Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!