Essere padre di una bambina

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L’altro giorno ho letto non so dove di una madre che spiegava cosa significasse per lei essere mamma di un maschio.

Ecco, mi ha ispirato alcuni pensieri opposti, su cosa significhi essere il papà di una bambina.

Significa innanzitutto guardarla negli occhi e sentire che ti sbagliavi di grosso, quando pensavi che si potesse amare una donna soltanto per volta.

Significa imparare a fare le trecce (!!!), sia a lei sia alle sue solite bambole.

Significherà imparare a distinguere l’amaranto dal porpora, le Wink dalle Bratz, il mascara dal rimmel, l’elastico dalla molletta per i capelli, un body dalla canottiera.

Significa imparare a memoria i nomi e le caratteristiche di Fate, Streghe, e personaggi decisamente improbabili, tra maialini che parlano, pecore ingegnose, bambine che bevono strane bevande e compaiono in mondi paralleli e quant’altro.

Significa pensare che un domani guarderà un uomo come non ha mai guardato te, e consolarti pensando che forse, certe notti mentre la culli e lei piange perché ha perso un pupazzo, forse ha guardato te, certe notti, come non guarderà mai nessun uomo.

Significa farle il bagnetto e sederti fuori della vasca a farti schizzare di acqua e sapone e ridere come un matto con lei, e ogni mese che passa chiederti quand’è che diventerà troppo grande e comincerà a chiudersi in bagno con la mamma, lasciandoti fuori.

Significa farsi mettere la corona sulla testa e fingerti donna, mentre lei ride e tu speri che nessuno ti veda.

Significa imparare a tagliare vestitini di carta per le sue bambole, fare una coda con un elastico che per te è complicato quanto montare un reattore nucleare mentre arriva la mamma e con due mosse di karatè le ha fatto uno chignon che nemmeno Tony&Guy e Aldo Coppola messi insieme ci possono nulla.

Significa fingersi stupito quando lei ti mostra come si apre il camper di Barbie, e aiutarla a rimettere a posto i Pony nel castello a tre piani.

Significherà fare finta di niente – mentre il cuore ti salta nel petto – quando lei andrà a studiare o a lavorare in un’altra città e la sentirai al telefono che dice “Ciao, mi passi mammà?”. E significa ancora fingere di fare altro, magari leggere il tuo solito libro o scrivere un post, mentre cercherai di capire su cosa tua moglie viene aggiornata per filo e per segno, questioni di cui tu ignori semplicemente l’esistenza.

Significa uscire dal proprio corpo e dalla propria mente, e provare a capire davvero una donna, quello che vuole, come lo vuole, dal tono di voce, dai silenzi ostinati, dal modo in cui si gratta un orecchio o si tira i capelli all’insù.

Significherà prendere quel barlume di femminilità che hai sempre un po’ tenuto riservato, quel lumicino che ristagna nel cuore di ogni uomo, e amplificarlo all’ennesima potenza per provare a entrare in sintonia con la parte profonda di tua figlia, il suo essere fondamentalmente una donna.

Significherà dare importanza a tutte quelle cose che per un uomo, di solito, contano zero, come l’amica che è uscita con un’altra e non ti ha chiamata, la dispettosa che ha comprato le scarpe uguale alle tue e tu non sai più cosa indossare per quel ballo importante (chissà se poi esisteranno ancora i balli, oggi?), il brufolo che spunta proprio nel giorno in cui c’è la foto di classe.

Significherà restare per ore seduto a gambe incrociate con addosso un vestito alla Jessica Fletcher, con tanto di cappello alla Lady D, mentre lei ti versa un the immaginario e i tuoi muscoli poco allenati inizieranno a dolere insieme a tutte le vertebre, e significherà anche fare finta che sia il più buon the che tu abbia mai sorseggiato, magari soffiando pure che scotta, come ti ricorderà di fare lei stessa, con tono tra il bonario e il severo rimprovero.

Significherà notare le differenze di un centimillesimo di tonalità di colore tra due vestiti che a te paiono perfettamente identici e non perdere la pazienza mentre continua ad indossarli a turno uscendo dal camerino sempre più confusa, fino a quando la mamma non si decide una buona volta a dire OKAY, ringraziando poi il cielo se non ti lasciano in auto ad aspettare.

Significa andarle a prendere un ghiacciolo anche nel fuoco, ben sapendo che si scioglierà prima di riuscire a portarglielo, perché non saprai mai dire di no, e soprattutto non puoi dirle che c’è qualcosa di tanto impossibile che non valga la pena, per tua figlia, di provare a fare.

Significa abbracciarla forte e dirle “Non avere paura, sono io qui, abbiamo finito” mentre la mamma le lava i capelli sotto la doccetta e lei piange disperata e si aggrappa alla tua camicia bagnando pure te.

Significherà fingere di non provare alcun turbamento quando dirà che un suo amichetto a scuola la vuole sposare, o quando sarà lei a dire di voler sposare un cuginetto o un amico di giochi, e quando sbatterà le ciglia innocentemente maliziose davanti a quest’ultimo scendendo dalle tue braccia per fiondarglisi addosso e lasciando in quelle tue braccia un vuoto profondo che si richiuderà solo quando, a sera inoltrata, la prenderai piano da sopra il divano, sfiorandola appena per non svegliarla, e te ne tornerai a casa col tuo cuore stretto nelle tue mani.

Significherà, però, anche prenderti tutte le coccole del mondo, i baci a raffica, le tende di lenzuola, le carezze sul viso, il suo capo sul petto, le sue braccia allacciate strette sul collo, l’aeroplano in cui tu sei la sua aria e le sorreggi le ascelle, i giri sulla tua testa, i disegni colorati metà per ciascuno, la corsa e l’abbraccio con te in ginocchio quando torni da lavorare, lei che si affaccia a chiamarti dalla tromba delle scale, la sua dolcezza che ti entra nel cuore e ti fa dimenticare tutti gli affanni del giorno.

Significa avere qualcuno che davvero ti crede un super eroe capace di aggiustare il mondo, un mix tra un saldatore di cocci di plastica, un esploratore di grotte di lenzuola, una enciclopedia vivente e un archeologo di Lego.

Essere papà di una bambina, sostanzialmente, come essere padre più in generale, forse, significa semplicemente imbarcarsi in un’avventura meravigliosa un pochino più grande di te.

 

 

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