Una favola speciale

A chi non ha dormito, a chi è ancora sveglio e a chi non dorme più, a chi ha un biglietto per il Paradiso vivendo all’inferno su questa terra, una piccola favola per credere ancora alle favole.

Avvo

La regina dello stagno – un’altra favola

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Vieni, a papino tuo, sdraiamoci per terra, toh, il tappeto non c’è. Allora mi sdraio io per terra, tu sdraiati su di me. Come perché? Per terra fa freddo… oh, non preoccuparti per me, dolce bimba mia. Stai a sentire questa storia, me l’ha raccontata Topotto.

C’era una volta la Regina dello Stagno che viveva in un castello pieno di torri, mattoni e finestre.

Intorno al castello vi era appena lo spazio per stare in piedi, con le spalle quasi a sfiorare i mattoni dei muri, giusto una piccola striscia di terra perché era completamente circondato dall’acqua dello stagno, profonda e opaca. Cosa significa opaca? Opaca è una cosa che non è trasparente, ma se la metti davanti ai tuoi occhi ci puoi vedere la luce e le ombre che si muovono dall’altro lato, come il vetro del tuo bagno, hai presente?

Un amico della Regina dello Stagno, ogni volta che lei intendeva uscire, metteva sopra l’acqua una lunga scala di legno, appoggiata da un lato all’ingresso del portone, e dall’altro lato sulla terraferma, e questo era l’unico modo per raggiungere la sponda del lago.

Un giorno la Regina dello Stagno e il suo amico andarono in paese a prendere della legna.

Al ritorno, l’amico attraversò a nuoto lo stagno, prese la scala e la distese sul pelo dell’acqua per far passare la Regina. Dopo, lui tornò sulla sponda a prendere la legna, e pian pianino, facendo avanti e indietro, la portò nel Castello, ciocco a ciocco, così la Regina dello Stagno avrebbe potuto riscaldarsi al fuoco del camino.

Proprio mentre stava per portare l’ultimo ciocco di legno, arrivarono dei cattivoni al galoppo. Spaventata, la Regina dello Stagno ritirò la scala in tutta fretta. L’amico con le mani vicino la bocca implorò: “REGINA, REGINA, REGINA! Lanciami la scala”. La Regina dello Stagno, però, si rifiutò, non voleva correre alcun rischio, chiuse il portone e gli urlò di sbrigarsela da solo come aveva sempre fatto.

L’amico prese a scappare dai cattivoni che l’avevano quasi acciuffato e scomparve nella notte che stava ormai calando.

Passarono i giorni, e la Regina dello Stagno cominciò ad avere freddo; la legna da bruciare era quasi finita e bisognava tornare in paese, ma senza l’amico non c’era nessuno che mettesse la scala sull’acqua. La Regina dello Stagno si accostò al portone e urlò il suo nome, ma esso si perse nei soffi del vento, lontano, invano.

La Regina iniziò a bruciare i mobili, convinta che poi sarebbe tornato l’amico e avrebbe sistemato tutto.

Bruciò le cornici dei quadri, poi i tavoli, cominciò a mangiare quindi col piatto sulle gambe. Poi bruciò le sedie, e si ridusse a mangiare per terra. Quindi passò ai mestoli, ai piatti, ai libri, agli scaffali della libreria, alle mensole: tutto ciò che era legno bruciò finché un giorno la Regina si accorse che era rimasta solo la scala. Ci pensò su un momento, ma poi si disse che l’amico avrebbe trovato il modo di farla uscire. Bruciò, quindi, anche la scala.

Passarono i giorni, le foglie caddero tutte dagli alberi, la neve scese danzando nel cielo, tutto si coprì di candore e di neve e il mondo cadde in uno strano silenzio. La Regina era ormai senza forze e sul punto di morire di freddo o di fame, non c’erano più neppure i vestiti da bruciare, quando all’improvviso… si alzò uno stormo di uccelli (uno stormo, papino? È quando gli uccelli si riuniscono e volano insieme con gli amici) dal bosco che costeggiava lo stagno. Un frullare di ali e un latrato di un cane indicarono la presenza di qualcuno… poi di nuovo cadde silenzio. La Regina dello Stagno tese le orecchie, con la speranza che si spegneva… quando sentì il suono di passi che affondavano nel manto nevoso: era il suo amico che tornava, vestito di stracci e pieno di graffi, il più grosso sul cuore.

Con voce flebile (vuole dire bassa, come quando parliamo piano per non svegliare il fratellino) lei chiese all’amico di aiutarla ad uscire dal Castello nello stagno; lui ci pensò, era ancora arrabbiato con lei, ma alla fine si decise e le disse di lanciare la scala che l’avrebbe tenuta lui. Lei rispose che l’aveva bruciata. L’amico non si arrese e attraversò a nuoto lo stagno; tolse le pietre dalla torre più alta e le mise nell’acqua creando un sentiero. Le pietre, però, non bastarono, c’era rimasto un ultimo pezzo d’acqua da superare: l’amico allora si stese nell’acqua e fece passare la Regina dello Stagno sopra di lui. Appena lei mise piede sulla terra, però, vide che lui non parlava più, era ormai caduto in sonno profondo e sarebbe presto morto.

La Regina dello Stagno fu per un secondo felice, era finalmente riuscita a uscire dal Castello che stava per diventare la sua tomba.

Ma subito la felicità sparì.

Gettò uno sguardo al castello che, solitario, si ergeva al centro del lago, si voltò verso la sponda a guardare le città che si stendevano fino all’orizzonte e una sconfinata malinconia la colse: il mondo, senza il suo amico, era diventato all’improvviso più freddo dell’inverno.

Pianse tutte le sue lacrime, e proprio le sue lacrime scaldarono l’amico, una luce fioca si accese intorno alla testa, e si diffuse sul volto: l’amico a fatica si alzò e chiese cosa fosse successo.

Lei pianse più forte e lo strinse nelle braccia.

Da quel giorno fu sempre lei a tenere la scala per lui.

E la Regina dello Stagno capì – finalmente – che non c’era legna al mondo capace di riscaldarla tanto a lungo quanto il cuore di un vero amico.

E vissero così felici e contenti e nessuno dei due ebbe mai più freddo.