Dai diari di Adamo, Eva & Co. (il serpente alla riscossa)

Dal diario del serpente

*** 6 mesi dopo l’eliminazione dall’Isola dei Famosi ***

Eva ha sssempre provato un terrore cieco per noi animali.

Di ogni razza.

Mi chiedo sempre come abbia potuto convivere con Adamo.

Da quando abbiamo lasssciato tutti l’isssola è un inferno.

Dopo rossspi, lucertole e ragni, in cima alla sssua black-lissst ci ssshiamo noi ssserpenti e i topi.

Non ssso quante volte l’ho sssentita gridare ad Adamo, credendo che i pupi ssstesssero dormendo non-riesci-a-tenerti-il-pitone-nelle-mutande-adesso-l’ammazzo-quella-zoccola.

Non ssso di cosssa parli, io nelle mutande di Adamo non ci ssssono mai andato a ssstrisssciare.

Persssino i canarini e i piccioni la terrorizzano.

Non ssse ne può avere idea.

Adamo andava sssempre raccattando merli e pettirosssi con le ali ssspesssate, le zampe anchilosssate, insssomma sssciancati, dall’intero vicinato.

Lo dicevano gli amici del bar di Adamo, quelli che ogni tanto rimanevano a bivaccare, mezzi ciucchi, ssstravaccati sssulle sssedie (rossse e marcate Algida, come il tavolino) di plassstica all’ombra delle due querce sssul retro, sssempre ad azzuffarsssi per i turni sssull’amaca (sssotto c’era un lembo di terra consssumato e puntellato dai rimasssugli di qualche vomito). Lo dicevano: a Adamo piace la passsera, e giù a ridere sssguaiati.

Vai a capire che passsa per la tesssta degli amici di Adamo.

Eva, quando ssscorgeva Adamo avanzare timorossso, sssu per il vialetto di cipresssi, con un passserotto in una mano, maldessstramente nassscosssta dietro la giacchetta, sssaltava sssubito sssu a urlare non venir qui con quel passserotto, vedi dove devi andare.

Tieni lontano da qui quel merlo.

Non t’azzardar a fare un passo di più con quel gufo.

E quando c’era qualche razza sssconosciuta, cui ancora non avevamo dato alcun nome, giù a urlare non voglio veder quell’uccello, tieni fuori quell’uccello, non fare entrare quell’uccello dentro che mi arrabbio, l’uccello poi caga dappertutto, mi caga il cazzo l’uccello.

E lo rincorreva, a lui e il sssuo uccello, con una scopa.

Voleva ssscoparlo con l’uccello.

La loro figlioletta tonta di sssolito ssseguiva a ruota, e implorava la madre.

Lascia-stare-l’uccello-di-papà-per-favore.

Non-toccare-l’uccello-di-papà-mamma-oh-ti-prego.

Fallo-entrare!

Lo-voglio-dentro!

Ci-voglio-fare-le-carezze-e-darci-i-bacini.

Caino ssseguiva sssua sssorella con me in braccio (proibitissssssimo, Eva mi odiava più degli uccelli) e urlava vieni-qui-che-ti-faccio-giocare-col-pitone, lascia-stare-mamma, è-lei-che-scopa-in-fondo-a-casa, ha-tutto-il-diritto-di scegliere-quale-uccello-far-entrare-e-quale-no, guarda-il-mio-povero-pitone, ha-un-occhio-solo, ha-sofferto-molte-pene-per-2-mele.

Set, furente perché non riusssciva a ssstudiare, usssciva in ciabatte e foglia di fico, ssstaccava la catena di ferro che ssstrozzava quasi il loro passstore tedesssco, e minacciava tutti ora-sciolgo-la-bestia-e-vi-inculo-tutti-a-pecora.

Shaun guaiva e si rintanava nell’ovile.

I vicini guardavano di sssottecchi e mormoravano.

La zitella affittuaria dell’abbaino, mezzadra storica (Adamo si era riciclato latifondista, avendo vinto una mega causssa per usssucapione sssulla terra, dal Machu Pichu al Kilimangiaro, dagli Appennini alle Ande, sssolo le Alpi francesssi non era riussscito, problema di traduzione giurata, e sssì che han usssato lo SSSpirito SSSanto come traduttore, ma i francesssi sssi sssa…) sssi sssegnava in petto e sssgranava il rosario.

Tante mosssssse, quella lì, tutta gelosssia, eh, tutta gelosssia, l’ho sssentita che sssospirava e sssussssssurrava che avrebbe tanto voluto un uccello come quello di Adamo tutto per sssè. Perchè non ssse lo compri o non ne catturi uno sssugli alberi è un missstero.

Vai a capire cosa c’è nella tesssta degli inquilini, vai.

Poi Eva faceva dissscorsssi incoerenti.

Diceva alla figlia che i ragazzi avrebbero cercato di tirar fuori il loro uccello, e che ssse fosssssse sssuccesssssso glielo avrebbe dovuto riferire immediatamente.

La piccola, fessssssa sì ma fino a una certa, le rissspondeva che anche lei, Eva, voleva tenere gli uccelli fuori, quindi che problema c’era?

Almeno, diceva, i ragazzi non correvano e non urlavano per ssscopare.

