Dall’altra parte della strada

Sono un uomo dalla memoria…

No aspè, è troppo che non scrivo, l’incipit m’è uscito male. Sono un uomo? Non vorrei creare aspettative troppo alte.

Sono un essere umano.

Naaa. “Sono” ed “essere” nella stessa frase di 4 parole? Troppo.

Sono uno (bello, mi piace, generico ma dice che sono maschio, e bòn) con una memoria che in rare occasioni mostra lievi falle. Sì. Lo so. Chi mi conosce farebbe bene a tacere e far finta di niente.

Una di queste falle m’è occorsa prima dell’estate. Dell’estate scorsa. Che sarebbe questa. Cioè quella appena scorsa. L’estate scorticata insomma. Il 2017.

Una mattina mi son svegliato e senza motivo alcuno ho deciso di percorrere un tragitto alternativo rispetto a quello  che da quattro anni rigorosamente seguo per recarmi al lavoro.

Non l’ho googlemappizzato, né atomtomizzato, insomma sono andato alla cieca (detto in parole più consone alla bisogna, alla cazzo di cane).

Sono approdato a una strada che mi ha inquietato, mentre sfoggiando un senso dell’orientamento degno di Indiana Jones mi dirigevo verso “la collina” (chi è di Torino sa di che parlo, gli altri che pensino io sia in gamba).

Qualcosa non andava. Quei palazzi che sfrecciavano ai lati dei miei finestrini, quei garage, quelle insegne sudice di bar. L’inquietudine aumentava a ogni giro di ruota.

Leggo la targa toponomastica e rimango a bocca aperta, così spalancata che potrei fare i gargarismi se pigiassi sul comando che aziona i liquidi tergicristalli.

E’ la strada che da quattro anni percorro sempre per tornare dal lavoro, ma dato che la stavo percorrendo in senso inverso di marcia rispetto a tutte le altre volte, non ero assolutamente in grado di riconoscere alcunché. Con il raziocinio ho iniziato a individuare, certo, i miei punti di riferimento che, cosciente o inconscientemente, ho registrato nei mille e più passaggi effettuati. Di sicuro, la piazzola dell’Agip doveva essere quella che avevo imboccato cento volte per fare rifornimento, e la serranda (che ho sempre trovato…serrata) con la aerografia (non so quanto seria, dato il sudiciume di contorno) “Auto-Lavaggio” doveva ben essere sempre la stessa, così per il grande supermercato con annesso parcheggio multipiano, tutto riconoscevo che apparteneva a quel mondo che ho sfiorato per anni, passandoci in mezzo. Ma la mia memoria fotografica era in tilt totale. Nessuno di quei luoghi lo percepivo come “familiare” o “mai visto”. Era una novità assoluta. Ho provato la fatica mentale tipica che accompagna l’esplorazione in auto, senza navigatore, di zone sconosciute, come quando ci si avventura magari all’estero o in un paese mai visitato, andando a tentoni alla ricerca della nostra strada.

Non riuscivo a crederci che spostarsi di poche decine di centimetri sul manto stradale e invertire la rotta, potesse determinare un radicale cambiamento di prospettiva tale per cui le cose antiche divenivano, come per magia, nuove.

E ho pensato che forse una rivoluzione nella nostra vita è davvero possibile, spostandosi di pochi centimetri lungo la nostra strada, cambiando direzione, e in definitiva, tutto ciò che occorre per una rivoluzione, è cambiare solo punto di vista.

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