La dura vita di un avvopadre senza nonni

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Dalle mie parti ci sono tappe fondamentali della vita di un uomo scandite dalle domande dei parenti.

La prima è quando ti laurei.

La seconda, quando ti sposi.

La terza, quando fai un figlio.

La quarta, come lo chiamate.

La quinta, come lo avete chiamato.

La sesta, quando lo fate il prossimo.

La gente che ti rivolge queste domande, solitamente, è gente senza figli. Nessuna persona con figli te lo chiederebbe, sapendo che sei senza i genitori vicino.

Intendiamoci, la paternità è una gioia che vivo con estremo incanto.

Però ci sono momenti duri da affrontare.

Come quando sei cotto e stracotto come un Parmacotto in un forno a legna (acceso), e nel cuore della notte, di solito agli inizi della fase REM (quella in cui cominciano i benefici del sonno) senti un urlo che squarcia l’aria.

Ti alzi di soprassalto e già ti vedi mentalmente due albanesi drogati e zingari (siccome tu ignori che gli zingari non hanno patria) che torturano tua figlia per farsi dire la combinazione della cassaforte. A quel punto, tu che sei il capofamiglia, spingi tua moglie fuori dal letto con un calcio e le chiedi di vedere che cosa c’è, ricordandoti che non hai una cassaforte.

Tua moglie ti risponde “Vai tu”.

Assunto il comando del galeone che è la tua famiglia (che, non a caso, fa acqua un po’ da tutte le parti, ma resta sempre poi a galla), appellandoti a diversi principi di Archimede e Leonardo, tra cui la demoltiplica del peso per mezzo dell’utilizzo di carrucole e rotule, sollevi un piede, lo avvicini al burrone del letto, lo esponi al precipizio e poi fai sì che tutto ciò che sta attaccato a quel piede precipiti insieme a lui sul pavimento. Nei successivi due minuti cerchi di alzarti prima che l’arbitro arrivi alla conta del 10 segnando Ko.

Ti senti un po’ Rocky e ti tiri il cappuccio sul capo, anche se il tuo pigiama non ha nessun cappuccio, ma il freddo in casa è lo stesso che in Russia e di là pare proprio che ci sia Ivan Drago, giusto nel lettino dove poche ore prima avevi depositato, tra urla e schiamazzi che ora ti paiono sussurri, la tua principessa dalle ali di zucchero e la codina di miele.

Mentre ti aggiusti le batterie del tuo settimo by-pass installato la notte in cui una bottiglia di plastica ha deciso di farti un pesce d’aprile alle tre del mattino scoppiettando dalla cucina allegra e a intervalli irregolari, accendi la luce e trovi afferrato alle sbarre del lettino la versione in miniatura (e bionda) di John Coffey del Miglio Verde. Ti guarda con gli stessi occhioni lucidi e quasi ti par di sentirla che dice “Capo, abbiamo un problema”.

Nel frattempo il fratellino, che tanto “fratellino” non è visto che pesa quanto un motore d’aereo, motore che a dirla tutta sarebbe preferibile da cullare posto che, a meno che non sia tu ad accenderlo, il motore non scalcia e non strilla e comunque non sputa il ciucciotto a terra dopo due secondi che lo hai sterilizzato facendolo bollire mezz’ora, il fratellino-motore-imperfetto si è svegliato. “Si è svegliato”, probabilmente, non rende l’idea. Diciamo che, dopo un lungo minuto di silenzio in cui ha aspirato l’aria dell’intero condominio, è entrato in fase antifurto satellitare, non nel senso che individua la sua posizione sfruttando i satelliti, ma “satellitare” nel senso che la sua onda d’urlo arriva ai limiti dell’orbita terrestre, laddove finisce l’ossigeno e l’aria e, perciò, non prosegue solo per uno stupido limite delle leggi della fisica secondo le quali il suono non si propaga in assenza di aria. Credo che Dio avesse già sperimentato l’urlo di Chen dei bambini quando, nella sua immensa saggezza e preveggenza, decise di porre un limite all’espansione nel cosmo dei rumori molesti. E’ questo il motivo per cui, casomai ve lo foste mai chiesto, l’aria c’è solo sul pianeta Terra; tutti gli altri pianeti, in poche parole, non vogliono rotture di balle. E infatti la vita si è sviluppata solo da noi. Fanno eccezione i pesci del mare che vivono senza aria e non a caso non hanno bisogno di psicologi e comunque hanno una salute di ferro.