Lei ribatteva che i ragazzi volevano tirarlo fuori per metterlo dentro.

Mah.

Io non ci ho mai capito granchè dei dissscorsi di Eva, geometria e fisssica, del resssto, non sssono mai ssstate materie in cui andavo forte.

Dal Diario mio

Mia madre aveva lo stesso terrore atavico di Eva.

Mio padre tornava spesso a casa con l’uccello in mano dopo esser stato rincorso per l’intero isolato da mia madre, ancora con il fiatone, e mi diceva che l’aveva beccato a scopare, mi strizzava l’occhio e diceva stavolta-mi-ha-beccato-proprio-con-l’uccello-in-mano, tua madre vuole darmi la scopa in testa, a momenti mi scopava in strada.

Bah.

Poi però lo sentivo lamentarsi coi suoi amici del bar che la mamma non scopava mai.

Mio padre è sempre stato un tipo indeciso.

A me, in ogni modo, la casa pareva pulita, tutto sommato, e secondo me scopavano entrambi abbastanza, a turno, si intende, che di mazza ce n’era una sola.

Mia madre dal canto suo, prima si lamentava che le toccava scopare tutto il giorno perché mio padre era uno sporco maschilista, poi si lamentava che lui andava scopando! E aggiungeva che lui non sapeva tenere l’uccello in gabbia, ma se era lei a cacciarlo fuori, mica lui!.

Bah.

E mia madre la ricordo così, in cima alle scale, le mani piantate nei fianchi, con la scopa immancabilmente ritta vicino a lei, monticchi di polvere in riga come soldatini di piombo, il sudore che le imperla la fronte, i sogni chiusi nelle tasche del grembiule.

Mio padre invece mi ha sempre spronato, nei suoi occhi vedo me come un passerotto dall’ala spezzata, lo vedo chinarsi su di me per prendermi a nido nelle sue mani enormi, e lanciarmi dal ramo, insieme ai fiori di pesco, per insegnarmi a cadere.

E mi diceva sempre, ricordati a Galileo e l’esperimento delle due palle lasciate cadere dalla torre.

Io pensavo volesse dirmi che anche se hai le palle di ferro caschi come chi le ha di legno.

Lui invece voleva dire, l’ho capito troppo tardi, che non conta che tu sia chiummo o fiore di pesco.

Cadrai sempre alla stessa velocità.

Ciò che fa la differenza è l’aria che incontri precipitando.

Che ti spinge verso l’alto, l’alto, l’alto.

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Dai Diari di Abele, Caino, Adamo ed Eva [e di Set] – Parte Penultima

E fu così che Adamo un giorno, all’incirca il 1.000.000.000 a.C., si incamminò lungo la battigia dell’isola dell’Eden con un fascio di foglie di fico in mano.

Lei, signor lettore, sì lei che viene da quel mondo oscuro chiamato blogspot, cosa sta borbottando?”.

“Non era unisola l’Eden! Pure Milton lo sa!”.

Lei ignora che l’Eden era un’isola, non un giardino, dunque?”.

“Avvocatolo, lei sta scrivendo un’eresia, sarebbe bene che si documenti”

Si documenti lei, lettore ingrato, badi bene, in aramaico antico la parola “giardino” ha il suono fonosintattico identico a quello di “isola”, da qui l’inganno tralatizio che  ha portato per secoli le persone (e gli animali, per quanto nessuno di loro se ne sia ancora lamentato né avveduto, tranne me) a pensare al “giardino” e  non all‘Isola dell’Eden. Se non si fosse trattato di Isola, bensì di giardino, Lei crede, o sprovveduto troll, che le mele sarebbero andate così tanto a ruba e che il Signore l’avrebbe fatta tanto lunga per un torso?”.

Tornando all’Isola dei nostri quattro (famosi, loro sì), è un po’ come la storia della similitudine tra (A) la difficoltà per i ricchi di accesso al club del Signore e (B) la (retorica) facilità di infilaggio di un cammello nella cruna di un ago.

Che razza di proverbio sarebbe se non si sapesse – come si sà – che una gomena in una cruna è un passaggio improbabile e difficile quanto l’ingresso di un ricco nel Regno di Osannah, ma sicuramente meno improbabile che vedere cammellate avviarsi verso dune di crune. L’errore si è protratto tralatiziamente per secoli in parte a causa della oralità delle prime fonti, in parte a cagione della scarsa reperibilità in commercio di Amplifòn e cottonfioc nei tempi che han preceduto l’avvento della stampa. Anche in tal caso si trattò di una confusione tra fonemi, quelli di “Cammello” e “Gomena”, sempre in aramaiGo antiGo.

Tornando a Caino, costui, insospettito dal numero di foglie di fico che l’atavico progenitore del genere umano recava in una mano, si mise all’inseguimento a distanza di 500 metri calcolati lungo un’ascissa curvilinea (diremo d’ora in poi a.c., con la c. minuscola per ovvie esigenze distintive da altri ben più noti acronimi).

Abele, bontà sua, decise di porsi all’inseguimento a 500 metri a.c. da Caino, 1000 metri a.c. da Adamo.

