Hai chiamato il mio nome

Hai chiamato il mio nome, di notte, mentre rimettevi la tua anima candida come un fiocco di neve appena staccatosi dai bordi del cielo, all’inizio di quel suo precipizio tra fulmini e sprazzi di sole che è la sua vita.

Hai chiamato il mio nome, il tuo papà, e il tuo papà non c’era a tenerti la fronte come tutte le altre volte.

È una banale influenza, ma mi hai trafitto il cuore con quel tuo richiamo, di cui mi ha detto la mamma.

E mi vien da pensare a quante volte, nella tua vita, nel buio di una stanza, chiamerai il mio nome, e io non potrò essere vicino a te.

Quanti pianti non asciugherò dalle tue giovani guance in fiore, quanti tormenti non potrò aiutarti a sopportare, quanti sospiri perderò, quanti giorni della tua vita non mi sarà dato vivere.

Quando nascesti, mentre facevo la spola dall’ospedale a casa riversando orde di parenti in visita, fui colto da un pensiero atroce che mi indusse a un pianto inopportuno per un tale giorno di gioia: pensai che un giorno avrei dovuto lasciarti su questa Terra, senza poter più alzare un dito per te, senza poterti più proteggere, senza poter più rispondere ai tuoi canti, non avrei potuto più essere terreno sotto i tuoi piedi, e non avrei potuto più, chissà, neppure sapere… neppure vedere, neppure sentire il rumore d’un taglio nel tuo splendido cuore.

La tua nascita ha determinato la scomparsa immediata d’una mia antica paura: quella di volare. Vederti venire al mondo mi ha reso stranamente la mia vita meno cara, e quando volo non ho più paura di perderla questa vita. L’unico timore è che, dovunque succeda, comunque succeda, io possa perdere le tracce di te nello sconfinato universo, e spero proprio che ve ne sia uno solo, così sarà più semplice cavalcare le galassie e sedermi ad aspettarti ai cancelli dell’eterno, dove correremo liberi da ogni affanno, e potrò ancora cullarti, e tenere la tua tenera mano, e pettinarti ancora, districare i nodi dei tuoi semplici pensieri di bimba. Con quanta meraviglia ce ne andremo in giro, io e te, su una bicicletta di raggi cosmici, a spasso tra le stelle, a meravigliarci ancora di questa straordinaria Creazione, ci tufferemo in un buco nero e oltrepasseremo l’orizzonte degli eventi solo per scoprire cosa c’è al di là, e se è vero, come dicono gli scienziati, che dentro un buco nero la materia potrebbe disfarsi perdendo la memoria di quel che essa stessa è stata, allora stringimi forte la mano, e perdiamoci lungo i bracci d’una galassia a spirale, nell’abbagliante splendore di questo sordo, muto, cieco e pazzo amore, che mi hai svelato, dalla forma affatto stramba, quell’amore primitivo, quella sorta di abisso che inghiotte fette di tutto, quel piano infinito e inclinato sulla cui superficie tutto scivola, il mondo intero rotola sulla china impervia del mio amore sordo per te, muto per te, cieco e senza scopo alcuno per te.

Un amore che non vuole niente, che non attende niente, che non sente niente, che non offre nient’altro che tutto se stesso e se si strugge, a volte, è solo perché vorrebbe essere molto di più che solo se stesso, l’amore del greto d’un fiume per la pietra – levigata dalle sue carezze – che resta in bilico tra la corrente, l’amore d’un albero per il suo ramo su cui si posa il polline d’estate e la neve d’inverno, carico di frutti acerbi e maturi, l’amore d’un nido che, senza pensieri, lui mero intreccio di rami, aspetta ogni sera che il suo pulcino torni quando cala la notte, l’amore, insomma, racchiuso in una stilla di gioia atavica di saperti viva, non importa neppure dove. Forse, più del greto del fiume, più dell’albero, più del nido ignorante, è l’amore genetico d’un girasole, che non gli importa se il cielo è interamente coperto, lui è giallo di gioia perché tutti i suoi atomi con il loro volteggiare d’elettroni impazziti, hanno iscritto nel nucleo una profonda sapienza che nell’universo, oltre le fronde del bosco, oltre le gemme della primavera, molto più in alto delle nuvole, anche se c’è vento e ci piove, da qualche parte lassù, riluce una stella che gli altri chiamano sole.

Vorrei scriverti intere raccolte di poesie, usare la metrica dei tiepidi aneliti d’amore paterno che mi pervadono a ogni tuo respiro, ma poi penso che la poesia più dolce è racchiusa tutta dentro me.

E se mi guardi dritto negli occhi, potrai leggerla da te.

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