Da Armani

A Milano, soprattutto presso le law firm, c’è quest’usanza barbara di accogliere clienti e controparti estere in supposti (e che supposte!) ristoranti “consoni” alle varie etnie.
Ecco che i cinesi li porti a Paolo Sars (il quartiere cinese di Milano così ribattezzato, a parziale presa per culo di Via Paolo Sarpi, in seguito alla nota malattia).
Gli Argentini al Don Juan.
Ai Turchi non li porti da nessuna parte, ma fai venire su in studio due kebab da Peck alla modica cifra di 800 euro/gr.
I Palestinesi li porti in qualche localino lungo la striscia del naviglio. Gli Israeliani su qualche localino sull’altra sponda.
Etc.
In ossequio a questa barbara usanza, settimana scorsa mi sono trovato a portare dei clienti giapponesi al sushi-risto di Armani, il mai troppo osannato Nobu.
Come se il ristorante dell’uomo-lampada avesse qualcosa a che spartire con una delle più millenarie culture, e non fosse un covo di mignottone col radar per i portafogli al posto del cuore.
Verso le 23.30 inizia a vibrare il merda-fonino. Si, si, il mio phone è smart, è intelligente, e proprio per questo lo chiamo merda-phone, è una merda, mi fa soffrire volutamente, con perniciosa coscienza digitale, poi un giorno vi spiegherò il perchè, ammesso che quel giorno lui mi svegli in tempo, cosa che volutamente si astiene dal fare nei giorni importanti.
Primo watsup:

Come sta andando?”

Rispondo immediatamente con un evasivo:

Benone, poi ti racconto.

Ecco, un uomo ad una risposta del genere si sarebbe sistemato meglio sul divano, grattato l’incavo delle chiappe, proprio al limitare della caverna, si sarebbe annusato le dita soddisfatto prima di tuffarle nella busta di fonzies sottratta al nascondiglio del furiere (le donne hanno sviluppato geneticamente una superiorità in fatto di nascondere il cibo in casa), e avrebbe continuato beato a guardare la partita o il pornazzo, il pornazzo o la partita (tertium non datur). Mai e poi mai, ad una risposta del genere (peraltro di rarità irreperibile come un bonus pieno in una donna), ad un uomo, a questo autoctono del divano, esploratore di chiappe (proprie quanto altrui, diciamocelo) avrebbe mai potuto saltar in mente di continuare con le domande.

LEI NO!
Eh no!

Hai detto qualcosa di interessante? Li hai colpiti? Ti sei ricordato qualche parola in giapponese? Chi ha ordinato?

Ta-ta-ta-ta-ta.

Sparacchia una raffica di domande.

Secondo lei dovrei smettere di cenare e cominciare a girare una puntata di “Report” su come l’avvocato avvocatolo ha accolto i giappoclienti.

Rispondo con un rapido ed evasivo:

Poi ti racconto

Ma lei, non contenta di essere l’unica adesso a soffrire (la curiosità logora chi ce l’ha), indossa il guantone (di Armani) e mi lancia un’avvelenata palla di merda dritto al centro del ventilatore:

Chi paga?

OCCAZZO!
La merda della boss ha finto un impegno (alle 23.30??) e si è sfilata, senza manco pagare la sua parte.

E la policy anticorruption di studio vieta di spendere più di 1000 Euro per evento.

Signore, vuole ordinare?”

“No grazie, assaggio dal vicino.

“Signore il suo vicino è una pecora”

“EMBE’? Non posso essere vegetariano?”
“Certo signore. Ma la pecora a lei vicino è una statua, dubito che ordinerà dell’insalata, o qualsiasi altra pietanza”.

“EMBE’? Non posso fa’ il digiuno? La boss mi ha detto che devo esse’ un monaco tibetano.

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