Eva, che ne sapeva una più del diavolo e tramandò tale sapienza alle donne (sempre per via orale, ragion per cui ci sono donne che ne sanno un po’ meno di una in più), si pose a 1000 metri a.c. di distanza da Abele, ben sapendo che non c’era alcun rischio di perdere di vista Abele.

Dal Diario di Abele

Babbuccio è con qualcuno! Vedo due paia di impronte…

Dal Diario di Eva

Adamo è con qualcuno!

Lo sapevo, sempre a far baldoria senza di me.

Vedo chiaramente altre due paia di impronte accanto alle sue.

Non sembrano di donna…meno male, ci manca solo che debba ingelosirmi di qualche sgallettata…

Dal Diario di Caino

Il vecchi porco è con qualcuno!

Ma da dove spunta fuori tutta questa gente???

Vedo distintamente 7 paia di impronte oltre quelle di Papà!

E DUE SONO DI DONNA!!!

Il vecchio porco è dedito alle orge!!!

L’ho sempre saputo…

Ah, maiale (porco!) che non sei altro, vedrai, vedrai, cosa ti combino, non solo mi farai uscire la sera ma le tue concubine concu-pisceranno con me ogni sera!

Acceleriamo, facciamoci ora il mazzo ma poi se ne rallegrerà il mio [TESTO INCENERITO].

Dal Diario di Abele

Babbo babbino evidentemente raccoglie proseliti, forse intende fondare una Chiesa?

Vedo tante tantine tantillime impronte…se il computo non mi è fallace, sono ben 12, e 3 di donna!

Fu così che ad un certo punto Adamo scorse Eva, da tergo, perché essendo 2500 metri l’ascissa curvilinea maggiore che si potesse tracciare lungo l’Eden (la circonferenza era appena minore, ma non starò a tediarvi con noie geometriche), lui si trovava a 500 metri a.c. da E. e E. era a 1000 metri a.c. da A. e A. era a 500 metri a.c. da C. il quale era (A) a 500 metri a.c. da A. e (B) a 1000 metri a.c. da E. e (C) a 2000 metri a.c. da (A.) e (D) a 2500 metri a.c….da sé stesso.

Eran trascorsi circa 7.500 metri a.c. prima che si accorgessero tutti che la moltiplicazione delle orme era dovuta non tanto ad un’antesignana parabola dei pani e dei pesci, quanto al loro circolare e reciproco inseguirsi in tondo lungo l’Isola.

Adamo fu, stranamente, il primo ad avvedersene, e immanente gridò “EVA”!

Eva non si girò.

Adamo urlò più forte “EVA” facendo arrivare la voce in alto, fino all’Altissimo!

Eva non si voltò.

Adamo si spazientì (complice un granchio agganciato all’alluce) e proruppe in un boato: “PUTTANA EVA!!!”.

Al che Eva si fermò, si voltò, e rispose “Sì che c’è?”.

Adamo la raggiunse, e dopo poco Caino raggiunse Adamo, e Abele raggiunse Caino, e furono tutti insieme, tutti a 2500 metri a.c. dalle loro stesse terga.

Al che Adamo, rivolto a tutti e nessuno, coma a dire a Uno e a Trino, disse: “Uagliù, ma me fate cagà  per una volta – in santa pace???”.

Dal diario di Caino

10/12/1.000.000.000 a.C. circa 

Pensavo usasse le foglie di fico per masturbarsi, invece era tenera tenderly.

Questo, almeno, è quanto sostiene.

Ma non me la conta giusta.

Nossignore.

No, Signore, non ce l’avevo con Lei.

Non se la prenda, ma non è che tutto il Mondo ruota intorno a Lei.

Dal diario di Abele

12/12/1.000.000.000 a.C. circa

Se potessi farmi prugna prugnetta aiuterei il caro babbo babbino in qualche misura maggiore di quanto non possa essendo semplicemente io, Abele Abelino Abelardo.

E’ rimasto dietro quella palma palmina due secoli seculorum se-cul-ini, e ha usato dopo solo mezza foglia di fico fichetto fichino.

E’ evidente che babbino mangia poca frutta!

Dal diario di Eva

31/12/1.000.000.000 a.C. circa [si andava in bagno solo a capodanno, all’epoca, n.d.avv.]

E ti pareva che non mi lasciava la tavoletta abbassata senza averla alzata!

Dal diario di Set

Si dimenticano tutti del terzo figlio di Adamo!

Me tapino.

Dal diario di Dio

01/01/999.999.999 a.C. [nessun dubbio, qui, sul “circa”, trattandosi del Diario di Dio, n.d.avv.]

Quei 4 sono stati lo sbaglio più grande che potessi commettere.

Anno nuovo, vita nuova.

Giuro su…niente, lasciamo stare, mettiamoci all’Opera:

Componi / Nuova Email da Dio / Rubrica / Noè / imposta priorità ALTA / 

Oggetto: COMPRA DUE BRACCIOLI

[TESTO DELLA EMAIL CRIPTATO]

Lei, lettore, pensavo d’averla eliminata, cosa c’è ancora?”

“Mi chiedevo quando uscirà l’ultima puntata”

“E’ appena uscita”

“Ma il titolo…non era parte penultima?”

