Tempi inversi

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[Brano tratto dal mio prossimo romanzo]

Ero in preda alla disperazione più cupa. Mi chiedevo come avrei potuto riparare. Pensai a quanti errori avevo commesso, a quante volte il sentiero che avevo imboccato s’era rivelato quello sbagliato. Ah, quanti giorni erano naufragati, quanti giorni ero naufragato, quando franavo dal mattino a sera lungo quelle onde di tempo che hanno lambito la spiaggia del mio viaggio nell’esistenza. Mi vennero in mente alcuni oggetti che avevo visto innumerevoli volte a casa di mia madre, quando ancora vivevamo insieme: il tamburo, le tacche sul muro, un altro modo di misurare il tempo valutando la mia altezza in momenti differenti, lo sgabello a tre piedi, il santo che ci guardava vivere con i suoi occhi pietosi e muti, la polvere che s’accumulava sulle sue vesti nonostante la campana di vetro. Erano conchiglie arenate sulla spiaggia del mio passato, quegli oggetti, accostandovi l’orecchio mentale potevo sentire la voce delle onde, il rumore dei miei giorni infranti. Ripensai, non so perché, a quante volte ero rientrato a casa, da un lungo viaggio, magari solo da scuola o dal giardino, o da un qualsiasi altro altrove, e avevo chiamato “Mamma”. Quella parola addensava in sé mille domande, “Mamma ci sei?”, “Mamma dove sei?”, “Mi vedi, sono qui?”, “Me lo dai un abbraccio, mamma, me lo dai un abbraccio?” Quante domande in quell’unica parola, invisibili come il fuoco dentro il legno spento (quale microscopio potrà mai vederlo, quel fuoco, in un placido tronco di legno?), la farfalla dentro il bruco, il pieno dentro il vuoto, l’universo dentro il nulla un soffio prima dello sparo di inizio che ha dato avvio a questa folle corsa, quest’espansione dello spazio che non si espande nello spazio, ma diluisce la sua essenza, verso un confine che nessuno è ancora riuscito non solo a misurare, ma neppure a immaginare. Mi vennero in mente le amare passioni di mio figlio, le sue ossessioni vane, stelle e numeri, atomi e zaini portati su una spalla sola.

Pensai alle poesie, quelle che mandavi giù a memoria e che nessuno impara più, ai quadretti con le frasi per la festa della mamma e del papà, ai lavoretti delle maestre, ai poster appesi con lo scotch, alle cartoline sbiadite che attraversavano mezzo mondo per finire poi dove, se non a casa tua, quante volte eri tornato prima tu di loro, e le lasciavi poi a morire in un cassetto come se né loro né tu vi foste mai mossi di lì.

Rammentai tutti i viaggi che avevo sognato, mete esotiche e misteriose, tutti quei nomi dietro cui si mescolavano, nella mia mente, nozioni storiche e leggende antiche. Il rimpianto mi gonfiava il cuore, pensai che non li avrei mai più visti quei posti lontani e sconosciuti, mi chiesi perché con l’andare del tempo affiniamo sempre più la nostra arte del rinunciare, come se crescere fosse rassegnarsi a sopravvivere finché la vita non si spegne come la luce di un lampo in un cielo di pece nera e calce bruna.

Forse esiste un tempo, in cui il tempo cambia verso, in cui i salmoni nuotano verso la foce, e i fiumi finiscono sulla montagna risalendo la corrente e ghiacciando dentro il loro stesso letto, in cui alla notte segue la luce del tramonto, e dopo il mezzogiorno tutto si scolora nell’iridescenza dell’aurora, un tempo in cui le lacrime tornano dentro gli occhi e da qui nell’anima, dove la mano che ti ha spinto torna vicino al tuo petto, in cui i lividi scompaiono per davvero senza lasciare traccia perché con il tempo non li hai mai avuti, un tempo in cui tutte le persone che abbiamo perso, tornano, un tempo in cui hai il tempo di riparare ogni rimpianto, in cui le delusioni si riassorbono nelle speranze che le hanno precedute.

Forse esiste un tempo, un tempo perso conservato in qualche scrigno da Dio in persona, un regalo a sorpresa, a ricompensa di questa breve vita intensa.

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