E sono io

Io ho, tra gli altri, un fratellino di 3 mesi.

I suoi radi capelli bruni fluttueranno sempre sul suo piccolo cranio tondo come uno strano mappamondo, simili a fili di alghe sospinti da limpide correnti d’acqua dolce, dolce come un bacio sulla fronte di Dio.

La marea del tempo che avanza non lambirà le sue paffute manine.

Le sabbie degli anni, travasati nella clessidra da cui stillano granello a granello i nostri giorni, non potranno nessuna abrasione sulla sua pelle di madreperla.

Il mio fratellino di 3 mesi ci ha lasciati tanti anni fa, ma per me rimarrà sempre il mio fratellino di 3 mesi.

E’ crisalide, cristalizzata nell’unica foto che campeggia – solitaria – sul comodino di papà da una vita intera.

Un duplicato sulla sua fredda lapide, vicino a M., sopra una poesia in lettere di marmo che se avessi potuto usare per scalpello la punta del mio cuore, sarebbe – senza ombra di dubbio – stata “Chiedo Silenzio” di Neruda.

Per anni mi sono svegliato e addormentato, e il primo volto che ho visto aprendo gli occhi è stato il suo, e l’ultimo prima di chiuderli a sera è sempre stato il suo, prima
e dopo quello di mio padre.

L’unico oggetto degno di affiancare quella cornice è stato uno scatolino (fatto con Vinil e Uniposca), ricolmo di striscioline di carta, fitte lettere sbilenche, i miei pensierini a 7 anni per la mamma, resistiti a 5 traslochi e tanti (altri) moti di rivoluzione e tutt’oggi ancora lì.

Nella foto, il mio fratellino è placido, gli occhietti chiusi (per sempre), adagiato tra batuffoli e trame di lana bianca che occupano l’intero fotogramma, una manina non completamente chiusa a pugno che sbuca dalla copertina quasi a dirci l’estremo e duro ciao (copertina trapuntata da altre mani, sottili come fusi, quelle di mia, nostra madre).

Per anni ho visto il mio fratellino di 3 mesi sognare su quel comodino, etereo, quasi
galleggiante su quel letto che pareva ordito con trama a lana di nuvole.

Quante volte mi son chiesto cosa stesse sognando.

Oh, se solo si potessero davvero fotografare i sogni, foss’anche solo nella nostra memoria, la memoria, questa pellicola burlona, la cui ripetuta emulsione modifica ogni volta un pizzico profondità di campo, composizione, esposizione, e bilanciamento del bianco ai tuoi ricordi, sicché le stampe non sono mai uguali a loro stesse e si allontanano sempre più dalla realtà che vi s’era impressa.

Piccoli gradi kelvin di deviazioni impossibili da individuare, perché la stampa mentale dei ricordi dipende in maggior misura da quel che stai vivendo mentre li riporti alla mente, piuttosto che da quel che hai vissuto e che vorresti rivivere ricordando.

Non è il passato che influenza il presente, semmai il contrario.

Io non ho mai sognato il mio fratellino di 3 mesi, nonostante pensi a lui ogni volta che vedo delle corone di fiori ai lati di un sagrato, o mi appresso ad un cimitero, quando tasto al buio un comodino, quando maneggio una cornice d’argento, o mi specchio nella vetrina di un negozio pre-maman, quando cedo il sedile ad una donna incinta o alla sua culla, o lascio l’ascensore a un passeggino, e non so quanto altro ancora.

Mi reputo una persona del tutto scevra da suggestioni chiromantiche.

Credo fermamente ai sogni ma non ai fantasmi.

Eppure.

Eppure mi venne in sogno, il mio fratellino di 3 mesi, per la prima e penultima volta 4 anni fa.

Quando la morte stava per sospingere di lì a poco ancora il suo funereo soffio nella mia, nella nostra ignara vita, rischiando di segnarmi per sempre.

Ma lui venne a dirmi che era il mio angelo custode.

Me lo disse oniricamente, sapete come capita nei sogni, dove i sensi funzionano come uno strano Home-Theatre, mescolati in un pazzo surround multicanale di udito, gusto, tatto, vista e olfatto, i nostri sensi fusi e confusi insieme, ignari delle leggi della fisica, e una frase non sai mai se l’hai letta, udita o l’hai toccata, o temuta, o tutto insieme, e riesci a vedere te da dentro e fuori te, contemporaneamente.

E quindi vidi/sentii/toccai/assaporai le sue parole pur essendo lui un infante (che non a caso significa in-fans = senza parola).

Nel sogno dimostrava il doppio della sua eterna e tenera età, si reggeva sulle gambe cicce e incerte, i pugni stretti alle sbarre di una culla.

Mi mostrò/disse/fece toccare/emanò in questo pazzo sourround di sensi delle semplici parole: “Sono io il tuo angelo custode”.

Mi pervase una strana pace che però durante il giorno evaporò.

La notte seguente tornò a trovarmi affinché la pace perdurasse (e perdurò).

Ma questa volta le fattezze erano quelle di B., B. il mio fratellone che porta lo stesso nome (fardello plumbeo) del mio fratellino di 3 mesi.

B. mi disse/mostrò/toccò con le sue parole che erano ancora “Sono io il tuo angelo”.

Esternai con tutti i miei sensi da visione onirica, la mia delusione per essermi ingannato la notte precedente su chi fosse il mio angelo.

Lui rispose alla mia delusione con un sorriso sornione, e lentamente, davanti ai miei occhi/mani/naso/bocca si trasformò dal mio fratellone B. al mio fratellino di 3 mesi.

E mi fece vedere, e toccare, e ascoltare e annusare il suo tonante:

“Ma sono IO”.

Come a dire che ti credevi, sono proprio IO, non ti sei ingannato.

E ora lo so chi è il mio angelo custode.

E’ lui.

E sono io.


Chiedo Silenzio – di Pablo Neruda

traduzione italiana

Ahora me dejen tranquilo.
Ahora se acostumbren sin mí.
Yo voy a cerrar los ojos
Y sólo quiero cinco cosas,
cinco raices preferidas.
Una es el amor sin fin.
Lo segundo es ver el otoño.
No puedo ser sin que las hojas
vuelen y vuelvan a la tierra.
Lo tercero es el grave invierno,
la lluvia que amé, la caricia
del fuego en el frío silvestre.
En cuarto lugar el verano
redondo como una sandía.
La quinta cosa son tus ojos,
Matilde mía, bienamada,
no quiero dormir sin tus ojos,
no quiero ser sin que me mires:
yo cambio la primavera
por que tú me sigas mirando.
Amigos, eso es cuanto quiero.
Es casi nada y casi todo.
Ahora si quieren se vayan.
He vivido tanto que un día
tendrán que olvidarme por fuerza,
borrándome de la pizarra:
mi corazón fue interminable.
Pero porque pido silencio
no crean que voy a morirme:
me pasa todo lo contrario:
sucede que voy a vivirme.
Sucede que soy y que sigo.
No será, pues, sino que adentro
de mí crecerán cereales,
primero los granos que rompen
la tierra para ver la luz,
pero la madre tierra es oscura:
y dentro de mí soy oscuro:
soy como un pozo en cuyas aguas
la noche deja sus estrellas
y sigue sola por el campo.
Se trata de que tanto he vivido
que quiero vivir otro tanto.
Nunca me sentí tan sonoro,
nunca he tenido tantos besos.
Ahora, como siempre, es temprano.
Vuela la luz con sus abejas.
Déjenme solo con el día.
Pido permiso para nacer.

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