“Ci ho ripensato

Dai diari di A. C. A. ed Eva [non parlerò certo del S., non ancora] – Parte IV

DAL DIARIO DI EVA

07/12/1.000.000.000 a.C. circa [il circa è dovuto all’incertezza dell’epoca gestazionale del C. al momento della stesura del diario, dato che C. avrebbe potuto esser un settimino quanto un decimino, n.d.avv.]

Uomini.

Tszè.

Sembrano giocare a nascondino.

Uomini.

Sgrunt!

Mai che mi regalino un fiore.

Ne crescono in ogni dove (come quando fuori fiori), dice, signora mia, di fiori, qui?

Oh ma non significa, si lasci dire, signora mia, non significa proprio nulla, e non faccia quella faccia lì, benché comprendo sia l’unica che lei, signora frequentatrice di blogspost, possegga.

Che razza di discorso sarebbe “perchè regalarti un fiore, se dopo 3 giorni dovrai comunque gettarlo via, mentre i fiori vivi e vegeti durano molto di più”?

I fiori si seccano dopo 3 giorni, lei dice, signora mia.

Benissimo, certo, ma dovrebbe sapere che tale periodo di sopravvivenza floreale è sintonizzato con le oscillazioni periodiche della brama femminile di ricevere fiori (chiunque – purché sia nato dopo Murdock – potrà provarlo servendosi di un comune oscilloscopio).

Muoiono, i fiori, come il chicco di grano, per far posto sui volti delle donne ad altri fiori, quei fiori che gli uomini, imbambolati, sogliono definire “sorrisi” (che non a caso si dice sboccino). Quegli stessi fiori e sorrisi che loro stessi troppo spesso, amaramente, falciano via, disattendendo le promesse.

Non lamentarti – uomo – della caducità del fiore, piuttosto regalane 3 volte a settimana.

La morte imminente di ogni singolo fiore fresco che la compone, costituisce l’essenza del fascino d’ogni donata infiorescenza.

La morte del fiore è l’elisir del suo secolare fascino impermeabile alla marea dei secoli, la quintessenza distillata del millenario accanimento femminile ai suoi sfiorenti petali (mama m’ama o non m’ama? Mama, yuh uh).

La vita stessa lambisce e ambisce l’eternità, ma muore dans l’espace d’un matin, e proprio questa sua disillusa caducità seduce l’essere umano, atavicamente conscio della fertilità procurate al terreno ogniqualvolta, cadendo, un ramo secco o un fiore appassito, sprofonda nel suo grembo e lo concima.

Per questo seppelliremo un domani (i cimiteri qui son ancora vergini) i nostri morti sotto terra, perché essi viaggiano nel verso inverso a quello dei nuovi germogli che, dal bulbo, stantuffano verso l’alto vincendo ogni forza di gravità e traforando zolla a zolla fino a vedere il sole e il cielo sopra questa vita e questa terra (e perché mai, altrimenti, si direbbe “venire alla luce”?).

Chi muore sprofonda sottoterra e guarda le radici dall’altro lato della vita e della terra, verso il buio, chi nasce – all’opposto – si eleva dagli abissi del grembo terreno e viene al mondo.

Tendendo al cielo.

E avremo sempre cura che i nostri morti, pur se chiusi in un feretro senza finestre, abbiano sempre la faccia rivolta in su, è solo perché speriamo che tornino, nel giorno del Giudizio, a volgere lo sguardo al cielo, come noi che ci separammo da quei cancelli serrati camminando come gamberi all’indietro, anelando il ritorno, e scrutando come aùguri il volo degli uccelli.

L’Eden e la vita di cui esso è ebbro sono solo un lungo salto in alto sbucando dal grembo della terra, un salto che qualche giorno sembra eterno, ma che, presto o tardi, esaurisce la propria forza elastica e, schiacciato dalla gravità, si contrae su sé stesso fino ad azzerarsi facendoci ripiombare giù (quia pulvis es et in pulverem reverteris), ma solo per dare spazio e aria ai nuovi germogli che sbucano dalle brune zolle e accecano gli occhi di chi è in superficie col loro verde pastello.

Il Signore ogni tanto ce lo rammenta: tornerai alla terra.

E questo ritorno legittima l’andare.

Se questo Eden resta eterno e immutevole, e se nessuno di noi potrà uscirne scalzo, un giorno, a gettarvi un ultimo sguardo retrospettivo, allontanandosi dai suoi cancelli ormai serrati, nessuno di noi lo rimpiangerà mai, se per ventura ci accadesse un giorno, a unica eccezione dell’eterna immutevolezza ipotizzata, di averlo comunque, in qualche modo, perduto.

L’intero Universo – di cui noi siamo “materia stellare che medita sulle stelle” – è infinitamente meraviglioso a cagione del suo continuo evolvere e oscillare perenne tra big bang e big crunch.

E se un giorno di domani le stelle non si allontanassero più da noi, e se non vi fosse più alcun red shift sui vostri spettroscopi, se gli astri non fossero destinati, come lo sono, a lasciare la volta celeste sempre meno celeste e stellata, un giorno di domani, chi più si incanterebbe – oggi – a osservarlo?

