Che tu sia maledetto, Seneca

Plerosque nihil certum sequentis vaga et incostans et sibi displicens levitas per nova consilia iactavit; quibusdam nihil, quo cursum derigant, placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod maximum poetarum more oraculi dictum est, verum esse non dubitem: «exigua pars est vitae, qua vivimus». Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est.

I più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balia di una leggerezza volubile e instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nessuna meta, verso cui fare rotta, ma sono sorpresi dalla morte tra torpore e sbadigli, sicché non dubito sia vero quanto afferma sotto forma di oracolo il poeta sommo: «piccola è la parte di vita che viviamo». Sì: tutto lo spazio che rimane non è vita, ma tempo.

[De Brevitate Vitae, Seneca]

Ho una pessima memoria, devo ammetterlo. Dimentico spesso ciò che dico, persino dopo pochi secondi. Ciò capita perché ho una pessima memoria. E dimentico praticamente all’istante le mie affermazioni. Anche dopo pochissimi secondi, perché ho una pessima memoria e tendo a dimenticare ciò che dico. E sapete perché succede tutto ciò? Boh, l’ho dimenticato.

Ma ricordo che odiavo Seneca.

Che tu sia maledetto, Seneca.

Ti odiavo sin da ragazzino.

Sì, hai ragione, la parte che viviamo della nostra vita è piccola, mentre ciò che rimane, tolta la vita, di essa stessa, non è che fluire banale di tempo.

Mandate di serratura, spolverio di suppellettili, battere di tappeti, imprecare nel traffico congestionato, impelagarsi in sterili discussioni, taggare, inviare, rinviare, scrutare, pelare patate, allacciarsi le stringhe, curarsi le unghie, sorridere al vento, soffiare i pappi d’infiorescenze sferiche.

Mi scruto dentro.

E mi sento affacciato ad un pozzo artesiano, di quelli senza bordatura, dove se non presti attenzione puoi precipitare giù, fino al fondo del tuo pulsante e malandato cuore.

Guardo e sento il mio sguardo cadere rimbalzando tra le circolari pareti di sgretolato tufo, ma non avverto il tonfo, è senza fondo il mio povero cuore.

Se potessi fare una stratigrafia della mia personalità, il primo strato indubbiamente sarebbe ammantato di tempo, quello spazio residuo dopo la vita vissuta, di convenzioni, di codici mandati a memoria, di tutti quegli attori e scene dipinte che si presero intero il mio amore, al posto delle cose di cui essi sono da sempre meri emblemi, per dirla con Yeats.

Il secondo strato l’istinto, l’inconscio, l’atavica fame di mondo che mi consuma, certi giorni, quando vorrei squarciarmi il petto e infilarci dentro l’universo elegante che ci danza sulla testa, a noi che a stento vediamo le cime degli alberi sopra il capo, quando ho voglia di urlare e nel chiuso di un abitacolo, credimi, lo faccio, fino a graffiarmi la gola.

L’ultimo strato, quello inaccessibile, sei tu.

In fondo, nascosta, dove nessuno ti può trovare, neppure io.

Sono bravo a celare.

Non l’avrei mai sospettato che un giorno sarei diventato un abile bugiardo, mentre sottolineavo Seneca, svogliato, la mano stretta alle chiavi della moto, la testa a ripensare a quell’unica volta che avevo fatto l’amore con una ragazza davvero pazza di me, pochi giorni prima, pazza di me, così pazza di me da regalarmi la sua verginità su un divano, la voce che tremava e implorava di non farle del male, i miei polmoni impallati dall’inconfessata inesperienza sessuale, lei che mi vedeva smaliziato, svernato dalla pubertà, io invece ancora acerbo e acre come solo un frutto colto troppo presto, nella stagione sbagliata, sa essere, e se tornassi indietro lo lascerei volentieri a qualcun altro, quel frutto così delizioso della tua illibata magione a me così cara e, inspiegabilmente, abbandonata il giorno dopo, senza un vero perché, di cui oggi di nascosto, a distanza di anni, e senza che tu possa mai leggere, ti chiedo perdono.

Non avrei mai immaginato che un giorno sarei arrivato a mentire al mio cuore, a ingannarlo, a tendergli continui tranelli, a dargli dello stupido, del sognatore, dell’ingrato, dello smemorato, dello scriteriato, del pazzo incosciente, irresponsabile e avventato, pur di sotterrare te ancor più in fondo, in un quarto strato d’anima, corazzato e blindato e ancor più inespugnabile, più invisibile dell’essenziale.

Intanto il tempo fugge.

Lo spazio della mia vita, seppur lentamente, s’accorcia, e quel che mi rimane, certe sere come queste, in cui apro un pacco e dentro vorrei ci fossi soltanto tu, quel che rimane, certe sere che dimentico la mia vita, quel che rimane,  mi pare solo quello che il sommo poeta definiva come spazio che rimane, che non è vita, ma solo tempo.wpid-2015-11-09-21.28.55.jpg.jpeg

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