura di risvegliare dolorosi ricordi di giorni andati.

Andati.

Andati a finire lì dove vanno a finire tutti i giorni, tutti i sogni, tutta l’adolescenza, e tutto il nostro futuro in continua erosione, giorni come onde, anni della nostra vita come maree che erodono granello dopo granello la spiaggia apparentemente senza confini del futuro, ineffabile come orizzonte per noi che lo osserviamo coi piedi nel presente, quella battigia, linea curva e scura e mobile che separa le sabbie del futuro dal mare dell’oblìo.

Quando mi capita di passare a M. il cuore mi si impolvera sempre tutto di nostalgia.

Una nostalgia acuita dal ricordo del mio primo bacio, a 13 anni, una gamba stretta alla sua, un asciugamano pudìco a coprire l’intrecciarsi lento e tenero (tenero come solo le prime volte sanno esserlo) delle nostre giovani mani.

Nostalgia amplificata dal ricordo di quei granelli sommersi dalla marea, granelli di tempi diversi, felici e spensierati, quando l’intero Paese sembrava sull’orlo di un radioso futuro.

Tutti noi sembravamo ad un passo da un radioso futuro, noi che quel passo non lo compimmo mai, e quel futuro radioso lo stiamo ancora aspettando, mentre continuiamo a imprimere le nostre orme su quella battigia in bilico tra ieri e domani, lavate via dalla risacca del tempo.

Erano altri giorni.

Di notte i lettini rimanevano lì dove erano rimasti tutto il giorno, potevi languirvi con la tua ragazzina, sopra, il cielo con le sue solite stelle e davanti, il mare con la sua solita luna, niente catene, niente vigilantes armati di quad e torce.

Solo tu, lei, le stelle, le onde.

E i tuoi battiti al ritmo dei riflessi ondivaghi del faro (una lucina rossa, tu-tum, una verde, tu-tum), i suoi capelli cullati dal vento come l’albero di una barchetta alla fonda.

Nel sogno eravamo io e B., il mio fratellone, il solito B. con cui seguivo per km i binari del treno per andare ad addentare le aspre more.

Traversine di legno ingottito, semi-immerse in pietre a tratti bianchicce come luna bitorzoluta e a tratti nere come eclissi, i binari due righe d’acciaio brunito dal sole poste a tracciare la prospettiva per l’orizzonte dove pietre e legno e ferro, tutto evapora verso il cielo indaco, tutto evapora liquido e tremulo sotto gli effluvi del caldo torrido.

Uno dei tanti miti irraggiungibili da cui è sempre stata ispirata la mia vita, il mio B., un gigante sulle cui spalle ho potuto scrutare orizzonti ad altri preclusi.

Lui, con la sua verve magnetica, il suo estro artistico, la sua inesauribile fantasia nell’architettare sempre nuove disavventure in cui imbarcarsi.

Non mi è mai riuscito, finora, di ricomprare la casa di M., sogno proibito e mai apertamente confessato di tutta la famiglia.

Però qualcosa ho combinato, mio malgrado.

Ogni tanto B. si emoziona per un nuovo investimento.

Che ne dici se ci compriamo una casa a Scanno, vicino al lago, facciamo fifty e fifty e poi ci andiamo ad Agosto..:”

“Si B., si, informati e fammi sapere”.

“Ci sono, ci compriamo quel pub vicino la scuola media, sono 100k, 50k io e 50k tu, magari i 50k miei me li presti tu, ci stai?”

“Si si, B., vai facile, vai, ma la casa a Scanno?”.

“No mia moglie, l’umidità, niente, non ci viene”.

Con lui ho comprato, sulla carta, tre quadrilocali (tutti bisognosi di vendere a prezzo stracciato solo a noi, depositari di una non meglio precisata “soffiata”), un palazzo (considerata la cubatura, regalato), un side-car del primo dopoguerra (che nessuno, nemmanco Motociclismo d’Epoca, aveva la più pallida idea, tranne noi due, di quanto valeva veramente), una barca a vela (senza vele ma tanto noi ci mettiamo il motore del side-car), un camper senza ruote (ma tanto ci facciamo un pub), svariati esercizi in fallimento (ma tanto vuoi mettere come li gestiremmo noi), e innumerevoli altri affari imperdibili che abbiamo sempre perso però.

Un giorno all’ennesima sua iniziativa immobiliare, ho risposto come al solito “vai facile, te li presto io i soldi”.

Quello non si è presentato dopo tre settimane con il preliminare firmato???

M’è toccato sborsare!

Anche se poi in pochi mesi mi ha restituito tutto, con 1€ di “aggio”. Quando gli ho fatto notare l’enorme errore, dice “no no, l’ho fatto apposta, sono gli interessi, vatti a prendere un caffè….oh ma con 1 euro a Milano ce la fai?”.

E’ la mia piccola rivincita sulla vita, diciamo il mio primo bacio alle chiappe delle avversità.

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