Chi alzerebbe il naso al cielo – rabbrividendo d’eternità – disteso su un lettino, se ogni notte fosse la notte di S. Lorenzo (a parte chi abbia la sventura di chiamarsi Lorenzo, che alzerebbe gli occhi al cielo non certo per scrutare, quanto per esprimere tutta la sua esasperazione per un certo eccesso di auguri di onomastico)?

Chi inseguirebbe più la coda delle comete, se il cielo della notte fosse illuminato a giorno da mille stelle cadenti (senza cadere mai) che ne solchino gli eterei flutti in ogni secondo d’arco?

Per questo i fiori di plastica sono odiosi, perché non si decidono una buona volta a morire, e sembrano di tal guisa dispensare, direi assolvere, il donante dal reiterare il beau geste, mentre restano ad accumulare polvere, vivendo senza fissa dimora in una fissa e immota vita morta.

Con il tempo, i fiori finti lasciano il destinatario nel crescente dubbio circa la persistenza dei motivi che indussero il donante a fargliene (un tempo, forse, anche gradito) omaggio.

Il fiore fresco, invece, reciso, stilla dal suo gambo marcescente vita e richiama con la sua morte altra vita, in una sempiterna crestomazia di colori e fragranze.

Esige la continua reiterazione del beau geste, il fiore fresco, è il vero file rouge de l’amour.

E’ l’insita promessa di un imminente e reiterato ritorno di chi reca in mano il fiore, a intenerire così tanto il cuore di una donna che lo riceva.

Se l’uomo le promettesse di tornare di continuo, e mantenesse la promessa, la donna ammirerebbe le mani vuote quanto quelle cariche di omaggi floreali, veri o finti che siano, e i fiorai, forse, neppure esisterebbero.

Per questo chi – come noi donne – ama davvero fare sesso, ama l’amore.

Perché fare all’amore contiene una promessa implicita, che il mero sesso disattende o non formula tosto: tornerò, e faremo di nuovo sesso.

Gli uomini credono di amare il sesso, ma lo condannano a fievoli e sparuti battiti di natiche, rifiutando l’amore.

Uomini.

Sempre coi loro giochi ancestrali.

La caccia, la corsa, la pesca, trascurando la raccolta (dei fiori, in particolare).

Bruti, bruti!

Brutti bruti!.

Sì, credo proprio che li seguirò.

Tutti.

p.s. A noi, donne e uomini d’ogni tempo, non rimane che la speranza di qualche anacoreta che distilli resine dorate dai tronchi marcescenti del Sapere [Se Montale fosse vivo andrei a ricattarlo avendo scoperto che una sua poesia è frutto di plagio, come si evince dal florilegio surriportato estratto dai Diari di Eva che, quanto ad anteriorità rispetto a Oggi è Di Moda, non han bisogno (certo) di data certa, n.d.avv.].

Dai Diari Di A. A. C. e E. [nulla sarà ancora svelato sul S. e sul s.] – Parte III

Vi avevo promesso la più bella pagina.

Sta per arrivare, domani.

Ma vi avevo anche preannunciato che, prima, avrei dovuto mettervi a parte di una aspetto fondamentale circa i Diari, senza la comprensione del quale aspetto l’intera epopea adamantinamente rivelatasi ai miei curiosi occhi, perde completamente di significato, e allora tanto vale che vi leggiate blog infimi tipo quello di Zeus, se proprio volete rimanere in tema divino e perdere il vostro tempo.

Ecco la rivelazione:

AAeeeii;i ooiauui iio9o ee9 guua9ooiiiiii#o fayyiio, e yy’ee9i@o #o;i00o ;euu @eei yyi ii@uui00o è ;euu ;ouu;auu#i a yye;;o aaeeayy@\e uuagaooa.

;o;e;e @uueooeuu#i, o 9o9 @uueooeuu#i, #a yya aaeeeii;io9e ;euu #e, iioii;a9oiayy#e9;e, uui#a9e ooi iioii;a9oiayye iuuuuiyye00a9oa.

YYa @uueooe9oa ayy;uueei 9o9 #i ;a9ge, 9oyyi #e ;a9geuue, ooi@e00a aaeeayy@ee9o.

IIe #i ooa;e ee9a yye00a iioyyyye00euuò yya ;a00oyye;;a.

IIo9o ooiauui o0000ia#e9;e a;o@uui;i, ee9 ;o@o i;o@uui;i e ee9 ;o@o a;o@uuifi, #a 00oi iia;uue;e iii@eeuua#e9;e @ogyyieuu9e yy’eiiiie9oa ooi00i9a.

;oi ayyyya fi9e 00i ;auuyyeuuò ooeyy iieuu;e9;e, ;uuo#eiiiio, e ooeyy IIig9ouue, @oiiì ii00eyyeuuò fi9ayy#e9;e ;ee;;i gyyi auu@a9i, @ioè ee9a ;uuofo9ooa 00euui;à: ;ee;;i #ouuia#o, a9@\e 00oi, a9@\e io, ;uua99e @iò @\e ii@uui00ia#o 9eyy @eeouue ooeyyyya ge9;e.

A9ooa;e ouua.

Le istruzioni per tradurlo dall’aramaico antico all’italiano sono contenute nel

Dai Diari di A. A. C. e E. [per tacer del S.] – Parte II

DAL DIARIO DI C.

