Gente di palestra

Io l’ho sempre saputo che sono rincoglionito.

Ciononostante, ho fiducia in me.

Ed è qui che sbaglio.

Erano giorni che non riuscivo ad andare in palestra.

Oggi mi sono imposto di andare e mi ci sono fiondato appena sveglio, dopo aver preso due caffè, otto biscotti, dopo aver rassettato la cameretta di principessa perché la mamma ci ha cazziati che la sera prima abbiamo lasciato tutto in giro, annaffiato le piante, ridipinto lo sgabuzzino, montato un EKBY JÄRPEN / EKBY BJÄRNUM (non è un preparato per le emorroidi tedesche, bensì una banale mensola Ikea) e dissodato il Sahara a mani nude, dico, mi sono fiondato subito in palestra.

Ho chiuso il mio squallido zainetto nell’armadietto, assicurato il lucchetto, e via in sala attrezzi con l’aplomb di un vecchietto con il retto rotto.

Pompo, sudo, spingo, sollevo, rilascio.

Rilascio, sollevo, spingo, sudo, pompo.

Alla fine torno negli spogliatoi, e cerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, apro, prendo l’accappatoio, richiudo il lucchetto, mi infilo sotto la doccia.

Esco dalla doccia, ricerco il mio armadietto con annesso lucchetto.

Lo trovo, infilo la chiave, e non si apre.

Insisto, lui resiste.

Insisto, lui resiste.

Insisto, la chiave si piega ma non si spezza.

Insisto, e va tutto in vacca.

La chiave si spacca, rimanendo per metà nel lucchetto di quello stramaledetto armadietto mentre il mio retto espelle gas manco fossi un oleodotto rotto.

Rimango dieci minuti come un cojote fermo davanti all’armadietto, pensando (pensando? Si fa per dire, suvvia) a cosa fare.

Provo senza convinzione a forzare il lucchetto, che poi con le mani bagnate non è il massimo.

Alla fine mi decido a chiamare Felipe, il tuttofare della palestra che quando non ti serve è sempre in mezzo ai Roberti, e scusa devo pulire qui, e alza i piedi, e solleva le sopracciglia che devo spolverare, e non entrare in sauna coi calzini (e che sarà mai…), e poi quando invece hai disperato bisogno di lui, scompare come gli amici quando rimani a piedi con la tua auto di sabato notte.

Insomma mi vedo costretto ad aggirarmi alla reception della palestra in accappatoio, e non è una situazione molto gradevole.

Alla fine lo trovo, gli espongo il problema, lui mi rassicura, mi dice che se firmo un modulo lui rompe il lucchetto con una tenaglia e tutto a possst.

Benissimo.

Firmo, lui taglia, e poi estrae un borsone viola che francamente non ricordavo di aver portato con me.

Mi guarda, e mi rivolge la domanda di rito: “è questo?” sollevando il borsone.

Che ha un doppio fondo, purtroppo aperto, da cui fuoriescono un paio di mutandine di pizzo viola e un rossetto e due enormi, inequivocabili, poco duttili ma alquanto malleabili CAZZI DI PLASTICA.

A quel punto il mio cervello da guiness dei primati (intendo le scimmie), elabora veloce l’unica alternativa possibile: o confesso che sono un cojone e che ho rotto la mia chiave nel lucchetto sbagliato (peraltro appena 5 minuti prima della doccia, avevo ritrovato il lucchetto giusto…), o fingo che il lucchetto, il borsone, le mutande e il rossetto (per non parlare dei cazzi) siano tutta roba mia (Cuius commoda, eius et incommoda direbbe il Prete, non è che posso dire che il lucchetto è il mio ma il borsone e il suo contenuto no).

Sperando che il proprietario non giunga proprio adesso (che poi voglio vedere se ha il coraggio di dire “è robba mia”…).

Mentre dico “Sì, è mio” arriva mio cognato.

Il quale guarda Felipe, guarda me, guarda il lucchetto rotto, guarda il borsone, adocchia le mutandine ed il rossetto ma sofferma inequivocabilmente e schifatamente lo sguardo sui due falli ed esclama da gran signore: “l’avevo detto a mia sorella che sei un ricchione”.

Gira i tacchi (poi dice a me…) e se ne va.

Felipe continua a tenere il borsone con indice e pollice, quasi avesse paura di contaminarsi.

Mi guarda fisso.

Al che anche io me ne esco da gran signore:

“Beh, ‘cazzo guardi?”

“I cazzi, signò”.

“Fatti i cazzi tuoi”.

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