Un grazie in ritardo di vent’anni

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Chi di voi mi segue saprà che avevo un fratellino di tre mesi che ci ha lasciati tanti anni fa. Questa mattina mi sono svegliato pensando a lui, e alla straordinaria storia che mi accadde ormai ventisei anni fa.

 Vivevamo nella casa in cui sono nato e dove rimasi fino a quasi diciotto anni. Lo studio di mio padre, all’epoca già volato per altri lidi, era una stanza seminterrata dove regnava ormai il caos. Negli anni della sua assenza, pian piano, prendendo coraggio, io e mio fratello ne avevamo fatto scempio: avevamo appeso un bersaglio per le freccette, al centro installato un biliardino da bar che qualcuno ci aveva regalato, e le carte di mio padre insomma erano accatastate in un angolo alla rinfusa.

Un giorno me ne stavo in quello scantinato sopra i mucchi di carte e per la prima volta provai a leggerne qualcuna. Trovai un fascio di lettere, il timbro “By air mail” visibile, di quelle buste con i bordi colorati a quadratini rossi e bianchi: uno scambio epistolare con mia madre all’epoca dell’Africa. Il tormento per la loro relazione finita era ancora troppo forte per riuscire ad andare oltre nella lettura. Così presi alcune brutte copie di lettere inviate alla nonna. Infine trovai una lettera indirizzata a mia madre che mi colpì. Mi chiesi subito chi mai potesse essere. Non era la calligrafia di mio padre. Accanto a quella lettera, ne individuai altre quattro o cinque, sempre della stessa calligrafia. Ruppi gli indugi e dissigillai l’involto di carta ormai risaldato dal lungo tempo trascorso dall’ultima volta che qualcuno l’aveva letta. Era stata spedita cinque anni prima.

Iniziai a leggere e rimasi senza parole. Era una donna che stava rispondendo ad un’accorata lettera di ringraziamento di mia madre. La donna spiegava le ragioni del suo gesto. Successe questo: per anni (lo fa tutt’oggi), al giorno di tutti i Santi mia madre si è sempre recata al cimitero, che si trova purtroppo a centinaia di km da dove vivevamo all’epoca di cui sto raccontando (e dove vive tutt’oggi). E ogni anno, trovava sulla tomba del mio fratellino fasci enormi di fiori freschi. Non riusciva a capire chi fosse. Chiese ai pochissimi parenti che avrebbero potuto compiere quel gesto se fossero stati loro, ma non se ne venne a capo. Finché un giorno mia madre incontrò la donna che lasciava quei fiori. Nella lettera questa donna spiegava il senso di tenerezza che le infuse la foto del mio fratellino che campeggiava sulla lapide, un pugno nello stomaco, e di come avesse pianto a lungo sulla poesia incisa nel marmo. Spiegò che non aveva poi fatto granché, si trovava a passare e da madre le si stringeva il cuore a vedere quella tomba spoglia dove non si vedeva mai nessuno a pregare, tutte le domeniche che questa signora si recava a trovare suo marito prematuramente scomparso.

Lessi anche l’inizio di una seconda lettera, ma mi accorsi che conteneva alcune confidenze che era meglio non leggere, in fondo era pur sempre corrispondenza privata anche se eran ormai trascorsi molti anni.

Mi commosse così tanto, quella lettera, che nonostante fossero trascorsi cinque anni, decisi di scriverle per ringraziarla anche a nome mio. Era un gesto troppo eclatante il suo, per restarmene in silenzio. Non aveva messo il suo indirizzo nel mittente, però. E poteva anche non esser più viva per quanto ne sapevo. Dal timbro sapevo solo che era del paese di M. Chiesi a mia madre. Non c’era internet, men che meno i telefonini dove appuntare un indirizzo. Ma mia madre lo ricordava a memoria, benché tentò di evitarmi una delusione, spiegandomi che dopo tanti anni era improbabile che vivesse ancora nello stesso posto.

Provai ugualmente, scrissi la mia lettera, e la spedii. Aspettai una settimana con ansia crescente. Poi una seconda. Dalla terza in poi ero ormai rassegnato, e cominciai a fantasticare sul destino di quella lettera senza un destinatario. Finché un giorno arrivò la risposta. Non ricordo i dettagli, ma fu una lunga e splendida lettera. Mi incoraggiò negli studi, ribadì il suo stato d’animo e che fosse del tutto superfluo ringraziarla per così poco e mi disse che la mia curiosità mi avrebbe portato lontano.

Lontano ci son finito… dalla mia terra.

E oggi dai meandri misteriosi della mia (?) memoria è spuntata lei come un pupazzo a molle, lei con cui ho continuato per mesi a scrivere non ricordo più cosa, e mi pareva il caso di dirle ancora grazie, anche se ho perso quelle lettere, e oggi non mi azzarderei più a spedirle una lettera perché da una decina d’anni i fiori al mio fratellino nessuno li porta più. E sono sicuro che se ha interrotto, è perché non è più qui… e non voglio averne conferma. Mi piace pensarla ancora che passeggia sotto i cipressi.

Signora mia, dovunque tu sia, fattelo dire ancora una volta: grazie di cuore. Come vedi, di persone come te, non ce ne sono più.

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