Quel trimone di A. non me la conta giusta.

Nascondere qualcosa per A. è geneticamente impossibile.

Trema.

Balbetta.

Mi fissa in continuazione.

Appena lo guardo, sbianca, poi arrossisce, e con ostentata indifferenza simula (malcelatamente) un’improvviso, impellente, inderogabile quanto improbabile desiderio di osservare il mare, come se non avesse mai visto un’onda in tutti questi anni di isola dei famosi perenne in cui viviamo.

Più che guardare le creste e i picchi e le valli (di lacrime) delle onde, sembra intenda (intento a, intendo) contarle.

E nel bel mezzo dei suoi posticci studi oceanografici, continua a scrutarmi di sottecchi.

Anche la mamma, francamente, non me la conta tutta giusta.

Recentemente si atteggia come se ce l’avesse solo lei…donne!

Sì, credo proprio che li seguirò.

Tutti.

DAL DIARIO DI A.

E. non me la conta giusta.

Segue sempre A.

Capirei se seguisse me.

Capirei, a fortiori, se seguisse, magari, C., certo, C. sarebbe logico che la mamma lo seguisse da vicino, quel ragazzo non è mai stato tutto apposto, chissà da chi ha preso, poi.

Di sicuro non dal Nonno.

L’altro giorno insisteva affinché gli rivelassi dove tenessi nascosta la sua nonna.
Gliene ho chiesta la ragione.
Sapete, giovanotto, cosa mi ha risposto?
Che voleva ingropparsi sua nonna!!!
Alle mie rimostranze mi ha folgorato ribattendo con malefica arguzia: “Ma scusa Papà, non sei tu quello che va predicando non fare agli altri quel che non vuoi venga fatto a te? Se tu puoi scoparti mia madre non vedo perché io con la TUA di madre non potrei…”.

Un sonoro ceffone ha anticipato la probabile aposiopesi con cui avrebbe lasciato in sospeso l’orrido pensiero.

Ma seguire quel pezzo di pane di A., che senso può mai avere?

E’ icto oculi evidente (sarebbe lapalissiano se fosse già nato il generale de La Palice, il quale, “se non fosse morto sarebbe ancora in vita), è lampante che A. abbia preso tutto dal ramo paterno della famiglia, posso giurarlo sui suoi Ascendenti di 2° grado.

Dunque, donna, perché mai segui A.?

Chissà cosa mai ti frullerà per la testa.

Il mistero qui si infittisce.

Sì, credo proprio che li seguirò.

Tutti.

p.s. Me ne sono accorto subito che E. seguiva A., poi dice che non mi accorgo mai di niente!, pfui.

DAL DIARIO DI E.

Sto seguendo il mio maritino A. da un bel pezzo, e da qualche giorno ho aggiunto C. ai miei pedinamenti. A. direi che posso tralasciarlo, per ora, cucciolotto indifeso, ha preso tutto dal mio ramo della Famiglia, la sua anima è impastata a frolle di nuvole e mandorle e tuorlo d’uovo della prima gallina (o tuorlo di gallina del primo uovo, non lo so, chi è nato prima?).

Nessuno di quei tre me la conta giusta, ma il mio maritino più di tutti non mi sconfinfera, benché sia adamantino e, anzi, proprio perché adamantino, più di tutti è oggetto dei miei sospetti e conseguenti appostamenti.

Figuriamoci se se ne accorge.

Uomini!

Pfui.

Non si accorgerebbero di mille colpi di sole neppure se fosse Apollo in persona (anzi, in deo, gratias signor lettore di avvocatolo per avermi corretto il refuso) a sferzarli dal suo cocchio.

Mi chiede “perché non provi a farti mora”.

Perché, non gli basto io, eh?

Uomini.

Pfui.

Come vien loro a noia presto, la loro donna, soprattutto quando non han paura che diventi di altri.

Uomini.

Tsk, tsk.

Sempre a giocare.

Peraltro, A. me la luma (con o senza luna) in continuazione, pare non ne abbia mai vista una in vita sua, e che sarà mai!.

Sono arcistufa di essere usata.

Ancora il solito sesso.

Arcistufa di dover cucinare tutti i giorni, con la scusa che son loro a portare il pane a casa.

Col piffero che procacciano pane.

Loro si limitano a raccogliere mucchi di spighe di grano, ma da qui al pane ce ne passa di sudore, dal grano al pane ce ne passan di pene.

Tutta farina del mio sacco (per Isacco! meglio se io taccio!), il pane, tutta farina raffinata dal mio tacco, per bacco, no, no signora mia, non c’entra nulla il dio di vino.

E’ come se io abbattessi una quercia di rovere, falciassi due tonnellate tra segale, grano, mais e orzo, e trainassi il tutto, unitamente ad un iceberg, dei chiodi e un martello, sulla battigia, e poi avessi la pretesa di vantarmi d’aver portato a casa barili e barili di whiskey on the rocks.

Uomini.

Mai che si possa fare un discorso serio con loro.

Mai nessuno di loro che mi chieda come è andata la mia giornata, o se ho fatto qualche nuova amicizia.

