Festa delle Donne

Tunnel-tra-i-Fiori-di-Ciliegio-GiapponeAuguri a mia madre, che ha danzato anni sugli orli di mille crateri di vulcani in eruzione, scalza, in preda alle tempeste di lapilli e lava, senza mai spegnere il suo sorriso. Lei mi ha insegnato, mostrandomelo in concreto, quanto sia grande il cuore delle donne, quanto larghe possano essere le loro spalle e quanto duro sia lo smalto dei loro denti che continua a scintillare pure nel buio pesto.

Auguri all’altra mia madre, che oggi dorme all’ombra di alberi piantati dietro la cortina del cielo: lei mi ha insegnato ad uccidere una gallina a mani nude (mi rendo conto non debba andarne fiero, è solo per tratteggiare il tipo di donna che mi ha allevato…), e mi ha svelato i segreti di un linguaggio criptato in cui le donne eccellono: il silenzio dei sentimenti. Non mi diceva “Ti voglio bene”, ma mi portava ogni sera i miei biscotti preferiti a letto, non ha mai scritto manuali di cucina, ma indossava sempre un grembiule dalle cui tasche spuntavano accendini dal becco lungo e mestoli di legno, non mi ha mai parlato della violenza ma non mi ha mai sfiorato con un dito pur sgolandosi per i milioni di guai che combinavo, non filosofeggiava sulla libertà ma non mi ha mai impedito di perdermi per ore nelle campagne dietro casa e di sporcarmi di muschio e terra, non mi ha mai detto non rubare, ma una volta che tornai con una busta di carciofi, ignorando le mie sonore proteste e le mie proposte di restituire anonimamente il maltolto, mi prese per un braccio e senza una parola mi costrinse a riportarli indietro chiedendo esplicitamente perdono, con le orecchie in fuoco, non mi ha mai detto “Per te ci sono”, ma c’è sempre stata e c’è ancora nelle notti d’agosto quando alzo il naso all’insù.

Auguri a mia moglie, che riservandomi il garbo di solito riservato alle donne, con i suoi omaggi floreali, i suoi baci sulle mie mani, e le sue premure quasi materne ha consentito che io prendessi coscienza del mio lato femminile senza mortificarlo dietro un malinteso senso del machismo, ma giungendo ad ostentarlo come motivo di vanto.

Auguri a mia figlia, che mi attira a sé con la prepotenza dell’infanzia e mi bacia come sognavo che mia figlia mi avrebbe un giorno baciato, in continuazione e con la possessività totalizzante dei bimbi, dicendomi spesso ti voglio bene papà, e mi fa esplodere il cuore in splendidi raggi di gioia, mille volte al giorno.

E auguri a tutte voi, donne, che lavorate dall’alba al tramonto senza un lamento, anche se non andate in ufficio, che lottate ogni giorno contro le prevaricazioni, le ingiustizie, le disuguaglianze, e non perdete mai il sorriso o il garbo che è d’esempio a chiunque aspiri alla gentilezza dei modi e dei contenuti, alle donne che sono morte per portare il pane a casa, a tutte le donne che partoriscono e, con ciò, assumono su loro stesse la parte più dolorosa della straordinaria esperienza che è la genitorialità necessaria alla conservazione della nostra specie, alle donne che allattano, a quelle che non ne hanno più, a chi ha dato tutto, alle mamme mancate, alle donne sole, emancipate, emarginate, avventate, innamorate, alle donne perdute e a quelle rinate, a questo splendido, pazzo, complesso e affascinante mondo che da millenni cerchiamo con scarsi risultati di comprendere, e il cui fascino riposa un poco, forse, anche su tale impossibilità di netta definizione.

Io spero che un giorno arrivi la festa dell’essere umano, quando saranno scomparse le differenze tra i generi, ma non viviamo ancora un tale progresso di civiltà, la strada è lunga e impervia e deve esser percorsa consapevolmente da tutti.

In attesa, quindi, che non vi sia più bisogno di ricordare a nessuno il valore delle donne, io vi faccio gli auguri e prendo il buono di questa ricorrenza, valutandola per quello che è, un momento per acuire la nostra percezione di voi; non bisogna offendersi per questo, Gesù non si offende certo se le persone festeggiano solo il 25 dicembre e il resto dell’anno non porgono doni, né se la gente si reca in Chiesa solo di domenica, la Repubblica liberata non se la prende se la si festeggia il 25 aprile e poi per il resto dell’anno si inveisce contro il nostro bel Paese andando a lavoro, né come papà mi sento offeso se mia figlia mi porge gli auguri solo a marzo.

Sono chiaramente simboli, le ricorrenze, e i simboli sono puntiformi rappresentazioni di realtà molto più vaste.

L’8 marzo è un singolo punto nel calendario, ma rimanda a una realtà ricca e complessa da rispettare ovviamente tutti i giorni dell’anno, di tutti gli anni, sempre: voi, le donne.

Il cuore palpitante del mondo.

AUGURI.

Accettate senza offesa questi fiori di ciliegio virtuali dal vostro sinceramente vostro

avvo.

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