Ho avuto un incubo

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[Foto personale, baia di S. Francisco, ore 5.20]

Ho avuto un incubo.

Meno male che è quasi finito.

Ho sognato che per decenni lavoravo quattordici ore al giorno, con punte di ventiquattro e mai sotto le dodici.

Ho sognato che per i primi anni per tutte quelle ore lavorate, e avendo procurato guadagni al mio datore di lavoro oscillanti tra cinquanta e duecentomila euro al mese, ricevevo in cambio la metà di quanto riceveva il parcheggiatore abusivo nella piazza del mio paese natio (dove al massimo potevi parcheggiare tre auto, per cui mi son sempre chiesto di cosa campava sto povero Cristo).

Ho sognato che l’ambiente di lavoro era putrefatto, popolato da orchi maligni, elfi dall’apparenza buona ma dalla sostanza marcia, convinti che la comodità e sicurezza della propria autostrada a quattro corsie passasse inevitabilmente per l’annichilimento dell’altrui mulattiera dissestata.

Ho sognato che gli orchi mi frustavano ad ogni battere di ciglia, con la loro lingua tagliente come punta di diamante.

Ho sognato che progressivamente, di giorno in giorno, da puffo buono diventavo anche io un po’ orco (e un po’ stronzo), mi crescevano i peli sul volto, anche nei padiglioni auricolari dell’ipod, le unghie mi si affilavano come rasoi, la fronte veniva solcata da profonde rughe, gli occhi venivano contornati da borse e macchie e striature di venuzze rotte, capillari scoppiati d’ansia e repressione.

Il naso mi si allungava a dismisura, in proporzione diretta con l’affinarsi della mia ars mentendi.

Ho sognato, in questo incubo, che i miei sogni subivano una trasmutazione genetica nel mio pensiero, che li catalogava dapprima in grandi sogni, poi in mere chimere, indi in folli utopie, fino a farli retrocedere al rango di infantili stereotipi da abbandonare per perseguire un più alto e concreto ideale: il danaro, il potere, lo status symbol.

Ho sognato, in questo incubo, che il mio cuore si atrofizzava giorno dopo giorno, closing dopo closing, ed ogni ora passata in più nel recinto con orchi e squali e pirana, un colpo di vanga in più per seppellire la mia anima sotto la mia ambizione.

Ho sognato, in questo incubo, che tendevo ogni mio nervo, ogni singolo mio muscolo, verso il raggiungimento di simulacri tangibili – tappe di un percorso ad ostacoli verso un non meglio identificato traguardo finale – che testimoniassero inequivocabilmente, al mondo intero, le tappe della mia folle corsa: un blackberry, un televisore enorme pieno di polvere, un’auto potente con le ragnatele sul volante, una casa enorme dove rimbomba l’eco dei miei passi, dei gemelli d’oro bianco da mostrare tirando un po’ su la giacca, delle scarpe lucide, delle camicie con le cifre per ricordare agli altri chi sono io o meglio come mi chiamano.

E nella tensione, nella spinta ineluttabile verso l’ottenimento di tali simulacri, tralasciavo, giorno dopo giorno dopo giorno, di coltivare le piante e i fiori e le viti e gli alberi da frutto che rinverdivano il volto di persone scevre da quei simulacri, il volto di mio fratello con la sua Renault 5 quando guarda il suo ometto, il volto di mia nonna con la sua pensione di 325€ quando guarda controluce i suoi barattoli di sottaceti, il volto di mia madre quando guarda la mia giacca firmata o legge una notizia di una pratica che sa che sto seguendo e la sventola al panificio sotto gli occhi increduli delle amiche o anche dei semplici clienti sconosciuti.

Ho sognato che in questo incubo ciò che mi ha fatto tenere duro, ciò che mi ha anestetizzato i nervi, ciò che mi ha fatto ignorare i segnali preoccupanti di una deriva materialista, consisteva nell’impugnare saldamente tra le mie mani i simulacri della mia corsa, della mia folle corsa. La domanda curiosa dell’amico che non immagina quanto guadagno, la richiesta innocente di mia nipote che chiede se le telefonate davvero me le paga qualcun altro e se non ho limiti di spesa, l’espressione un po’ forzata e spesso di semplice gentilezza di “oooohhhh” sul volto di amici operai, cassiere, fornai e commessi quando mostravo la brochure che elencava le meraviglie insite nelle 250 sedi sparse su tutto il globo terracqueo della mia law firm, il rispetto reverenziale mostratomi dall’avvocato di provincia che scruta con attenzione la mia cravatta di Hermes e mi chiede se ho mai visto il Berlusca in giro per Milano o se davvero assisto Intesa Sanpaolo nelle operazioni transnazionali, lo stupore dichiarato nelle smorfie di conoscenti ai quali svelavo i miei orari disumani di lavoro e, ciononostante, la mia capacità di alzarmi ogni mattina alle 6 e di rimanere fresco e lucido anche dopo 36 ore di negoziazione e scrivere un blog e magari pure un libro, la curiosità quasi morbosa di persone “normali” che mi interrogavano sull’effettiva portata e consistenza di un’operazione di quotazione in borsa, tutti questi simulacri mi hanno tenuto a galla. Questo ho sognato nell’incubo.

Poi, in questo incubo strano, ho sognato (sognare un incubo è sempre sognare? For in that sleep of death what dreams may come?) che all’improvviso i simulacri cominciavano a sbiadire, le ore trascorse in studio progressivamente si assottigliavano, mentre le ore effettive trascorse a lavorare continuavano a crollare tendendo a zero come l’andamento dei tassi di interesse e le quotazioni di strumenti finanziari in borsa, il blackberry cominciava a trillare sempre meno, le operazioni in cui venivo coinvolto scemavano sempre più di importanza e valore, mentre la polvere continuava ad accumularsi sul televisore e si infittivano le ragnatele sul volante della mia bella auto, le sedi della mia magic firm traballavano, e dei duemilaottocento avvocati che eravamo, sempre più erano quelli che partivano senza ritornare, le macchie cominciavano a campeggiare sulla mia cravatta, la mia barba sempre impeccabilmente rasata per le continue riunioni con signori dai nomi altisonanti cominciava ad ispidirsi, il numero di mandati di assistenza si ridimensionava di giorno in giorno.

Poi, però, d’improvviso, l’incubo finiva.

E cominciavo a dormire, alle 6.30 di oggi, di questa notte, che pare un’alba.

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