Mai un vestito nuovo.

Mai che mi portassero a cena fuori.

Mai nessuno che mi peli la frutta.

Mai nessuno che mi rasi l’aiuola.

Mai un pettegolezzo che, giuro sul pendolo di A. (che Eloah lo abbia in gloria, speriamo non molto presto), non saprei proprio con chi scambiarlo.

Uomini.

Ignorano la letteratura.

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, diceva un mio amico delle elementari, che di cognome faceva Va e di nome Angelo Giovanni [dopo innumerevoli googlate son giunto a reperire la citazione in un Vangelo di Giovanni, edizione CEI 2008; ne ho tratto alcune argute osservazioni circa un altro errore madornale di traslitterazione fonetica dovuto a tradizione (tradimento, piuttosto!) orale, ma non avendo spazio qui sul post ho nascosto e compresso tali osservazioni sotto la seguente parentesi quadra chiusa, da cui, se vorrete, potrete estrarre le mie osservazioni servendovi di uno scalpellino da 2mm per Iphone, da 3mm per Samsung serie Galaxy, occhio a non grattare troppo che potreste non tanto graffiare lo schermo (tanto si cambia e 9 su 10 che abbiate già messo su la pellicola protettiva) quanto rovinare le mie preziose riflessioni che andrebbero così perdute per secula seculorum ].

Gli uomini si illudono di portare a casa il grano, e intanto ignorano il Va Angelo e le sue elucubrazioni sul chicco di grano, che, come i fiori, nasce, cresce (crusca!), corre, muore, rinasce.

Uomini.

Noi donne potremmo farne a meno tranquillamente.

Se non che…[QUI SEGUE UNA DELLE PIU’ BELLE PAGINE MAI SCRITTE NELLA STORIA DEI MANO-SCRITTI MA NON POSSO RIVELARVELE SE NON VI HO PRIMA RACCONTATO UN ALTRO ASPETTO IMPORTANTISSIMO DEI DIARI. QUANDO, CHIEDE IL SIGNORE IN SECONDA FILA? PRESTO]

Dai Diari di A. C. A. e E. – Parte I

DAL DIARIO DI C.

09/12/[ANNO NON LEGGIBILE, GRAFIA INCERTA E ZOPPICANTE SU UN NUMERO LUNGO, n.d.avv.]

Quel minchione di Papà non me la conta giusta.

Ha sempre il pendolo carnale in verticale.

Di solito.

Ultimamente, invece, ha il pendolo floscio che gli oscilla in tutto e per tutto proprio come un pendolo, solo flosciamente, il che influisce – chiaramente e flosciamente – negativamente sulla perfezione della curvilineatura che disegna il suo pene-ndolo con le sue oscillazioni (della minchia).

Secondo me, mette le corna a mamma, anche se non saprei – GIURO SU DIO!, mi scusi Altissimo, non è il caso di farla tanto lunga, mica è colpa mia se non ci sono Patroni, Martiri, Vergini, Santi, Profeti, Evangelisti, Serafini, Cherubini, Troni, Patriarchi, Potestà, Arcangeli né Angeli degni di tal nome su cui poter giurare qui… – non saprei, dicevo, davvero dire chi possa mai ingollarsi quel babbeo di papà. A ben pensarci, ho visto delle pecore e delle vacche pascere a zampe un po’ più aperte del solito…no, davvero non saprei…

Ma lo scoprirò.

E lo ricatterò.

Vedremo se non potrò uscire la sera, ah, il vecchio porco ha le ere contate.

Sì, credo che lo seguirò.

DAL DIARIO DI A.

Nell’Annus Domineiddio [TESTO BRUCIATO, ILLEGGIBILE IL NUMERO, n.d.Avv.], durante codesto splendido giorno 09 del lodevole mese 12.

Babbo babbuino babbuccio mio me la conta men giusta della sua solita giustezza [mi perdoni il Signore se oso raffigurarmi la sua giustezza giusto un tantinello (ma pochino) men giusta del giusto].

E’ più fiacco del solito e il suo pendolo pendolino pendolazzo (detto anche…non ricordo) gli penzola penzoloni tra le due olive olivette olivazze color olivastre che quel birba barboncello birbantello di C. chiama i [TESTO BRUCIATO DA COLLERA DIVINA].

Oh!, buon Pastore, ripeto la parola “maroni”, potrei giurarlo sul Padre Nostro che E’ nei Cieli, senza che la mia favella né i miei timpani possan tosto né punto (neanche di una virgola) contaminare né il mio cuore cuoricino né la mia buona anima animalina che affido sempre nelle tue Mani, Altissimo Signore Signoruccio Signorini.

E anche C. sembra più birbone birbantello birbantazzo (sempre a parlar di…non ricordo) del suo solito solitino, benché sempre perdonevole rimanga la sua birbante birbaggine, spesso, lo ammetto, oh Vostra Grazia Graziosa Graziella, persino giustificata e di cui – piuttosto – potrei confessarmene io colpevole col mio – GIURO SU YAHWEH, involontario – provocarlo. Stasera reciterò, a tal uopo, 100 Pater Nostrano.