Essendosi svegliato Chen, tua moglie è incazzata come un Orso Polare in gita a un safari in Kenya nell’estate Africana ma tu non hai tempo per queste quisquilie. Un compito molto più arduo, da autentico pater familias, ti attende: ritrovare il bottone rosa della camicia di Peppa Pig, non il pupazzo di stoffa che, tutto sommato, ha bottoni grandi. Nossignore. Parliamo del bottone rosa della camicia della miniatura di Peppa Pig della LEGO. Quelle costruzioni che, immancabilmente, lei sparge per casa in ogni anfratto visibile e invisibile. Ogni volta che hai spostato un divano, una sedia, il letto o financo lo zerbino fuori la porta, è spuntato almeno un pezzo di Lego. Adesso, però, sai benissimo che quel bottoncino rosa non salterà MAI fuori fin quando lo cerchi. A quel punto proponi a Ivan Drago, che nel frattempo si è un po’ rammollito tanto che pare il cognato di Rocky, quello che magnava e beveva a scrocco e viveva a casa di Rocky e gli rompeva pure ogni due per tre il cazzo (in ciò assumendo, ti duole ammetterlo, autentici tratti da gemello eterozigota di tua figlia), proponi a questa sirena con la faccia d’angelo e la coda biforcuta, un mercanteggio, un’alternativa, un surrogato: che ne dici se le mettiamo un bottone della camicia di papà? Niente da fare. A quel punto proponi di disincastonare un rubino dall’anello di tua moglie, pur di tornare a dormire, ma Ivan Drago è Ivan Drago, ha l’inflessibilità di una spia del KGB. Ha detto che vuole il bottone rosa di Peppa Pig, e VUOLE il bottone rosa di Peppa Pig. No, non lo vuole un cartone animato (una delle ultime spiagge), né tantomeno un poco di latte, e non lo vuole cercare domani, lo vuole ADESSO. Il tutto condito da un “Ma io”. “MA IO LO VOGLIO ADESSO”, come a dire, ma che cavolo vai proponendo. Quindi, a quel punto, ti decidi a far finta di cercarlo, ben sapendo che sarebbe come cercare un punto nero sulla faccia di Bruno Vespa.

Ti abbassi sotto al lettino e ne approfitti, mentre fai finta di cercare ancora, per un riposino, giusto dieci venti secondi. In quei secondi riesci anche a sognare di essere Visnu, un paio di braccia di riserva ti servirebbero non fosse altro che per fare il gesto dell’ombrello a tutti quelli che ti chiedono quando “Metti in cantiere” il terzo.

Ma, quand’anche diventassi Visnu, e cercassi con dieci dita, del bottoncino non troverai alcuna traccia, e tua figlia nel frattempo avrà ritrovato il trenino a propulsione solare che aveva perduto e per il quale ti eri sparato il sesto by-pass durante un’altra notte insonne a cercare e a far finta di aver ricordato che avevi prestato il trenino a Topolino.

Adesso lei vuole che funzioni, ma senza il sole il trenino a propulsione solare non va.

Accendi la lampada alogena sperando di ingannare il pannello solare del trenino, ma ti accorgi che qualcosa non va. Apri il trenino intenzionato ad aggiustarlo seduta stante, e di solito al terzo o quarto tentativo entra tua moglie, sposta il tappeto, trova il bottone, lo mette su Peppa, mette la bimba a letto e ti molla tra le braccia il motore d’aereo che scalcia e che vibra e che strilla e che perde olio dal basamento proprio come un vecchio biplano a motore.

A quel punto, è fatale, cominci a chiederti quanto ancora devi aspettare prima di tornare a riposare a lavoro.

E intanto ti segni in agenda di chiamare i sapientoni che ti chiedono di sfornare figli come conigli nell’esatto momento della prossima notte insonne in cui tua figlia perderà il fazzoletto nel taschino di Topolino.