Temo che lavorino entrambi troppo, il mio babbo babboccione babbucce e il mio fratello fratellastro (absit inura verbis, è solo un amorevole diminutivo diminutivino) fratellino, probabile che tentino entrambi di evitarmi certi lavori lavoretti per non affaticare la mia esile, gracile e gracida gracilità.

Ma io proverò, se codesto mio intendimento non dispiace e non intralcia i disegni disegnini del Sommo Architetto (né i suoi grafici, né i Suoi plastici né tantomeno, DIO ME NE SCAMPI!, il Suo tecnigrafo), proverò, se all’Altissimo Elohai non arreca disturbo alcuno, di scoprire di quali lavori si tratti, benché, L’UNO E IL TRINO ME NE SIANO TUTTI E QUATTRO TESTIMONI DAVANTI ALL’ALTISSIMO GEOMETRA CREATORE DELL’UNIVERSO E DEI CURVILINEI, non saprei dire, lo GIURO persino su ADONAI, davvero, di che lavori possa mai trattarsi, qui.

E poi li eseguirò al posto loro, dimodochè riposino una buona volta le loro membra membrine membrinucce.

Sì, credo che li seguirò (sì, o forse, dipende, dipende dal se rimane assente da tale mio proposito ogni intralcio anche al più piccolo colpo di scalpello scalpellino del Sommo Nostro YHVH Scultore delle Sfere Celesti e delle Sfere tra cui spazza archi di circonferenza il pendolo di papà).

DAL DIARIO DI A.

A.A.S.N. [Dopo innumerevoli ricerche volte a connotare temporalmente l’acronimo che precede e altrettante congetture errate (Anno Antico del Signore Nostro? Anno Anteriore al Signore Nostro?) codesto umile Redattore ha radicato nel suo animo la ferma convinzione che trattasi di abbreviazione puntuta de “Altro Anno Stessa Noia”, n.d.avv.].

A. e C. non me la contano giusta.

Li conosco dalla nascita (succede, del resto, quando si tratta dei tuoi figli) e sono sicuro mi stiano nascondendo qualcosa.

Anche se non saprei dire – lo giuro sullo Spirito Santo – non saprei davvero cosa (né tantomeno dove) possano nascondere.

Poveri ragazzi, non hanno mai avuto grande compagnia (Javhè non reagisca così, suvvia, sono stato tra i Suoi primi fan, “grande” lo uso in qualità di aggettivo numerativo non qualificativo, la Sua Compagnia, Sommo Ingegnere, è la più grande che ci sia, indubitabbiosamente, ma non potrà negarne una certa qual scarsità numerica di alternative).

Mi fissano entrambi il pendolo, e inizio a esserne turbato.

Non so se possa definire tal turbamento qual…imbarazzo?.

Imbarazzo per il….pendolo?

Toh, cosa poi è mai, l’imbarazzo?

Un sentimento di cui prima d’ora non avrei saputo indovinare neppure il nome, avendolo giustappunto testé coniato.

Forse ho mangiato qualcosa che mi ha disturbato.

Magari quella fottuta [TESTO BRUCATO, n.d.avv.].

Ma si sa, le donne quando vogliono qualcosa da te, peggio quando vogliono DARLA a te, qualcosa, sono come i salumieri.

Tu magari ti accontenteresti di un etto, e loro ti rifilano nell’involucro due etti e mezzo come minimo, e poi ti chiedono retoricamente “che faccio lascio“?, guardandoti con lo sguardo di chi vuol intendere “NON E’ CHE ADESSO DOPO TUTTA LA FATICA CHE HO FATTO TE NE ESCI CHE NON LO VUOI PER LA TUA PIDOCCHIOSITA’, EH?“. E’ lo stesso sguardo di quando, dopo aver disossato a mani nude un deserto e aver solcato 100km di dune a dorso di cammello, la tua donna ti fissa e chiede “Vorrei tanto andare a vedere il tramonto sul monte Sinai, non sei stanco vè?“.

Idem coi sentimenti, sia detto per inciso.

Tu chiedi una ciulatina per trascorrere un’oretta (ok ok, autopromozione ingannevole!, ammettiamolo, 10 minuti comprese le pause se va bene) in Santa Pace.

Vorresti solo ammazzare la noia, che qui quanto a noia non ci si annoia mai, voglio dire ne cresce in abbondanza, di noia, persino sotto il muschio del presepe, se esistesse.

Tu cerchi solo un etto giusto giusto di prosciutto, magari di Praga (ah le Praghesi, quando le inventeranno…), tu prendi il tuo numerino e attendi placido e quando ti chiedono, le donne-salumaio, “DICAAA” tu sei preciso e chiaro “un etto di ossobuco, più buco che osso, eh, e mi ci tolga il grasso peffavore” e loro ci aggiungono due etti e mezzo di sentimenti non richiesti, il mutuo, la casa al mare, le vacanze insieme.

Come potevo rifiutare – quindi – un morso a un torso di [TESTO BACATO, n.d.avv.], dunque, visto che me la porgeva una donna con lo sguardo da salumaio abbondante?

I miei ragazzi, comunque, non me la contano giusta.

Boh.

Sì, credo che li seguirò.

Dio abbia pietà di noi (almeno stavolta).

[TO BE CONTINUED]